Tutto questo caos, che si ripercuote su scala globale, ricordate sempre che è stato causato dagli Stati Uniti d’America e dallo Stato terrorista di israele.
La guerra del pedofilo sionista Trump contro l’Iran si è trasformata in una trappola di escalation a tutti gli effetti, senza una facile via d’uscita.
A seguito degli attacchi iniziali statunitensi e israeliani del 28 febbraio, la strategia di intensificare l’aggressione si è progressivamente ritorta contro gli Stati Uniti. Invece di affrontare direttamente la superiorità militare americana, l’Iran ha scelto di sfruttare il proprio punto di forza: una rappresaglia asimmetrica a basso costo e ad alto impatto.
Il cuore di questa strategia è lo Stretto di Hormuz, trasformato da Teheran in un punto di strozzatura strategico dove geografia e strategia favoriscono fortemente il difensore.
Incastonato tra l’Iran a nord e gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman a sud, lo Stretto di Hormuz è lungo circa 160 chilometri e si restringe a circa 39 chilometri (21 miglia nautiche) nel suo punto più stretto.
All’interno di questo spazio relativamente limitato, le rotte marittime sono organizzate secondo uno schema molto preciso:
- le rotte in ciascuna direzione sono larghe circa 3,7 chilometri (2 miglia nautiche)
- tra le due rotte esiste una zona cuscinetto di 2 miglia nautiche
Questo sistema di separazione del traffico rende il passaggio estremamente prevedibile. Le navi sono costrette a seguire corridoi stretti e obbligati, il che le trasforma in bersagli facili.
In queste condizioni, anche armamenti relativamente semplici possono diventare estremamente efficaci.
L’Iran ha costruito nel tempo un arsenale progettato proprio per sfruttare le caratteristiche dello Stretto di Hormuz. Si tratta di sistemi relativamente economici ma capaci di infliggere danni significativi.
Tra questi strumenti figurano:
- sciami di droni iraniani di tipo Shahed
- imbarcazioni di attacco rapido dell’IRGC armate di missili antinave
- droni kamikaze carichi di esplosivi progettati per la guerra navale
- sottomarini midget della classe Ghadir, costruiti appositamente per operare nelle acque poco profonde del Golfo
- migliaia di mine navali, che possono essere posate segretamente e dispiegate in modo clandestino
Questi sistemi hanno un costo estremamente ridotto se confrontato con quello delle piattaforme militari statunitensi. Un gruppo di attacco di portaerei statunitense richiede miliardi di dollari di investimento, mentre molte delle armi iraniane utilizzate in questo contesto costano una frazione di quella cifra.
Il risultato è una asimmetria economica: l’Iran può minacciare o danneggiare asset estremamente costosi con strumenti molto più economici.
Se il conflitto dovesse evolversi verso un’invasione terrestre, la geografia dell’Iran rappresenterebbe un ulteriore vantaggio per la difesa.
Il territorio iraniano è protetto da due importanti sistemi montuosi:
- la catena degli Zagros
- la catena degli Elburz
Queste montagne creano un terreno accidentato che renderebbe estremamente difficile un’avanzata rapida delle forze invasori.
Le operazioni militari moderne fanno spesso affidamento su velocità, sorpresa e mobilità, ma un ambiente montuoso e complesso tende a neutralizzare proprio questi fattori. Le forze attaccanti perderebbero quindi alcuni dei loro principali vantaggi operativi.
Parallelamente al controllo dello Stretto di Hormuz, l’Iran sta esercitando pressione su più fronti.
Tra le azioni coordinate si trovano:
- attacchi contro infrastrutture militari statunitensi in tutto il Medio Oriente
- attacchi alle infrastrutture petrolifere del Golfo
- interruzioni persistenti della navigazione nello Stretto di Hormuz
Questo tipo di strategia diffusa costringe gli Stati Uniti a disperdere risorse militari e logistiche su un’area molto ampia, aumentando i costi e la complessità delle operazioni.
In questo scenario, qualsiasi operazione terrestre potrebbe trasformarsi rapidamente in un pantano militare.
Un conflitto prolungato comporterebbe conseguenze significative anche all’interno degli Stati Uniti. Tra i possibili effetti vi sarebbero:
- un aumento delle vittime militari
- shock nei prezzi del petrolio
- un nuovo coinvolgimento su larga scala nel Medio Oriente
Questi fattori potrebbero generare una crisi interna negli Stati Uniti, rendendo il conflitto sempre più difficile da sostenere politicamente e economicamente.
In questo contesto, lo Stretto di Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo strategico. È diventato il centro di una trappola geopolitica, dove la combinazione di geografia, strategia asimmetrica e pressione regionale consente all’Iran di mettere in seria difficoltà una potenza militarmente superiore.
Tutto questo caos, che si ripercuoterà su scala globale, ricordate sempre che è stato causato dagli Stati Uniti d’America e dallo Stato terrorista di israele.
Giuseppe Salamone – 16/03/2026
https://giuseppesalamone.substack.com/p/la-trappola-di-hormuz-perche-liran

