Rassegna – 21/02/2026

Enrico Tomaselli: L’America dichiara la III guerra mondiale
L’America dichiara la III guerra mondiale
di Enrico Tomaselli
Un po’ come fu, per altri versi, la Conferenza di Monaco del 1938, così la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco 2026 potrebbe essere il preludio della terza guerra mondiale. Il discorso tenuto da Marco Rubio – non a caso lui, vero deus ex machina della politica estera statunitense – è infatti, né più né meno, che una dichiarazione di guerra da parte dell’impero americano al resto del mondo. Anche se è stato pronunciato con toni assai più melliflui, rispetto a quelli usati da J.D. Vance lo scorso anno, il contenuto del suo discorso è di estrema violenza; e se Vance era venuto a rimbrottare gli europei, ingiustamente (ma non del tutto) accusati di essere un peso morto per gli Stati Uniti, Rubio è venuto a lanciare una duplice sfida: agli europei, cui sostanzialmente ha detto che o scelgono di stare con Washington nella sua crociata o saranno contro, e a tutto il mondo non occidentale, al quale dice che ridisegneranno l’intero ordine globale – ovviamente a propria misura e a proprio piacere – e che sarà così, piaccia o non piaccia.
In buona sostanza, Rubio ripropone l’idea del destino manifesto lanciata da O’Sullivan nel 1845, che in fondo è il substrato ideale su cui poi i neoconservatori costruiranno tutte le loro strategie per il dominio statunitense, e che il Segretario di Stato – forse l’esponente neocon più potente che mai – rimastica e risputa come un chewing gum, adattandolo alla fase contingente. Il solo effettivo elemento di novità, infatti, è in un certo senso il ribaltamento della posizione di Vance: dallo sprezzo verso gli europei alla rivendicazione di una presunta – se non del tutto inesistente – civiltà occidentale che accomunerebbe le due sponde dell’Atlantico. Il richiamo a una epopea colonizzatrice dell’occidente, chiaramente vista in un’ottica da conquista del west, si traduce in un tentativo di nobilitare le pretese egemoniche statunitensi, e di arruolare gli ascari europei facendo appello ad un passato falsamente comune.
E già questo, di per sé, è un modo per definire i termini della relazione immaginata a Washington tra l’occidente ed il resto del mondo.
Kit Klarenberg: Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia
Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia
di Kit Klarenberg*
Il 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati da queste organizzazioni sono diventati strumenti devastanti per giustificare sanzioni, campagne di destabilizzazione, colpi di Stato e interventi militari aperti contro presunti violatori dei “diritti” all’estero. Un esempio tangibile dell’utilità di HRW in questo senso è fornito dalla disintegrazione della Jugoslavia.
Nel dicembre 2017, HRW ha pubblicato un saggio autoelogiativo in cui vantava come la sua pubblicazione di “reportage in tempo reale sui crimini di guerra” durante le prime fasi della guerra civile bosniaca nel 1992 e l’attività di lobbying indipendente dell’organizzazione per un meccanismo legale “per punire i leader militari e politici responsabili delle atrocità” commesse nel conflitto, abbiano contribuito alla creazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). I documenti conservati dalla Columbia University “rivelano il ruolo fondamentale di HRW” nella fondazione del TPIJ nel maggio 1993.
Questi file descrivono inoltre in dettaglio la “cooperazione di HRW in varie indagini penali” contro ex funzionari jugoslavi da parte del TPIJ, “attraverso lo scambio reciproco di informazioni”. L’organizzazione è desiderosa di promuovere i suoi stretti legami storici con il Tribunale e il modo in cui il lavoro del TPIJ ha stimolato la creazione della Corte penale internazionale. Tuttavia, in questi resoconti agiografici manca qualsiasi riferimento al contributo fondamentale di HRW nel creare il consenso pubblico e politico per la dissoluzione della Jugoslavia, che ha prodotto proprio quelle atrocità che l’organizzazione ha contribuito a documentare e perseguire.
Chiara De Cosmo: Intellettuali, subalternità e nuove forme di universalità
Intellettuali, subalternità e nuove forme di universalità
Note su L’egemonia della superficie di Marco Gatto
di Chiara De Cosmo
Una delle ragioni del blocco dell’agire politico rivoluzionario è da ricondurre all’incapacità della teoria di fare presa sul reale. L’egemonia della superficie: per una critica del postmoderno avanzato (Castelvecchi editore, 2024), l’ultimo libro di Marco Gatto, scava a fondo di questa «autoreferenzialità priva di sbocchi» – come la definisce Chiara De Cosmo in questa recensione – della teoria e dell’immateriale e quindi della figura dell’intellettuale e del loro nesso con i meccanismi profondi di riproduzione della società capitalistica nella sua fase «post-moderna avanzata».
* * * *
Nel contesto delle società occidentali a capitalismo avanzato si mostra, con sempre maggiore evidenza, uno scollamento netto tra le forze collettive e le posizioni intellettuali, che di esse pretendono di farsi interpreti. Le recenti mobilitazioni per la Palestina, che hanno visto un’inedita partecipazione allargata, con forme organizzative e di presa di coscienza veramente sorprendenti se paragonate alla situazione degli ultimi decenni, hanno reso questa frattura ancor più manifesta. La polarizzazione del dibattito intellettuale pubblico, i tentativi di sussumere queste energie comuni in etichette dicotomiche che non hanno una reale presa su quanto accade mostrano come l’universo culturale appaia sempre più svuotato e incapace di assolvere a quello che tradizionalmente era il suo compito: cogliere il proprio presente in concetti, in forme in grado di restituirne una leggibilità oggettiva. Si ha l’impressione che le discussioni politiche siano diventate espressione di un arrovellarsi puramente linguistico, che vede le parole diventare referenti vuoti da adattare alla posizione che via via si assume.
Mario Sommella: Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta
Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta
di Mario Sommella
1. Un palcoscenico costruito sulle macerie
Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.
E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realtà che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.
2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace
Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva.
Carla Filosa: Capitale, Costituzione, democrazia
Capitale, Costituzione, democrazia
di Carla Filosa
È tempo di scontro politico, in cui ogni argomento si combatte col discredito dell’avversario, la verità opportunisticamente cancellata è sostituita con un falso verosimile inesistente. Tanata la riforma della Giustizia come riforma della Costituzione, il ministro Nordio sposta gli obiettivi “tecnici” di merito di questa sull’attacco alla persona. Quale miglior bersaglio del procuratore Gratteri, antagonista da sempre, senza protezioni di appartenenze, troppo ligio e specchiato per essere ricattabile, troppo famoso per non suscitare invidie, di cui si decontestualizza una frase ribaltandone concettualmente il senso!
La denuncia del malaffare che Gratteri ha esposto diventa così una ridicola parzialità, meritevole di gogna mediatica come minimo. Dire che ‘ndranghetisti, massoni deviati, imputati di centri di poteri, cioè ogni disonesto “voterà SI per dormire sonni tranquilli” può essere capovolto in: ognuno che voterà SI è un disonesto. Inoltre, l’avvocato Li Gotti, crotonese e profondo conoscitore dei pentiti di mafie, non solo poi conferma l’affermazione di Gratteri riferita all’ambito territoriale, ma fa anche un nome per tutti tra i corrotti negli atti processuali, quello di Giancarlo Pittelli, schierato per il SI e “qualificato come un ‘valore aggiunto’ alle ultime Regionali. Chiederei a Meloni quali sono i contenuti del ‘valore aggiunto’” (Il Fatto Quotidiano, 14.02.26).
Il mondo rovesciato è così l’utile campagna intimidatoria contro il “nemico” immaginario, ma da delegittimare come inaffidabile. Chi non rammenta poi il magistrato Raimondo Mesiano che nel 2009 condannò Fininvest al risarcimento di oltre 750 milioni di euro, e che subito diventò per questo “l’inattendibile magistrato dai calzini celesti”? Stessa operazione diffamatoria, stesso linciaggio mediatico. Però di questo non è qui da dilungarsi.
Il Chimico Scettico: Società liquide e solide impunità
Società liquide e solide impunità
di Il Chimico Scettico
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/08/liberta-diritti-repressione-dissenso-oggi/8282420/
Devo a Gandini e Bartolini la mia personale scoperta de L’industria del complottismo di Mathieu Amiech, che ha molto pesato su quanto è stato scritto su questo blog nell’ultimo anno. Questo loro articolo mette assieme cose apparentemente sconnesse (la deriva a-democratica degli ultimi anni e gli Epstein files). In realtà sono aspetti complementari di un fenomeno sfaccettato ma univoco negli esiti, quello che Carlo Galli ha definito l’ultimo atto della democrazia.
In quel contesto, ciò che veniva presentato come tutela collettiva si è tradotto, per molti, in un’ulteriore compressione della libertà materiale e dell’autonomia quotidiana. Anche qui, la violenza non coincide soltanto con l’uso della forza fisica, ma con la ridefinizione autoritaria di ciò che è dicibile, visibile e praticabile.
La domanda allora diventa inevitabile: nella diseguaglianza, nella repressione del conflitto e in un contesto di impunità sistemica si può essere liberi? Povertà, precarietà, assenza di diritti sociali e criminalizzazione del dissenso compromettono l’esercizio di una libertà effettiva. Recuperare un’idea di libertà non neoliberale significa tornare a pensarla come condizione collettiva e materiale, non come privilegio individuale.
I legami sociali, territoriali e politici non sono il limite della libertà, ma la sua possibilità. Senza dissenso, senza conflitto, senza la capacità di spezzare la normalizzazione dell’ingiustizia, la libertà resta una formula retorica: utile a legittimare l’esistente, incapace di trasformarlo.
Alessandro Volpi: Come sarà la “nuova” Europa DraghiLettaMerzMeloni?
Come sarà la “nuova” Europa DraghiLettaMerzMeloni?
di Alessandro Volpi*
A proposito della “nuova” Europa di DraghiLettaMerzMeloni (in pratica una sola espressione senza soluzione di continuità), vorrei proporre una considerazione. Mi sembra che ormai persino la Germania non si opponga (come ha dichiarato il presidente della Bundesbank Nagel) agli Eurobond. Nella “visione” del quartetto, a cui aggiungerei un sempre più stralunato Macron, i titoli dei debito comune europeo dovrebbero servire ad assolvere due funzioni. La prima, che è un chiodo fisso della coppia DraghiLetta, è costituta dalla possibilità per gli Eurobond di essere “safety asset”, beni rifugio verso cui far convergere l’ampio e diffuso risparmio europeo, per metterlo al sicuro dal sempre più pericolante capitalismo finanziario americano.
Per far questo oltre agli Eurobond servono un mercato dei capitali europeo ancora più aperto al suo interno e regole che favoriscano la creazione di “campioni europei”, attraverso cui i risparmiatori comprano il debito comune. Si tratta in altre parole di un’ulteriore finanziarizzazione del risparmio in chiave europea, per coprire il probabile scoppio della bolla finanziaria Usa. Cosa colpisce di questa visione? Un elemento evidente è quello di far finta di non capire che i “campioni” in Europa ci sono già e sono i grandi fondi americani a cui, anche attraverso gli Eurobond, verrà comunque consegnato il risparmio degli europei. BlackRock, Vanguard, State Street compreranno grandi partite di Eurobond e ne determineranno il destino, data la loro assoluta centralità, già acquista nell’azionariato e nella gestione delle istituzioni europee.
Rocco Ronchi: Questo voglio, così comando
Questo voglio, così comando
di Rocco Ronchi
In una intervista di qualche tempo fa al New York Times, Trump ha affermato che solo la sua “moralità” e la sua “mente” limitano l’esercizio del suo potere globale. Delirio paranoico? Senza dubbio, ma ciò non toglie che, come spesso capita con le parole di Trump, in quella brutale franchezza sia contenuta una verità d’ordine metafisico che trascende il piano della sola psicopatologia. Essa ci porta al cuore dell’“attualità” e della sua “ontologia” (“ontologia dell’attualità” era la definizione foucaultiana della pratica filosofica). Ci aiuta a comprendere perché, quando ci alziamo il mattino e scorriamo le notizie, abbiamo sempre la percezione netta che il “mondo” stia approssimandosi alla sua fine o, forse, che sia già finito, e che alla nostra intelligenza non resti altro da fare che prenderne atto.
“Mondo” non indica semplicemente la totalità delle cose che sono, “mondo”, spiegava Heidegger, è un “esistenziale”, vale a dire è una costellazione significativa che al suo centro, come suo polo di riferimento, ha l’uomo come essere sociale, come soggetto determinato dalla sua partecipazione a un ordine simbolico dato. “Mondo”, insomma, è innanzitutto una cornice di senso, una direzione per una umanità storica. Ebbene, il “mondo” che finisce nelle parole deliranti di Trump è il mondo che era stato generato nel 1789 dalla Rivoluzione Francese, il mondo che aveva trovato nella trinità “libertà uguaglianza fraternità” la sua parola d’ordine.
Eros Barone: Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
Fulvio Grimaldi: Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa
Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa
Guerre di classe
di Fulvio Grimaldi
Saluto all’Iran
Per incominciare, saltando di palo in frasca, cioè di emisfero in emisfero, in questo caso emisferi uniti nella resistenza al nuovo ordine delle cose come rappresentato dal sopruso della forza sul diritto, inviamo un saluto al resistente Iran. Ce la vedremo poi con l’America Latina, dove giganteggia la vexata quaestio del Venezuela decapitato, per finire nella periferia del mondo, che però insiste a pretendersene il centro, l’UE.
Dall’ambasciatore Mohamed Reza Sabouri siamo stati invitati alla Festa nazionale della Repubblica Islamica. Ma spiritualmente eravamo anche in mezzo alle folle, che tra l’altra conosciamo, frequentiamo e a cui vogliamo bene, con le quali, nelle piazze iraniane, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Shiraz, si è celebrata la volontà e il “destino manifesto”, questo sì, di una civiltà millenaria.
Nell’ambasciata a Roma, parecchio giornalismo, molta cultura, un florilegio di social, tanta amicizia e poca politica istituzionale, hanno condiviso una festa nazionale nel segno del riscatto nazionale dal colonialismo e dalla dittatura monarchica, eliminati dalla rivoluzione del 1979. Festa nazionale che celebra anche il prevalere, ancora una volta, della giustizia e della verità sull’ennesimo tentativo, terroristico o guerresco, di eliminare questa pietra d’inciampo che intralcia la normalizzazione imperialista e sionista del Medioriente.
Di questa verità è stato testimonianza un documentario sui giorni del recente tentativo di regime change – portato avanti, e addirittura rivendicato, dalle centrali dell’intelligence occidentale e israeliana (Mossad, CIA) – attraverso l’aggressione armata, spesso letale, a cittadini, strutture di Stato e religiose, forze dell’ordine e del soccorso civile.
Tutte cose “sfuggite” all’attenzione dei nostri media, perfino a molti di coloro che si professano dalla parte del diritto dei popoli a sovranità e autodeterminazione.
Domenico Moro: Le materie prime, la forza economica e le guerre mondiali di ieri e di oggi
Le materie prime, la forza economica e le guerre mondiali di ieri e di oggi
di Domenico Moro
Recentemente, gli Stati Uniti hanno promosso la costituzione di una enorme riserva strategica di materie prime, il Project Vault[i], il cui modello sarebbe, secondo Trump, quello della riserva strategica di petrolio, che venne costituita all’epoca della crisi petrolifera negli anni ‘70. L’obiettivo, oggi, è rendersi autonomi dalla Cina e da altri paesi non alleati non solo sul piano commerciale ma anche su quello militare. La presidenza Trump, del resto, sta basando la sua strategia sulla esplicita minaccia dell’uso della potenza militare. Nella 2026 National Defense Strategy (NDS) del Ministero della guerra statunitense (così è stato non a caso ribattezzato il ministero della difesa), si dichiara di voler realizzare “la pace attraverso la forza”. In pratica, gli Usa desiderano raggiungere una forza militare così schiacciante da poter combattere su più fronti contemporaneamente, raggiungendo la deterrenza nei confronti della Cina e dunque il controllo dell’Indo-pacifico e dell’Eurasia. Anche se l’obiettivo dichiarato sarebbe la pace, quello che in effetti ne risulta è la preparazione delle condizioni per cui gli Usa possano vincere una guerra mondiale del XXI secolo, così come hanno vinto le due guerre mondiali del XX secolo.
Le condizioni che, secondo la NDS, permetterebbero di realizzare gli obiettivi di superiorità strategica sono essenzialmente due: lo sviluppo delle capacità belliche degli alleati, che, secondo Trump, si sono fino a ora troppo basati sull’aiuto statunitense, e la ricostruzione di una forte base industriale negli Usa. Tale base non dovrebbe essere limitata all’industria strettamente militare, ma dovrebbe essere estesa a tutte le branche industriali strategiche, che si sono indebolite negli ultimi decenni a causa delle delocalizzazioni e della deindustrializzazione. Avere una base industriale adeguata a esercitare l’egemonia mondiale significa anche e soprattutto avere il controllo sulle materie prime necessarie alla produzione manifatturiera, a partire dai metalli e dall’energia.
Michele Grillo: Che fine ha fatto il diritto internazionale?
Paola Caridi: Orgoglio coloniale
Orgoglio coloniale
di Paola Caridi
I cinque secoli della nostra colpa, la colpa occidentale di aver colonizzato il mondo, diventano – per il segretario di stato USA Marco Rubio, nel suo discorso alla conferenza per la sicurezza a Monaco di Baviera – l’epopea sulla quale costruire il futuro. “Per 5 secoli, prima della fine della seconda guerra mondiale, l’Occidente si è espanso. I suoi missionari, pellegrini, soldati, esploratori sono andati oltre le loro spiagge per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire enormi imperi che si sono estesi nel pianeta.”
È l’orgoglio coloniale, versione Terzo Millennio, dopo un tempo in cui vi era stata un’ammissione di responsabilità. Qui invece, in Marco Rubio e non solo, non c’è nessun senso di colpa, solo il senso della forza totale che si esplicita in chiave militare, culturale, economica, e pure religiosa (cristiana) come Rubio spiega diffusamente. Schiacciare, imporre, definire. Dobbiamo “costruire un nuovo secolo occidentale”, dice Rubio a Monaco. Da brividi, la frase e il luogo deputato. L’olimpo occidentale di Marco Rubio comprende Mozart (la musica o i cioccolatini?), Dante e Shakespeare, Michelangelo, i Beatles e i Rolling Stones, come un bignami dell’occidente stereotipato. E proprio in quest’ordine. Alla fine, il condimento è fatto dalle volte della Cappella Sistina e dalle “guglie svettanti” della cattedrale di Colonia. Orizzontale e verticale, come la Croce, insomma.
Marinella Mondaini: La rana freccia e la creazione del nuovo leader dell'”opposizione russa”
La rana freccia e la creazione del nuovo leader dell'”opposizione russa”
di Marinella Mondaini
La conferenza sulla sicurezza di Monaco, che si è trasformata in conferenza sulla guerra, ovviamente contro la Russia, ha visto sfilare sul palcoscenico una dopo l’altra le figure più indegne di questo Occidente, con i loro discorsi bellicisti, compreso il pianista clown narco-führer di Kiev che autorizzato dai suoi benefattori e sostenitori finanziari europei è andato fuori di testa completamente con le sue dichiarazioni aggressive e insolenti. Dopo aver preso in giro Orban, con un’indecente frase “Viktor pensa a far crescere la pancia invece di far crescere il suo esercito per fermare i carri armati russi che ritorneranno a Budapest”, passa a un linguaggio ancora più spinto, triviale nell’esortare i paesi europei a espellere i russi e i loro parenti (fuck away in Russia a casa vostra!)
Qualcuno potrebbe obiettare che l’Europa è strapiena di ucraini con parenti e auto di lusso, e magari è ora che tornino a casa e vadano al fronte, dove c’è grande richiesta di carne da macello.
Ma al peggio non c’è mai fine. Il colmo della giornata è stato raggiunto dalla notizia, con la pretesa di essere una “bomba”, diffusa dalle “agenzie di intelligence speciali” di cinque paesi Gran Bretagna, Germania, Francia, Paesi Bassi e Svezia: “Putin ha “molto probabilmente” avvelenato Navalnij con il veleno di una “rana freccia”. Nessuna “bomba”, è la solita notizia, ritrita e perfino noiosa dell’avvelenamento, a cui hanno voluto dare una “veste” nuova, stravagante, di sapore esotico.
Francesco Piccioni: La Monaco del Terzo Millennio, nucleare
La Monaco del Terzo Millennio, nucleare
di Francesco Piccioni
Dare un giudizio sintetico delle tendenze e delle intenzioni spiattellate alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è relativamente semplice: l’Occidente capitalistico dichiara guerra a tutto il mondo.
Stabilito questo, che è anche l’unico punto in comune tra le due sponde dell’Atlantico, si tratta di vedere se ci andrà unito come era stato in passato oppure se gli Stati Uniti andranno per la loro strada lasciando gli europei a vedersela da soli o quasi.
Le complicazioni e le ipotesi subordinate sono pressoché infinite, naturalmente, perché bisognerà vedere se il mondo Maga riuscirà nell’obiettivo di trasformare gli Usa nella “Svastica sotto il sole” – un sistema suprematista fondato sull’estremizzazione della retorica wasp (white-anglo-saxon-protestant) – oppure se il conflitto interno esploderà paralizzando, forse, in proporzione l’ex superpotenza egemone e comunque militarmente ancora dominante.
E bisognerà anche vedere se l’intento di parte dei paesi europei – diventare una superpotenza “competitiva”, dotandosi di arsenale nucleare ed eserciti più numerosi e meglio armati – riuscirà a superare ostacoli che appaiono alquanto alti. Sull’armamento nucleare, per esempio, solo Francia e Gran Bretagna hanno una base di partenza, per quanto imparagonabile per dimensioni ed efficacia con i corrispettivi statunitensi, russi e cinesi.
Rania Hammad e Tawfiq Al-Ghussein:Il vero obiettivo di chi vuole silenziare Francesca Albanese
Il vero obiettivo di chi vuole silenziare Francesca Albanese
Il negazionismo come arma di guerra
di Rania Hammad e Tawfiq Al-Ghussein*
Il tentativo di rimuovere Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967, sulla base di citazioni inventate e accuse fabbricate, non rappresenta un semplice dissenso politico. Costituisce piuttosto una strategia deliberata di intimidazione volta a silenziare una titolare di mandato le cui conclusioni, fondate su un’analisi giuridica rigorosa, mettono in discussione assetti consolidati di protezione e impunità.
Nonostante l’accumulo di prove documentali, il negazionismo persiste. Si trasforma, si riformula, si diffonde attraverso piattaforme politiche e mediatiche, ripetendo distorsioni fino a conferir loro un’apparenza di legittimità. Non si tratta di un equivoco. È un metodo. In questi mesi di violenza sistematica contro il popolo palestinese, il negazionismo ha funzionato come scudo per i responsabili e per coloro che li sostengono.
Difendere uno Stato di fronte a prove schiaccianti di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, distruzione sistematica di infrastrutture civili e dichiarazioni pubbliche che esprimono intenti eliminazionisti, significa partecipare a una struttura di impunità. Il contesto precedente al 2023 è parte integrante dell’analisi: decenni di occupazione illegale, espansione coloniale in violazione del diritto internazionale, regime di apartheid denunciato da autorevoli organizzazioni per i diritti umani, reiterata inosservanza di risoluzioni vincolanti delle Nazioni Unite. L’attuale catastrofe affonda le radici in questa lunga storia di espropriazione e colonizzazione.
Davide Malacaria: Netanyahu-Trump: per ora l’Imperatore resiste e negozia con l’Iran
Netanyahu-Trump: per ora l’Imperatore resiste e negozia con l’Iran
di Davide Malacaria
Netanyahu, per una volta, va a vuoto. Si era precipitato a Washington, anticipando la visita fissata per fine febbraio, nella speranza di interrompere i negoziati con l’Iran o, in alternativa, di convincere l’amministrazione Trump a mettere sul tavolo, oltre al nucleare, anche la rescissione dei rapporti tra Teheran e i suoi alleati regionali, ma soprattutto il programma missilistico iraniano.
Una richiesta, quest’ultima, che avrebbe fatto collassare le trattative, dal momento che Teheran non può negoziare sui missili perché, priva della deterrenza, sarebbe facile preda di Israele, che da decenni persegue l’annientamento dell’antagonista regionale.
L’incontro avrebbe dovuto durare due ore, ma si è prolungato fino a tre, particolare che dimostra una divergenza accesa, peraltro rivelata dallo stesso presidente americano, il quale ha rivelato di “aver insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano”, particolare che evidenzia l’insistenza opposta dei fautori della guerra.
Insomma, non è andata come sperava Netanyahu, nonostante abbia tentato di tutto per piegare Trump, forte anche della presenza al vertice delle sua squadra e di alcuni esponenti dell’amministrazione Usa che gli obbediscono usque ad effusionem sanguinis – in tutti i sensi – in particolare il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio e il genero del presidente Jared Kushner (quest’ultimo fin dalla fanciullezza, da quando venne spedito a dormire in cantina perché cedesse il suo letto a Netanyahu, venuto a trovare negli States il suo amico Charles, il padre di Jared, vedi Jerusalem Post).




Michele Grillo ritiene illusorio, di fronte ai mutamenti in atto, evocare il diritto internazionale senza comprendere l’intreccio di comportamenti economici, assetti giuridici e norme etiche che ne ha accompagnato l’affievolimento. Al diritto non compete di modificare la realtà. Non è la pace che nasce dal diritto, ma il diritto che nasce dalla pace. Organizzare pacificamente la convivenza sociale è prioritario e la teoria dei giochi chiarisce che sono possibili molteplici equilibri sociali per superare i contrasti tra individui e collettività con beneficio di tutti.