[SinistraInRete] Fabio Mini: “Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”

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L’AntiDiplomatico intervista il gen. Fabio Mini, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo

 

Fulvio Grimaldi: Il Libano da vicino. Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza

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Il Libano da vicino. Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza

di Fulvio Grimaldi

amvèpnvihkngvb.jpgL’Iran vince anche in Libano

Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….

Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.

Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.

Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.

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Fabio Mini: “Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”

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“Non c’è stato un dollaro americano speso in Europa e nella Nato che non abbia servito gli interessi americani”

“Sul piano politico la Nato è già disgregata”

Intervista al gen. Fabio Mini

l’AntiDiplomatico intervista il gen. Fabio Mini, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo

nchoiudsstf.jpgGenerale, almeno fino a oggi Stati Uniti non sono riusciti a ottenere il sostegno dei propri alleati della NATO per la guerra contro l’Iran: la Spagna ha vietato agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi e persino lo spazio aereo ai velivoli statunitensi. La Francia le si è accodata insieme all’Italia e alla Germania. È possibile che questa congiuntura possa realmente portare all’uscita degli Stati Uniti dalla NATO o comunque a una disgregazione di quest’ultima?

Sul piano politico la Nato è già disgregata. Alcuni Stati membri tergiversano in attesa che Trump se ne vada. Lo stesso Segretario generale con i suoi viaggetti da zerbino volante è il fantasma della Nato che da un lato utilizza la disgregazione come richiamo all’unità e alla coesione mentre dall’altro la alimenta sostenendo quei “volenterosi” schizofrenici che fingono di volere la Nato europea. La Nato che vediamo nell’ombra è il simulacro organizzativo che regge per assuefazione. Non penso che gli Usa lasceranno la Nato e anche se lo facessero eserciterebbero un controllo ancora più stretto ed esoso soprattutto a livello politico-strategico ed economico. Il disegno di Trump è quello di far pagare ai paesi europei dentro o fuori la Nato i cosiddetti “servizi resi all’Europa” nel passato e quelli da fornire per il futuro. Trump non considera che i regali fatti all’Europa durante tutta la guerra fredda e dopo non erano affatto regali e non erano a esclusivo beneficio degli europei. La guerra in Europa ha salvato gli Stati Uniti dalla recessione, la divisione dell’Europa ha fatto di essa il campo di battaglia fra i blocchi, la valvola di scarico di tutte le tensioni e il potenziale cimitero di guerra più vasto e affollato della storia. Per decenni l’Accounting office del Congresso ha presentato una relazione annuale nella quale venivano elencati e monetizzati i “contributi esteri alla sicurezza americana”. Tutti i paesi europei erano elencati in ordine di “consistenza” del tributo. Il cosiddetto ombrello nucleare garantito attraverso la Nato era in realtà la trappola per circoscrivere lo scontro nucleare nel teatro europeo.

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Roberto Romano: Lombardia, locomotiva sotto pressione: crescita, lavoro e squilibri nel cuore industriale d’Europa

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Lombardia, locomotiva sotto pressione: crescita, lavoro e squilibri nel cuore industriale d’Europa

di Roberto Romano

Larrivo del treno a Milano.jpgIn questo contributo, Roberto Romano, con l’ausilio di dati reali (e non immaginari), smonta alcune consolidate credenze sul ruolo della Lombardia come motore d’Italia, mettendo in evidenza come negli ultimi 20 anni la regione più ricca d’Italia si sia avviata verso un declino economico e sociale. In primo luogo la regione risente di un evidente calo demografico che riduce le potenzialità di crescita e di benessere. Il problema potrebbe essere mitigato solo da una diversa politica migratoria che faccia perno sul lavoro migrante regolare, valorizzato come fattore di potenziamento economico e non come fattore di dumping sociale e salariale in condizioni di clandestinità. Inoltre, l’aumento del divario nella crescita economica tra Italia e Lombardia nei confronti dell’Europa viene spesso imputato alla mancanza di investimenti. I dati dicono il contrario. Ciò che conta non è infatti la quantità ma la qualità. Una qualità che, a livello lombardo, viene compromessa da una minor spesa in R&S ma soprattutto dal fatto che la domanda di beni di investimento si traduce per il 50% in importazioni dall’estero. È il risultato dello scarrucolamento della produzione italiana verso processi di “de-specializzazione” produttiva o verso produzioni a basso valore aggiunto – che invece vengono rappresentate dalla retorica di governo come il futuro della nostra economia (il Made in Italy). In questo quadro, non può quindi stupire il calo dei salari reali, la stagnazione della produttività, il persistere della precarietà e l’emergere del lavoro “povero”. C’è poco da stare allegri.

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Stefano Porcari: Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE

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Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE

di Stefano Porcari

Appena qualche giorno fa riportavamo le parole di Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, che parlava della necessità di sospendere il bando del gas russo, in vigore dal prossimo primo gennaio. Dichiarazioni piuttosto dirompenti, visto che arrivavano da uno dei principali attori del mercato degli idrocarburi, e colpivano direttamente una delle scelte suicide di Bruxelles, ma pur sempre centrale nello sforzo guerrafondaio contro la Russia.

A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa“.

Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.

Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.

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Roberto Iannuzzi: Iran, la partita globale: che ruolo giocano Russia e Cina?

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Iran, la partita globale: che ruolo giocano Russia e Cina?

di Roberto Iannuzzi

L’aiuto discreto di Mosca e Pechino ha contribuito in maniera rilevante a rafforzare la risposta asimmetrica di Teheran che ha messo in crisi la macchina bellica americana

Mentre l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, rapidamente sfociata in una guerra regionale, preannuncia una crisi energetica più grave di quella del 1973, numerosi commentatori hanno speculato sull’apparente basso profilo mantenuto da Russia e Cina nel conflitto.

Alcuni hanno osservato che, malgrado le dure espressioni di condanna dell’attacco israelo-americano e dell’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, né Mosca né Pechino sarebbero intervenute militarmente a sostegno di Teheran.

Molti hanno sostenuto che entrambe trarrebbero profitto da un conflitto che vede gli Stati Uniti impantanati per l’ennesima volta in Medio Oriente.

La realtà è più complessa e sfaccettata. Se è vero che Russia e Cina traggono alcuni benefici nel breve periodo da questa crisi, entrambe corrono gravi rischi a lungo termine da un’eventuale sconfitta dell’Iran.

E sia Mosca che Pechino hanno compiuto alcuni passi per sostenere Teheran, pur cercando di evitare uno scontro diretto con Washington e di inimicarsi le monarchie arabe del Golfo che subiscono la rappresaglia iraniana.

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Roberto Fineschi: Dove sta andando l’università? Declini resistibili

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Dove sta andando l’università? Declini resistibili

di Roberto Fineschi

Oramai quello che, all’interno della comunità accademica, era un malessere di alcuni sta diventando uno stato d’animo diffuso. Dove sta andando l’università (e la scuola, ma ovviamente ci sono delle differenze specifiche)?

Avendo lavorato per venti anni in programmi universitari americani ed essendo quello il modello verso cui la nostra università si è indirizzata, diciamo che ho avuto modo di vedere in anteprima le tendenze adesso in atto da noi e forse di avere di fronte a me nel presente il nostro futuro prossimo.

Credo, d’altra parte, che l’analisi non si possa limitare al proverbiale “o tempora o mores”, ma necessiti di un inquadramento nel contesto delle tendenze di fondo di ciò che chiamo capitalismo crepuscolare. Ma partiamo dalle fattualità.

I programmi di studi all’estero, da sempre interpretati dallo studente statunitense con una certa “leggerezza”, stanno diventando – e in parte già sono diventati – delle agenzie di viaggio. Si tratta di un andamento coerente nel tempo per cui gli studenti sono sempre meno interessanti, sanno di meno in partenza, studiano poco e dunque ottengono risultati accademici modesti… ma comunque vanno passati. Non solo, devono apparire anche “bravi”, quindi passare con buoni voti. Altrimenti diventano molesti con una serie di conseguenze cruciali per l’università.

Se questa tendenza è dilagante nei programmi abroad, si sta diffondendo sempre più ormai anche “at home”, con una facilitazione generale che è premessa di livelli più bassi, dunque di ulteriori facilitazioni in una spirale perversa che punta inesorabilmente verso profondità abissali.

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Elia Buonora – Circolo Gap: Il brand Salis: come la politica usa la (sotto)cultura per vendersi

Il brand Salis: come la politica usa la (sotto)cultura per vendersi

di Elia Buonora – Circolo Gap

Ricondividiamo l’interessante contributo di Elia Buonora, pubblicato sui social dal circolo Arci GAP di San Lorenzo, Roma. Elia fa emergere importanti elementi su come la politica sia ormai stata trasformata in un “mercato” in cui le varie forze politiche vendono lo stesso prodotto (ricette sociali da lacrime e sangue e politica estera guerrafondaia e imperialista), ma cambiano la “confezione”.

La riflessione del compagno mette in chiaro una necessità non rimandabile: quella di un polo indipendente e di rottura rispetto al bipolarismo che stritola una reale alternativa al pilota automatico impostato nel nostro paese. Un pilota automatico che ha come traguardo il disastro sociale, ecologico, bellico.

Vi lasciamo alle parole di Elia, che riteniamo utili nell’evidente impellenza di un’altra battaglia da riprendere in mano, con tutti gli strumenti possibili: quella culturale. Buona lettura.

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Per capire ciò che si muove intorno al recentissimo successo mediatico di Silvia Salis e al vociare che le si è alzato intorno bisogna prenderla alla larga e partire da una specifica figura: Marco Agnoletti.

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Mario Pietri: Il pedaggio dell’impero

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Il pedaggio dell’impero

di Mario Pietri

mviehgfkòLa guerra, in realtà, non è più qualcosa che potrebbe arrivare nei bilanci di famiglie e imprese: ci è già entrata, perché l’aumento dei costi energetici, l’impennata dei premi di rischio, la tensione sui noli, le prime difficoltà logistiche e la ricaduta sui prezzi finali sono già visibili; il punto, semmai, è che il danno già in atto potrebbe cambiare rapidamente scala e natura, perché se lo stallo attuale a Hormuz, con transiti quasi paralizzati, porti iraniani di fatto bloccati, minacce di estensione al Mar Rosso e al Golfo e un’intera regione sospesa tra deterrenza fallita e possibile incendio generale , dovesse protrarsi anche solo per altri quindici giorni, allora non assisteremmo più a un semplice aggravamento di tensioni già in corso, ma a un’accelerazione violenta della crisi, capace di trasformare rincari ancora relativamente gestibili in uno shock inflattivo, ritardi contenibili in interruzioni di approvvigionamento, tensione sui mercati in stretta creditizia, difficoltà industriali in frenata produttiva e malessere diffuso in un logoramento sociale molto più serio, perché quando energia, trasporti, credito e fiducia si deteriorano simultaneamente il sistema non scivola gradualmente verso la recessione: comincia a perderne il controllo. Le perturbazioni su Hormuz vanno infatti già ben oltre la regione e incidono su energia, trasporto marittimo e catene globali di fornitura.

E questo, conviene dirlo con chiarezza, è ancora lo scenario meno distruttivo, quello che presuppone che il sistema continui in qualche modo a reggere, sia pure sotto sforzo; perché nel momento in cui si aggiungesse anche una sola vera variabile di escalation, l’estensione delle operazioni ai porti del Golfo, una chiusura effettiva e non più solo minacciata di Hormuz, un blocco coordinato del Mar Rosso con il coinvolgimento attivo di attori regionali, allora il quadro cambierebbe natura e velocità, smettendo di essere una crisi energetica grave ma gestibile per trasformarsi in un evento sistemico globale, cioè in una rottura capace di interrompere le forniture, far impennare petrolio e gas, comprimere simultaneamente la crescita delle principali economie, destabilizzare i mercati finanziari e scaricare sulle società una pressione tale da convertire il disagio economico in instabilità politica.

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Christian Laval: A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione

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A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione

di Christian Laval

immagine roars 324x160.pngLa questione sollevata dal pamphlet collettivo “Contro la scuola neoliberale” è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.

Non ho alcun dubbio che il libro collettivo Contro la scuola neoliberale diventerà un riferimento importante, oltre che oggetto di un dibattito cruciale in Italia. È comunque ciò che gli si può augurare. La questione sollevata da quest’opera è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.

Infatti, ovunque coloro che hanno studiato per anni il processo di neoliberalizzazione delle scuole e delle università ritrovano questa competizione tra gli istituti con il pretesto dell’autonomia, vedono imporsi percorsi “per competenze”, le valutazioni standardizzate degli studenti, le classifiche delle scuole; constatano gli stessi discorsi di colpevolizzazione degli insegnanti, riconoscono le stesse pratiche di razionalizzazione e burocratizzazione che trasformano gli insegnanti in tecnici di un rapporto pedagogico tecnologicamente attrezzato.

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Andrea Zhok: La fiaba (derelitta) che circola sull’aggressione Usa all’Iran

lantidiplomatico

La fiaba (derelitta) che circola sull’aggressione Usa all’Iran

di Andrea Zhok*

Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l’aggressione americana all’Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.

Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la “concorrenza sleale” cinese.

Ok, giusto per intenderci.

La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l’approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.

Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l’Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia…).

Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l’attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.

Al contempo, chi parla di “concorrenza sleale” della Cina è rimasto all’epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell’intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.

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Pino Cabras: Sul Washington Post: se non firmate vi ammazziamo

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Sul Washington Post: se non firmate vi ammazziamo

di Pino Cabras

Sul Washington Post dell’8 aprile compare un editoriale firmato da Marc A. Thiessen, dal titolo “Iran thinks it has leverage. Here’s how Trump can prove it wrong”, ossia: “L’Iran pensa di avere una leva negoziale. Ecco come Trump può dimostrargli che si sbaglia”.

Il pezzo compare su una delle testate più rappresentative dell’establishment americano e Thiessen non è un opinionista qualsiasi. A suo tempo, scriveva i discorsi di Donald Rumsfeld — il superfalco del Pentagono negli anni della guerra in Iraq — e poi quelli di George W. Bush nei tornanti più caldi della “guerra al terrore”. È uno dei tecnici della retorica che ha contribuito a costruire per un quarto di secolo quella stagione di interventi militari presentati come necessità strategiche e poi rivelatisi catastrofi a largo raggio (ma non per i produttori di armi).

Il passaggio centrale dell’articolo merita di essere citato per intero:

«Quarto, condurre una raffica finale di attacchi mirati contro la leadership, eliminando i funzionari iraniani che erano stati risparmiati ai fini dei negoziati. Bisogna far capire ai leader iraniani che le loro vite dipendono letteralmente dal raggiungimento di un accordo negoziato gradito a Trump. Se si rifiuteranno di farlo, saranno uccisi.»

Poche chiacchiere. Thiessen propone, con linguaggio piano e manageriale, che gli Stati Uniti usino la minaccia di morte come strumento ordinario di negoziazione diplomatica. Lo scrive su un giornale, con nome e cognome, e il giornale lo pubblica.

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comidad: Israele in Libano col passaporto turco

comidad

Israele in Libano col passaporto turco

di comidad

La questione di chi sia effettivamente al comando tra USA e Israele nell’aggressione americano-sionista all’Iran e al Libano, è basata su un presupposto erroneo, cioè credere ancora che siano i governi o gli Stati a guidare le politiche di un paese. In realtà oggi nell’area euro-americana i veri attori in campo sono le lobby d’affari. Attori non vuol dire decisori, poiché le lobby sono dispositivi automatici e unidirezionali, senza sterzo e retromarcia. Le lobby sono trasversali ai governi e agli Stati, e possono così occupare le organizzazioni sovranazionali come la NATO e la UE. Israele stesso non ha le caratteristiche formali per essere considerato uno Stato, ed esiste soltanto in funzione della proiezione lobbistica esterna. Il caso di ELNET (European Leadership Network) è piuttosto istruttivo, dato che si tratta di una organizzazione “non governativa” che persegue specificamente gli interessi di una entità coloniale, quella israeliana, e ne cura i rapporti tra la NATO e la UE; e si tratta di attività che non solo in base al diritto internazionale, ma alla legalità tout court, dovrebbero essere esclusiva delle diplomazie ufficiali. Nel momento in cui la politica estera dei vari paesi viene privatizzata tramite le ONG e le fondazioni, non esiste più un confine che possa indicare ciò che è corruzione e ciò che non lo è. Insomma, un paradiso per cleptocrati.

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