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[SinistraInRete] Carlo Formenti: Il futuro dell’ordine mondiale secondo Amitav Acharya

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Mentre è partito il conto alla rovescia per l’uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l’Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell’egemonia dell’Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere.

 

Carlo Formenti: Il futuro dell’ordine mondiale secondo Amitav Acharya

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Il futuro dell’ordine mondiale secondo Amitav Acharya

Un’analisi critica

di Carlo Formenti

9791259677518 0 0 536 0 75.jpgMentre è partito il conto alla rovescia per l’uscita, prevista fra tre mesi per i tipi di Meltemi, dei due volumi di Oltre l’Occidente, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, il tema della crisi dell’egemonia dell’Occidente collettivo è al centro di un numero crescente di opere. Una delle più corpose e recenti è Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, dell’accademico di origine indiana Amitav Acharya (Fazi editore). Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell’esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l’egemonia dell’Occidente – gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne – non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone – come in questo caso – il merito esclusivo di averli “inventati”). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell’ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell’Occidente; l’ordine mondiale post occidentale.

 

Concetti e definizioni

Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”.

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di Vijay Prashad: L’errore di calcolo del secolo; l’avventura di Trump in Iran

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L’errore di calcolo del secolo; l’avventura di Trump in Iran

di Vijay Prashad

Nel giugno dello scorso anno, gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato gli impianti di energia nucleare e di ricerca nucleare dell’Iran per dodici giorni. Dopo alcuni giorni, le due potenze belligeranti – che non disponevano dell’autorizzazione delle Nazioni Unite per questa guerra di aggressione – hanno aperto le porte a un cessate il fuoco.

In quel momento, credendo che ciò potesse benissimo servire come base per una negoziazione completa, il governo iraniano guidato dalla Guida Suprema Ali Hosseini Khamenei accettò i termini stabiliti: la fine immediata degli attacchi e l’assenza di escalation.

I lanciamissili tacquero, ma l’accordo era molto fragile. Non c’era un accordo di pace a lungo termine, né meccanismi vincolanti di attuazione o monitoraggio, né un accordo sulle questioni nucleari, né un accordo per porre fine agli atti di sabotaggio e agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.

Non si trattava della fine della guerra imposta dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran, ma solo di un accordo per interrompere una battaglia. Khamenei descrisse l’aggressione di Stati Uniti e Israele come futile e affermò che essi “non avevano guadagnato nulla“, dichiarando al contempo che l’Iran aveva imposto un cessate il fuoco e “non si sarebbe mai arreso“.

L’Oman ha una reputazione decennale come mediatore neutrale tra Iran e Stati Uniti (con la presenza discreta di Israele dietro le quinte).

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Adelino Zanini: In cerca di regole

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In cerca di regole

di Adelino Zanini

Un’analisi delle politiche economiche internazionali e della guerra come possibile esito delle logiche finanziarie globali. Tra epica, tragedia, ragionevole utopia

Un’età non più epica, certamente tragica

Il titolo dell’ultimo libro di Stefano Lucarelli (Il tempo di Ares. Politiche interna­zio­nali, «leggi» economiche e guerre, Mondadori Università, Milano, 2025) non è so­lo allusivo, è anche esplicativo. Ricorre, con intenzione teorica dichiarata, all’epica greca, a figure che informano paradigmi fonda­tivi della grande cultura occidentale. Basti leggere i titoli dei tre capitoli che co­stitui­scono il breve libro: oltre ad Ares, in essi s’invocano Ermes e Pan. La nascita del primo è segnata dal conflitto: dio della guerra, egli rappresente­rebbe i tempi odierni. Dei quali Ermes, liberatore di Ares, mes­saggero degli dèi e scal­tro dio dei commerci, prefigurerebbe gli intrighi, poiché ingegno, elo­quenza e per­suasione si sono spinti sino alla “astuzia” dello scambio ine­guale glo­ba­lizzato. In­fine, il dio-capro, Pan – secondo l’interpretazione di Károly Ke­ré­nyi, prima, e di James Hillman, poi –, il quale, sebbene sia per molte ragioni avvicinabile ad Ares, potrebbe dare un significato al “trauma”, in modo tale che l’odierno tempo della paura e del “panico” potesse far na­scere una con­sape­volezza assente nel tempo della guerra. In­somma, una mi­sura.

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Flavia: Qualche riflessione sull’Iran e su di noi

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Qualche riflessione sull’Iran e su di noi

di Flavia

Perché è così maledettamente difficile schierarci incondizionatamente a fianco dell’Iran? Perché non riusciamo a solidarizzare con l’Iran “senza se e senza ma?” Perché nelle ultime manifestazioni è difficilissimo trovare una bandiera iraniana o uno slogan di solidarietà contro l’aggressione al paese? Mai come adesso anche i più radicali antagonisti o internazionalisti sollevano rischi di “campismo” o mettono in guardia sui pericoli di semplificazioni, terzomondismi o poca sensibilità alle condizioni delle donne nel paese. Ma magari c’è dell’altro.

La nostra solidarietà ai popoli oppressi è quasi spontanea quando è in assenza di una loro reazione, tanto più se non violenta e brutale; ma se lo diventa iniziamo a sollevare perplessità e distinguo. Facendo un esempio relativamente recente sulla Palestina: fino a quando le reazioni dei palestinesi si sono limitate alle diverse Intifade ci veniva automatico solidarizzare con gli eroici lanci di pietra dei ragazzini della Cisgiordania ma già con il 7 ottobre quella solidarietà ha iniziato a vacillare. La reazione passava dai sassi alle mitragliatrici e la nostra empatia ha iniziato a vacillare.

La nostra solidarietà contro l’aggressione imperialista all’Iran rischia di essere ancora più ostica e condizionata. L’Iran è sì un paese aggredito ma è anche uno Stato teocratico e patriarcale, schierarci in sua difesa vorrebbe dire appoggiarne la struttura reazionaria e conservatrice. Così la pensano tanti compagni anarchici e tante compagne femministe; salvo – poi – non solo cadere nei tanti luoghi comuni costruiti ad arte della propaganda occidentale ma soprattutto ignorare che si aggredisce lo Stato iraniano, ancor prima che per colpirne gli Ayatollah, per colpire e assoggettarne la popolazione e per depredarne le risorse. E quindi lo slogan “Giù le mani dall’Iran!” è tutt’altro che campista o semplificatorio.

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Laura Bazzicalupo: Neoliberalismo totalitario. Che fare?

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Neoliberalismo totalitario. Che fare?

di Laura Bazzicalupo

L’errore peggiore è sottovalutare la capacità del neoliberalismo di penetrare nelle anime. Ma è un errore anche sopravvalutarne la forza. Il neoliberalismo è sfociato oggi in un regime di guerra permanente. Una versione securitaria e autoritaria: evidentemente contestata e contestabile 

Neoliberalismo totalitario.jpgCosa significa liberalismo totalitario? sembra un paradosso! E intendiamo scioglierlo: perché nel liberalismo la vocazione totalitaria è implicita e nel neoliberalismo è costruita consapevolmente sin dall’inizio.

 

Perché parliamo di totalitarismo?

Diciamo che una politica è totalitaria quando penetra oltre l’istituzione politica nell’intera vita sociale. Quando la totalizza in un’unica forma di vita, escludendo qualsiasi limite e qualsiasi alternativa. Il liberalismo è una creatura sfuggente, ambigua.

Fa leva su una conquista base della cultura politica moderna: la libertà. Ma la piega ad una interpretazione disegualitaria e individualista: in netto contrasto con la logica democratica dell’uguaglianza e della solidarietà, la “egaliberté”. Aggiungerei che mentre la democrazia è esplicitamente politica (poiché la uguaglianza deve essere costruita politicamente), la libertà della narrazione liberale si presume naturale e nasconde quello che è invece da sempre il suo obiettivo politico. Come tutte le ideologie, sostiene un progetto politico e lo nasconde, spoliticizzandolo.

Il suo preciso e costante progetto politico è liberare l’economia (capitalista) da qualunque contrappeso: l’intervento sovrano, le pretese dei lavoratori, gli interessi organizzati, i vincoli democratici, le lotte sindacali o le persone che vogliono un altro tipo di vita. Rimuovere gli ostacoli alle operazioni del capitale, liberarle dal conflitto. E liberarsi dal conflitto è appunto il totalitarismo.

Aggiungiamo subito che gli altri obiettivi della dottrina sono subordinati: per esempio, si accantona il libero scambio in congiunture nelle quali diventa sfavorevole. Lo Stato minimo: è minimo nelle politiche di welfare, ma forte, molto forte, nella imposizione della logica del mercato e dell’ordine sociale.

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Gianandrea Gaiani: Lo spiraglio di luce dei negoziati nella guerra al buio contro l’Iran

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Lo spiraglio di luce dei negoziati nella guerra al buio contro l’Iran

di Gianandrea Gaiani

P20251229DT 0629Per diverse ragioni potrebbe risultare pericoloso farsi illusioni circa il rapido esito negoziato del conflitto che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran. Innanzitutto perché le dichiarazioni, spesso sopra le righe e contraddittorie di Donald Trump, suscitano legittime perplessità circa la lucidità e la consapevolezza delle decisioni dell’inquilino della Casa Bianca.

Di certo, dopo la presidenza di Joe Biden, gravemente inibito nella sua lucidità dalla malattia, né gli Stati Uniti né il mondo possono permettersi un altro presidente americano squilibrato.

 

Una narrazione raffazzonata

Eppure Trump solo negli ultimi giorni è riuscito a ribadire che la guerra all’Iran è vinta, smentendosi subito dopo con l’invio di 4.500 marines e 2.000 paracadutisti per un’operazione di terra tesa forse a minacciare di prendere il controllo del terminal petrolifero dell’Isola di Kharg o del tratto di costa iraniana che fronteggia lo Stretto di Hormuz.

Oggi Trump ha dichiarato al Financial Times di poter “impadronirsi del petrolio iraniano” e potenzialmente conquistare l’isola di Kharg, sede del più importante terminal petrolifero dell’Iran.

“Forse conquisteremo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni“, ha detto Trump al Financial Times. “Significherebbe anche che dovremmo rimanere lì per un po’ di tempo. Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo conquistarla molto facilmente.”

Sul fronte diplomatico Trump ha aggiunto che i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran tramite “emissari” pakistani stanno procedendo bene, ma si è rifiutato di commentare la possibilità di raggiungere presto un accordo per il cessate il fuoco.

In tema di operazioni sul territorio iraniano,  Trump ha però nuovamente esternato la possibilità di mettere le mani sull’uranio iraniano, stimato in quasi 1.000 libbre (453 kg).

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Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan: Zone di pericolo in Medio Oriente: un aggiornamento al 2026

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Zone di pericolo in Medio Oriente: un aggiornamento al 2026

di Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan1

terza guerra mondiale 600x400Carissimi, veniamo inondati di articoli sulle cause e sulle conseguenze delle guerre del golfo che proseguono dopo decenni, tutti incentrati sulle “scelte politiche”, “religiose”, “egemoniche” “imperialiste” e quant’altro riguardi i fenomeni superficiali e giornalistici del problema. Nessuno che si azzardi ad approfondire con degli studi seri le dinamiche del capitalismo basate sulla fame di profitto al di là di ogni manifestazione a chiacchiere della potenza di questo o quel paese o di questo o quel leader (più o meno fuori di testa). Larticolo “Zone di pericolo in Medio Oriente” di Shimson Bichler e Jonathan Nitzan analizza con dovizia di particolari la correlazione tra i rendimenti delle compagnie petrolifere e le Guerre in Medio Oriente. Potremmo aggiungere che oltre agli interessi delle corporation del petrolio dovremmo aggiungere i profitti che ne derivano per le corporate delle armi, del Complesso Militare Industriale, delle corporation Hightech, e via via fino a interessare il capitale speculativo che come un vampiro si precipita a sfruttare la volatilità dei prezzi di tutti i beni legati al petrolio e le difficoltà del trasporto merci derivato dai conflitti [A. Pagliarone].

* * * *

Nel febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, dando il via a un nuovo “conflitto energetico” in Medio Oriente.E come la maggior parte dei conflitti energetici degli ultimi cinquant’anni, anche questo è iniziato dopo che la regione è entrata in una “zona di pericolo”. Il concetto di zona di pericolo è stato introdotto per la prima volta nel nostro articolo “Bringing Capital Accumulation Back In” (Nitzan e Bichler 1995).

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Militant: Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico

militant

Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico

di Militant

Su Pd, Avs e generazione Gaza, ovvero come saper vivere dentro le contraddizioni politiche del presente

Il corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso (un falso molto interessato però), un errore politico. La piazza di sabato è stata, in primo luogo, una piazza internazionale, di gente che lotta da Milwaukee a Gaza, da Roma a Caracas. Otto milioni di persone in tremila manifestazioni per il mondo. Non è stata “la piazza del centrosinistra”, a meno di non voler regalare il Blm e la mobilitazione contro l’Ice all’azione di Schlein e Bonelli, non voler regalare la generazione Gaza agli accordicchi della famiglia Fratoianni. È stata, poi, una piazza di popolo, ma di un popolo particolare, non generico né interessato alle sirene della sintesi elettorale: è stata una prosecuzione naturale delle piazze della Palestina e che è a sua volta proseguita un po’ inaspettatamente dentro il NO alla “riforma della magistratura”. Una piazza giovane, radicale, cosciente – di una coscienza all’altezza dei tempi che corrono, ovviamente. Non servono voli pindarici o ingegnerie politiche per verificare i limiti e le potenzialità – queste decisamente superiori ai limiti – di tale esigenza di partecipazione. È così che si muove la protesta, fregandosene delle etichette e delle appartenenze, dei giochi politici e delle ideologie assestate e mature. A volte questa partecipazione prende le forme della radicalità ingestibile, a volte è rinchiusa nei vincoli di una sorta di falsa coscienza di se stessi, del proprio stare al mondo, delle possibilità concrete del proprio agire politico, dei suoi alleati.

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Il Pungolo Rosso: “No Kings” a Roma: buona la partecipazione, ma c’è una questione di fondo da chiarire

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“No Kings” a Roma: buona la partecipazione, ma c’è una questione di fondo da chiarire

di Il Pungolo Rosso

Molte migliaia di manifestanti, molte di più di quanto dichiarato dalla Questura, sono scesi sabato a Roma da Piazza della Repubblica fino a San Giovanni per poi salire sulla tangenziale. Un fatto positivo questa partecipazione alla chiamata dei “No Kings”, che aveva un respiro internazionale essendo partita dagli Stati Uniti.

A Roma questa nuova mobilitazione di massa ha visto partecipare centinaia di associazioni, reti sociali, organizzazioni politiche, movimenti, centri sociali e la Cgil, con esponenti politici e sindacali dell’opposizione di centro sinistra (Landini, Bonelli, Fratoianni, I. Salis, qualche deputato e senatore del M5S e del Pd).

Pur avendo deciso di non aderire all’iniziativa, abbiamo osservato attentamente l’andamento della giornata, perché ci è estranea l’attitudine indifferentista di mettersi alla finestra a contemplare “a che punto è la notte”. Nel pieno di una terza guerra mondiale “a pezzi”, ma a pezzi sempre più collegati tra di loro, per chi si muove in un’ottica di classe vanno scrutati con attenzione tutti i segnali di attivizzazione delle masse. Una attivizzazione che in Italia è stata incoraggiata, nelle ultime settimane, dalla batosta subita dal governo in carica con il No al Referendum.

Pur non essendo quella una nostra vittoria, è ovvio, siamo contrari a ridurla a un’eterodirezione dei PD, AVS, M5S o CGIL su masse totalmente informi. Tocca a chi si muove su una prospettiva di classe, approfittare del momento di difficoltà del governo Meloni, per lavorare alacremente a rovesciargli contro la disponibilità a scendere in campo di settori di massa, e a farlo sul terreno meno congeniale al riformismo e all’opportunismo: la piazza e i cancelli dei magazzini e delle fabbriche.

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Enrico Tomaselli: Prigionieri di Patton

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Prigionieri di Patton

di Enrico Tomaselli

Le guerre sono un processo evolutivo. Non solo perché, quasi sempre, è nel corso di un conflitto che la ricerca di soluzioni tecnologiche subisce una accelerazione, e questo soluzioni poi si riverberano nella normale vita civile, ma proprio in sé: la guerra, come fenomenologia, si evolve, sia nel corso della storia – com’è ovvio – sia nel corso di una specifica guerra. Un esempio perfetto è il conflitto in Ucraina, iniziato in determinato modo – con caratteristiche operative e tattiche di un certo tipo – e poi successivamente evolutosi, con progressivi cambiamenti tecnologici che si sono riflessi sulle modalità stesse del combattimento. Questa evoluzione è particolarmente marcata, nella guerra russo-ucraina, ed evidenzia – tra le altre cose – quanto sia rilevante la capacità di adattamento all’innovazione, che si applica non solo sul piano tattico, ma investe l’intera infrastruttura materiale e dottrinaria del combattimento. Quindi velocità nel recepire il valore dell’innovazione, nell’implementarla e svilupparla ulteriormente (ricerca e produzione industriale), nell’adattare l’organizzazione militare e le modalità di combattimento, etc.

Nel caso della guerra ucraina, il fattore evolutivo fondamentale è stato l’utilizzo dei droni, ed in particolare dei cosiddetti FPV (First Person View), cioè piccoli apparecchi guidati direttamente da un operatore che lo pilota da remoto, e che hanno un impatto radicale rispetto al movimento offensivo, rendendo estremamente difficile la concentrazione di forze necessaria. Da questo punto di vista, anche se la Russia ha saputo adattarsi al cambiamento, ed ha fatto poi prevalere la sua soverchiante capacità produttiva e di sviluppo, indubbiamente oggi le forze armate ucraine sono tra le più capaci nella conduzione di questo tipo di guerra.

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Alessandro Volpi: Guerra e recessione

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Guerra e recessione

di Alessandro Volpi

Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il gigantesco debito federale di quasi 40mila miliardi. Per evitare la fuga dal dollaro e trovare compratori del debito devono obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la prima volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta Usa. Una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default.

In questa ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva, persino a costo di una recessione vera e propria. Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia.

In questo senso, gli Usa devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez e allo Stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houti e normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas liquido naturale ai paesi europei che ne hanno una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia.

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Andrea Zhok: Cos’è un gatekeeper?

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Cos’è un gatekeeper?

di Andrea Zhok

Un gatekeeper (letteralmente guardiano del cancello) è chi incanala le energie di protesta o rivolta di una collettività indirizzandola verso obiettivi innocui o fittizi. Questa definizione mi è venuta in mente guardando alla manifestazione “No Kings” in Italia (ma non solo).

Dico subito che è importantissimo che molte persone abbiano preso l’iniziativa di farsi sentire e di scendere in piazza per esprimere un dissenso, un disagio, una protesta. So per certo che molti hanno partecipato mossi da una sacrosanta indignazione contro il genocidio palestinese, contro la diffusione di uno spirito bellicista e orizzonti di guerra. Mi pare una bella cosa e dunque sono lontano anni luce dal criticarli. Ma un elemento di cautela è necessario.

La manifestazione si muove sotto uno slogan guida, una parola d’ordine: “No Kings”. Che diavolo vuol dire? Perché è stato scelto questo slogan? Si tratta di uno slogan di importazione da proteste antitrumpiane avvenute negli USA. E la prima domanda che emerge è: perché dobbiamo andare a traino di una protesta che legittimamente alcuni cittadini statunitensi hanno mosso al loro presidente? Non ce la si faceva a usare uno slogan in italiano e mirato a un obiettivo italiano?

E qui emerge un’aggravante. Se si fosse protestato per qualcosa di preciso: contro il riarmo forzoso, contro il nostro coinvolgimento obtorto collo in guerre che non ci riguardano (ma di cui paghiamo le conseguenze), contro l’aggressione unilaterale israelo-statunitense all’Iran, o altro, un sacco di pupazzi travestiti da opposizione parlamentare non si sarebbero potuti presentare in piazza.

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