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[SinistraInRete] Fabrizio Bertolami: L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”

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Rassegna – 03/03/2026

 

Fabrizio Bertolami: L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”

comedonchisciotte.org

L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”

di Fabrizio Bertolami

Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org

Des tirs de missiles de l Iran au dessus de Jerusalem le 14 juin 2025 2097229.jpgE alla fine l’attacco all’Iran è arrivato. Come nel caso precedente, nel bel mezzo di negoziati tra le parti, ma questa pare essere ormai la firma di questa amministrazione americana.

Ogni presidente dall’epoca di Reagan in poi ha ha avuto sul proprio tavolo, nello studio ovale, un dossier relativo a un attacco militare alla Persia, e Trump lo ha infine messo in atto.

La decapitazione delle leadership di quella che fu la mezzaluna sciita è totale: Nasrallah, Hanyeh,Suleimani, Assad e Khamenei non ci sono più e l’Iran è obiettivamente in difficoltà.

La grande strategia di portare il gas iraniano nel Mediterraneo e quindi in Europa, attraversando l’Iraq del sud, la Siria e il Libano, è sfumata, forse per molto tempo e ora l’Iran è nelle ridotte, ma essendo preparato ha risorse per sopportare un conflitto di media durata.

Dobbiamo d’altronde pensare che una grande Nazione di Terra come la Russia, non riesce ad avere la meglio di una media Nazione di terra come l’Ucraina dopo 4 anni e non è quindi in prima battuta immaginabile che una Nazione con 90 milioni di abitanti e grande 3 volte l’Ucraina non possa resistere ad una Nazione di mare, come gli USA, senza più appoggio di terra nei paesi del Golfo.

Oltre al mare, gli USA possono ancora contare su Israele come base logistica nell’area, ma devono contemporaneamente difenderlo in quanto ampiamente raggiungibile dai missili iraniani, esaurendo così le scorte proprie. Se la guerra si prolungasse e avesse un’intensità maggiore nei prossimi giorni, la necessità di rifornimento per la Marina USA dovrebbe coinvolgere anche le basi nordeuropee e mediterranee della NATO, in Italia primariamente, allargando il fronte delle Nazioni coinvolte.

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Andrea Zhok: L’illusione della testa tagliata: perché l’Iran non è un videogioco

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L’illusione della testa tagliata: perché l’Iran non è un videogioco

di Andrea Zhok

Esultano per un assassinio credendo nella libertà. Ignorano struttura, consenso e martirio. Scambiano geopolitica per videogame. Il risultato? Odio consolidato, vendetta inevitabile, caos permanente spacciato per emancipazione democratica

Ho appena visto un filmato con festeggiamenti in una città italiana di alcuni giovani – una ventina -, figli di esuli iraniani, che gioiscono perché, parole testuali:

“E’ morto Khamenei, la dittatura è finita”.

Ora, premesso che quando si è giovani dire e credere scemenze rientra tra i diritti umani, è difficile immaginare una maggiore lontananza dalla realtà.

Sorvoliamo sui dettagli volgarmente etici, come il fatto che state festeggiando perché una potenza nucleare ha appena assassinato l’equivalente sciita del papa.

Sono banalità, mi rendo conto, e aver sdoganato l’assassinio politico come forma di civiltà oramai non fa più notizia (ricordo però sommessamente che il senso delle norme morali sta nella loro universalità, nella loro implicita reciprocità: ergo quando legittimi un assassinio politico laggiù, legittimi ogni assassinio politico, anche quando lo scenario sarà casa tua.)

Ma passiamo oltre.

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Domenico Moro: I perché non detti dell’aggressione USA contro l’Iran

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I perché non detti dell’aggressione USA contro l’Iran

di Domenico Moro

Trump era stato eletto a fine 2024 anche perché aveva promesso a un elettorato stanco delle guerre in cui gli Usa si sono trovati impantanati per decenni che non avrebbe coinvolto il paese in nuove guerre. Tanto meno avrebbe coinvolto gli Usa in una guerra in Medio Oriente, che, in base a quanto esplicitato a novembre 2025 nella National Security Strategy, non avrebbe più dovuto occupare un ruolo centrale nella politica estera statunitense, dal momento che gli Usa sono diventati un esportatore netto di energia e non hanno più bisogno di rifornirsi all’estero di petrolio.

Quali sono, dunque, le ragioni dell’aggressione statunitense, condotta insieme con Israele, contro l’Iran? Certamente tra le ragioni non c’è la volontà di appoggiare il popolo iraniano contro il regime in carica, anche se Trump e Netanyahu vi hanno fatto riferimento più volte. Invece, alla base della guerra ci sono soprattutto gli interessi economici e politici degli Usa. In particolare, si tratta di una guerra voluta dal settore economico dominante negli Usa, qualunque ne sia l’amministrazione, il capitale finanziario. Questa guerra, quindi, rientra nel tentativo degli Usa di contrastare la loro decadenza, mantenendo la loro sfera d’influenza in Medio Oriente.

La ragione del mantenimento della sfera d’influenza americana in Medio Oriente, deriva proprio dal fatto che quest’area è la maggiore fonte delle materie prime più importanti, quelle energetiche. Infatti, il Medio Oriente ha le maggiori riserve di petrolio, pari a 871 miliardi di barili, precedendo l’America Latina con 344 miliardi e l’Africa con 119 miliardi.

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La Redazione de l’AntiDiplomatico: IN AGGIORNAMENTO. Larijani: “Non negozieremo con gli Stati Uniti”. Israele uccide decine di persone in Libano

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IN AGGIORNAMENTO. Larijani: “Non negozieremo con gli Stati Uniti”. Israele uccide decine di persone in Libano

di La Redazione de l’AntiDiplomatico

AGGIORNAMENTI

Ore 09.30 Il Regno Unito si prepara a evacuare i  suoi cittadini dal Medio Oriente

Il Regno Unito sta istituendo sistemi di supporto per aiutare a evacuare i suoi cittadini dal Medio Oriente, con circa 300.000 persone che hanno registrato la loro presenza nella regione, afferma il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper.

“Stiamo valutando un’ampia gamma di opzioni, collaborando in modo cruciale con il settore turistico e con il governo per l’evacuazione, se necessario”, ha detto Cooper all’emittente Sky News.

Il governo britannico voleva che lo spazio aereo venisse riaperto e stava inviando squadre di pronto intervento nella regione per collaborare con il settore turistico, ha affermato.

Ore 08:30 L’ambasciata americana in Kuwait mette in guardia dalle minacce missilistiche e dei droni

L’ambasciata statunitense in Kuwait afferma che esiste una “minaccia continua di attacchi missilistici e UAV” sul Paese.

“L’ambasciata statunitense in Kuwait esorta i cittadini statunitensi in Kuwait a rifugiarsi sul posto, a rivedere i piani di sicurezza in caso di attacco e a rimanere vigili in caso di ulteriori attacchi futuri”, ha affermato in una nota.

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Redazione Contropiano: La guerra si allarga ogni ora che passa

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La guerra si allarga ogni ora che passa

di Redazione Contropiano

Per seguire ciò che sta avvenendo è meglio lasciar perdere quel che Trump dice (parla continuamente, per sommergere i fatti sotto la propria voce, certo che il sistema dei media abboccherà come sempre).

Se si può alternare, nel giro di pochi minuti, affermazioni come “La nuova leadership iraniana vuole parlare e ho accettato di farlo, quindi parlerò con loro”, oppure “l’attacco ha avuto un tale successo che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui avevamo pensato perché sono tutti morti” (quindi non ci sarebbe nessuno con cui parlare, giusto?), per aggiungere poi che operazione in Iran potrebbe durare “quattro settimane o meno”… vuol dire che non c’è nulla di attendibile da registrare. Starlo a sentire è come, per un missile antiaereo, seguire i flares che un caccia semina per non essere colpito.

Parliamo delle cose certe. 

Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha smentito che il governo di Tehran abbia chiesto di riaprire un negoziato. E ha sottolineato molto chiaramente due cose: I’Iran non intende negoziare con gli Stati Uniti e che in questo momento l’Iran sta solo difendendo se stesso. Ha anche aggiunto che le forze armate del suo Paese non hanno dato inizio a questa guerra.

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Corrado Cirio: Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina

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Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina

Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici

di Corrado Cirio

Parte 1.Simmetria e balzi tecnologici

IMG 3863.jpegL’Ucraina 2022/2025: laboratorio globale

La guerra Russia/NATO via Ucraina costituirà nel prossimo futuro uno dei punti di svolta cruciali nella storia militare, che verrà analizzato da studiosi di ogni disciplina collegata alla guerra.

Lo scontro armato tra contendenti simmetrici diventa il luogo di massima accelerazione dello sviluppo tecnologico, perché impone adeguamenti in tempo reale, sperimentazioni in condizioni limite, confronto con soluzioni alternative, sotto la spinta di un’urgenza senza precedenti. È anche il luogo di massimo sviluppo della ricerca scientifica, grazie alla disponibilità di risorse straordinarie e alla forzata cancellazione di vincoli e procedure.

Sul campo di battaglia si confrontano le capacità globali dei contendenti, intesi come sistemi sociopolitici, produttivi e diplomatici. Nell’ordine: il morale e la volontà dei combattenti, l’adesione alle motivazioni, il senso di appartenenza e il consenso sociale derivano direttamente dalla situazione sociopolitica; la disponibilità di mezzi materiali, sia quantitativa sia qualitativa, dipende dalla struttura produttiva (ivi comprendendo la ricerca scientifica e tecnologica); il quadro strategico globale, con il mantenimento o la perdita di asset commerciali, economici, relazionali e reputazionali, dipende dalla situazione diplomatica.

Durante i primi tre anni di guerra in Ucraina la battaglia sul campo ha completamente cambiato le regole dello scontro bellico, introducendo via via nuove armi e sviluppando conseguentemente le modifiche necessarie alle modalità di combattimento. Iniziata con strumenti e dottrine trasferite quasi integralmente dal secolo scorso, oggi la guerra in Ucraina rappresenta una realtà profondamente diversa.

Talmente diversa, a nostro parere, da imporre non soltanto un ripensamento delle tattiche e delle strategie militari, ma anche la presa d’atto di cambiamenti geopolitici globali.

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Enrica Perucchietti: Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files

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Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files

di Enrica Perucchietti

Gli Epstein Files non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata, ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura. Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate, che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate in Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.

 

Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file “in fase di revisione”.

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Alessio Mannino: Il Giornale Unico della Propaganda: l’Ucraina ha vinto, l’Europa trionfa!

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Il Giornale Unico della Propaganda: l’Ucraina ha vinto, l’Europa trionfa!

Dossier Ucraina

di Alessio Mannino

Giù all’inferno, il povero Joseph Goebbels si starà mettendo le mani nei capelli. Gli attuali epigoni devono aver preso un po’ troppo alla lettera la famosa sua prima lezione del buon propagandista: ripetere la menzogna all’infinito finché non sia creduta vera. A scorrere le testate del giornale unico atlantista, sembra infatti che il quarto anniversario dell’attacco russo all’Ucraina corrisponda alla celebrazione dell’invincibile potenza dell’Europa e del suo beniamino Zelensky. Va’ a spiegare, alle testate subatomiche, che il gerarca nazista aveva però l’intelligenza di capire che le balle trovano prima o poi un limite nella verità fattuale (tanto che, ricordiamolo per inciso, dopo la sconfitta di Stalingrado all’inizio del 1943, corse a ideare una nuova parola d’ordine, la “guerra totale”, proprio perché non poteva negare l’evidenza). I mini-Goebbels da imitazione continuano invece imperterriti, nell’officiare la loro mansione di ribaltare la realtà come niente fosse. Se il maestro era un personaggio tragico, i maestrini di oggi sono solo comici.

Tre esempi basteranno. Corriere della Sera, intervista a tutta pagina ad Anne Applebaum, prezzemolina dell’immarcescibile pensiero neocon americano e, incidentalmente, moglie di Radosław Sikorski, ministro degli esteri polacco. Proclama la premio Pulitzer (sui premi intrisi di lobbismo e ideologia, vedi il Nobel alla Machado, bisognerebbe aprire un discorso a parte): «L’Ucraina è un Paese che non sono riusciti a sconfiggere dopo 4 anni. E questa è una lezione per chiunque creda che un Paese più grande vinca automaticamente».

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Gianandrea Gaiani: E’ tempo di liberarci dei liberatori

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E’ tempo di liberarci dei liberatori

di Gianandrea Gaiani

G 3A 2XkAAqjRZ.jpgL’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran.

Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il mondo e lo fanno mentendo circa il programma nucleare iraniano che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.

In fondo l’hanno sempre fatto con attacchi incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.

Lo fanno destabilizzando intere aree del mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.

La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c….” per dirla con la Marchese del Grillo.

Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.

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Sergio Cararo: Martedi in piazza, contro l’aggressione all’Iran e per dire NO ai servili complici italiani dell’aggressore

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Martedi in piazza, contro l’aggressione all’Iran e per dire NO ai servili complici italiani dell’aggressore

di Sergio Cararo

Martedi saremo in piazza, contro l’aggressione all’Iran ma anche per dire NO ai servili complici italiani dell’aggressore.

Ci sono le grandi potenze che scatenano i loro arsenali militari contro paesi più deboli e popoli spesso indifesi. E poi ci sono i loro servi all’interno dei singoli paesi alleati che plaudono a ogni bomba, omicidio o sequestro che legittima la supremazia militare e la guerra come cardine dell’ordine internazionale fondato però solo sulle “loro” regole.

Quanto stiamo vedendo sull’Iran ripropone questo copione, spesso con gli stessi personaggi e le stesse ambiguità di sempre.

Da sabato mattina le forze armate degli Stati Uniti e di Israele hanno proceduto ad una aggressione militare unilaterale contro l’Iran.

I pretesti utilizzati per questa aggressione somigliano molto a quelli già usati contro nel recente passato contro l’Iraq (le inesistenti armi di distruzione di massa) o contro la Libia e la Jugoslavia (protezione umanitaria dei civili).

L’ordine di scuderia partito da Washington e Tel Aviv è quello di definire come “attacco preventivo” quella che invece è una chiara – e illegale – aggressione militare da questi due decisa unilateralmente, tra l’altro mentre erano ancora in corso dei negoziati mediati dall’Oman.

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Chris Hedges: Andare in guerra, di nuovo, per Israele

Andare in guerra, di nuovo, per Israele

di Chris Hedges*

Ancora una volta, l’America scenderà in guerra per Israele. Ancora una volta, molti moriranno per lo Stato sionista, compresi i militari americani. Ancora una volta, inciamperemo ciecamente in un fiasco militare. Ancora una volta, obbediremo agli ordini di una potenza straniera i cui interessi non sono i nostri, ma i cui lobbisti hanno comprato la nostra classe politica, incluso Donald Trump. Ancora una volta, violeremo la Carta delle Nazioni Unite attaccando un Paese che non rappresenta una minaccia imminente.

Questa non è la nostra guerra. Fa parte della folle visione israeliana di un Grande Israele, di un dominio sul Medio Oriente. Ma Israele ha bisogno del nostro esercito, dei soldi dei nostri contribuenti, delle nostre armi per riuscirci. E noi gli abbiamo consegnato le chiavi del nostro formidabile arsenale.

Gli artefici della guerra con l’Iran, che l’amministrazione non sente il bisogno di giustificare all’opinione pubblica americana o alla comunità internazionale, ammettono che non sarà rapida.

Il senatore Tom Cotton, presidente della Commissione Intelligence del Senato, ha dichiarato sabato alla CBS News che l’obiettivo non è solo quello di frenare il programma nucleare iraniano, ma anche di “smantellare la loro rete di supporto al terrorismo”.

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Nicola Casale: Perché l’Iran

Perché l’Iran

di Nicola Casale

musawi1.jpgLo scritto che presentiamo è la relazione svolta da Nicola Casale (uno dei pochissimi militanti di orientamento marxista degni di questo nome in circolazione in Italia. Le dita di una mano bastano e avanzano per contarli. Parere personale) in un dibattito che si è tenuto a Mestre sabato 21 febbraio sull’“amletico” tema: “Iran: sollevazione popolare spontanea o tentativo occidentale di instaurare un governo amico?”.

La semplice, chiara e tagliente relazione di Nicola scioglie ogni amletico dubbio. Non si tratta, a nostro parere, di “libero confronto di diverse opinioni” ma di schieramento di forze lungo opposte linee di tensione fisiche/materiali e ideali/spirituali. Il carattere della lotta è esistenziale, per la vita o per la morte, non solo per la Repubblica Islamica iraniana. Questa Lotta Suprema drammaticamente in atto in Iran, in Palestina, in tutta l’Asia occidentale è infatti parte di una lotta generale che coinvolge il mondo intero ed il suo tema di fondo è stato molto ben centrato in un intervento che abbiamo recentemente presentato al “pubblico” italiano: “E’ necessario comprendere che la scelta che abbiamo davanti non è tra diversi tipi di capitalismo, ma tra il capitalismo e la sopravvivenza umana. I bambini che piangono nelle prigioni di Epstein e i bambini che muoiono a Gaza gridano la stessa voce, chiedendoci di scegliere tra preservare un sistema che premia i mostri e costruire un mondo in cui la dignità umana diventi il fondamento dell’organizzazione economica e politica…” (1)

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Redazione Contropiano: Ucciso Khamenei, la guerra va avanti

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Ucciso Khamenei, la guerra va avanti

di Redazione Contropiano

Mentre si spara è sempre difficile tenere insieme la cronaca e la riflessione (almeno) di medio periodo. Ma è obbligatorio provarci perché bisogna agire/reagire agli eventi mentre accadono. A spiegare cos’è successo – dopo – sono buoni tutti e serve solo come pro memoria per la prossima crisi.

E’ indubbio che la prima notizia sia quella della morte dell’ayatollah Khamenei, 87 anni (era nato il 16 aprile del ‘39, ma i media occidentali ormai scrivono i notiziari con il copia-e-incolla, per cui se dal Pentagono o dall’Idf arriva il messaggio con su “86” anni neanche si azzardano a fare i conti; figuriamoci come controllano il resto…). Era l’erede di Khomeini e della “rivoluzione” del 1979, che mise fine al regime coloniale dello shah Pahlevi.

Il colpo è sicuramente grosso sul piano simbolico, ma è difficile credere che a quell’età un qualsiasi leader non vincolato all’esito delle prossime elezioni non abbia preparato l’inevitabile “ricambio”. Già tutte le responsabilità propriamente militari, per esempio, erano state affidate ai vertici dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione (più noti come “pasdaran”).

La stessa Cia, in un report analitico consegnato a Trump, ritiene che l’uccisione di Khameni non porterà ad un “ammordimento” delle posizioni iraniane, né ad una divisione interna debilitante. Anzi, dovrebbe far emergere “figure ancora più radicali”.

L’omicidio è stato rivendicato direttamente da Netanyahu, chiarendo che la “divisione dei compiti” in questa guerra affida agli Usa l’attacco alle strutture militari, missilistiche e ai laboratori nucleari, mentre lascia a Israele il preferito ruolo di killer dei vertici politici e militari.

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Norberto Fragiacomo: Un’aggressione banditesca in perfetto stile occidentale

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Un’aggressione banditesca in perfetto stile occidentale

Il distruttivo attacco aereo condotto contro l’Iran alle prime luci dell’alba di stamattina da Israele e USA rientra pienamente nel modus operandi di questi due stati canaglia: è stato proditorio (visto che erano ancora in corso i negoziati con Teheran, destinataria peraltro di un irricevibile diktat), terroristico poiché mirante in primo luogo all’assassinio di leader civili e militari all’interno di una città densamente abitata, accompagnato e seguito da excusationes non petitae che rivelano soltanto l’arroganza e il suprematismo razzista di cui sono imbevuti i suoi autori.

Neppure meraviglia il fatto che le nostre veline di regime, quelle che spudoratamente si autodefiniscono media indipendenti, parteggino senza nasconderlo per gli aggressori “preventivi”: questo atteggiamento ormai consolidato dice tutto sullo stato della democrazia in Italia e in quell’Europa che qualche farabutto descrive come “un giardino in mezzo alla giungla” ripescando dalla sentina della Storia le gerarchie razziali tanto care ad Adolf Hitler. I prezzolati, d’altra parte, fanno il loro mestiere, che consiste nel “nobilitare” le mosse dei committenti e nel disinformare l’opinione pubblica ubriacandola di propaganda: anche sotto questo profilo nihil sub sole novi.

Però il regime degli ayatollah si meritava questo trattamento, opinerà convinto il benpensante di turno, dal momento che opprime i suoi cittadini e ne mena strage.

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