Per creare gli strumenti necessari ad affrontare
la lotta contro la guerra, il neofascismo meloniano
e la crisi economica che grava sui lavoratori
Che la situazione sia gravissima è inutile ripetercelo. Sappiamo tutti i pericoli che l’umanità sta correndo e quali siano le conseguenze economiche delle guerre in corso. La domanda è: quali strumenti abbiamo in Italia per affrontare la situazione? Qual è il ruolo effettivo di quei comunisti che pur declinando una analisi corretta della fase non ci hanno ancora spiegato la strategia da seguire?
Il comunismo non è retorica, è guida di un movimento reale che cambia lo stato di cose presente, per cui abbiamo la necessità e la responsabilità di definire un percorso che non si limiti ad esprimere solo punti di vista senza agire nella realtà. Soprattutto non possiamo limitarci ad appiccicare etichette o bandierine su quello che si muove attorno a noi rimanendo poi passivi rispetto ai compiti reali.
Diciamo questo in presenza di una situazione in cui, dopo l’ondata dei movimenti che si sono sviluppati emotivamente attorno al genocidio dei palestinesi a Gaza, si sta dimostrando evidente la mancanza di un orientamento politico sulle questioni di fondo. Ci siamo forse illusi che le cose sarebbero andate avanti da sole?
Eppure i decreti sicurezza, il progetto di legge sull’antisemitismo, il fermo di polizia, gli apparati propagandistici del regime meloniano sono lì a ricordarci che, se vogliamo far fronte alla situazione, dobbiamo fare un passo avanti qualitativo nell’organizzazione e nella capacità di elaborazione politica di una strategia di lotta.
Per questo è necessario che si apra la discussione sugli strumenti e sulle proposte con cui i comunisti definiscono la loro presenza politica e di azione oggi.
Intanto partiamo dall’individuazione delle linee generali per definire un programma. Gli elementi all’ordine del giorno ci sembrano questi:
a) come portare avanti la lotta contro la guerra e contro il governo della guerra,
b) in che modo e con quale funzione i comunisti devono rapportarsi ai vari settori di coloro che si dichiarano contro le guerre,
c) lo sviluppo della mobilitazione contro gli effetti economici della guerra tra i lavoratori e i ceti popolari.
Sulla prima questione, la mobilitazione contro la guerra, ci sembra che non si sia raggiunta una strutturazione del movimento che abbia la capacità di resistenza e di continuità. Finora il movimento si è espresso con molte iniziative, ma non è ancora stato capace di mettere in evidenza seriamente e con chiarezza le responsabilità del governo sulle guerre e per la sua collaborazione con l’asse USA-Israele-UE e il peso economico che da questo è derivato ai ceti popolari.
In altri termini c’è ancora confusione e si è rimasti, come consapevolezza popolare, solo a chi è responsabile di ciò che sta accadendo: Trump o Khamenei? Attraverso un lavoro politico di massa bisogna dunque spostare l’attenzione sulle responsabilità del governo Meloni nella partecipazione all’asse della guerra e su quello che ciò significa per i lavoratori.
Ma come si ottiene questo risultato? Qui entriamo nella seconda questione: come devono lavorare i comunisti per unire tutte le forze che sono contro le guerre?
A rifiutare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, come detta la Costituzione, sono in molti e con diverse declinazioni e, contrariamente a quello che avviene normalmente, bisogna tenere unito il fronte e indirizzarlo verso l’obiettivo principale. Pacifisti e antimperialisti devono trovare il loro punto di unità nell’obiettivo comune di combattere il governo della guerra e le sue alleanze militari, puntare a creare le condizioni per rovesciare il governo Meloni e impedire ogni alternativa di riarmo e di riproposizione del bellicismo in altra forma.
Infine, gli effetti della guerra sui lavoratori. Contro la guerra e contro il carovita diventa lo slogan con cui i comunisti devono affrontare i rapporti coi lavoratori e coinvolgerli nella lotta. Per i lavoratori e le masse popolari c’è un motivo in più per impegnarsi contro la guerra: il carovita, l’inflazione, l’incertezza economica. Questo aspetto della questione ha un’importanza decisiva e i comunisti devono lavorarci bene.
Qual è dunque la conclusione a cui vogliamo arrivare? Più che una conclusione è un’esortazione: i comunisti devono guardarsi allo specchio per capire la distanza tra ciò che sono abituati a dire e ciò che in realtà si è riusciti a fare.
Forum Italiano dei Comunisti – 09/03/2026

