Newsletter n.10 – 2026: è uscito il numero di marzo di RESISTENZA
La reticenza di Tajani. Le balle di Crosetto. L’obiettivo urgente, cacciarli!
Gli Usa e Israele hanno iniziato l’aggressione all’Iran smembrando centinaia di bambini in una scuola, ammazzando la guida spirituale del paese Ali Khamenei e facendo numerose vittime tra i vertici militari e politici iraniani, tra cui il capo di stato maggiore delle forze armate Abdolrahim Mousavi, il ministro della Difesa e altri alti comandanti.
L’attacco ha scatenato la reazione della Repubblica islamica che da giorni sta bombardando le principali basi Usa presenti in tutto il Medioriente, Israele compresa, oltre a una serie di attacchi e sommosse da parte delle masse popolari di altri paesi musulmani che hanno preso d’assalto consolati e ambasciate Usa.
Gli attacchi iraniani hanno paralizzato il transito nello Stretto di Hormuz, un collegamento strategico tra il golfo Persico e l’oceano indiano da 20 milioni di barili di petrolio al giorno.
Atti dell’allargamento della Terza guerra mondiale in cui i gruppi imperialisti Usa, Ue e sionisti stanno trascinando il mondo intero.
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8 Marzo – Costruiamo l’alternativa
I prossimi 8 e 9 marzo le donne delle masse popolari scenderanno in piazza in tutto il paese e sciopereranno, chiamate alla mobilitazione per il decimo anno consecutivo da Non una di meno (Nudm). Dieci anni in cui la data dell’8 marzo ha rotto la narrazione della ricorrenza ed è tornata a essere giornata di lotta. Tre invece gli anni – gli ultimi tre – in cui ancora di più è diventata tappa di una mobilitazione costante delle donne. Per la Palestina, contro la Terza guerra mondiale e i suoi effetti nel nostro paese e ancor più sulla pelle delle donne delle masse popolari.
Così da Roma a Cagliari, in ogni città in cui è presente un nodo di Non una di meno, sono previste manifestazioni, iniziative e scioperi. Ogni iniziativa con sue specificità legate al territorio, ma tutte con un comune nemico e un comune obiettivo.
Al centro delle mobilitazioni la lotta contro la guerra e l’economia di guerra. Contro l’intero sistema che ne è promotore.
Chavez vive!
Il 5 marzo del 2013 moriva il comandante della rivoluzione bolivariana del Venezuela Hugo Chavez. Una figura che i comunisti e gli antimperialisti italiani e di tutto il mondo devono celebrare e tenere in vita attraverso l’azione quotidiana di liberazione del proprio paese e del mondo intero dall’imperialismo.
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È uscito il numero 3/2026 di Resistenza
Editoriale
Unità nazionale e guerra civile. Nervi saldi e dispiegare il contrattacco
Il governo Meloni è entrato nella fase terminale e degenerativa della sua crisi. Avviluppato nelle contraddizioni che esplodono a livello internazionale, ha esaurito gli argomenti per presentare la sua opera come parte della lotta per il sovranismo e contro le élite, ha cioè esaurito gli argomenti con cui aveva raccolto consensi fra una parte delle masse popolari.
Allo stesso tempo fa i conti con il fallimento dei propositi di soffocare il movimento popolare con la repressione.
È stretto all’angolo, ma i suoi padroni/padrini lo tengono ancora in vita (e del resto “cambiarlo con cosa e con chi?”) e, anzi, gli hanno assegnato un ruolo più coerente al contenuto della lotta di classe in corso: farsi promotore di una nuova “unità nazionale” sotto la bandiera della difesa della democrazia occidentale contro il “terrorismo” comunista e islamico, l’islamizzazione dell’Italia e la violenza politica.
L’obiettivo è radunare la parte più reazionaria della classe dominante e quella più abbrutita e moralmente corrotta delle masse popolari per fomentare la mobilitazione reazionaria.
La chiamano “unità nazionale”, ma è un salto di qualità nella guerra civile in corso che da strisciante si fa più aperta e, soprattutto, si fa più coerente con gli schieramenti di classe.
Primavera di riscossa. Pensare, progettare e agire insieme
Per la combinazione di vari elementi, le prossime settimane possono essere decisive ai fini della cacciata del governo Meloni.
Diciamo nell’Editoriale che gli sguaiati tentativi di dare un indirizzo unitario al paese attraverso la promozione di una unità nazionale reazionaria sono velleitarie manovre difensive per eludere processi politici già in corso. Processi che minano la stabilità del governo. Vediamo i principali.
Che la situazione sfugga di mano…
Ci concentriamo spesso sulla crisi del governo Meloni perché individuare i punti deboli del nemico principale, indicarli e farvi leva è parte del percorso per arrivare a liberarsene. Tuttavia è utile guardare anche alla situazione complessiva e allargare il ragionamento.
La crisi del governo Meloni è parte della crisi in cui versano i vertici della Repubblica Pontificia italiana. Quanto più progredisce e si aggrava la prima, tanto più progredisce e si aggrava la seconda.
Supponendo che il termine normalità abbia un senso per descrivere la situazione politica nel nostro paese – i vertici della Repubblica Pontificia operano in una situazione di costante “eccezionalità” per mettere toppe ai buchi provocati dalla crisi politica – a cose normali il governo Meloni sarebbe già stato sostituito.
Referendum del 22 e 23 marzo. Un po’ di chiarezza (Votiamo in massa NO)
I motivi del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia sono avvolti nella nebbia della manipolazione, della propaganda e delle strumentalizzazioni. Le operazioni principali, più disinvolte e più gravi, manco a dirlo, sono opera del governo e dei sostenitori della riforma della giustizia.
Molto semplicemente, TUTTE le argomentazioni per il Sì al referendum sono menzogne.
La riforma della giustizia di Nordio e Meloni non riguarda principalmente la “separazione delle carriere”, non velocizza i processi, non garantisce affatto una “giustizia più giusta” e, soprattutto, una magistratura meno asservita ai poteri forti.
Tolta di mezzo la propaganda ingannevole, su cosa verte la riforma?
Gli archivi Epstein e la Repubblica Pontificia
Non bisogna rassegnarsi alla finta normalità imposta dalla classe dominante italiana, che evita di assumersi le proprie responsabilità.
Ci sono ministri e sottosegretari che con nonchalance montano un caso su “Pucci escluso da Sanremo” o sul fatto che in TV si parli dell’inizio del ramadan e non dell’inizio della quaresima. Ma le masse popolari hanno interesse e diritto di sapere che relazioni intercorrevano fra Epstein e gli ambasciatori e i consoli d’Israele in Italia, ad esempio. Oltre che di sapere in che relazioni fossero gli agenti di Epstein in Italia con i soldati israeliani accolti in strutture sorvegliate e protette per “ritemprarsi” in Italia, in licenza dal genocidio in Palestina.
Le masse popolari italiane hanno il diritto di sapere a quale grado di prostituzione è stato ridotto il nostro paese. È complice della riduzione in schiavitù di ragazzine stuprate e picchiate, filmate e drogate allo stesso modo in cui è complice del genocidio del popolo palestinese?
Intervista. Ad Ancona si è costituita l’Unione portuali autonomi dorici
Il 6 febbraio è stata una giornata di lotta contro il traffico di armi nei porti, contro la guerra e in solidarietà al popolo palestinese. Una giornata di lotta internazionale: in ventuno porti del Mediterraneo è stato proclamato sciopero e si sono svolte manifestazioni e blocchi.
L’Unione sindacale di base (Usb) è stata la promotrice di questa mobilitazione in Italia: a Genova, Trieste, Livorno, Civitavecchia. Undici i porti italiani coinvolti, fra cui quello di Ancona.
Quello di Ancona è un porto di media portata in cui sono coinvolti più di 6 mila lavoratori (considerando anche gli stabilimenti Fincantieri, i servizi, la logistica, ecc.). Significa che i lavoratori del porto sono la spina dorsale dell’intera economia locale.
Proprio a partire da un bilancio della mobilitazione del 6 febbraio abbiamo intervistato i lavoratori dell’Upad (Unione portali autonomi dorici), organismo nato sulla spinta delle mobilitazioni in solidarietà al popolo palestinese di settembre e ottobre 2025.
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Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)
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