Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”.

Fabio Ciabatti: Il fantasma del nemico palestinese
Il fantasma del nemico palestinese
di Fabio Ciabatti
Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00
Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam Azem, uscito in arabo nel 2014, tradotto in italiano nel 2021 e opportunamente ripubblicato nel 2025, con una postfazione alla ristampa di Paola Caridi.
Il testo, come sostiene la stessa autrice, si può accostare al genere del realismo magico dal momento che la storia ruota attorno all’improvvisa e inspiegabile scomparsa di tutti i palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Cosa succede agli israeliani quando scompare il loro nemico? Disappunto per i problemi che derivano dall’assenza di un grande numero di lavoratori, ovviamente. Delusione per il “tradimento” di persone cui si è dato fiducia consentendogli magnanimamente di vivere e lavorare in Israele. In alcuni casi, preoccupazione per il buon nome dello stato sionista, possibile oggetto di critiche per aver organizzato una nuova pulizia etnica. Ma ancor di più sconcerto e inquietudine per una possibile trama ordita nell’oscurità dai palestinesi che potrebbero sbucare come zombie per vendicarsi. E soprattutto sollievo perché, come per miracolo, il più grande problema di Israele si è finalmente risolto. In fin dei conti, a nessuno interessa veramente la sorte dei palestinesi. I più aperti tra gli ebrei israeliani esprimono solo il desiderio che li lascino in pace.
La vicenda viene narrata attraverso la descrizione di diverse scene di vita quotidiana che, collegate al contesto generale del racconto ma indipendenti dalla trama principale, potrebbero rappresentare dei brevi racconti a se stanti.
Massimo Croci: Lucciole e lanterne
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Lucciole e lanterne
di Massimo Croci
1- Provo a esprimere alcune opinioni sulle questioni poste nella “discussione” (che, in realtà, oltre a essere espressa nella forma di correttezza e rispetto reciproco come sempre dovrebbe avvenire tra “compagni”, per tali intendendosi chi si opponga organicamente all’imperialismo, a mio avviso tale non è, non rinvenendosi un reale contrasto di idee tra i due) che oggettivamente viene aperta su “Sinistra in rete” 19/4/26 dalla “lettera aperta a Flavia Manetti” di Algamica – dal contesto dell’articolo si capisce peraltro trattarsi della seconda parte dell’acronimo, Michele Castaldo- riferito all’articolo del 3/04/26, appunto di Flavia (Manetti), sulla stessa rivista, “Qualche riflessione sull’Iran e su di noi”.
2- Per la verità, i temi proposti sono due, nettamente distinti, benché oggettivamente e soggettivamente interconnessi: A) perché un movimento, seppur non gigantesco come quello del 2003 contro la aggressione di USA e “coalizione dei volenterosi” all’Iraq 1), ma comunque vastissimo e capillare come quello che quasi improvvisamente ha fatto irruzione nella scena mondiale, nella tarda primavera e in particolare nel primo autunno del 2025, non si è poi pressoché in nessun modo formato, almeno in “Occidente”, rispetto all’altrettanto efferata aggressione (benché fino a ora, aprile 2026- quantitativamente molto più limitata quanto entità di vittime e distruzioni) allo Stato, e soprattutto al popolo dell’ Iran?
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1)Pure il marchio di questa denominazione gli gnomi europei hanno copiato dagli USA, perché così fu definita la alleanza di ben 48 Stati tra cui – cito a caso – Gran Bretagna, Spagna, Italia, Polonia Olanda, Ucraina, Turchia, Giappone, Ruanda, Uganda, Nicaragua (!) che si unirono alla “guida statunitense”nell’aggressione all’Iraq – sotto questo profilo, molta acqua, in questo caso non bella per il blocco imperialista, da allora è passata sotto i ponti (e negli stretti!), considerando che contro l’Iran sia nel giugno 2025 sia dal 28 febbraio 2026 USA e Israele sono rimasti soli nell’aggressione militare all’Iran.
Lavinia Marchetti: Ma in quale mondo la Palestina è divisiva?
Ma in quale mondo la Palestina è divisiva?
di Lavinia Marchetti
«La Palestina è divisiva», come il 25 aprile. Certo che è divisiva. Se si è fascisti e/o complici di genocidio. In quale universo la causa palestinese dovrebbe separare gli animi nel giorno della Liberazione? Forse accade in quello dove il 25 aprile viene ridotto a un rito di rappresentanza, fatto di corone d’alloro depositate in fretta e discorsi che rifuggono ogni attrito per compiacere i contratti delle industrie belliche o i governi alleati. Nel mondo dei fatti, ieri, la Palestina occupava già lo spazio della festa. Abitava i simboli e i canti di chi attraversava le strade per ricordare che la Resistenza italiana fu una lotta contro l’occupazione straniera e contro il collaborazionismo servile. Le bandiere della Palestina avevano piena cittadinanza accanto ai vessilli partigiani, accanto ai simboli della liberazione. A Milano la fiumana di persone appariva enorme. Si parla di 100.000 persone. Risultava popolare benché l’andamento fosse lento e irregolare per via degli intoppi provocati. A Roma, nel quartiere del Quarticciolo, la memoria dello sterminio è stata accostata alle sagome di una donna e di un bambino con la kefiah, indicati come bersagli del tempo presente. Il 25 aprile non è sembrato affatto un francobollo commemorativo nel momento esatto in cui riconosce il punto dove un popolo viene schiacciato, oppresso e oltraggiato. Adesso. Non 80 anni fa.
Il nodo milanese risiede proprio in questo punto di scontro. Uno spezzone che richiama la Brigata ebraica entra nella manifestazione del 2026 portando i segni politici della stretta attualità.
Thierry Meyssan: Donald Trump prende atto dei limiti del jacksonismo
Donald Trump prende atto dei limiti del jacksonismo
di Thierry Meyssan
Gli eventi si concatenano in senso negativo. Allorché il presidente Trump lancia la sua Kulturkampf contro la Chiesa cattolica per riaffermare il carattere anglosassone e non azteco del Paese, subisce una pesante sconfitta nella guerra contro l’Iran. È costretto a riconoscere che il suo modo di condurre gli affari commerciali non può sostituire la diplomazia, perlomeno con l’Iran; e che l’ideologia jacksoniana cui s’ispira fa miracoli sul piano interno, ma non è consona a risolvere problemi strategici. Consapevole dell’impasse in cui si trova, Trump si adatta. Cambia tutto.
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Il 21 e 22 giugno 2025, con l’Operazione Martello di Mezzanotte il presidente Donald Trump ordinò il bombardamento dei siti nucleari iraniani. L’obiettivo ufficiale era distruggere ogni capacità di produrre la bomba atomica. L’obiettivo ufficioso e preminente era sottrarre a Israele la scusa per ricorrere alla bomba atomica contro l’Iran, come suggerivano diversi politici.
Il Pentagono si rese conto che gli impianti iraniani sono interrati così profondamente da non poter essere raggiunti. Peraltro, se questi bombardamenti avessero colpito gli obiettivi le conseguenze sarebbero state inimmaginabili.
L’operazione è stata per Washington l’occasione d’interrogarsi sulla possibilità di rovesciare il regime khomeinista e, soprattutto, sulla propria strategia generale.
Fabrizio Marchi: 25 Aprile. Provocazioni, vittimismo e trappole mediatiche
25 Aprile. Provocazioni, vittimismo e trappole mediatiche
di Fabrizio Marchi
Tutto già visto e stravisto ma le cose non sono andate secondo le intenzioni di chi aveva concepito e scritto il copione. I sionisti si sono presentati alla manifestazione di Milano organizzati e ipocritamente camuffati dietro le insegne della Brigata ebraica. Lo scopo era scontato, provocare – la loro stessa presenza, in quanto rappresentanti di uno stato razzista e genocida e quindi in aperto conflitto con la Costituzione Italiana e lo spirito del 25 Aprile, è una provocazione – sperando di essere aggrediti per poi passare da vittime. Ma le cose sono andate in modo molto diverso perché c’è stata una risposta spontanea e di massa da parte di pressoché tutti i partecipanti alla manifestazione che hanno impedito in modo fermo ma composto al gruppo sionista di entrare nel corteo. Poi c’è sempre l’utile idiota che rivolge una battuta altrettanto idiota e razzista (se non ci fosse lo inventerebbero con l’IA) al Fiano di turno (un esponente del PD in prima linea nella difesa dell’indifendibile stato di Israele), un assist per fornire a lui e a quelli come lui l’alibi per gridare all’antisemitismo, ma la maggior parte delle persone ormai non ci crede più a queste frottole perché Israele è ormai percepito dalla maggioranza degli italiani per quello che è, e cioè, appunto, uno stato guerrafondaio, razzista e genocida. La favola dell’antisemitismo non regge più, possono anche inventarsi la legge in base alla quale chiunque osi criticare il sionismo e le politiche israeliane viene accusato di antisemitismo, ma non ce la faranno ad arginare il dissenso. Il troppo è troppo.
Elena Basile: Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino
Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino
di Elena Basile
Secondo l’ambasciatrice Basile, le guerre contro Iran e Russia sono strumenti di egemonia
Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.
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Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.
Alberto Bradanini: I guerrafondenti e la profezia di Jack London
I guerrafondenti e la profezia di Jack London
di Alberto Bradanini
1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.
Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.
Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.
Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.
Tom Joad: Cuba assediata. Cronaca di una guerra con poche telecamere
Cuba assediata. Cronaca di una guerra con poche telecamere
di Tom Joad
Due articoli pubblicati a distanza di poche settimane – “Los espejismos no salvan” su CTXT il 25 marzo e “Trump no es el problema” su Diario Red l’8 aprile – offrono forse l’analisi più lucida e meno consolatoria di quello che sta accadendo a Cuba. Il loro autore, Iramís Rigoberto Rosique Cárdenas, non è un commentatore esterno che guarda l’isola da lontano. Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare all’Università dell’Avana, diplomato in Servizio Estero all’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García, ricercatore all’Istituto Cubano di Filosofia e professore all’Università dell’Avana, membro del consiglio editoriale della rivista La Tizza: Rosique scrive da dentro, con la rara combinazione di chi conosce la teoria e vive la realtà quotidiana dell’assedio.
I due pezzi si completano. Il primo smonta con precisione il mito che circola anche tra gli amici di Cuba – che il governo dell’Avana avrebbe potuto evitare la crisi attuale muovendosi più in fretta durante il “disgelo” Obama, ancorando abbastanza interessi corporativi statunitensi all’isola da rendere politicamente costoso un ritorno alle ostilità. Il secondo allarga l’inquadratura: il problema non è Trump, è l’imperialismo senza forme che Trump rappresenta in questo momento storico.
Questi articoli arrivano in un momento in cui la crisi cubana rischia di restare schiacciata sotto il peso di altre crisi generate dallo stesso rigurgito violento dell’impero senza ricevere l’attenzione che merita. Rosique ci offre gli strumenti per capire. I fatti degli ultimi mesi ci offrono la materia. E quello che segue è un tentativo di tenere insieme entrambi.
SPIRAGLI COSTRUITI SULL’ABISSO
Per capire la crisi attuale bisogna fare un passo indietro e capire perché il cosiddetto disgelo con Obama era destinato a non durare, indipendentemente da quello che Cuba facesse o non facesse.
Alessandro Simoncini: La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione
La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione
di Alessandro Simoncini
Auspicando che il termine “Resistenza” torni presto a produrre effetti politici di liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, pubblichiamo il saggio di Alessandro Simoncini La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione. Il testo introduce il volume collettaneo Reinventare l’Italia La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948), che contiene testi di David Bidussa, Gian Piero Brunetta, Filippo Focardi, Carlo Olmo, Simonetta Soldani, Mauro Volpi ed è stato curato dallo stesso Simoncini. Si ringraziano la Perugia Stranieri University Press e la Firenze University Press per il permesso a pubblicare parte dell’introduzione
1. Nel Maelström: Resistenza, bande partigiane, desiderio di un mondo nuovo
In un suo interessante volume Nadia Urbinati ha scritto che si arrivò alle elezioni del 2 giugno 1946 perché l’alleanza dei partiti antifascisti e il CLN riuscirono a sconfessare la decisione del re di trattare «la fine del regime come l’ordinaria transizione da un Parlamento a un altro» – tentando «una pura e semplice restaurazione», come scrisse Norberto Bobbio –, aprendo così la fase costituente (Urbinati 2017, 18; 2021; Bobbio 1997, 160). Quelle elezioni furono l’atto con cui, per la prima volta nella storia d’Italia il popolo si fece sovrano attraverso i partiti e decise di darsi delle leggi. Con il decreto Bonomi del 25 giugno 1944, il governo provvisorio di coalizione del Comitato di liberazione nazionale disponeva infatti di indire elezioni a suffragio universale maschile e femminile, per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. I cittadini avrebbero insomma scelto liberamente il loro futuro e deciso quale forma di governo adottare. Per Urbinati, quindi, è un popolo fatto di cittadine e di cittadini il vero autore della Costituzione. Alla Costituente del resto i rappresentanti eletti non poterono scegliere la forma istituzionale – decisa appunto dal popolo per via referendaria – e si impegnarono a «redigere un documento che rispecchi[asse] la volontà popolare uscita dalle urne», traducendola in articoli comprensibili a tutti: come l’art. 1, che recepiva pienamente «la decisione del popolo sovrano di darsi un’identità repubblicana e di esprimersi per via elettorale (eleggendo rappresentanti)»[1]. Alle radici della Costituzione repubblicana e della sovranità popolare – sostiene quindi Urbinati – ci sono i partiti e il Cln, che in sintonia con Claudio Pavone la studiosa definisce il «vero e autentico governo nazionale dell’Italia invasa»: quello che portò a termine il complesso «“processo di politicizzazione” all’interno della realtà militare delle bande partigiane». Trasformando l’antifascismo militare in antifascismo politico – scrive Urbinati con Pavone –, la Resistenza del CLN fu quindi il «nucleo del potere costituente» che generò la nostra democrazia (Urbinati 2017, 18; Pavone 1991, 160).
Warwick Powell: La trappola dell’escalation
La trappola dell’escalation
di Dott. Warwick Powell*
Prefazione: Nelle ultime 24 ore (scrivo la mattina del 20 aprile 2026, in Asia), la marina statunitense ha intercettato una petroliera iraniana. Gli iraniani hanno risposto aprendo il fuoco contro navi americane. La retorica da Washington e Teheran si è intensificata mentre continua il rafforzamento militare americano nel Golfo Persico. Il secondo round di colloqui a Islamabad è “ora sì, ora no” e sui social media circolano bozze di possibili “termini di un accordo di pace”.
Alcuni osservatori liquidano i negoziati come una messa in scena, sostenendo che gli USA stanno semplicemente riprendendo fiato in preparazione al secondo round della guerra. Altri sostengono che gli USA non abbiano altra scelta che accettare la realtà che l’Iran è emerso come un grande stato e che un grande compromesso sia necessario — e prima è, meglio è.
Questo saggio esplora le dimensioni del dibattito attuale e lo inquadra in una più ampia cornice ispirata a Braudel. La posta in gioco, suggerisco, è definita dalla domanda: la realtà materiale può imporre la razionalità a Washington più velocemente di quanto il fanatismo e la paura dell’umiliazione possano prolungare il “dignitoso intervallo”?
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Mentre il cessate il fuoco dell’aprile 2026 nel conflitto iraniano si sfalda sotto un blocco navale statunitense pienamente attuato nel Golfo Persico, nuovi aumenti delle truppe e controminacce iraniane di ampliare le interruzioni nello Stretto di Hormuz, due quadri interpretativi rivali dominano l’analisi del momento presente.
Antonio Mazzeo: Guerra all’Iran. Lo spettro della morte attraversa lo spazio e il territorio nazionale
Guerra all’Iran. Lo spettro della morte attraversa lo spazio e il territorio nazionale
di Antonio Mazzeo
La guerra alle porte di casa o in ogni casa degli italiani? E’ davvero estraneo e distante dal nostro paese il conflitto contro l’Iran scatenato da Stati Uniti d’America e Israele e che ha incendiato l’intero scacchiere mediorientale? Sì a sentire il governo Meloni e il presidente della Repubblica Mattarella. Proprio per niente se guardiamo invece alla presenza di reparti militari italiani nelle innumerevoli basi del Golfo Persico e dell’Africa orientale: prima del 24 febbraio 2026 ne avevamo in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Libano, Gibuti, Somalia; e schieriamo pure due unità navali tra il Mar Rosso e l’Oceano indiano con le flotte Ue anti-pirati e anti-Teheran.
Ancora più evidente il coinvolgimento dell’Italia negli attacchi Usa-Israele se guardiamo al ruolo assunto da alcune delle principali installazioni NATO e/o a stelle e strisce “ospitate” da Nord a Sud. Ad esempio la base aerea di Aviano (Pordenone) dove ha sede uno dei depositi con le testate nucleari tattiche di nuova generazione B61-12, in dotazione all’US Air Force: da quando è scoppiato il conflitto nel Golfo, da Aviano operano gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare in Iran.
Lo scorso 23 marzo dalla base friulana sono decollati verso il Medio oriente un grande aereo tanker KC-46A e cinque aerei radar di pronto allarme e controllo Grumman “E-2D Advanced Hawkeyes” di US Navy. Dotati di sofisticate suite elettroniche, sistemi satellitari e del nuovo radar APY-9 in grado di individuare anche velivoli stealth e aerei di piccole dimensioni, i velivoli possono essere impiegati per guidare attacchi con sistemi missilistici di precisione
Gigi Sartorelli: NBC: miliardi di danni alle basi USA nel Vicino Oriente nascosti dall’amministrazione Trump
NBC: miliardi di danni alle basi USA nel Vicino Oriente nascosti dall’amministrazione Trump
di Gigi Sartorelli
Un’inchiesta pubblicata il 25 aprile da NBC News, emittente statunitense, ha incrinato ulteriormente la credibilità delle frottole che Trump e la sua amministrazione hanno sistematicamente raccontato durante l’aggressione all’Iran. Sono almeno sei le fonti governative che avrebbero rivelato ai giornalisti che i danni subiti dalle basi militari statunitensi in Asia occidentale a seguito della risposta iranianiana sarebbero significativamente più gravi di quanto ammesso pubblicamente.
The Donald ha ripetutamente sbandierato un successo totale e una supremazia militare schiacciante, un paio di cambi di regime, persino un’operazione di salvataggio di un soldato statunitense che ormai molte voci, con analisi sensate alla mano, nascondeva il tentativo di furto (fallito) dell’uranio arricchiti iraniano.
Nessuno crede davvero alla versione ufficiale della Casa Bianca, e tutti hanno visto bene la capacità di Teheran di infliggere pesanti colpi alla superpotenza stelle-e-strisce. Ma stando a quel che riporta la NBC, l’entità dei danni all’infrastruttura militare statunitense sarebbero di gran lunga maggiori rispetto a ciò che è trapelato fino a ora.
Il rapporto, curato dal team di Gordon Lubold e Courtney Kube, basato soprattutto sulle testimonianze di tre funzionari statunitensi e due assistenti del Congresso, indica che le spese di riparazione per le installazioni nel Golfo Persico ammonterebbero a svariati miliardi di dollari. Già alcuni analisti avevano fatto presente i costi di alcuni radar colpiti, ma ora arrivano informazioni più precise.
Paolo Bottazzini: Eraclito e Confucio
Eraclito e Confucio
di Paolo Bottazzini
Il frammento 53 di Eraclito recita che «il Conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni li ha fatti essere dèi, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri liberi». La guerra per i greci non è solo un evento che si verifica nelle relazioni tra due comunità, quando ogni altro mezzo di negoziazione ha fallito l’obiettivo del compromesso; è invece l’armatura ordinaria della vita di tutti, l’arché dell’essere, che stabilisce la ragione e il destino di ogni cosa. Le osservazioni preliminari di Von Clausewitz sulla guerra testimoniano che l’Occidente ha arruolato le convinzioni dei greci tra i propri principi: se il conflitto può essere descritto come «la prosecuzione della politica con altri mezzi», significa che il senso comune e la repubblica delle lettere concordano sulla normalità della belligeranza come regola di vita e come pratica di gestione dei rapporti sia personali sia internazionali – tanto da immaginare uno stato di natura consistente nella guerra di tutti contro tutti. Da Hobbes la legittimità del potere politico viene ascritta al diritto di monopolio della violenza da parte dello Stato, al fine di garantire le condizioni della convivenza pacifica tra i cittadini, la loro prosperità e lo sviluppo della civiltà.
Secondo Pino Arlacchi, nel suo recente La Cina spiegata all’Occidente, l’America non si limita a coltivare la conflittualità come idea regolativa dello stile di vita nei paesi occidentali, ma proietta le caratteristiche della sua metafisica militarista anche sulle altre culture. La trappola di Tucidide è uno schema di interpretazione delle relazioni internazionali, secondo il quale l’ascesa di una nuova grande potenza non può che allarmare quella attualmente egemone, innescando uno scenario di scontro armato che risolva i contrasti di interessi tra le due.



