[SinistraInRete] Christian Marazzi: Immaginare nuove lotte contro l’imperialismo fossile e algoritmico

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Rassegna – 02/02/2026

 

Christian Marazzi: Immaginare nuove lotte contro l’imperialismo fossile e algoritmico

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Immaginare nuove lotte contro l’imperialismo fossile e algoritmico

Giuseppe Molinari intervista Christian Marazzi

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7a353e37b8854434b9ac95d497b5bdd7mv2.jpgNell’intervista che pubblichiamo oggi Christian Marazzi riesce, come sempre, a mettere ordine nel caos sistemico che stiamo attraversando e ad aprire piste di ragionamento e ipotesi politiche finora inesplorate.

Partendo dalle mosse di Trump – dall’imperialismo fossile che abbiamo visto in azione con l’attacco al Venezuela – Marazzi analizza come queste operazioni militari servano tanto a lanciare messaggi politici quanto ad accaparrarsi le risorse energetiche necessarie allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Ed è proprio su questo aspetto che si concentra una parte dell’intervista: togliendo la patina di determinismo tecnologico che spesso avvolge questi discorsi, Marazzi guarda alle contraddizioni intrinseche allo sviluppo dell’IA.

Come ci ricorda, guardando alla storia dello sviluppo capitalista, lo scoppio delle bolle – dettate da un rapace impulso alla sovrapproduzione – hanno paradossalmente avuto, come effetto, la socializzazione e una maggiore democraticizzazione delle infrastrutture: è successo con le ferrovie nell’Ottocento e con le fibre ottiche legate alle dot-com all’inizio del secolo. Lo scoppio di queste bolle ha aperto possibilità inedite di accesso collettivo a beni e servizi prima privatizzati.

Marazzi individua delle piste di ricerca davvero importanti da approfondire, a partire dalla possibilità che nuove lotte possano, a partire da queste contraddizioni, portare a un utilizzo disintermediato e non subordinato alla logica della produttività distruttiva.

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Pablo Baldi: Come riconoscere i lacché dell’imperialismo

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Come riconoscere i lacché dell’imperialismo

di Pablo Baldi

mfdgdspknhyefidytLa contraddizione principale dei nostri tempi è quella tra masse popolari che lottano per la pace e guerra imperialista. Non perché sia l’unica contraddizione, ma perché è la contraddizione che influenza tutte le altre. Ad esempio la contraddizione presente nella società iraniana tra clero al potere e una popolazione sempre piú laica esiste, ma non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo della borghesia compradora imperialista che usa i diritti civili come pretesto per fomentare una rivolta armata contro la Repubblica Islamica. Un’analisi che non includa i vantaggi materiali che il crollo della Repubblica Islamica porterebbe all’impero non ci permetterebbe di capire l’enorme copertura mediatica riservata nei nostri Paesi al conflitto conservatori-progressisti (presente in ogni paese, in ogni villaggio e spesso all’interno delle famiglie) e il sostegno occidentale alla fazione progressista che, guarda caso, è anche quella che spinge per la “normalizzazione” dei rapporti con l’Occidente, ossia una sottomissione alle potenze imperialiste.

Le scelte che prendiamo devono essere nette e le nostre azioni devono esserne conseguenti. Il nesso tra teoria e pratica è la stella polare di ogni marxista: la nostra pratica quotidiana deve basarsi su una comprensione olistica delle contraddizioni strutturali del capitale globalizzato di cui i conflitti armati e le guerre economiche-commerciali sono un’espressione locale. La contraddizione sta nel fatto che la crisi strutturale (de-industrializzazione, finanziarizzazione, proletarizzazione della piccola e media borghesia, compressione dei salari, aumento del costo della vita, crescente competitività dei Paesi Asiatici e via dicendo) non vengono risolte strutturalmente perché ciò è possibile soltanto con un’ economia pianificata volta al miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. E quindi la riproduzione di questo sistema in putrefazione viene inseguita dai grandi monopolisti del capitale finanziario con guerre volte a preservare il potere del dollaro (in particolare tramite la vendita del petrolio in dollari) e contenendo la pacifica ascesa cinese che mette in discussione questo potere.

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Mireno Berrettini: Europei, da alleati a clientes degli Stati Uniti

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Europei, da alleati a clientes degli Stati Uniti

di Mireno Berrettini

Come il declino relativo dell’Occidente trasforma il rapporto transatlantico in una gerarchia di dominio

383bfda6 d767 403b 97d5
588f76bc7b58 1920x942.jpgDalla crisi dell’ordine egemonico del 1945 al «revisionismo» statunitense. Mentre il sistema internazionale scivola verso nuovi equilibri, la relazione tra Stati Uniti ed Europa abbandona la finzione della parità istituzionale, per farsi apertamente transazionale. Sotto la pressione della competizione globale con Russia e Cina, i dossier Ucraina e Groenlandia rivelano la nuova postura di Washington: «egemone revisionista» che riduce gli alleati a semplici vassalli.

* * * *

In un quadro della politica globale sempre più attraversato da crisi frequenti e di crescente intensità, tale da rendere evidente come il sistema internazionale si stia assestando su nuovi equilibri, anche una delle relazioni più granitiche della politica mondiale sta progressivamente perdendo la propria funzione di riferimento in termini di stabilità e continuità.

Il rapporto tra Stati Uniti e gli attori europei sta scivolando progressivamente da una logica basata su regole comuni, istituzioni condivise, consultazioni continue e sostanziale prevedibilità, a una logica spiccatamente transazionale, fatta non tanto di mera competizione, quanto dell’esternazione delle gerarchie, della definizione di priorità strategiche asimmetriche e di un crescente disciplinamento politico.

Il rapporto transatlantico, che certamente nel passato non è stato scevro da momenti di frizione, si trasforma così da relazione perno delle identità e dell’agire politico tanto nordamericano quanto europeo, condotta secondo una grammatica consolidata e formalmente paritaria, a un rapporto disarmonico in cui prevale una gestione selettiva e apertamente unilateralista degli interessi e delle priorità da parte statunitense.

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Davide Malacaria: Carney vs Trump: la brutalità della Politica e la brutalità esoterica

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Carney vs Trump: la brutalità della Politica e la brutalità esoterica

di Davide Malacaria

L’articolo di Philip Pilkington, al quale abbiamo dedicato una nota pregressa, merita un approfondimento, che s’intreccia con il discorso del premier canadese Mark Carney a Davos, tanto acclamato nel mondo e al quale abbiamo dato meritato spazio, dal momento che riconosceva come l’Ordine basato sulle regole fosse fittizio e sia finito.

Nel riprendere il discorso di Carney abbiamo accennato a come questi abbia lanciato il guanto di sfida a Trump, sollecitando le potenze medie a statuire alleanze tra di esse, diversificate e pragmatiche, per creare una rete che dia a ciascuna le risorse e la capacità di resistere alla coercizione dell’Impero.

In realtà, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra e attuale premier del Canada ha parlato in nome e per conto della madrepatria: al di là delle note altisonanti, era un invito alle potenze medie a creare rete con Londra e, di fatto, porsi sotto la sua tutela.

Può apparire velleitario, ma non lo è, basta osservare come Londra abbia di fatto gestito la “coalizione dei volenterosi” europei nel corso della guerra ucraina, modello che sta tentando di rilanciare in grande stile potendo contare sulla residuale anglosfera, che la leadership albionica ritiene gli possa dare agio di approcciarsi all’agone globale come una sorta di grande potenza.

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Barbara Spinelli: Zelensky, la nuova ancella di Trump

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Zelensky, la nuova ancella di Trump

di Barbara Spinelli

È successo già una volta, che i governi est europei furono usati da Washington contro la Vecchia Europa per meglio scardinare l’ONU, violare il diritto dei popoli, invadere l’Iraq senza autorizzazioni internazionali e senza prove sulle armi di distruzione di massa.

Saddam fu ucciso appena estratto dal rifugio sotterraneo: la morte fu cruenta e degradante come quella di Gheddafi e Bin Laden nel 2011. L’Est europeo ricevette l’etichetta che da allora lo nobilita: Nuova Europa. Quella Vecchia era rugosa, infida. Si era allineata dopo l’11 settembre, invadendo l’Afghanistan con gli Usa (partecipazione tiepida secondo Trump), ma Parigi e Berlino dissero no all’occupazione dell’Iraq.

Stavolta è un altro governo dell’Est a denunciare la Vecchia Europa, saltellando con zelo ancillare attorno a Trump: l’Ucraina di Zelensky. Ancora più nuovo dei Nuovi Europei, partecipa alle danze intente – non da oggi – a sfaldare l’Ue pur ricavandone onore e denaro: “Invece di divenire una potenza davvero globale, l’Europa rimane un caleidoscopio bello ma frammentato di piccole e medie potenze… Invece di difendere la libertà nel mondo ha l’aria sperduta e cerca di convincere Trump a cambiare. Non cambierà”.

Sono ignorati i 19 pacchetti di sanzioni anti-russe approvate dall’Ue in difesa di Kiev, è dimenticato l’assenso di Biden alla distruzione dei gasdotti North Stream per mano ucraina.

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Fabrizio Poggi: Vertice di Abu Dhabi: perché tanta segretezza delle tre delegazioni?

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Vertice di Abu Dhabi: perché tanta segretezza delle tre delegazioni?

di Fabrizio Poggi

Poco o nulla è trapelato sui risultati della due-giorni di colloqui a Abu Dhabi tra le delegazioni russa, americana e ucraina. Già questo è un dato da non sottovalutare: generalmente, quando ci si sbilancia in dichiarazioni e slogan altisonanti, significa che c’è poco di concreto. Questa volta, in attesa del prossimo round di incontri previsto per il 1 febbraio, la cautela mostrata da tutte le delegazioni infonde una pur flebile speranza di avanzamento su una strada concreta.

Così, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che il Cremlino valuta positivamente l’inizio di negoziati costruttivi sulla questione ucraina. «Non direi che ci sia stata cordialità; è difficilmente possibile in questa fase» ha detto Peskov, anche se, invece, pare che un rappresentante della delegazione americana si sia lasciato andare a un inverosimile «C’è stato un momento in cui tutti sembravano quasi amici. Ho provato un senso di speranza». Un po’ troppo ottimista.

Ma, in generale, ha detto ancora Peskov, «Tutto è andato come ci aspettavamo… Sarebbe un errore aspettarsi che i contatti iniziali siano altamente produttivi. Ci sono questioni complesse all’ordine del giorno… Ma se vogliamo ottenere qualcosa attraverso i negoziati, dobbiamo parlare in modo costruttivo» e, soprattutto, come si conviene in un negoziato serio e realistico, ha sottolineato che Moskva non discuterà pubblicamente gli argomenti sollevati in questi incontri. In sostanza, ha detto ancora, «questa è la posizione costante del nostro presidente, che la questione territoriale, che fa parte della formula di Anchorage, è ovviamente di fondamentale importanza per la parte russa».

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Pierluigi Fagan: Geopolitica dell’Europa

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Geopolitica dell’Europa

di Pierluigi Fagan

L’immagine si riferisce alla cometa Shoemaker-Levy 9 che nel 1993 venne frammentata in 21 pezzi per poi schiantarsi su Giove. Con la sua enorme massa, la gravità di Giove, esercitò pressione attrattiva sulla cometa disgregandola, la pressione differente su sue singole parti era più forte delle forze di coesione interna dell’oggetto astrofisico.

Europa è un concetto geo-storico, una articolata propaggine subcontinentale dell’Eurasia. La sua geografia è stata ragione principale della sua evoluzione storica. Nel dopoguerra, anche per superare le spinte al conflitto interno tra popoli ed entità statali che hanno prodotto impetuosi fiumi di sangue per secoli e secoli, superamento necessario visto quello che Europa aveva combinato per ben due volte (due guerre “mondiali” e visto che il mondo non ruotava, né avrebbe mai più ruotato intorno all’Europa), in Europa si creò un mercato comune. Si pensò che l’interdipendenza commerciale interna avrebbe creato una rete che legasse tra loro soggetti altrimenti abituati a confliggere l’un con l’altro.

Ancora prima di fare il mercato comune, Europa aveva prodotto qualche tentativo di limitata azione comune, ad esempio su “carbone e acciaio” o sull’energia atomica, più tardi creando il CERN o l’ESA. Europa avrebbe potuto e forse dovuto, continuare su questa strada di cooperazione. Frazionata in una pletora di staterelli dalla dimensione media che è la metà della dimensione media di uno Stato nel mondo, era chiaro che le componenti di Europa sarebbero state sistematicamente troppo piccole per competere con i nuovi giganti del mondo (USA, Cina, India, Russia etc.).

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Suleyman Karan: Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro

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Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro

di Suleyman Karan*

logorio dolllaro.jpegL’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: vie marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie… Abbiamo partecipato ai rituali e in gran parte evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà… Questo patto non funziona più. Sia chiaro: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione“.

Primo Ministro canadese Mark Carney, discorso speciale al World Economic Forum (WEF), Davos 2026

L’era della supremazia globale indiscussa del dollaro si sta sfilacciando ai bordi. Quello che una volta era un pilastro della finanza e del commercio globale è ora un dominio conteso, mentre un numero crescente di Stati cerca alternative alla valuta a lungo utilizzata per imporre i diktat occidentali. La centralità del dollaro USA nelle transazioni transfrontaliere e il suo ruolo di valuta di riserva mondiale non sono più garantiti – e questo cambiamento non è più teorico.

Per decenni, il dollaro ha funzionato come mezzo di scambio universale, riserva di valore e unità di conto. Ma questi vantaggi sono arrivati a costi elevati. La dipendenza del sistema dalle politiche di un singolo Stato e la sua affidamento alle conversioni intermedie hanno generato strati di rischio e attrito. Oggi, questi rischi sono diventati ostacoli all’espansione del commercio globale. E mentre le economie emergenti guadagnano fiducia e peso, Washington è costretta a cedere il suo trono monetario.

 

Il dollaro regna ancora, ma la sua presa si sta allentando

Il dollaro continua a dominare le transazioni transfrontaliere, sia nei conti correnti che nei mercati finanziari. Rimane una riserva di valore affidabile sia per gli investitori istituzionali che per i privati.

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Gabriele Guzzi: L’abissalità della crisi europea

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L’abissalità della crisi europea

di Gabriele Guzzi

Per gentile concessione dell’editore vi proponiamo l’introduzione di Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, di Gabriele Guzzi (Fazi, 2025).

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12.09.45.jpegL’Europa sta vivendo, ormai da decenni, una crisi che appare definitiva. Il crollo demografico, la stagnazione economica, la caduta della partecipazione politica: tutto sembra indicare l’esaurimento di un’epoca. Questi segnali si sono manifestati in modo drammatico a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina e della crisi in Medioriente. L’insignificanza geopolitica, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, la totale apatia dinanzi al collasso del modello produttivo e sociale: nessuno si aspettava una tale pochezza e inconsistenza delle istituzioni continentali.

La tesi centrale di questo libro è semplice: la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita. Non è un incidente della storia. È l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea. La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa. Non ci sono innanzitutto nemici esterni: il problema è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che gli europei stessi hanno costruito. Se questi difetti non verranno rapidamente e radicalmente corretti, il destino del continente sarà quello di precipitare verso uno stato di crescente insignificanza economica e marginalità internazionale.

Il primo compito che si prefigge questo libro, perciò, è di proporre una nuova interpretazione dell’UE. Questo implica un salto di consapevolezza e l’uscita dallo stato di minorità intellettuale in cui la cultura politica italiana è confinata. Significa abbandonare i miti consolatori – l’ideologia della generazione Erasmus, i buoni sentimenti, un europeismo di maniera – per affrontare di petto la realtà dei fatti. La necessità di questa nuova consapevolezza si fa d’altronde sempre più urgente man mano che la situazione internazionale diventa più estrema. È evidente, infatti, che l’UE è oggi un’istituzione del tutto incapace di rappresentare adeguatamente le esigenze di sicurezza e pace dei principali paesi europei.

In questo processo, mostreremo perché l’Italia sia stata il paese che ha pagato il prezzo più alto: come ci era stato detto dai più importanti economisti internazionali, noi eravamo il paese che peggio si conciliava con il modello che si stava ponendo alla base dell’UE.

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Ludwig Fleischer: L’ideologia del postmodernismo

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L’ideologia del postmodernismo

di Ludwig Fleischer*

Il termine postmodernismo ricorre continuamente: nei dibattiti filosofici, nei circoli accademici, o sulle labbra del nostro nemico politico. Tuttavia, solo di rado è chiaro che cosa si intenda davvero con questo concetto. Proprio questa vaghezza ha permesso a ideologi reazionari come, per esempio, Jordan Peterson1, di elevare il concetto di “postmodernismo” a parola d’ordine di una battaglia politica. In una totale distorsione della realtà, egli sostiene che ciò che molti vivono come un decadimento culturale sia dovuto al predominio di un “neomarxismo postmoderno”.

Al contrario, vedremo che l’ideologia postmoderna non solo è ostile al marxismo, ma può quasi essere considerata il suo esatto opposto, e che viene utilizzata consapevolmente dalla classe dominante per privare la classe operaia della propria visione del mondo. Nel contesto storico attuale, il postmodernismo rappresenta l’ideologia dominante più adeguata. È l’unica corrente di pensiero capace di articolare gli interessi della classe dominante e, allo stesso tempo, di presentarsi come teoria progressista, soprattutto nelle università. Proprio per questo il postmodernismo va compreso innanzitutto nel suo rapporto con il marxismo.

Nel seguito delineiamo alcune delle posizioni centrali della filosofia postmoderna e ne mettiamo in luce l’opposizione al marxismo. Inoltre, affrontiamo il modo in cui i postmodernisti trattano la questione di genere, poiché è proprio in questo ambito che il loro distacco dalle analisi materialistiche e la loro funzione di stabilizzazione del sistema emergono in maniera particolarmente esemplare.

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Nico Maccentelli: Una battaglia che è nell’interesse di tutti

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Una battaglia che è nell’interesse di tutti

di Nico Maccentelli

Questo articolo de Il Riformista, indecente e fascista, è rappresentativo di ciò che sta avvenendo in Italia: la negazione della libera espressione. Secondo questi aedi della democratura occidentalista, NATO, UE, USA, che non si capisce più bene chi è contro chi, pseudo-democratici fascisti contro pseudo-democratici fascisti, servi delle varie consorterie, non si può avere un’opinione divergente sul Venezuela, sul conflitto in Ucraina, sulla Palestina, sull’Iran: parte la gogna mediatica e spasso sanzioni, perquisizioni o peggio e vieni bollato a seconda per putiniano, antisemita, amico dei dittatori e degli ayatollah…

È piuttosto evidente che la macchina del fango e le pressioni che fanno personaggi come la Picierno e Calenda su chi ospita iniziative del tutto legali e legittime, hanno lo scopo di zittire ogni critica, ogni opinione diversa, ogni iniziativa politica che metta in discussione la loro visione del mondo: un Occidente collettivo che ha il diritto di fare guerre, colpi di mano fino al genocidio come a Gaza.

La democrazia che la partitocrazia bipartisan decanta è morta. O meglio: quel poco di democrazia che c’era è morto, poiché il sistema democratico nei paesi capitalisti può avere tutti i partiti che si vuole, ma i media dominanti intervengono sul consenso e il dissenso, falsificano, creano narrazioni indiscutibili, occultano. Una vera democrazia di popolo dovrebbe avere tutto il sistema mediatico statalizzato e non in mano a veri pescecani della finanza, distribuito orizzontalmente tra le parti sociali.

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Alejandro Valenzuela Torres: La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina

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La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina

di Alejandro Valenzuela Torres*

La morte di Renee Nicole Good, avvenuta il 7 gennaio 2026, ha scatenato proteste a livello nazionale contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti. A Philadelphia, questo contesto ha portato alla ricomparsa pubblica del Black Panther Party for Self-Defense, che, il giorno dopo l’omicidio, ha manifestato davanti al Municipio portando armi da fuoco – che sostengono siano legali – e svolgendo azioni sociali come la distribuzione di cibo alle famiglie vulnerabili.

La presenza del gruppo ha generato sostegno nelle comunità e, allo stesso tempo, ha suscitato l’allarme degli esperti sul rischio di un’escalation di violenza.

Il movimento è guidato da Paul Birdsong, nato nel 1986, che si è radicalizzato politicamente dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020. Birdsong si presenta come presidente nazionale del gruppo, afferma di essere stato istruito dai sopravvissuti del movimento originale e aderisce a una tradizione di Black Power, nazionalismo nero e antimperialismo. Il gruppo, con meno di cento membri attivi, combina un’estetica armata e disciplinata con programmi comunitari ispirati alle Pantere Nere storiche.

La rinascita di gruppi che ora si identificano come Pantere Nere in diverse città degli Stati Uniti non può essere interpretata come un gesto folcloristico o come una nostalgia identitaria.

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Alessandro Volpi: Impero, l’ultima speranza dei folli

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Impero, l’ultima speranza dei folli

di Alessandro Volpi*

Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista.

Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista: dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale.

Oggi, in questo esatto momento, gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38.565 miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati – oltre 1300 miliardi di dollari l’anno – che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro.

Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.

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Giuseppe Gagliano: La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia

La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia

di Giuseppe Gagliano

Mark Carney a Davos ha fatto una cosa che di solito i leader evitano: ha detto la verità ad alta voce. E la verità è scomoda. L’ordine internazionale “basato sulle regole” non sta scricchiolando: è già finito. Quello che c’era non era un sistema equo, ma una finzione elegante, una scenografia utile finché i più forti rispettavano le regole solo quando conveniva.

Carney lo ammette senza troppi giri di parole: le grandi potenze oggi non hanno limiti reali. Possono usare dazi come armi, catene di approvvigionamento come strumenti di ricatto, infrastrutture finanziarie come leve di coercizione. E mentre i giganti fanno ciò che vogliono, le potenze medie hanno passato decenni a recitare la parte dei bravi studenti dell’ordine globale, fingendo che il sistema fosse giusto, prevedibile, universale.

Qui entra in scena Václav Havel e il suo fruttivendolo. Quello che ogni mattina esponeva il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, senza crederci, solo per non avere guai. Nessuno ci credeva, ma tutti facevano finta di sì. Risultato: il sistema reggeva non solo grazie alla forza, ma grazie alla complicità quotidiana di chi partecipava alla menzogna.

Carney dice che i Paesi occidentali hanno fatto esattamente questo: hanno messo il cartello in vetrina. Hanno continuato a invocare il diritto internazionale, il multilateralismo, le regole del commercio globale, pur sapendo che i più forti le violavano sistematicamente. Hanno accettato un doppio standard permanente: rigore per alcuni, indulgenza per altri. Legalità a corrente alternata.

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