Rassegna – 15/02/2026
È andata in onda il 10 febbraio in prima serata la fiction Rai dal titolo La bambina con la valigia. Il film racconta la storia di una famiglia di profughi da Pola alla fine della seconda guerra mondiale e ricostruisce in particolare la figura di Egea Haffner, la donna resa celebre da una foto del 1946 che la raffigura bambina con una valigia recante la scritta “esule giuliana”. Un tema storico delicato, dunque, dato l’uso politico spregiudicato che si fa da anni delle vicende delle foibe e dell’esodo.
La Rai peraltro non è esente da tale pratica, anzi potremmo dire che è ne la principale responsabile, se consideriamo l’impatto che i film hanno sull’immaginario collettivo, certo infinitamente più grande delle conferenze storiche o delle commemorazioni istituzionali. La televisione di Stato ha prodotto o coprodotto negli ultimi vent’anni ben tre pellicole sul tema e nessuna brilla per correttezza storica o giudizio equilibrato sui fatti.
Ne ho parlato approfonditamente nel mio libro del 2021 “E allora le foibe?” e in un articolo più recente.
Tutti questi film trasmettono sostanzialmente lo stesso immaginario stereotipato e iper-semplificato, che ignora lo stato di guerra e di violenza creato dal fascismo e criminalizza i soli partigiani jugoslavi. È un’operazione di politica culturale che non può passare inosservata a uno sguardo attento. D’altronde nell’ultimo ventennio la Rai ha prodotto o coprodotto diversi film storici di carattere ambiguo (le agiografie di Gabriele D’Annunzio e del comandante di sommergibili fascisti Salvatore Todaro, per esempio), ma nessuna pellicola su partigiani, antifascisti, resistenti, se non per presentarli come malvagi assassini.
Una certa diffidenza prima della visione del film era dunque comprensibile, ma bisogna ammettere che questo ultimo prodotto, nonostante le tante cadute di stile e la consueta piatta recitazione, è meno peggio di quanto ci si potesse aspettare. La vicenda personale della protagonista è di per sé accattivante e la consulenza storica del professore emerito triestino Raoul Pupo ha certamente sortito qualche effetto. Ciononostante la prima parte del film, dedicata specificatamente alla fine della guerra e alla scelta dell’esodo, resta molto discutibile e finisce per ribadire quell’immaginario semplificato di cui si è detto. Ma partiamo dall’inizio.
Nella prima scena del film una famiglia evidentemente molto benestante è riunita a tavola per celebrare la liberazione. “È finita davvero la guerra?”, chiede la bambina: “Sì”, risponde la nonna premurosa, “ora possiamo essere felici”. Eppure “i titini ce l’hanno con gli italiani”, afferma la mamma preoccupata. Un attimo dopo si sente bussare rudemente alla porta e parte un risibile: “Ma chi può essere?”.
Sono passati due minuti dall’inizio del film e lo scenario è già chiaro: italiani innocenti festeggiano la fine di una guerra che non hanno voluto, ma c’è chi è pronto a scatenarne un’altra proprio contro di loro. Chi sarà mai il mostro cattivo assetato di sangue innocente? Già lo sappiamo, ormai è la quarta volta che ce lo raccontano. I “cattivi” non possono che essere i partigiani comunisti jugoslavi, veri e propri orchi del terzo millennio. Orchi che, proprio come nelle favole, fanno paura perché non esistono. E così un pubblico infantilizzato e ridotto a soggetto della propaganda è costretto per l’ennesima volta a sorbirsi questa favoletta insensata e ridicola. Un racconto che dovrebbe servire a “conservare il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo”, come recita la legge che istituisce il Giorno del Ricordo, ma serve esclusivamente a suscitare terrore verso qualcosa che non c’è e non c’è mai stato, almeno in quella forma.
La polizia partigiana agisce con la consueta brutalità, paragonabile a quella dei tedeschi dei film di guerra hollywoodiani degli anni Sessanta: i combattenti jugoslavi (o meglio “titini”, secondo l’espressione denigratoria ormai comune) non sembrano in grado di parlare senza gridare ordini a casaccio nella loro lingua incomprensibile. Come incomprensibile appare l’arresto e l’uccisione del padre della protagonista.
È un evidente caso di “resa dei conti”, per di più con risvolti di carattere sociale e ideologico, ma esso risulta impossibile da comprendere senza alcun riferimento all’invasione italiana della Jugoslavia, alle crudeltà commesse in quei territori di confine nei decenni precedenti dai fascisti e dai nazisti. E mai nessuno ci dice che il padre di Egea aveva lavorato fino al giorno prima presso l’amministrazione degli occupanti tedeschi. Non che questo ne giustifichi la condanna sommaria, ma certo la spiega, a differenza dell’assurda ipotesi – che però coincide con lo stereotipo della propaganda – secondo la quale l’uomo sarebbe stato ucciso “solo perché italiano”. Davvero? Anche se si chiama Kurt Haffner, figlio di Julius?
Ma ecco che la spiegazione arriva puntuale, fin dalle prime battute del film: “Il nostro nome sembra tedesco, ma noi siamo italiani”. Ecco risolto magicamente uno dei tanti vulnus della versione propagandistica su esodo e foibe: se buona parte delle vittime aveva cognomi non italiani, come si può affermare che la violenza partigiana avesse caratteri nazionalisti? Semplice: erano italiani anche quelli che non lo erano! Viene così archiviata tutta la questione della complessità etnico-nazionale di quei territori, ignorando le tante ascendenze, le innumerevoli origini, la predominanza di identità miste, come era, in effetti quella degli Haffner. Ma siccome contestualizzare è reato la storia degli Haffner non si può spiegare altrimenti.
Eppure una spiegazione ci sarebbe, ed emerge quasi involontariamente. Del contesto di violenza, devastazione, fame, che colpisce l’Istria tra guerra e dopoguerra, gli Haffner non sembrano sapere né vedere nulla. Semplicemente perché sono una famiglia di gioiellieri, tra le più facoltose della città. Questo, insieme alla collaborazione del padre di Egea coi nazisti, potrebbe spiegare il clima di diffidenza che li circonda nell’immediato dopoguerra.
La bambina cresce comunque, fortuna sua, in una condizione iper-privilegiata e la famosa fotografia da “povera esule” le viene scattata sulla porta della stupenda villa in cui ha vissuto dalla nascita. Come viene correttamente mostrato, la famiglia riceverà in seguito un grosso indennizzo per la casa lasciata a Pola, mentre soldi, mobili antichi e gioielli li seguono nell’esilio dorato a Bolzano. E tuttavia, nonostante l’evidenza di una famiglia privilegiata anche rispetto agli standard italiani del dopoguerra, non si rinuncia a ricordare alla bambina cresciuta: “Tu sei un’esule, una sopravvissuta”.
Ma sopravvissuta a cosa? Ovviamente alla violenza cieca, barbara, resa volutamente incomprensibile, dei partigiani jugoslavi. In definitiva in questo film, come negli altri sullo stesso tema che l’hanno preceduto, il messaggio appare chiaro a chiunque lo voglia intendere: i partigiani, che hanno lottato anche per creare una società più equa e più giusta, non erano che volgari criminali. E chiunque provi a combattere contro l’oppressione, nel passato come oggi, è pericoloso e va fermato per tempo.
Diffidate dunque del dissenso, cari bambini-telespettatori, abbiate paura di chi si schiera contro il potere costituito, per la giustizia, in difesa dei diritti umani, contri gli assurdi privilegi di una manciata di super-ricchi; in realtà vi odia e verrà a uccidervi di notte (con le scarpe tutte rotte…). Non vi resta che identificarvi con i ricchi stessi, anche se non lo siete e non lo sarete mai. Eppure è così che vi dovete immaginare, immedesimandovi con i protagonisti di quest’ennesima favoletta morale: super-ricchi gioiellieri, proprietari di una villa meravigliosa, costretti da qualche invasato contestatore a cambiare città per ritornare ad essere più ricchi di prima.
In allegato scansione dalla presentazione del telefilm “La bambina con la valigia”, ispirato alla storia di Egea Haffner, diventata famosa per la foto con una valigetta in mano e la scritta “esule giuliana n. 30001” (non una istantanea ma un’immagine costruita ad arte dallo zio il 6 luglio del 1946, ben prima che la famiglia partisse per l’Italia, come spiega la stessa Egea, vedi l’intervista tratta da Euroregionenews.eu del 19/2/21 nella seconda scansione).
Gli sceneggiatori del filmato avrebbero bisogno di un corso accelerato di storia, perché non si può leggere “i cosiddetti “Titini”, l’esercito messo insieme dal maresciallo Tito”: l’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia era un esercito regolare, che faceva parte degli Alleati. E che aveva, da solo, liberato il proprio paese, cosa che non fecero gli italiani, ad esempio. Qualcuno si sognerebbe mai di scrivere “i cosiddetti “churchilliani”, l’esercito messo insieme da Winston Churchill”? No, vero? Non suona bene. E non dovrebbe suonare bene neppure “titini”, ma è importante veicolare che gli Jugoslavi erano gente allo sbando e non uno stato alleato e che Tito era poco più di un raccoglitore di sbandati: perché così si fa passare l’idea che gli arresti dei collaborazionisti e le eventuali esecuzioni non erano legittime, mentre (da diritto internazionale ed accordi tra Alleati) lo erano.
Nello sceneggiato la nonna (tedesca che parla con accento tedesco) dice “finalmente i tedeschi sono andati via”, la (si suppone) zia di Egea dice “abbiamo un cognome che sembra tedesco, ma noi siamo italiani” e dice alla cognata che Kurt sarebbe stato preso “forse per quella traduzione che aveva fatto, come se una volta sola nella vita avesse fatto un favore ai nazisti facendo una traduzione per loro… figuriamoci se il Comando tedesco aveva bisogno di domandare una traduzione occasionale a qualcuno, loro avevano i propri interpreti a disposizione e Kurt Haffner nell’Albo caduti della RSI (vedi scansione allegata) risulta appartenente al Corpo interpreti dell’Esercito Repubblicano), quindi non un orologiaio (come racconta la figlia nelle interviste) o un gioielliere (come dice la Rai) che “una volta” aveva fatto una traduzione.
E dalla sede dell’EIAR e del Minculpop per ora è tutto.
=== 3 ===
Egea Haffner, la “bambina con la valigia” della nota foto propagandistica (fatta scattare dallo zio prima della partenza per l’Italia: https://assets.contropiano.org/img/2024/02/esule-giuliana-3001.jpg ), sarebbe stata nel “gruppo di quasi 30 mila persone prelevate dalle loro case di Pola dalle milizie del maresciallo Tito“.
Ecco. Se questa è l’informazione che passa sul web, hai voglia a non sentirti dare della “negazionista” quando spieghi cosa è successo veramente a Pola dal 1945 in poi.
Di fronte a cotante lapidarie affermazioni, false come una moneta da tre euro, non sappiamo neppure da che parte iniziare.
Diciamo soltanto che a Pola, nel 1946, l’amministrazione era britannica e non ancora jugoslava.
Non sapere nulla di storia, ma pontificare. Questo il prodotto della propaganda collegata all’istituzione del Giorno del ricordo: ciò che prima era patrimonio delle frange più retrive ed eversive dell’irredentismo con nostalgie fasciste, è oggi diventato verità storica rivelata, avallata dalle istituzioni ed anche da molti storici “antifascisti”.
L’articolo ( https://www.gibipuggioni.it/interviste-e-personaggi/egea-haffner-la-foto-originale-della-bambina-con-la-valigia-donata-al-museo-di-fertilia-che-porta-il-suo-nome/ ) parla dell’arresto del padre di Egea, Kurt Haffner. Che “non è mai stato fascista“, ha dichiarato la figlia, e chissà, forse non aveva idee fasciste, semplicemente era inquadrato nel Corpo degli interpreti dell’Esercito della RSI e come tale lavorava per l’amministrazione nazista a Fiume nel periodo della “zona di operazione litorale adriatico“.
Forse ideologicamente non era fascista, certo da un punto di vista tecnico era un collaborazionista. Comprensibile il dolore della figlia per la perdita del padre in così tenera età, ma anche alcuni dei condannati a morte dal tribunale di Norimberga avevano dei figli.
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