Forum Italiano dei Comunisti

“Comunisti: La questione del partito”

Sharing

Se vogliamo spiegarci il motivo degli insuccessi dei tentativi di rilancio dei progetti di riorganizzazione dei comunisti in Italia, dobbiamo uscire dalla narrazione corrente, imperniata su diatribe che poco hanno a che fare con l’essenza del problema e si limitano ad operazioni di piccolo cabotaggio mascherate da processi di ‘unità dei comunisti’. Per affrontare la questione che abbiamo di fronte, cioè la ricostituzione di un partito comunista che non sia una caricatura, dobbiamo mettere in evidenza i due elementi di debolezza che hanno inficiato la ripartenza dopo la fine del P.C.I.

Si tratta, rispettivamente, dell’idea che bastasse proclamare la rifondazione della vecchia storia, senza basi teoriche adeguate alla nuova fase, e/o appropriarsi di una fraseologia che è alla superficie dell’esperienza comunista senza che siano definiti i contenuti del processo reale su cui si inserisce l’azione del nuovo partito.

Questi limiti, per superarli, bisognava analizzarli e comprenderli, per individuare i passaggi nella formazione di un partito comunista che sapesse svolgere la sua funzione storica effettiva che, è bene ricordare, non è di pura opposizione propagandistica al sistema, ma di azione strategica per trasformarlo. Partire dunque da questo presupposto per valutare la portata dei compiti di chi ricostruisce, o intende ricostruire, il partito dei comunisti.

Analisi teorica perciò e basi oggettive, a partire dal fatto che la mutazione genetica del partito comunista italiano era interna alla crisi del movimento comunista internazionale dagli anni ’60 del secolo scorso in particolare del PCUS, dei paesi dell’Est e dei partiti comunisti dell’occidente europeo e tra questi, ovviamente, quello italiano. Anche in Cina del resto si era aperto uno scontro acuto all’interno del PCC culminato con la rivoluzione culturale e le vicende ad essa legate, il cui esito però ha portato a conclusioni tutt’altro che liquidatorie.

Un processo controrivoluzionario avanzava dunque a partire dal 1956 e bisognava analizzarne le basi oggettive e valutare il suo punto di arrivo.

Nel caso italiano il punto d’arrivo fu, come è noto, lo scioglimento del partito. Questo evento non era un fatto di normale amministrazione o di routine politica, ma era per l’Italia un fatto epocale che tranciava le radici di un processo di trasformazione che era diventato parte della storia del nostro paese.

Perchè si sciolse il P.C.I.? Quali effetti ebbe l’evento negli strati sociali di riferimento? E dunque quale processo deve attraversare un’ipotesi di riorganizza­zione? Questi tre nodi sono la base dell’analisi che può consentirci di inquadrare quello che si può definire progetto di ricostruzione e di individuare le caratteristiche del partito comunista nella nuova fase storica.

Ritornare sullo scioglimento del P.C.I. è importante per capire un dato che ha carattere oggettivo cioè la natura di un partito comunista. Quello italiano era nato nel 1921, dopo la rivoluzione russa e la nascita dell’Internazionale comunista, ed era passato per la clandestinità e la lotta armata. Un partito dunque molto solido, arricchito dalle capacità teoriche e politiche di Gramsci e di Togliatti. Ma la crisi dell’URSS e le sue conseguenze hanno destabilizzato questo patrimonio e creato le condizioni di uno sgretolamento delle certezze che avevano retto il partito fino a quel momento. Su queste incertezze ha operato l’azione di coloro che, invece di affrontare la crisi con un‘analisi comunista delle contraddizioni, hanno creduto bene di passare dall’altra parte e ripararsi sotto l’ombrello della NATO e di un sistema politico che invece andava combattuto.

Questi fatti, relativi all’URSS e al P.C.I. non si possono considerare solo come dovuti ai ‘revisionisti’. I ‘revisionismi’ nascono dalle condizioni oggettive maturate rispettivamente nella società sovietica e in quella italiana negli anni ’60 del secolo scorso. In URSS le contraddizioni accumulate tra necessità di sviluppo e incapacità del gruppo dirigente di misurarsi con questi problemi ha portato al disastro. In Italia il gruppo dirigente post-togliattiano, essendo mutate le caratteristiche della società italiana, che in seguito al boom economico rimettevano in campo idee liberal-revisioniste, ha seguito la stessa strada.

Lo scioglimento del P.C.I. ha provocato una crisi tra classi sociali di riferimento e organizzazione e questa rottura non poteva ricomporsi automaticamente, come non era automatica la base della riorganizzazione dei comunisti.

Qual è dunque la conclusione di tutto ciò? In sostanza, a nostro parere, bisogna che i comunisti sopravvissuti smettano di seguire il capataz di turno che si proclama erede del vero comunismo e si pongano due problemi che hanno carattere preliminare: su quali contenuti storicamente concreti rinasce un’organizzazione dei comunisti e quali sono i caratteri del partito che si va riorganizzando?

Sul primo punto, una considerazione. E’ inutile pensare che un movimento dei comunisti possa crescere sulla base dell’ideologia dei movimenti di sinistra che si sono espressi in questi decenni. La natura sociale di questi movimenti non è antagonista ai comunisti, ma è estranea al metodo con cui i comunisti hanno fondato le loro strategie basate sulle contraddizioni di fondo della società e la capacità di individuare i percorsi politici con cui esprimerle. Quindi niente romanticismo rivoluzionario, ma analisi concreta della situazione concreta senza la quale il neocomunismo continua a pestare l’acqua nel mortaio.

Il secondo punto, come si è detto, riguarda i caratteri dell’organizzazione. Il P.C.I. nel 1944 è rinato sull’indicazione di Togliatti del partito nuovo, il partito di massa. Oggi i comunisti hanno a che fare con un’espressione sociale del dissenso che si basa su ceti meticci che ne caratterizzano la volatilità e l’ideologia democratico-libertaria. Questo fatto rende necessaria la formazione di dirigenti che sappiano riconoscere quella diversità che è sempre stata la caratteristica dei comunisti, che non significa settarismo rispetto a ciò che li circonda, ma espressione di un livello di conoscenza e di azione politica che fonda le radici su un’analisi della natura delle contraddizioni e del modo di gestirle.

Quando si comincerà a parlare di questo, riuscendo a superare quel gioco dei quattro cantoni, le cui ultime espressioni sono state la nascita di un ‘nuovo’ partito comunista e una scissione del PCI?

 

Forum Italiano dei Comunisti – 07/04/2026

Comunisti: La questione del partito – Forum Italiano dei Comunisti

 


Sharing