sinistra in rete logo

[SinistraInRete] Francesco Cappello: Se non si svincola, l’euro affonderà, trascinato giù dal dollaro

Sharing

Rassegna – 07/02/2026

Francesco Cappello: Se non si svincola, l’euro affonderà, trascinato giù dal dollaro

seminaredomande

Se non si svincola, l’euro affonderà, trascinato giù dal dollaro

di Francesco Cappello

Se non ci svincoliamo dalla moneta unica, affonderemo con essa. La salvezza nel Clearing e nella moneta comune

ngjoeruteruIl processo di de-dollarizzazione, dal 2022 (congelamento delle riserve russe) e nel corso del 2025, ha subito un’accelerazione senza precedenti. Il dato attuale, febbraio 2026, vede un dollaro che sebbene rimanga ancora la valuta più usata, nelle riserve globali è ormai scesa sotto il 58% (era al 70% vent’anni fa). L’Arabia Saudita, patria del petrodollaro, ha iniziato ad accettare Yuan per il petrolio, rompendo un tabù che durava dal 1974. Russia e Cina scambiano ormai quasi tutto in Rubli e Yuan.

Il progressivo abbandono del biglietto verde rappresenta, per molti aspetti, una reazione di autodifesa coordinata contro quella che viene definita la “militarizzazione della finanza”, ovvero l’uso del dollaro come arma impropria. Il punto di non ritorno di questo processo è stato identificato nel congelamento/rapina senza precedenti delle riserve sovrane russe nel 2022 (vedi Asset russi: congelati o rapinati?) . Quell’atto ha infranto il dogma dell’inviolabilità del risparmio statale, inviando un segnale d’allarme globale: in un sistema dominato dall’Occidente, la proprietà dei propri capitali è diventata condizionata alla fedeltà politica verso Washington e Bruxelles.

Questa rottura del patto di fiducia ha spinto nazioni come l’Arabia Saudita, l’India e il Brasile a riconsiderare la sicurezza dei propri forzieri. Se le riserve accumulate in decenni di esportazioni possono essere evaporate con un semplice clic di una banca centrale straniera, il concetto stesso di “bene rifugio” legato alla valuta cartacea viene meno. In questo contesto, l’imposizione sistematica di dazi e sanzioni non ha fatto altro che accelerare la costruzione di una rete di sicurezza alternativa. Quello che l’Occidente ha interpretato come uno strumento di pressione per mantenere l’ordine internazionale è stato percepito dal resto del mondo come un atto di arroganza strategica, che ha trasformato il dollaro da bene pubblico globale a strumento di coercizione politica.

Leggi tutto

M. Alessandra Filippi: La lingua come arma. E noi come bersaglio

controversie.png

La lingua come arma. E noi come bersaglio

di M. Alessandra Filippi

No logo 820x820.jpegDal Covid a Gaza, il potere ha riscritto la realtà attraverso il linguaggio. Disinformazione è verità, controllo è sicurezza, aggressione è autodifesa: la neolingua che prepara alla guerra.

C’è un filo rosso che attraversa questi anni e che si tende sempre di più, quasi a volerci soffocare: il controllo del linguaggio come forma di governo. Lo aveva immaginato Orwell con la neolingua, ma quello che abbiamo davanti agli occhi è un’operazione ben più sofisticata: non è solo la riduzione del vocabolario, è la riscrittura del senso, l’inversione semantica, la trasformazione delle parole in trappole.

 

La neolingua del potere

La tecnica è sempre la stessa: prendi un concetto, svuotalo, sostituiscilo, rovescialo. Alla triade orwelliana “Guerra è pace / Libertà è schiavitù / Ignoranza è forza”, oggi si affianca quella transnazionale del potere senza nome e senza faccia: Disinformazione è Verità, Controllo è Sicurezza. Aggressione è Autodifesa.

Un processo che non nasce oggi: ha iniziato a infiltrarsi quasi in sordina durante il Covid, quando l’immaginario bellico, la trincea, la prima linea, il nemico invisibile, ha colonizzato la narrazione pubblica. Era il primo passo: introdurre un linguaggio di guerra in un contesto non bellico, normalizzarne la sintassi, abituare l’orecchio.

Poi è arrivata l’Ucraina: la guerra con al comando un attore che prima di diventarlo nella realtà, è stato presidente in una serie TV. Con Zelensky, interprete e portavoce del dramma, la guerra è diventata un talk show infinito, come hanno osservato numerosi analisti dei media. Un distopico intrattenimento politico permanente. Non importava più capire, ma schierarsi. O Slava Ukraini o putiniano. La propaganda ha fatto un nuovo salto di qualità: non solo si è militarizzato il lessico, ma si è santificata la guerra, rendendo sospetta perfino la parola “negoziato”.

Leggi tutto

Anselm Jappe: Écologie ou économie, il faut choisir

lanatra
di vaucan

Écologie ou économie, il faut choisir

intervista ad Anselm Jappe

Anselm
Jappe Anselm Jappe 50 ans de societe du spectacle 6957.jpgPubblichiamo qui un’intervista rilasciata da Anselm Jappe alla rivista on-line “Marianne”, dove si parla del suo ultimo libro, Écologie ou économie, il faut choisir [it.: Ecologia o economia, bisogna scegliere], apparso in Francia per le edizioni L’Echappée nel novembre ‘25.

In questo testo, Jappe sottolinea la necessità di uscire radicalmente dal sistema sociale capitalistico in quanto, nei fatti, incompatibile con la vita sulla terra. A causa dell’imperativo della crescita infinita e dell’accumulo monetario, il capitale non conosce limiti, e non può che condurre alla devastazione della natura e del corpo sociale, all’interno di questa logica niente più che funzioni da sfruttare per l’aumento del capitale stesso.

Rimane aperta, ancora una volta, la questione del “che fare”, o forse, meglio ancora, del “come fare”, e in che direzione muoversi per uscire da questa impasse folle e criminale. La “semplicità volontaria”, a cui accenna Jappe nella parte finale di questa intervista, potrebbe essere la strada maestra, o rischia di essere l’ennesimo cul de sac, che ci conduce nell’ennesima riserva indiana – sempre che ce lo permettano? Un passaggio “indietro” verso una vita più semplice apre veramente uno spiraglio di liberazione, o è tutt’al più una “ideologia dei ‘buoni sentimenti’ per sinistre disorientate”, per dirla con Robert Kurz?

Leggi tutto

Sergio Fontegher Bologna: Intifada a Torino

officinaprimomaggio

Intifada a Torino

di Sergio Fontegher Bologna

La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.

Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.

Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.

Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”.

Leggi tutto

Giuseppe Masala: Xi varca il Rubicon e e sfida il dollaro

lantidiplomatico

Xi varca il Rubicon e e sfida il dollaro

di Giuseppe Masala

Secondo il Financial Times Xi avrebbe dato ordine di trasformare il Renminbi in una moneta di riserva mondiale e da usare per gli scambi internazionali. Una notizia di portata storica che pone le premesse per la sostituzione del dollaro statunitense

Da anni proviamo a spiegare da queste colonne che la radice dell’enorme crisi geopolitica in corso va ricercata nel disastroso stato dei conti nazionali statunitensi che – di fondo – minano la credibilità del dollaro come moneta standard per gli scambi internazionali.

Un chiarimento fondamentale: per conti nazionali non si intendono i conti dello stato e dunque il bilancio pubblico, ma la Bilancia Commerciale, il Saldo delle Partite Correnti e il suo cumulato, ovvero la Posizione Finanziaria Netta (in inglese, NIIP, Net International Investment Position). Si tratta di una categoria specifica di conti che consente di valutare la reale competitività del sistema produttivo di una nazione, ma anche la sua capacità di attrarre investimenti e, al contrario, anche di valutare l’eccessiva dipendenza di un paese dagli stessi capitali esteri. Circostanza questa ultima che espone il paese in questione agli umori e alle speculazioni del grande capitale apolide interessato solamente ai rendimenti e incurante dei danni sociali che può creare in una nazione ogni qualvolta innesca una crisi a causa del ritiro dei capitali.

La stabilità finanziaria dei conti nazionali statunitensi ha iniziato a traballare con la deflagrazione della crisi dei mutui sub prime del 2008 che portò, oltre che al crollo di Wall Street anche al fallimento della celebre banca d’affari Lehman Brothers.

Leggi tutto

Luciano Vasapollo:Nell’attacco al Venezuela sperimentata la guerra cognitiva

contropiano2

Nell’attacco al Venezuela sperimentata la guerra cognitiva

di Luciano Vasapollo

Nelle ultime ore si è aperto alle Nazioni Unite un confronto di portata storica, destinato a segnare profondamente il dibattito sui conflitti dei prossimi anni. A New York si è svolta una riunione senza precedenti sull’uso delle nuove tecnologie militari, in particolare quelle legate alla guerra ibrida e cognitiva, con specifico riferimento a quanto avvenuto in Venezuela il 3 gennaio. Il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha diffuso un comunicato con toni di estrema preoccupazione, riconoscendo la gravità di un salto qualitativo nelle modalità di guerra che rischia di ridefinire persino la nozione di crimine di guerra.

Le tecnologie impiegate in Venezuela il 3 gennaio, per l’ attacco che ha causato 100 morti e il sequestro di Maduro e Cilia Flores, non sono armi convenzionali. Si tratta di dispositivi elettronici, sonori ed elettromagnetici capaci di produrre effetti biologici devastanti sul sistema nervoso, cerebrale e fisiologico delle persone. Armi invisibili, ma non meno letali. Anzi, proprio per la loro invisibilità, potenzialmente ancora più pericolose. Russia e Cina hanno denunciato apertamente la violazione della sovranità tecnologica del Venezuela e hanno chiesto alle strutture competenti delle Nazioni Unite un’ispezione sui residui elettronici rinvenuti dopo l’attacco alle basi venezuelane.

Particolarmente dura è stata, al Palazzo di Vetro, la posizione cinese, che ha chiesto una moratoria immediata sull’uso di queste tecnologie sperimentali montate su aerei statunitensi, note come discombobulator o sistemi di disorientamento sonoro.

Leggi tutto

Clara Statello: Frana di Niscemi: il prezzo della subalternità agli USA e del MUOS

 

lantidiplomatico

Frana di Niscemi: il prezzo della subalternità agli USA e del MUOS

di Clara Statello

“Le antenne cadranno giù“. I NO MUOS cantavano questo slogan, negli anni delle lotte contro la militarizzazione dei territori, subendo feroci persecuzioni da parte dello stato. Oggi che le antenne della stazione di telecomunicazioni dell’esercito americano sono ancora in piedi, mentre Niscemi frana metro dopo metro, casa dopo casa, quelle parole diventano l’emblema di una sconfitta: non solo del movimento, ma della stessa Sicilia.

La distruzione di Niscemi è la conseguenza di una precisa scelta politica: subordinare la sicurezza dei territori alla sicurezza della potenza straniera che li occupa. Gli Stati Uniti d’America.

 

L’elefante nella stanza

Il MUOS è il grande rimosso di questi giorni. I media riportano le promesse e le passerelle dei politici, la disperazione degli abitanti, gli insulti di giornalisti e dell’opinione pubblica che rivittimizzano gli sfollati con commenti dai toni antimeridionalisti.

Nessuno che ricordi che Niscemi è la città del MUOS e della NRTF (Naval Radio Transmitter Facility) della US Navy, la marina statunitense. Nessuno che ricordi che Niscemi è una città chiave nella strategia globale degli USA.

Le antenne della stazione di telecomunicazione sono un’infrastruttura a utilizzo esclusivo delle forze armate statunitensi, in grado di trasmettere “oltre l’orizzonte”, cioè a grandi distanze, comunicazioni di intelligence alle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) della Marina militare Usa.

Leggi tutto

Enrico Grazzini: La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è ora di cominciare a emanciparsi

fattoquotidiano

La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è ora di cominciare a emanciparsi

di Enrico Grazzini

Immaginiamoci che cosa accadrà a quello che resta della democrazia europea se e quando l’Ucraina entrerà nella Ue, come vuole il genio della politica europea Ursula von der Leyen

La Nato a guida americana ci difende o ci mette in pericolo? Che cosa aspettano gli europei a rivedere i rapporti con la Nato? A causa dell’articolo 5 della Nato invocato dal presidente americano George W. Bush i nostri soldati sono (malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere contro il terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e l’attuale presidente americano Donald Trump ha addirittura deriso e insultato le truppe europee che valorosamente si sono battute nella guerra voluta dagli Stati Uniti: i morti italiani sono stati 52 e 700 i feriti. Tutto questo per soccorrere gli americani in una guerra inutile – perché il terrorismo certamente non si sconfigge con la guerra – che è stata persa.

Mark Rutte, il capo della Nato, chiama Trump “paparino” ma Trump vuole conquistare la Groenlandia, territorio danese e quindi europeo: è chiaro che non soccorrerà mai l’Europa in caso di attacco. L’alleanza tra Europa e Usa è già finita. La Nato ormai serve agli americani soprattutto per vendere armi.

Per colpa dell’espansione a est della Nato e del tentativo della Nato di mettere le sue basi militari anche in Ucraina, dove è nata la Russia e dove si parla russo, l’Europa e l’Italia soffrono una gravissima crisi economica ed energetica.

Leggi tutto

Fulvio Grimaldi: Il colonialismo dei Consigli d’Amministrazione, CEO della multinazionale Mondo

lantidiplomatico

Il colonialismo dei Consigli d’Amministrazione, CEO della multinazionale Mondo

di Fulvio Grimaldi

merpnubgtbjirSuicidi e pandemie

C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.

Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.

E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.

Leggi tutto

Alessandro Lolli: I meme sono morti?

iltascabile

I meme sono morti?

Un bilancio da chi ci ha fatto la guerra più di dieci anni

di Alessandro Lolli

I meme sono morti.jpgChiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?

Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano nel cuore della pop culture.

Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati, cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega a uno dei più influenti saggi del Novecento.

Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”. Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i comportamenti altruistici che osserviamo in natura.

Leggi tutto

David C. Perlman e Ashly Vigneault: Epidemie e metabolismo sociale: natura, capitalismo e fratture

antropocenejpg

Epidemie e metabolismo sociale: natura, capitalismo e fratture

di David C. Perlman e Ashly Vigneault

MR
gen26.jpgIn questo articolo i due autori esplorano i legami tra la frattura metabolica dell’uomo con la natura e l’accelerazione dell’insorgenza di epidemie, che sono fondamentalmente correlate al modo di produzione capitalistico e al concomitante metabolismo sociale alienato. Utilizzando ricerche storiche ed epidemiologiche che vanno dall’ascesa della peste bubbonica all’emergere della COVID-19, Perlman e Vigneault riescono sapientemente a collegare questi concetti alla violazione dei limiti planetari che minaccia l’intera umanità

Sebbene le epidemie umane siano molto antecedenti al capitalismo, la loro comparsa sempre più accelerata a partire dalla rivoluzione industriale (ad esempio il colera), e soprattutto nella seconda metà del XX secolo (ad esempio l’HIV, la SARS, la COVID-19), è temporalmente e fondamentalmente correlata al modo di produzione capitalistico e alle conseguenti relazioni sociali, al metabolismo sociale alienato dalla natura e alla rapida accelerazione del superamento dei limiti del Sistema Terra.[1] Queste epidemie sono strettamente legate al capitalismo pienamente sviluppato, alla sua elevata velocità e alla circolazione, su lunghe distanze, di merci e lavoratori insieme ad animali, piante e organismi microscopici.[2] Queste interazioni sono mediate dai contatti umani con esistenti microrganismi potenzialmente patogeni – comprese le specie che subiscono un’evoluzione antropogenica – e dal loro impatto, in contesti socialmente costruiti, su popolazioni soggette in modo diseguale a fratture metaboliche e corporee provocate dal capitalismo.

Molte discussioni sulle epidemie presentano un approccio superficiale alle loro “cause”, considerate come eventi sfortunati ma naturali e casuali, la cui comparsa non può essere prevenuta o evitata, ma che forse possono essere previsti e affrontati con interventi (ad esempio vaccini, farmaci, migliore ventilazione o acqua meno contaminata) che mediano il contatto con i microrganismi o il loro impatto.[3] Anche alcuni storici marxisti hanno trattato le epidemie, compresa la peste, come parte di «un mondo arbitrario di catastrofi naturali».[4]

Leggi tutto

Pino Arlacchi: Trump, predatore senza prede

lantidiplomatico

Trump, predatore senza prede

di Pino Arlacchi

Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.

Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.

Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.

I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato.

Leggi tutto

Andrea Zhok: Gaza e la “verità istantanea”

lantidiplomatico

Gaza e la “verità istantanea”

di Andrea Zhok

Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.

L’IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).

Secondo l’IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.

I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, “generosi”; ma ammettiamo di nuovo, per un momento, che il dato sia reale.

Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati sicuramente uccisi dall’esercito.

Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell’autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).

Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile. 

Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.

Leggi tutto

Carla Filosa: “Pecunia non olet” (Il denaro non manda odore)

marxismoggi

“Pecunia non olet” (Il denaro non manda odore)

di Carla Filosa

Dal rapporto OXFAM 2026 si apprende che ci si appresta a cadere nel “baratro della diseguaglianza”, dove si calcola una concentrazione della ricchezza mondiale tra 3.000 ricchi e l’altra metà del mondo in stato di povertà. Ciò significa che 12 uomini più ricchi detengono più denaro di 4,1 miliardi di esseri umani, e che con questi numeri si potrebbe cancellare per ben 26 volte la fame nel mondo. Nella sola Italia si registra un incremento del 10% di miliardari.

Se poi guardiamo all’attuale politica di Trump si riscontrano tagli fiscali, deregolamentazione tecnologica ed esenzione per le multinazionali americane dalla tassazione minima globale del 15%, come fattori che alimentano il divario sociale. Tutto ciò si traduce in potere politico che riposa anche sul possesso di più della metà delle testate mondiali dei media, il cui controllo erode diritti e sicurezza in generale. Gli Usa, inoltre, hanno già da tempo tagliato il 17% dei finanziamenti a cooperazione e sostegno alle fasce deboli del pianeta, per sanità, istruzione e accoglienza, determinando una previsione di 14 milioni di morti entro il 2030, forse per difetto.

Questa breve citazione vuole introdurre un tema che non riguarda lo sdegno – pur inevitabile e giusto – di chi ancora mantiene un concetto di eguale diritto umano alla vita, ma più precisamente di chi cerca di indagare sul punto di partenza e di arrivo del denaro nelle fauci dei vari ricchi, e che già due secoli fa è stato chiamato “la cosiddetta accumulazione originaria” (Marx, Il Capitale, I, 3, VII).

Leggi tutto

Nico Maccentelli: Quando chi si dice comunista fa il gioco dell’imperialismo

nicomaccentelli

Quando chi si dice comunista fa il gioco dell’imperialismo

di Nico Maccentelli

Riporto la dichiarazione congiunta di questi partiti comunisti, solo per evidenziare come certe posizioni settarie cadano nel gioco dell’imperialismo.

Non a caso il Partito Comunista Cubano, il Partito Comunista della Federazione Russa e il Partito Comunista Cinese non siano in questa lista. Per non parlare del Partito Comunista Svizzero che ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il Partito Comunista (Svizzera) segue con attenzione la situazione nella Repubblica Islamica dell’Iran e condanna le evidenti e violente ingerenze promosse dagli Stati Uniti e dall’Entità sionista per destabilizzare il Paese, deviando le inizialmente legittime proteste popolari in risposta alle difficoltà economiche e sociali provocate peraltro proprio dalle pesanti sanzioni imposte dagli USA all’Iran.»

Questo è il mio commento in questo post di Rifondazione Comunista:

«Neanche una parola sul terrorismo sionista del Mossad e della CIA che ha sparato indistintamente su manifestanti e polizia come in Euromaidan, bruciato sedi statali, moschee! Sembra che l’imperialismo attacchi solo dall’esterno… Neanche una parola sulle grandi manifestazioni popolari a difesa della Repubblica Islamica. La sfilza di sigle non toglie il fatto che questa posizione non giova al popolo iraniano, ma all’imperialismo legittimandolo!»

Leggi tutto

Pasquale Liguori: Silicio e sangue: la strategia di Pechino e la furia del debitore armato

lantidiplomatico

Silicio e sangue: la strategia di Pechino e la furia del debitore armato

di Pasquale Liguori

Il Wall Street Journal annuncia il tramonto dell’economia cinese, ma gli ordini di chip raccontano un’altra storia. Ecco perché lo squilibrio finanziario globale ci spinge verso l’opzione nucleare

Nella giornata di ieri, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un’autopsia dell’economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida. Dall’altro, l’ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l’accusa di sovrapproduzione.

Chi mente? La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all’importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.

Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi.

Leggi tutto

 


Sharing