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[SinistraInRete] Luigi Alfieri: Intelligenza artificale. O del nulla eterno

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Le religioni del potere sono immanentistiche. Il mondo è tutto qui. Per questo bisogna conquistarlo, dominarlo, sfruttarlo, fino a distruggerlo. L’immortalità deve essere qui. Non per gli umili, per i sofferenti. Per i ricchi, per i tecnocrati.

 

Luigi Alfieri: Intelligenza artificale. O del nulla eterno

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Intelligenza artificale. O del nulla eterno

di Luigi Alfieri

Intelligenza artificiale
e immortalita 1489x2048.jpgLe religioni del potere sono immanentistiche. Il mondo è tutto qui. Per questo bisogna conquistarlo, dominarlo, sfruttarlo, fino a distruggerlo. L’immortalità deve essere qui. Non per gli umili, per i sofferenti. Per i ricchi, per i tecnocrati. Così, mentre le religioni diventano mondane, la scienza, la tecnica “sfondano” verso la trascendenza e l’artificialità prende il posto della spiritualità. L’immortalità non è più oltrepassamento della morte, è semplicemente non morire. Si può agire sul corpo, lo si può sostituire con un supporto fisico più adeguato trasferendovi la mente. La medicina della longevità, la bioingegneria. E l’IA.

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È complicato parlare di un argomento ipertecnologico come l’Intelligenza Artificiale sapendo a malapena come si accende un computer. Bisogna per forza prenderla da lontano, e quindi parlare in gran parte di altro. Cosa del tutto possibile, comunque, perché non c’è nulla di umano che non si inserisca in una lunga storia. Per quanto grandi siano le innovazioni, hanno sempre alle spalle uno sviluppo di lungo o lunghissimo periodo che è riconoscibile, con qualche piccola competenza di storia culturale, anche da chi (come me) è completamente ignaro di tutta la parte tecnica della questione.

 

Fantasia…intelligenza artificiale

Il biblico Nihil sub sole novi è un’ottima scusa per consentire anche agli ignoranti di parlare, nonché un’espressione retorica abusatissima. Ciò non impedisce che sia una verità, con poche eccezioni. Ogni impresa umana, prima di essere realizzata, è dovuta entrare nell’orizzonte dell’immaginario. In quest’orizzonte si gira a vuoto per secoli o millenni, poi, di solito abbastanza all’improvviso, si scopre come fare davvero ciò che da tantissimo tempo sognavamo di fare. Gli esempi sarebbero infiniti.

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Leonardo Mazzei: Indagine su guerra ed energia. Le nostre proposte

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Indagine su guerra ed energia. Le nostre proposte

di Leonardo Mazzei

Hormuz.jpegPremessa

Mentre scriviamo vige una fragile tregua tra Stati Uniti e Iran. Un’incertezza che si riflette sul blocco dello stretto di Hormuz. Qui, alle brevi riaperture dei giorni scorsi, ha fatto seguito una nuova chiusura decretata dalle autorità di Teheran in risposta all’arrogante pretesa americana di bloccare l’accesso ai porti iraniani. La confusione regna dunque sovrana. Le notizie su nuove trattative a Islamabad si alternano a quelle che annunciano un’altra escalation, e nessuno può dire davvero cosa accadrà nelle prossime settimane.

L’unica cosa certa è che il fronte mediorientale resterà caldo. Così esige la strategia americana, così impone quella israeliana. La stupenda resistenza dell’Iran li ha fatti sbattere contro il muro della realtà, ma ben difficilmente Trump e Netanyahu rinunceranno alla loro scelta guerrafondaia. Se accetteranno una tregua sarà solo per prendere tempo, per riorganizzarsi e tornare a colpire. Esattamente come hanno fatto dopo la guerra dei “dodici giorni” del giugno 2025.

L’attacco all’Iran del 28 febbraio, che rappresenta un decisivo salto di qualità verso una guerra mondiale pienamente dispiegata, ha fatto emergere ancora una volta la centralità della questione energetica, la sua intima connessione con ogni strategia geopolitica, con ogni ipotesi di ridefinizione degli equilibri globali.

L’energia è un nervo particolarmente sensibile del sistema, un tassello che può far saltare l’intero puzzle del capitalismo globalizzato, quello che può accendere notevoli fiammate inflattive e immediate ricadute recessive: la temuta e probabile stagflazione. Naturalmente, nel quadro di un conflitto generalizzato, dunque di un’economia di guerra, anche questi aspetti andrebbero relativizzati, ma la discussione sull’energia richiama anche altre questioni che vanno oltre la guerra stessa. Ci riferiamo ai temi delle fonti energetiche da privilegiare, del sistema degli approvvigionamenti e di quello dei prezzi, tutti argomenti che hanno già fatto irruzione nel dibattito pubblico.

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Geraldina Colotti: Venezuela, il glamour della menzogna e l’anatomia della riscossa: sovranità politica contro asfissia economica

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Venezuela, il glamour della menzogna e l’anatomia della riscossa: sovranità politica contro asfissia economica

di Geraldina Colotti

seàproemgdo.jpgSe la storia è maestra di vita, la storia intesa come lotta di classe è l’unica vera maestra di rivoluzioni. Vale anche per l’analisi odierna riguardo il processo bolivariano, dopo il sequestro del presidente legittimo, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. L’aggressione multidimensionale contro il Venezuela e la sua Presidenta incaricata Delcy Rodríguez impone quindi di non fermarsi ai numeri, e nemmeno alla sola analisi economica, ma di intendere la natura del potere politico e il ruolo dello Stato nelle condizioni concrete e nel quadro dei rapporti di forza internazionali.

Non esiste avanzata che non preveda un arretramento, né vittoria che non sia stata preceduta da una correzione di rotta, spiegava già Marx, ne Il 18 Brumaio, ricordando che le rivoluzioni proletarie si criticano continuamente, ritornano su ciò che sembrava compiuto per ricominciarlo daccapo. Questa è la dialettica della sconfitta: il movimento che torna sui propri passi perché la caduta ha rivelato che la base non era ancora abbastanza solida. La sconfitta non è l’atto finale, ma una “stasi messianica” – una fase di ripiegamento necessaria in cui il movimento rivoluzionario è costretto a guardare in faccia la cruda realtà dei rapporti di forza.

E se Walter Benjamin ci invita a “spazzolare la storia a contropelo”, trasformando la memoria dei vinti in energia esplosiva, Antonio Gramsci ci insegna che dalla sconfitta nasce la necessità dell’egemonia e della teoria superiore. Rosa Luxemburg ci ricorda che la rivoluzione domani si rizzerà di nuovo – “ero, sono, sarò!”. Frantz Fanon, ci spiega che la sconfitta del riformismo è il parto della necessità della lotta radicale. E Lenin, che ha diretto la rivoluzione bolscevica nei momenti difficili e cruciali della NEP e del Trattato di Brest-Litovsk, ci insegna che il bilancio delle proprie forze e degli errori non è un atto di debolezza, ma la precondizione per un successivo salto qualitativo. E poi, Fidel, che ha saputo trasformare ogni sconfitta in vittoria.

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Salvatore Bravo: Ripensare Marx con Costanzo Preve

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Ripensare Marx con Costanzo Preve

di Salvatore Bravo

Il Conformista moravia.jpgRipensare Marx, mentre l’occidente brucia tra guerre e conflitti sociali sommersi, è operazione archeologica e di immersione ed emersione, poiché è necessario sfidare, in primis, l’impotenza politica organizzata e pianificata dal sistema, e in secundis, gli strati archeologici che hanno obliato Marx e il comunismo fino a sospingerli verso una marginalità culturale circonfusa da pregiudizi e miti. La sinistra italiana omologata al capitale lo ha rimosso completamente, anzi, dinanzi al nome di “Marx” essa distoglie lo sguardo e guarda verso il presente aziendalizzato unico suo orizzonte. In una realtà di predatori piccoli e grandi le grandi idee e la prassi fanno fatica a essere visibili, ma continuano a esserci, perché l’essere umano è essere metafisico cerca il senso e la prassi. La sconfitta è sempre parziale, perché il capitalismo non è mai assoluto, ma è l’effetto di contingenze storiche dialettizzabili. In questo clima di “tensione silenziosa” tornare a Marx significa attraversare una folta stratificazione di letture e di interpretazioni nella quale il filosofo di Treviri è scomparso o si mostra in modo assai parziale. Gli usi ideologici del pensiero di Marx lo hanno reso un illustre sconosciuto. Le componenti sociali e istituzionali che lo hanno utilizzato puntualmente ne hanno valorizzato tratti organici ai loro bisogni ideologici rimuovendo il senso perennemente rivoluzionario del pensatore. Marx studiò e denunciò non solo la logica padronale e sfruttatrice del potere con i correlati processi di alienazione, ma analizzò i le modalità di riproduzione del capitalismo nelle sue componente strutturali e sovrastrutturali, pertanto il suo fine era insegnare la critica e la prassi. Certo innumerevoli sono le possibilità poste in campo dal filosofo, ma vi sono costanti che rendono il pensatore coerente testimone della lotta politica contro i poteri. Ritornare a Marx, senza mitizzazioni, significa dunque pensare le stratificazioni nelle quali e tra le quali il pensatore si è obliato per essere trasformato in uno strumento per giustificare cricche di potere accademiche e politiche. Per noi che viviamo fuori da tali istituzioni e da ciò che ne resta, forse, sotto questo aspetto il compito è più semplice, poiché non ci sono pedaggi da pagare per uscire dalle “interpretazioni scolpite nella pietra” dei padroni del pensiero.

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Fabrizio Verde: Lenin, il primo architetto del mondo multipolare

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Lenin, il primo architetto del mondo multipolare

di Fabrizio Verde

Dall’Ottobre del 1917 alle sfide del 2026: la lezione eterna di chi osò sognare un mondo oltre il capitale

C’è un momento preciso nella storia in cui un uomo armato di un’idea e di una volontà granitica, riesce a deviare il corso della storia in maniera decisiva. Vladimir Il’i? Ul’janov, che il mondo avrebbe conosciuto semplicemente come Lenin, non fu soltanto il protagonista di quel tornate storico. Ne fu l’incarnazione stessa, la prova vivente che la storia non è una sorte di copione già scritto, ma bensì una pagina bianca che attende di essere riempita dal coraggio di chi osa immaginare un mondo diverso. Di oltrepassare il limite dell’esistente.

Pensiamo alla Russia di inizio Novecento. Non stiamo parlando di una potenza industriale paragonabile all’Inghilterra vittoriana o alla Germania guglielmina. Stiamo parlando di un impero sterminato, è vero, ma attraversato da contraddizioni laceranti, dove l’eco medievale della servitù della gleba risuonava ancora nei campi mentre le ciminiere delle fabbriche iniziavano timidamente a punteggiare le periferie di Pietrogrado e Mosca. Era un paese dove l’élite aristocratica discuteva di Voltaire in francese e dove il mugik analfabeta piegava la schiena su una terra che non gli apparteneva. Secondo ogni schema dogmatico del marxismo ortodosso dell’epoca, la rivoluzione proletaria sarebbe dovuta scoppiare altrove, in quei contesti dove il capitalismo aveva già mostrato tutte le sue contraddizioni più mature. E invece no. La storia, si sa, è una materia capricciosa e non sopporta i copioni scritti a tavolino da chi confonde la teoria con un manuale di istruzioni.

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Francesco Piccioni: L’America mette la marcia indietro

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L’America mette la marcia indietro

di Francesco Piccioni

Dalla guerra alla farsa è stato un attimo. E questo naturalmente è un bene.

Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donald Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.

La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato … ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata“, ha scritto Trump.

Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro“.

In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc – e devono innestare la marcia indietro.

Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie. La motivazione ufficiale è rintracciata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Teheran.

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Giuseppe Gagliano: La fine dell’illusione atlantica

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La fine dell’illusione atlantica

di Giuseppe Gagliano

 

Perché la crisi della NATO impone all’Italia una scelta strategica

Per decenni l’Italia, come gran parte dell’Europa, ha vissuto dentro una certezza considerata intoccabile: la protezione americana. Era il fondamento implicito della nostra politica estera, della nostra postura militare, perfino della nostra pigrizia strategica. Ora quella certezza si sta sgretolando. Non con un atto formale, non con una dichiarazione solenne, ma attraverso una serie di segnali politici che indicano tutti la stessa direzione: gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, non considerano più la NATO come un vincolo storico da onorare, bensì come uno strumento da usare finché conviene.

Il punto decisivo è questo: Washington non sembra orientata a distruggere apertamente l’Alleanza Atlantica, ma a svuotarla dall’interno. È una differenza cruciale. Le basi restano, i comandi restano, il linguaggio ufficiale resta. Ma si riduce progressivamente la sostanza politica della garanzia collettiva. Il messaggio rivolto agli europei è semplice e brutale: pagate di più, assumetevi più rischi, ospitate le infrastrutture che servono agli Stati Uniti, ma non date per scontato che l’ombrello americano si apra automaticamente quando ne avrete bisogno.

 

La strategia del disimpegno selettivo

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Emanuele Zinato: Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio

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Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio

di Emanuele Zinato

 

I. La tendenza alla centralizzazione del Capitale

 Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico,  che ci sta davanti.

Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”.  Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.

Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo?  Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).

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Antonio Cantaro: Pensiero critico, critica del pensiero

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Pensiero critico, critica del pensiero

di Antonio Cantaro

77100 1500x680 1.jpgIl mio apprezzamento per l’ultimo libro di Gaetano Azzariti (“Dove è finito il pensiero critico? Dalla rivoluzione promessa all’utopia concreta”, Manifestolibri, 2025) è fuori discussione. Mi attrae la nitidezza dell’interrogativo contenuto nel titolo: dove è finito il pensiero critico? Trovo stimolante la sua perentoria e incalzante risposta: è finito, ed è finito male. Sento autentica la motivazione, non autoconsolatoria, del perché il pensiero critico sia finito male. Il pensiero critico è finito male non a causa della fine delle grandi narrazioni, ma perché si è rifiutato di fare i conti con la dimensione istituzionale, con quella utopia concreta evocata sin dal sottotitolo.

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La crisi del pensiero critico è, per Azzariti, frutto di una sconfitta a cui ha contribuito esso stesso, per eccesso di utopismo e di pratica spontaneista: per non aver fatto seguire alla protesta la capacità di costruire la Città futura. Esemplarmente questo è, secondo l’autore, avvenuto nelle tre declinazioni che vengono complessivamente e partitamente esaminate nel libro: l’operaismo, il pensiero della differenza femminile, l’uso alternativo del diritto. A tutte e tre queste culture e movimenti viene imputata una colpa inemendabile: da una parte, la sottovalutazione della dimensione della legge in nome di una rivoluzione promessa e, dall’altra, la sopravvalutazione della conquista dello Stato, dell’orizzonte onirico della Città ideale. Ma dove sono oggi, si osserva polemicamente, il potere degli operai, la rivoluzione della differenza, la giurisprudenza alternativa?

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Gianandrea Gaiani: Golfo del Caos

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Golfo del Caos

di Gianandrea Gaiani

260302 N D0477 1413M.jpgMentre scriviamo queste note non è ancora chiaro se Iran e Stati Uniti troveranno un’intesa nel nuovo round di colloqui in Pakistan.

Dopo aver minacciato solo poche ore fa l’Iran di colpirlo con “molte bombe” in caso di mancato accordo, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’estensione del cessate il fuoco in attesa che i leader iraniani presentino una proposta unitaria.

“Considerato che il governo iraniano è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse”, ha scritto Trump.

L’Iran ha però fatto sapere di non aver avanzato alcuna richiesta agli Stati Uniti per estendere il cessate il fuoco, secondo quanto riportato oggi dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim.

L’Ambasciatore iraniano presso l’ONU, Saeed Iravani, ha confermato la disponibilità dell’Iran a partecipare a un nuovo round di negoziati a Islamabad, mediati dal Pakistan, ponendo però una condizione invalicabile: la rimozione immediata del blocco navale statunitense. Secondo Iravani, Teheran avrebbe già ricevuto “segnali” da parte di Washington circa la volontà di allentare la pressione militare nel Golfo.

“Appena interromperanno il blocco, il prossimo round di negoziati potrà aver luogo“, ha dichiarato l’alto diplomatico, sottolineando che la scelta tra escalation e diplomazia spetta ora interamente agli Stati Uniti. La dichiarazione segna un possibile punto di svolta dopo il fallimento del summit previsto per ieri e l’estensione del cessate il fuoco annunciata da Donald Trump.

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Giorgio Griziotti: La politica nelle pieghe della materia

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La politica nelle pieghe della materia

Un libro di Karen Barad

di Giorgio Griziotti

vivre mosiac 800x643 2.jpgIl 24 aprile esce in italiano per le edizioni Mimesis, con la cura e la traduzione di Floriana Ferro, l’importante volume di Karen Barad «Incontrare l’universo a metà strada. La fisica quantistica e l’entaglement tra materia e significato». Filosofa e fisica teorica, esponente del nuovo materialismo, nelle sue ricerche propone un ripensamento radicale del dualismo del pensiero occidentale che comporta profonde implicazioni politiche e, in sintonia con alcune intuizioni dell’operaismo italiano, apre a una nuova visione del mondo in chiave postcapitalista. Qui proponiamo in anteprima l’introduzione al volume scritta da Giorgio Griziotti, ringraziando l’autore e la casa editrice per la disponibilità.

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Leggendo per la prima volta Karen Barad, mi ha colpito la radicalità della sua svolta onto-epistemologica rigorosamente basata sulla fisica quantistica: la realtà non è data in anticipo, ma emerge continuamente da processi di intra-azione tra corpi, tecnologie, pratiche e infrastrutture. La conoscenza non rispecchia un mondo preesistente — vi partecipa, lo trasforma dall’interno.

Ho riconosciuto in questa visione teorica elementi che appartengono alle pratiche dell’operaismo come per esempio la conricerca. Il metodo elaborato da Alquati non raccoglieva dati sul soggetto oppresso — co-produceva realtà con esso. La conoscenza si formava nel conflitto, nel rifiuto, nella comunanza situata. Non descriveva il mondo: lo riconfigurava. È esattamente ciò che Barad chiama «respons-ability».

Il ravvicinamento non cancella le tensioni — i nuovi materialismi hanno talvolta attenuato la dimensione del conflitto, l’operaismo ha faticato a pensare fuori dai confini dell’umano.

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Davide Malacaria: Iran. Tregua prolungata. Trump non sa come uscire dal conflitto

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Iran. Tregua prolungata. Trump non sa come uscire dal conflitto

di Davide Malacaria

La proroga del cessate il fuoco del conflitto mediorientale non era scontata dal momento che ancora una volta il partito della guerra globale stava usando dell’improvvido ultimatum di Trump, che scadeva stanotte, per incenerire l’Iran

Un sospiro di sollievo: la proroga del cessate il fuoco del conflitto mediorientale non era scontata dal momento che ancora una volta il partito della guerra globale stava usando dell’improvvido ultimatum di Trump, che scadeva stanotte, per incenerire l’Iran (e con esso il mondo), come annotava il Timesofisrael, che riferiva come Israele si stesse coordinando con gli Stati Uniti per riprendere le ostilità.

Due giorni intensi, nei quali tutto poteva precipitare, con Trump che insisteva nei suoi farneticanti discorsi nei quali appariva certo che l’Iran avrebbe negoziato, alternando prospettive rosee a minacce orrorifiche, con l’aggiunta, altrettanto improvvida, che non il cessate il fuoco non sarebbe stato procrastinato.

Così ieri, di fronte alla fermezza di Teheran, che continuava a ribadire che non avrebbe inviato alcuna delegazione a Islamabad se gli Usa non avessero tolto il blocco allo Stretto di Hormuz, tutto sembrava precipitare.

La posizione di Teheran era legittima: si aspettava che dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana decisa a fine settimana gli Usa avrebbero fatto altrettanto sollevando il blocco imposto alle navi in transito da e verso i porti iraniani.

La decisione americana di non procedere ha fatto infuriare la controparte, già fin troppo scottata dalla doppiezza dell’Impero, che ha richiuso lo Stretto a tutti i navigli.

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Enrico Tomaselli: Padroni del potere

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Padroni del potere

di Enrico Tomaselli

Che il capitale abbia sempre cercato di controllare i governi, per ottenerne tutti i vantaggi possibili, è ovviamente storia antica. E anche di successo, dobbiamo dire. Ma negli ultimi anni si sta facendo strada – niente affatto a caso – l’idea che sia giunto il tempo di superare questa intermediazione, e che siano direttamente i capitalisti ad assumere la responsabilità di governare. Questa è peraltro la diretta conseguenza della finanziarizzazione estrema che l’economia liberista occidentale ha propalato praticamente ovunque nel mondo, creando una classe di super-ricchi, i cui patrimoni (personali o controllati) sono spesso superiori al bilancio di molti stati. Da questo punto di vista, è ad esempio paradigmatico ciò che ha cercato di fare Bill Gates con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che in effetti rappresenta una forma di governo globale surrettizio.

Questa pulsione verso un governo tecnocratico spesso si ammanta di buone intenzioni, si fa schermo obiettando che l’essere miliardari non deve essere di impedimento ad assumere posizioni politiche pubbliche (ovviamente fingendo di ignorare che tali posizioni hanno spazio e peso solo in virtù del patrimonio di chi le sostiene), e talvolta assume tratti visionari e quasi teologici. Impossibile qui non pensare al fondatore di Palantir, Peter Thiel, recentemente venuto a Roma a predicare il suo verbo. Il dato costante è che praticamente tutti questi aspiranti benefattori dell’umanità vengono dal mondo dell’high-tech digitale e dell’AI. Con quest’ultima che sempre più si configura come uno strumento di controllo totalizzante, quello che Shoshana Zuboff definì “Capitalismo della sorveglianza” – nell’omonimo libro, scritto nel 2019, quando ancora Palantir non aveva sviluppato il suo software Gotham

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Antonio Micciulli: A Teheran migliaia di donne sono scese in piazza

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A Teheran migliaia di donne sono scese in piazza

di Antonio Micciulli

A Teheran, oggi, migliaia di donne sono scese in piazza. Con rabbia, disciplina e una consapevolezza politica che il mondo occidentale vuole nascondere.

Immagini di piazza, effigi bruciate di Trump e Netanyahu, cori contro l’intervento straniero: lo scenario è lontano anni luce dai cliché con cui i media occidentali raccontano l’Iran.

Si tratta di un segnale potente e complesso di un popolo stanco di guerre che non sono le sue, di sanzioni che affamano, di blocchi navali che strangolano le economie e isolano interi Paesi.

In Italia, i “giornalisti” dell’era Meloni hanno tentato di liquidare questa notizia come “manifestazione pro-regime” per evitare una domanda scomoda: perché così tante donne iraniane scendono in piazza contro gli USA?

La risposta non è l’indottrinamento, come suggerisce la narrazione dominante.

La verità è che l’Iran vive da anni sotto una pressione esterna sistematica: sanzioni economiche che colpiscono la popolazione civile, isolamento finanziario, minacce militari cicliche.

Gli Stati Uniti parlano di “diritti umani” mentre strangolano un paese con misure che hanno effetti diretti su sanità, lavoro, inflazione, accesso ai beni essenziali.

E quando le persone protestano contro chi le colpisce, le si delegittima: se protestano contro Washington, allora sono burattini; se protestano contro Teheran, allora diventano improvvisamente “il popolo”.

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Alberto Giovanni Biuso: Da Giosuè a Teheran

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Da Giosuè a Teheran

di Alberto Giovanni Biuso

«Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè. Dal deserto e dal Libano fino al fiume grande, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti, fino al Mar Mediterraneo, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; non ti lascerò né ti abbandonerò» (Giosuè, 1, 3-5; Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna 1988, p. 407).

Siamo sempre lì, siamo sempre a questa promessa di un Dio/Arconte al suo Popolo Eletto. Una promessa che ha prodotto guerre e stermini di ogni genere, dal XII secolo a.C. (epoca alla quale si riferiscono i fatti narrati nel Libro di Giosuè) sino al XXI secolo d.C.

Siamo alle radici religiose e più esattamente teocratiche di un presente che si crede laico e ‘scientifico’, libero da ogni superstizione, emancipato da ogni parola di Dio e la cui politica internazionale è invece in mano alla teocrazia sionista e ai movimenti che negli Stati Uniti d’America vedono in Donald Trump l’uomo inviato dalla Provvidenza divina a preparare i tempi dell’Apocalisse, dopo i quali avverrà il ritorno di Cristo.

Incredibile? No. Perché è certamente vero che «sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo» (Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, vv. 1-2) ed è altrettanto vero che «sei ancora quello della Bibbia e della guerra, / uomo del mio tempo».

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Antonio Martone: Attila e Papa Leone

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Attila e Papa Leone

di Antonio Martone

Nella storia occidentale, c’è stato un tempo in cui il potere si accompagnava strettamente alla responsabilità morale. Allora, una figura simbolica – un papa, un imperatore, un condottiero – poteva tracciare un limite con estrema nettezza. L’incontro tra papa Leone I e Attila, re degli Unni, nel 452 d.C. nei pressi del Mincio, è divenuto l’archetipo di questa possibilità. Secondo i resoconti coevi, il pontefice si presentò senza armi, con i soli paramenti sacri, e parlò al condottiero unno. Attila si ritirò. La tradizione cristiana lesse il fatto come un miracolo; la storiografia più avvertita vi ha visto una complessa operazione diplomatica, in cui Leone portava non solo l’autorità morale della sede romana ma anche un preciso messaggio politico: l’imperatore Valentiniano III era disposto a trattare, a pagare un tributo e a cedere dei territori. Da parte sua, Attila era logorato da difficoltà logistiche e da un’epidemia nel suo esercito. L’incontro fu dunque un negoziato condotto in un quadro di equilibri di forza molto concreti. Eppure, per secoli quella scena ha alimentato l’idea che una voce solitaria, se abbastanza autorevole, potesse fermare la barbarie.

Oggi tale possibilità non esiste più nella forma ingenua del “miracolo diplomatico”, perché la natura stessa del potere è mutata in modo irreversibile. La nostra epoca non è attraversata da orde visibili come quelle unne. Una forma diversa di barbarie si è fatta strada: è la barbarie della riduzione dell’umano a dato, a consumo e funzione. Si manifesta nei meccanismi del tecnocapitalismo, nelle disuguaglianze sistemiche, nel controllo diffuso, in una velocità che schiaccia il pensiero critico e svuota il senso.

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