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[SinistraInRete] Giorgio Boatti: 1979. Assalto alla Banca di Italia

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Nelle ricostruzioni storiche e nelle memorie di un Paese, ci sono vuoti che, a soppesarli adeguatamente, sono rivelatori.

 

 

Giorgio Boatti: 1979. Assalto alla Banca di Italia

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1979. Assalto alla Banca di Italia

di Giorgio Boatti

Schermata 2018 03 23 alle 12.51.42.pngNelle ricostruzioni storiche e nelle memorie di un Paese, ci sono vuoti che, a soppesarli adeguatamente, sono rivelatori. Marcano un prudente, forse imbarazzato distacco, da certi snodi cruciali. Un girar altrove lo sguardo che si fa significativo. Perlomeno quanto l’evidente massiccia focalizzazione di saggi, studi, memorie su altri eventi cruciali collocati dentro gli stessi anni.

Uno di questi vuoti viene ora finalmente riempito dal puntiglioso e rigoroso saggio Attacco alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi che Beniamino Andrea Piccone, storico dell’economia, ha dedicato all’assalto politico e giudiziario che nel marzo 1979, decapita la Banca d’Italia.

È stata un’azione brutale dispiegata da quella procura di Roma, “il porto delle nebbie” per i cronisti, che sul crinale tra gli anni Settanta e gli Ottanta agisce in obbedienza alla componente andreottiana allora al governo (Andreotti premier, e il suo braccio destro Franco Evangelisti sottosegretario alla presidenza). E opera in sintonia con la cordata piduista retta da Gelli che si è ramificata dentro il sistema bancario privato di Sindona, patron della Banca Privata e di Roberto Calvi, dominus del Banco Ambrosiano.

Una neoplasia corruttiva cresciuta durante il lungo governatorato del predecessore a palazzo Koch di Baffi, Guido Carli, alieno dal metter mano al verminoso dossier.

Un dossier in cui confluisce poderosamente anche il malaffare della consorteria affaristica cresciuta a Roma all’ombra dell’Italcasse, l’istituto finanziario delle banche di risparmio che fa da elemosiniere alla DC e che ha concesso crediti sterminati al gruppo dei fratelli Caltagirone. Consentendo il loro vertiginoso decollo prima di quella bancarotta che sembrò far tracollare il loro impero immobiliare.

Con Baffi governatore, affiancato dal suo direttore Mario Sarcinelli, le cose cambiano radicalmente.

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Marta Clinco: Il veleno che contamina la mente

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Il veleno che contamina la mente

di Marta Clinco*

Non solo danni fisici: le conseguenze psicologiche e sociali dei disastri ambientali

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veleno che contamina la mente.jpgLa busta gialla dell’ospedale è sul tavolo della cucina da tre giorni. Patrizia – chiamiamola così, anche se questo non è il suo vero nome – sa cosa c’è dentro perché l’ha già aperta, ma continua a non riuscire a dirglielo. Sua figlia ha sedici anni, studia al liceo scientifico, vuole fare medicina. I risultati delle analisi del sangue dicono che nel suo corpo ci sono 47,3 nanogrammi per millilitro di PFOA (PerFluoroOctanoic Acid), la più studiata tra le sostanze perfluoroalchiliche. Il limite considerato “sicuro” dall’Istituto superiore di sanità – quando finalmente, nel 2017, è stato fissato un limite – era di 8 nanogrammi. Sua figlia ne ha quasi sei volte tanto. E Patrizia sa che glieli ha dati lei, attraverso la placenta durante i nove mesi di gravidanza, poi ancora attraverso il latte durante l’allattamento che aveva prolungato proprio perché credeva fosse la cosa migliore, la più sana, la più naturale. Aveva letto tutti i libri, seguito tutti i corsi preparto, voleva dare alla figlia il meglio che poteva offrirle. E invece le ha trasmesso, senza saperlo, senza che nessuno glielo dicesse, molecole che non si degradano mai, che si accumulano nei tessuti, che alterano il sistema endocrino, che sono associate a tumori ai reni e all’apparato riproduttore, a malattie della tiroide, a ipercolesterolemia, a colite ulcerosa.

Siamo in un comune della provincia di Vicenza che non ha senso nominare perché potrebbe essere uno qualsiasi dei trenta che formano la “zona rossa” veneta, quella che è stata contaminata per oltre cinquant’anni dagli scarichi della Miteni, l’azienda chimica di Trissino che produceva composti fluorurati per conto di clienti internazionali come la 3M e la DuPont. Trecentocinquantamila persone hanno bevuto quell’acqua, hanno irrigato quegli orti, hanno allevato animali, hanno vissuto le proprie vite pensando di essere al sicuro perché nessuno gli aveva mai detto diversamente. E invece stavano accumulando nei loro corpi sostanze che la chimica degli anni Cinquanta aveva progettato per essere eterne, indistruttibili, perfette per impermeabilizzare tessuti e rendere antiaderenti le padelle.

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Giuseppe Gagliano: La guerra contro l’Iran svela i limiti della potenza americana?

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La guerra contro l’Iran svela i limiti della potenza americana?

di Giuseppe Gagliano

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1172P.jpgLa vera fragilità degli Stati Uniti in questa guerra non è la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilità materiale e capacità di sostenere un conflitto lungo. Il problema si manifesta anzitutto sul piano logistico ed economico: gli intercettori e i sistemi americani costano da dieci a cento, fino a mille volte più dei droni e dei missili impiegati dall’Iran.

Questo significa che il rapporto tra spesa e rendimento si sta capovolgendo. Washington può anche conservare una superiorità tecnica, ma la paga a un prezzo tale da rendere sempre più difficile la durata. Quando la risposta costa infinitamente più dell’attacco, la superiorità rischia di trasformarsi in una trappola.

 

Il complesso militare-industriale

Per capire questa crisi bisogna tornare alla genesi del sistema americano. Il complesso militare-industriale nasce tra il 1939 e il 1940, quando gli Stati Uniti comprendono che la loro tradizionale struttura militare da tempo di pace è troppo ridotta per affrontare una guerra mondiale.

La funzione originaria era semplice e formidabile: trasformare in tempi brevi una grande potenza economica in una macchina bellica capace di mobilitare risorse gigantesche. Era già accaduto durante la guerra civile americana, quando un esercito minuscolo fu ampliato fino a mobilitare quasi due milioni di uomini; accadde di nuovo nella Seconda guerra mondiale contro Germania e Giappone.

Ma col passare dei decenni il meccanismo ha cambiato natura. L’avvertimento di Eisenhower nel 1960 non riguardava soltanto il rischio per le libertà pubbliche: riguardava il fatto che il complesso militare-industriale avrebbe potuto smettere di lavorare prioritariamente per l’efficacia sul campo e iniziare invece a lavorare per la propria riproduzione. È esattamente ciò che oggi appare.

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Sergio Cararo: Come l’Italia si ritrova sempre in guerra… a sua insaputa

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Come l’Italia si ritrova sempre in guerra… a sua insaputa

di Sergio Cararo

Occorre ammettere che quando Giorgia Meloni in Parlamento ha richiamato la complicità dei governi di centro-sinistra nei bombardamenti Usa e Nato degli anni precedenti, ha avuto, purtroppo, ragioni da vendere.

Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza.

Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente da Napolitano e imposta a Berlusconi) o i bombardamenti sulla Siria nel 2018 (governo Gentiloni).

Insomma sulla concessione delle basi militari e gli scavalcamenti del Parlamento in materia di guerra, gli scheletri nell’armadio di tutti i governi – di centro-destra o centro-sinistra – abbondano. La pericolosità insita in questi meccanismi sull’uso delle basi militari è venuta fuori con tutta la sua ipocrisia anche nella riunione di emergenza del Consiglio Supremo di Difesa convocata da Mattarella al Quirinale.

Il documento approvato in questa riunione del Csd scrive infatti che: “Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”.

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Pino Arlacchi: Cambio di regime? Si ma negli Usa…

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Cambio di regime? Si ma negli Usa…

di Pino Arlacchi

Tutto già visto. Fin dalle sue prime battute, l’attacco all’Iran si è avviato lungo la strada prevista dalla maggioranza degli osservatori più onesti.

Abbiamo davanti agli occhi l’ennesimo fiasco militare e politico della potenza americana, la liquidazione quasi definitiva della propria egemonia, nonché la conferma dell’incapacità degli Stati Uniti di imparare dalle lezioni della storia. Dal Vietnam in poi, Washington ha perso tutte le guerre che ha fatto ignorando il verdetto consegnato da ciascuna di esse. Verdetto sempre uguale: è ora di tirare i remi in barca, l’impero è al tramonto, superato dagli eventi della storia profonda, quelli ineluttabili, che non si possono ribaltare con strategie di contrasto frontale. E che è saggio affrontare con misura e dignità.

Uhm, facile a dirsi. Lo vedete voi il leader di una potenza europea che assimila la lezione di una sconfitta bellica campale e disegna un futuro radicalmente diverso per il suo paese?

Lo avete mai visto? La risposta è si. Perché fu proprio questo il caso della Svezia, una potenza tra le più aggressive nel XVI e XVII secolo. Nonostante la sua modesta popolazione, il Regno di Svezia era dotato di un esercito possente, superiore numericamente a quello britannico, austriaco e prussiano. Ebbene, la Svezia perse il suo dominio dell’area baltica nel 1709, dopo la sua sconfitta a opera della Russia nella battaglia di Poltava. L’artefice di un nuovo corso storico del paese, basato sul ritiro dalla guerra e sulla scelta della pace come asse della sua politica internazionale, fu il re Carlo XI.

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Alon Mizrahi: Guerra all’Iran. Un’affermazione pericolosa… e rassicurante

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Guerra all’Iran. Un’affermazione pericolosa… e rassicurante

di Alon Mizrahi*

Stiamo assistendo a un momento storico. L’Iran, con grande stupore di tutti, sta infliggendo danni così gravi, completi e decisivi alle basi americane che il mondo non è preparato a vederli.

In soli quattro giorni, l’Iran è riuscito a espandere il suo dominio militare nella regione. L’Iran ha distrutto le basi militari, i beni e le attrezzature più preziosi e costosi al mondo. Le basi americane negli stati del Golfo sono tra le più grandi installazioni militari al mondo, beni la cui costruzione ha richiesto migliaia di miliardi di dollari nel corso di decenni. Stiamo parlando di una parte significativa di oltre trent’anni di spese militari sprecate.

Stiamo assistendo alla distruzione di radar del valore di centinaia di milioni di dollari ciascuno in un istante. Stiamo assistendo all’abbandono, all’incendio e alla distruzione di intere basi militari. E vi assicuro, in base alle mie informazioni, che gli Stati Uniti non hanno mai subito una simile devastazione nella loro storia, con la possibile eccezione di Pearl Harbor, ma quello fu un singolo attacco.

Nessun nemico in una guerra convenzionale ha mai inflitto all’esercito americano ciò che stanno facendo gli iraniani ora. È incredibile. La situazione militare è così disastrosa che la censura sta praticamente bloccando tutte le nuove informazioni su questa guerra. Se ci avete fatto caso, riceviamo sempre meno informazioni e la situazione peggiora ogni giorno.

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Turi Comito: Il vero padrone dell’Impero: Peter Thiel e la lunga marcia del suprematismo digitale

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Il vero padrone dell’Impero: Peter Thiel e la lunga marcia del suprematismo digitale

di Turi Comito

Il potere cambia volto e linguaggio: non più partiti e ideologie, ma algoritmi, dati e sistemi opachi. Nell’ombra avanza una nuova élite tecnologica decisa a governare società, comportamenti e destino collettivo

Sta arrivando a Roma (forse è già lì) il suprematista padre padrone di Palantir, la società di controllo sociale che si occupa, attraverso analisi di Big Data, di “predire” statisticamente il comportamento di individui, gruppi e comunità e quindi di controllarli. Pare che debba fare una conferenza “riservata”. Riservata a chi non ho capito ma è facile immaginarlo: ad altri facoltosi e influenti suprematisti come lui convinti che solo la tecnologia, controllata da élite coese ideologicamente, può arginare il famigerato “declino” dell’Occidente. Di Thiel, e degli altri tycoon della “PayPal Mafia”, ho già molte volte parlato in questa pagina. Insisto anche oggi per un motivo semplice. Thiel non è solo un ricco magnate come Gates, Bezos e ultramiliardari del genere. È un ideologo che maneggia alcuni concetti filosofici con una certa dimestichezza. È uno che non agisce solo in termini di profitto realizzabile. Agisce secondo la logica della conquista del potere politico per disegnare una nuova società occidentale basata su una idea di controllo totale e totalitario delle masse affidato a piccoli gruppi in grado di comprendere le sfide che altre potenze e superpotenze (la Cina innanzitutto ma non solo) mettono in campo e di contrastarle per mantenere egemonia e dominio. È qualcosa di molto più complesso e articolato rispetto a un programma politico.

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Salvatore Bravo: Jürgen Habermas filosofo o intellettuale?

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Jürgen Habermas filosofo o intellettuale?

di Salvatore Bravo

La morte di J. Habermas ha trovato spazio nei media quasi quanto la guerra in Iran. Il “filosofo” è celebrato nel mainstream per le sue virtù liberali e per il suo sostegno appassionato all’Unione europea. La santificazione mediatica è sospetta quanto la demonizzazione, e questo lo abbiamo ampiamente imparato in questi decenni di mefistofelica manipolazione di dati e fatti. La pubblica opinione è spesso il riflesso delle costruzioni ideologiche dei “fedelissimi alle plutocrazie transnazionali” e i giornalisti hanno il “potere” su commissione di celebrare o demonizzare e in tal modo il semplicismo regressivo domina e si afferma prepotentemente. Unione europea e oligarchie globalizzate sono un corpo unico, esse sono il sinolo della Totalità falsa come avrebbe detto Adorno. J. Habermas è stato dunque il seppellitore della Scuola di Francoforte, in quanto è diventato il portavoce della sinistra liberale e ha rimosso l’esperienza francofortese con la sua esperienza più critica che progettuale. Tra coloro che nella loro lucidità filosofica espressero giudizi chiari e argomentati sull’operare intellettuale di J. Habermas vi è stato Costanzo Preve. Da filosofo, e lo fu, egli definì J. Habermas un “intellettuale organico al capitalismo e non certo un filosofo”. J. Habermas aveva rinunciato all’indagine sulla totalità della realtà storica per trasformarsi in un intellettuale. Il filosofo indaga la totalità e interroga il sistema sociale in modo olistico, mentre l’intellettuale persegue la segmentazione del sapere e si rende funzionale al potere economico divenendo parte integrante delle istituzioni in cui la totalità non è mai oggetto di indagine e di critica.

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Eros Barone: Jürgen Habermas: filosofo dell’agire comunicativo e della “guerra umanitaria”

sinistra

Jürgen Habermas: filosofo dell’agire comunicativo e della “guerra umanitaria”

di Eros Barone

416ivmQSZZLDi fronte alla scomparsa di Jürgen Habermas (1929-2026) occorre dire, in prima istanza, che il rispetto per i defunti non impone il silenzio sul significato politico dell’eredità di un pensatore. La scomparsa di un filosofo quasi centenario, la cui vita e il cui pensiero coincidono in larga misura con un “lungo secolo” che si protrae fino ai nostri giorni, induce semmai ad un atteggiamento contrario, ovvero a una obiettiva valutazione di ciò che le sue idee hanno rappresentato e sostenuto. Va detto allora che nel caso di Habermas la parabola descritta dal suo pensiero ha rispecchiato una mutazione più ampia, che ha contraddistinto gran parte della teoria critica occidentale tra la fine del XX secolo e i primi decenni di questo secolo, ovvero il passaggio da una critica radicale della società capitalistica a una riconciliazione filosofica, a volte raffinata, più spesso grossolana, con le istituzioni del capitalismo liberale.

Habermas iniziò la sua carriera intellettuale nell’orbita della Scuola di Francoforte, una corrente della critica sociale sviluppatasi a partire dalla “critica dell’economia politica” di Karl Marx. Le figure precedenti di questa tradizione, come Theodor Wiesengrund Adorno e Max Horkheimer, si erano confrontate con le grandi catastrofi del XX secolo – il fascismo, la guerra mondiale, la sconfitta dei movimenti rivoluzionari in Europa – e avevano posto l’accento sulle profonde contraddizioni materiali che attanagliano la struttura della società capitalistica. Le loro indagini, per quanto filosoficamente complesse e politicamente condizionate dall’azione e dall’ideologia delle centrali imperialiste, non avevano mai completamente disconosciuto l’assunto secondo il quale il mondo moderno è plasmato dai rapporti di produzione, dagli antagonismi di classe e dalle lotte per il potere economico. Habermas si allontanò invece, passo dopo passo, da quel terreno, così come nella sua opera il centro della critica sociale si spostò gradualmente dalle relazioni materiali al discorso, dalla produzione alla comunicazione, dal conflitto di classe alle condizioni del dialogo razionale all’interno delle istituzioni della democrazia borghese.

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Mario Barbi: FARE PAURA! La guerra americano-israeliana all’Iran: l’azzardo e le illusioni

FARE PAURA! La guerra americano-israeliana all’Iran: l’azzardo e le illusioni

di Mario Barbi

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march2024.jpgGli Stati Uniti hanno accantonato l’universalismo, ma non riescono a fare i conti con i propri limiti e scaricano sul mondo la loro incapacità di fare tornare conti che non tornano. Un “presidente di pace” è diventato in un attimo guerrafondaio e interventista. Nostalgie di onnipotenza e cieche fughe in avanti fanno piazza pulita di ogni prudenza. Come si spiega? Una chiave di lettura possiamo forse trovarla nel discorso pronunciato qualche settimana fa alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera dal Segretario di Stato Marco Rubio.

Sintetizziamo l’intervento di Rubio, incentrato sulla civiltà occidentale, in tre passaggi: i) l’euforia per il trionfo nella guerra fredda “ci ha condotto a una pericolosa illusione: che fossimo entrati, cito, “nella fine della storia”; che ogni nazione sarebbe diventata una democrazia liberale; che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero ora sostituito la nazionalità; che l’ordine globale basato sulle regole – un termine abusato – avrebbe ora sostituito l’interesse nazionale; e che ora avremmo vissuto in un mondo senza confini in cui tutti sarebbero diventati cittadini del mondo”; ii) è tempo di tornare ai fondamentali, dice Rubio, oltre le illusioni e le delusioni: “Sotto la guida del Presidente Trump, gli Stati Uniti d’America si assumeranno nuovamente il compito di rinnovamento e restaurazione, spinti dalla visione di un futuro tanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto il passato della nostra civiltà. E sebbene siamo pronti, se necessario, a farlo da soli, preferiamo e speriamo di farlo insieme a voi, nostri amici qui in Europa. Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi”; iii) Rubio conclude che gli USA non si rassegnano al declino, anzi: “Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente si era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo.

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nlp: Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA

Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA

di nlp

epic fury2
800x445.jpgE’ ormai consolidato il fatto che la AI è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione AI della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli da tenere conto.

La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’AI e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.

Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.

Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.

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coniarerivolta: La solita noiosa canzonetta sul peso del Debito pubblico

coniarerivolta

La solita noiosa canzonetta sul peso del Debito pubblico

di coniarerivolta

E ci risiamo. Neanche il Festival di Sanremo è riuscito a far dimenticare il solito leitmotiv sull’insostenibilità del debito pubblico italiano ai due principali organi della carta stampata nazionale.

È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso intollerabile sulle spalle delle generazioni future a livello globale, dal momento che il debito pubblico mondiale avrebbe superato i centomila miliardi di dollari, come evidenziato dall’Institute of International Finance – organismo che lo stesso quotidiano descrive come un’emanazione delle grandi banche. D’altronde, il peso del debito è proprio il cavallo di Troia che l’Europa ha utilizzato per imporre decenni di austerità e tagli alla spesa sociale, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alle pensioni, sotto le vesti di vecchi e nuovi Patti di Stabilità.

Come detto, lo spauracchio del debito pubblico che graverebbe sulle generazioni presenti e future non è certo una novità per i media italiani. È un tormentone ricorrente, quasi quanto le discussioni sulla qualità dei fiori sul palco dell’Ariston. Proprio per questo è necessario, ancora una volta, chiarire alcuni punti fondamentali e ridimensionare la retorica catastrofista sul debito pubblico, così da lasciare spazio a problemi ben più urgenti, anche per le generazioni future.

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Chris Hedges: La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio

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La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio

di Chris Hedges*

Gaza è solo l’inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa

La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.

Ospedaliscuole elementariuniversità e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.

Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente. Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.

Lasciateli mangiare la terra.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono una farsa, inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I leader più depravati della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta.

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Marc Lynch: Gli Stati Uniti potrebbero perdere il Golfo

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Gli Stati Uniti potrebbero perdere il Golfo

di Marc Lynch*

I bombardamenti iraniani sui vicini del Golfo li hanno inesorabilmente trascinati in una guerra che speravano disperatamente di evitare. Il potenziale ingresso degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e dell’Arabia Saudita in una guerra diretta al fianco di Israele e Stati Uniti rappresenta la prima manifestazione su vasta scala delle ambizioni americane per l’ordine mediorientale che ha supervisionato per decenni. Washington ha sempre sognato una cooperazione arabo-israeliana contro l’Iran senza risolvere la questione palestinese. Eccolo.

Sarebbe una non piccola ironia se il Medio Oriente americano raggiungesse la sua apoteosi proprio mentre l’intera regione sprofonda nell’abisso. Ma quel giorno potrebbe arrivare. Gli stati del Golfo non possono più credere che gli Stati Uniti possano o vogliano proteggerli da minacce esistenziali. E anche se sono costretti a cooperare apertamente con Israele nella sua guerra, lo considereranno sempre più una minaccia piuttosto che un potenziale alleato.

L’attacco dell’Iran agli stati del Golfo di fronte all’attacco USA-Israele ha infranto il riavvicinamento regionale duramente conquistato negli ultimi tre anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano da tempo allineati con Israele sulla necessità di una strategia di confronto con dell’Iran.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, all’inizio del suo regno de facto, si era scagliato contro la Repubblica Islamica e aveva manifestato la sua disponibilità all’azione militare.

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Manolo Morlacchi: Dove sta andando il Venezuela? E che fine potrebbe fare Cuba?

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Dove sta andando il Venezuela? E che fine potrebbe fare Cuba?

di Manolo Morlacchi

I colloqui in corso tra Cuba e USA non giungono inaspettati. La crisi energetica che sta mettendo in ginocchio l’isola è giunta a una fase così grave da prefigurare un crollo complessivo del sistema con conseguenze molto pericolose per gli stessi che lo stanno provocando, gli Stati Uniti.

La destabilizzazione totale di Cuba potrebbe provocare una destabilizzazione complessiva dell’area, con – ad esempio – una migrazione di massa che gli USA non sarebbero in grado di gestire. Un accordo che preveda la salvaguardia del governo cubano in cambio di riforme ancora più radicali dal punto di vista economico e la ripresa nella consegna del petrolio, rappresenta per gli USA uno scenario preferibile al caos o alla guerriglia (soprattutto in una fase dove il paese è già esposto su più fronti). Tutto ciò ha subito un accelerazione a causa degli eventi venezuelani. Cuba ha potuto contare per decenni sul petrolio venezuelano che – da Chavez in poi – ha raggiunto l’isola a condizioni di estremo vantaggio per i cubani e rendendo meno duro l’impatto delle sanzioni USA.

Il blocco pressoché completo nella fornitura del petrolio venezuelano da dicembre 2025 e il radicale cambio di politica energetica e diplomatica di Caracas ha definitivamente messo in ginocchio l’isola. L’esito sembra scontato e ancora una volta conferma una legge della rivoluzione: se combatti puoi vincere o puoi perdere; se non combatti hai già perso. La decisione del governo venezuelano di stendere i tappeti rossi agli emissari della Shell o dell’amministrazione Trump, il reciproco scambio di convenevoli e ringraziamenti – come detto più volte nelle scorse settimane – non può non avere impatti drammatici sull’intero asse della resistenza antimperialista.

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