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[SinistraInRete] Eros Barone: Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista

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Nel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo.

 

Eros Barone: Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista

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Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista

di Eros Barone

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XL.jpgNel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.

Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.

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Laala Bechetoula: Assassini di bambini: lo Stato di Israele, i suoi protettori e il massacro industrializzato dei bambini

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Assassini di bambini: lo Stato di Israele, i suoi protettori e il massacro industrializzato dei bambini

La confessione che nessuno ha fatto

di Laala Bechetoula – Global Research

mvdpmblfòCominciamo con l’unica frase che ogni ministro degli esteri occidentale, ogni portavoce della Casa Bianca, ogni portavoce dell’Unione Europea si è rifiutato di pronunciare in 18 mesi di massacri:

Israele sta uccidendo bambini. Deliberatamente. Sistematicamente. Con le nostre armi. Con i nostri soldi. Con la nostra copertura diplomatica. E noi lo permettiamo.

Questa è la sentenza. Non è propaganda. Non è antisemitismo. Non è una teoria del complotto diffusa su siti web marginali. È la conclusione documentata, verificata e corredata da riferimenti incrociati dell’UNICEF, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, di Human Rights Watch, di Amnesty International, dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, della Corte Internazionale di Giustizia, di The Lancet e, da gennaio 2026, delle stesse fonti militari israeliane, che hanno finalmente accettato il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute di Gaza.

Più di 21.289 bambini sono stati confermati uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023. Più di 44.500 bambini sono rimasti feriti, molti in modo permanente. Più di 172 bambini sono stati uccisi in Libano in sei settimane di rinnovata guerra. Almeno 254 bambini sono stati uccisi in Iran dal 28 febbraio 2026, tra cui più di 165 studentesse uccise in un singolo attacco alla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab. Più di 50.000 bambini sono stati uccisi o feriti in tutta la regione in meno di trenta mesi.

Questa non è guerra. Questa non è autodifesa. Questo non è un tragico ma inevitabile effetto collaterale di complesse operazioni militari in aree densamente popolate. Questo è lo sterminio sistematico, su scala industriale, di bambini arabi, finanziato dagli Stati Uniti d’America, reso possibile dalla codardia dell’Europa ed eseguito dallo Stato di Israele con una precisione e una coerenza che non lasciano spazio alla parola “incidente”.

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Alessandro Volpi: Perché gli USA sono obbligati a fare la guerra

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Perché gli USA sono obbligati a fare la guerra

di Alessandro Volpi

Perché oppressi da un debito pubblico insostenibile in un contesto di crescente de-dollarizzazione. Le operazioni militari contro il Venezuela, l’Iran, la Nigeria e le minacce contro la Groenlandia servono a garantirsi il controllo delle risorse energetiche e contenere l’ascesa della Cina

Volpi guerra e
debito.jpegGli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista. Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista; dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.

 

Il debito pubblico insostenibile

Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale. Gli Stati Uniti hanno un debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati, che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro. Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.

Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle del settore militare. Ci sono poi due ulteriori fattori che sono causa ed effetto, al contempo, della crisi del debito. Il primo è costituito dall’impennata del prezzo dell’oro e dell’argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40 mila miliardi di dollari; un vero record.

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Roberto Iannuzzi: Il “predominio energetico” USA rischia di naufragare nel Golfo Persico

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Il “predominio energetico” USA rischia di naufragare nel Golfo Persico

di Roberto Iannuzzi

Lo shock energetico originato da Hormuz affossa il Golfo, investe gli alleati asiatici di Washington, e favorirà le energie rinnovabili, dando un’ulteriore spinta alla Cina che è leader nel settore

Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump.

Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca).

Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto Diana Furchtgott-Roth, una delle “menti” dell’amministrazione che hanno elaborato questa dottrina.

In patria, tale dottrina ha comportato una rinnovata scommessa su idrocarburi e nucleare, a spese delle energie rinnovabili.

Con riserve tecnicamente estraibili pari a oltre 300 miliardi di barili di greggio, e circa 85 trilioni di metri cubi di gas naturale, gli USA sono una superpotenza degli idrocarburi. La produzione petrolifera è a livelli record, mentre l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) è cresciuta più del 20%.

Non solo Washington ha accresciuto la dipendenza degli alleati (orfani delle fonti russe a basso costo) nei confronti delle proprie risorse energetiche, ma vuole ostacolare la loro transizione verso le energie rinnovabili, dove la Cina occupa una posizione di leadership.

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Pier Paolo Poggio: Le alternative frustrate nel ‘900 hanno bisogno di essere riscattate oggi. Per l’umanità

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Le alternative frustrate nel ‘900 hanno bisogno di essere riscattate oggi. Per l’umanità

Tre domande di Alberto Deambrogio a Pier Paolo Poggio

Pier Paolo Poggio, storico. Ė stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli per la sezione russa. Dagli anni ’70 si occupa di organizzazione delle fonti per lo studio dell’età contemporanea e di archeologia industriale. Ė stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Micheletti e direttore del Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL). Ha pubblicato diversi volumi, tra i quali Comune contadina e rivoluzione in Russia: l’obscina (Jaca Book, 1978), Nazismo e revisionismo storico (Manifestolibri, 1997), Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica (Jaca Book 2015) eLa Rivoluzione Russa. Intellettuali e potere (con S.Caprio e G. Codevilla, Jaca Book, 2017). Ha curato inoltre il progetto l’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Pier Paolo Poggio ha voluto realizzare l’intervista che segue dopo un lungo periodo di silenzio. Gli siamo riconoscenti.

* * * *

Alberto Deambrogio: Pier Paolo Poggio il tuo monumentale lavoro con la collana l’Altronovecento ha portato alla luce correnti di pensiero, figure, conflitti spesso espunti dalla narrazione ufficiale del cosiddetto secolo breve.

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Davide Malacaria: Iran: la guerra inevitabile

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Iran: la guerra inevitabile

di Davide Malacaria

Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato

“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto.

Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei più importanti corridoi del commercio globale, infuria, tenendo in allerta gli operatori del mercato delle materie prime e contribuendo a spingere i prezzi internazionali del petrolio oltre i 100 dollari al barile […] né Washington né Teheran stanno allentando le tensioni, quanto piuttosto mettendo alla prova i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimarrà in vigore, ogni abbordaggio, ogni colpo di avvertimento o sequestro di navi può diventare un fattore scatenante per una più ampia ripresa del conflitto”.

Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato. Perché ciò avvenga deve ottenere qualcosa dall’Iran, una vittoria che Teheran non è disposta a concedere.

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Andrea Zhok: Sullo spirito del capitalismo

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Sullo spirito del capitalismo

di Andrea Zhok 

Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell’interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macromeccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.

Questo fatto è da sempre un ostacolo a una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni. Se guardiamo ai movimenti nazionali e internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata. Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (e per quanto alcuni, come Rosa Luxemburg, li avesse descritti già ai tempi), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.

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Pepe Escobar: La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

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La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

di Pepe Escobar – The Cradle

mfvòpsihvjif.jpgLa guerra contro l’Iran sta compromettendo i corridoi commerciali, dei trasporti e energetici che sono al centro dell’integrazione eurasiatica.

La guerra di scelta degli Stati Uniti contro l’Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La Guerra dei Corridoi di Connettività Economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell’integrazione eurasiatica nel XXI secolo.

Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi intrecciano praticamente tutti i principali attori in tutta l’Eurasia.

Scaviamo più a fondo in quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest delle Nuove Vie della Seta/Belt and Road Initiative (BRI) guidato dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud Russia-Iran-India (INSTC); l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegano la Turchia con Qatar, Siria e Iraq.

Le Nuove Vie della Seta/BRI della Cina avanzano attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, incluso il Corridoio Settentrionale (attraverso il Transiberiano in Russia) e il Corridoio Centrale (passando per il Kazakistan e attraverso il Caspio fino al Caucaso e alla Turchia).

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Ennio Abate, Romano Luperini: Su Romano Luperini (1)

poliscritture

Su Romano Luperini (1)

di Ennio Abate, Romano Luperini

Lincontro e il caso.jpgHo seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]

* * * *

L’INCONTRO E IL CASO di Romano Luperini (Laterza 2007)

 

Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?

Il tema dell’incontro con l’altro – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.

Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.

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Luciano Bertolotto: Alla ricerca di (delle) radici

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Alla ricerca di (delle) radici

Tentativo di dare ordine ai concetti di prodotto sociale, consumo e surplus

di Luciano Bertolotto

mcsponvfIl prodotto sociale

La natura fornisce le risorse necessarie alla vita… la madre terra..

L’uomo, con il lavoro, la modifica, per trarre quanto pensa gli sia utile.

Non senza conseguenze. In parte dovute alla selvaggia appropriazione di quel che serve per soddisfare la domanda di un consumo sempre più sofisticato.

Il territorio è considerato alla stregua di una variabile dipendente, uno ostacolo da superare.

Certe catastrofi non sono affatto naturali…

Inoltre la popolazione mondiale, cresciuta in misura abnorme, si è concentrata in aree superaffollate dove, i rifiuti e, soprattutto i gas emessi, alterano ogni precedente equilibrio.

Qualche megalomane pensa che stiamo distruggendo il pianeta.

In realtà a essere distrutto sarà solo il nostro habitat.

Con noi, o senza di noi, il vecchio sasso continuerà, tranquillamente, a ruotare attorno al sole.

Ma questo è solo un aspetto del problema. Una conseguenza(non la sola) del comportamento di chi sta segando il ramo su cui è seduto.

Il guaio dell’uomo(soprattutto se di genere maschile) è di credere d’essere padrone del mondo. Come se esso esistesse per noi…anzi, per qualcuno di noi. Come specie lo si vuole dominare e, nel suo piccolo, ciascun individuo cerca di possederne almeno un pezzettino.

Probabilmente si è perso il ricordo di quanto era fragile l’umanità di fronte alle forze della natura.

Vecchia storia sancita da scritture più o meno sacre…

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Tiberio Graziani: Il nuovo “caso Mattei” e la crisi della sovranità simbolica italiana

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Il nuovo “caso Mattei” e la crisi della sovranità simbolica italiana

di Tiberio Graziani

L’articolo interpreta la diffida della famiglia Mattei come segnale di un disallineamento tra memoria storica e prassi geopolitica. Il richiamo a Enrico Mattei mette in luce il deficit di autonomia strategica dell’Italia e l’incapacità di tradurre in azione politica una tradizione fondata su indipendenza energetica e visione multipolare.

C’è un dato che, più di altri, segnala la profondità della frattura apertasi attorno alla figura di Enrico Mattei: la necessità, da parte dei suoi eredi, di intervenire formalmente per impedirne un uso ritenuto distorsivo da parte del Governo stesso. La diffida inviata a Palazzo Chigi contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è soltanto un episodio di conflittualità politico-giuridica, ma un sintomo di una più ampia crisi di orientamento strategico.

Quando Pietro Mattei parla di “distorsione dell’eredità politica”, egli richiama implicitamente una categoria centrale della riflessione geopolitica: quella della coerenza tra rappresentazione simbolica e prassi strategica. In altri termini, il problema non è il nome in sé, ma il disallineamento tra ciò che esso storicamente significa e l’azione politica che oggi pretende di incarnarlo.

Per comprendere la portata di tale disallineamento, è necessario collocare la figura di Enrico Mattei nel contesto della competizione sistemica del secondo dopoguerra, evitando letture riduttive che ne limitino l’azione alla sola dimensione industriale.

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Ashes of Pompeii: Il culto dell’eccezionalismo americano

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Il culto dell’eccezionalismo americano

di Ashes of Pompeii*

L’eccezionalismo americano è spesso scambiato per una politica, ma in realtà è una forma di religione, un culto semi-secolare. Richiede fede, non prove. Sebbene sia spesso associato alla destra politica, i suoi principi fondamentali permeano l’intera psiche americana, inclusa una parte della sinistra che dice di opporsi allo status quo.

Questa visione del mondo poggia su una serie di pilastri che rimangono in gran parte indiscussi, anche dalla maggior parte di quegli americani che si considerano anti-sistema. Per capire il potere americano, bisogna capire queste regole non dette.

Soprattutto, c’è la convinzione assoluta della maggior parte degli americani, ma specialmente della classe dirigente, che l’America sia divinamente benedetta, su questa terra per guidare l’umanità verso la prosperità e la luce. Scelta da Dio!

Persino tra gli (ammettiamolo: pochi) atei americani, l’idea di una missione divina e messianica è ancora presente, sebbene espressa in termini di moralità, buon senso e inevitabilità del trionfo del capitalismo e della cultura americana. Il liberalismo americano come “La fine della storia”, e la politica estera americana come operante per il bene dell’umanità, come opera missionaria.

Il primo principio dell’America come “nazione messia” è la sacralità del capitalismo, la convinzione prevalente che il libero mercato sia il più grande motore economico mai ideato, e che i vincoli normativi, anche se occasionalmente necessari, siano intrinsecamente sospetti.

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comidad: Gli USA sono una cleptocrazia legale e costituzionale

comidad

Gli USA sono una cleptocrazia legale e costituzionale

di comidad

Ci si domanda da più parti se Trump sia davvero stupido o pazzo, oppure se dietro le sue esternazioni vi sia una strategia. Nel suo miglior film, Groucho Marx pronunciò la sua più famosa battuta: “Parla come un idiota e ha la faccia da idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente idiota”. Insomma, non sempre l’apparenza inganna. Il percorso da seguire non è quello psicologico o psichiatrico; bensì, ancora una volta, il sentiero dei soldi; cioè capire se le condizioni strutturali del finanziamento elettorale consentano che negli USA vi sia effettivamente una direzione politica, qualcosa di simile a una strategia.

Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema ha riconfermato la giurisprudenza che si era già consolidata nel corso degli anni. Le sentenze della Corte hanno equiparato le donazioni elettorali da parte delle società e dei privati alla libertà di espressione, sancita dal Primo Emendamento, quello che impedisce al Congresso di promulgare leggi che limitino la libertà di parola o di stampa. Quindi, secondo i giudici della Corte Suprema, corrompere i politici non è soltanto legale, ma deve essere considerato un diritto costituzionale. Una giurisprudenza del genere ovviamente è un ossimoro, in quanto pone una ovvia obiezione: e se anche una tale sentenza fosse l’effetto di “donazioni”, ovvero comprata? D’altra parte i giudici della Corte Suprema potrebbero rispondere che, secondo la loro lettura della Costituzione, convincerti e comprarti sono la stessa cosa.

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Alessandro Zaccuri: Donald contro Leone

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Donald contro Leone

di Alessandro Zaccuri

La prima parola scritta tutta in maiuscolo è WEAK, “debole”; l’ultima è LOSER, “perdente”, che nella logica della manoshpere (modesta proposta: in italiano la resa migliore sarebbe “maschiosfera”, anziché il calco “manosfera”) è più o meno un sinonimo di weak, con ulteriore sfumatura denigratoria. Non soltanto non ce la fai, ma le prendi pure. Dopo di che, sempre in aggressivo stile caps lock, segue la firma DONALD J. TRUMP. Nel messaggio pubblicato il 13 aprile sul social Truth come d’atto d’accusa contro il pontificato di Leone XIV, gli altri termini messi in risalto a colpi di tastiera sono FEAR (“paura”), COVID, MAGA, OK e IN A LANDSLIDE, “a valanga”, o anche “schiacciante”, in riferimento a un risultato elettorale. Trump si serve di questa accezione per ribadire l’incontestabilità della vittoria conseguita sulla democratica Kamala Harris. Essendo diventato presidente degli Stati Uniti, adesso decide tutto lui. È persuaso che l’elezione di Robert Francis Prevost sia merito suo, perché – sostiene – la Chiesa aveva bisogno di un papa statunitense per gestire i rapporti «con il presidente Donald J. Trump», cioè con lui stesso. Motivo per cui Leone XIV farebbe meglio a darsi una regolata, magari lasciandosi consigliare dal fratello Louis, che è un tipo con la testa a posto. Un MAGA dichiarato, che altro?

Messe una in fila dopo l’altra, le parole in maiuscolo sintetizzano in modo straordinariamente efficace un programma che, prima di essere politico, è anzitutto culturale: una mentalità che diventa prassi, ma che già in quanto mentalità è di per sé incompatibile con la mitezza del messaggio evangelico.

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