Stretta tra l’inconsistenza del landinismo e le forche caudine della normativa contrattuale, la questione sindacale non è riuscita a ritornare alla ribalta e riproporsi come uno dei cardini fondamentali della situazione italiana.
IL RUOLO DEI COMUNISTI
NELLA RICOSTRUZIONE DEL POTERE
CONTRATTUALE E DI RAPPRESENTANZA DEI LAVORATORI
DEVASTATO DALLE LOGICHE CONFEDERALI E DAL SINDACATO DELLE TESSERE
Stretta tra l’inconsistenza del landinismo e le forche caudine della normativa contrattuale, la questione sindacale non è riuscita a ritornare alla ribalta e riproporsi come uno dei cardini fondamentali della situazione italiana.
E’ vero che il punto di arrivo di questa situazione è stato determinato da una successione di avvenimenti negativi che hanno disarticolato la capacità di lotta dei lavoratori italiani, avvenimenti politici non poco conto e con caratteristiche epocali e altri direttamente legati alle vicende del sindacato confederale.
Il fronte di resistenza operaia è stato indebolito sul piano politico dal venir meno di una forza come il PCI che, già da prima della sua liquidazione, aveva condiviso la svolta dell’EUR (1978) di Luciano Lama sulla subordinazione delle logiche contrattuali a quelle aziendali o tollerato che gli esponenti della CGIL accettassero la neutralità del sindacato nel referendum del 1985 sulla scala mobile, passando dalla chiusura della vertenza FIAT del 1980 con 20.000 esodati all’accettazione delle norme sulla precarizzazione e su elementi di privatizzazione del sistema di tutela sociale, fino all’abolizione dell’art.18 sulla libertà di licenziamento voluta del governo Renzi. A questo si aggiunga che la normativa giuridica sulla contrattazione e la divisione e politicizzazione delle sigle sindacali confederali in senso filogovernativo (di centrosinistra o ultimamente di destra) hanno bloccato ogni spinta all’autonomia di classe dei lavoratori. Il sindacato è diventato il sindacato delle tessere e della concertazione, senza spazio per il protagonismo di chi lavora e subisce lo sfruttamento.
Nel frattempo i tentativi di rottura di questa situazione di concertazione, rappresentata dalla triangolazione governo-confindustria-confederali, che si sono prodotti a partire dagli ’80 del secolo scorso con le esperienze del sindacalismo di base sono rimasti una scelta coraggiosa più che una alternativa perché, pur cavalcando l’onda della protesta anti-confederale, alla fine hanno evidenziato soprattutto un’esigenza di gruppi minoritari che però, al di là degli slogans, non è riuscita, per sua natura, a sciogliere i nodi della crisi della rappresentanza e della forza contrattuale dei lavoratori in Italia. Due esempi per tutti: l’ininfluenza nel rinnovo dei contratti e la difficoltà a incidere nelle crisi aziendali dove si va a rimorchio dei confederali. Si tratta di elementi decisivi per definire il peso di un sindacato.
In luogo di analizzare dunque come procedere efficacemente per incidere nelle vertenze e riproporre le questioni relative al diritto decisionale dei lavoratori, il sindacalismo di base è rimasto la brutta copia dell’impostazione confederale, con la logica della tessera e della separatezza, riproducendo una cultura che contraddice la sua stessa definizione, cioè essere rappresentanza della base. Come ci si può chiamare difatti ‘sindacalismo di base’ se i protagonisti che ne rivendicano l’eredità hanno dato luogo a una serie di strutture separate, senza riuscire a ricomporre una rappresentanza unitaria nei posti di lavoro e nelle categorie? Soprattutto, rispetto all’insieme dei 23 milioni di lavoratori, il sindacalismo di base non è stato capace di superare gli steccati che li dividono ed è rimasta in piedi la logica del sindacato delle tessere, separato dalla rappresentanza, rimanendo così un elemento fortemente minoritario anche rispetto alle strutture confederali.
Ovviamente non era facile sfondare la barriera della concertazione e la normativa sulle regole degli scioperi e sulla rappresentanza, ma illudersi di cambiare le cose senza misurarsi col problema non poteva fornire vie d’uscita. Aggirare l’ostacolo con una deriva minoritaria non può cambiare i rapporti di forza e la condizione di difficoltà in cui si trovano i lavoratori. Come la storia del movimento operaio insegna, senza l’unità nelle lotte non c’è vittoria possibile.
In ogni modo risalire la china comporta, ed è bene sottolinearlo, un duro lavoro di ricostruzione di un tessuto unitario dei lavoratori, basato non su posizioni avanguardistiche, ma su una partecipazione maggioritaria alle lotte e alle decisioni.
La linea da seguire non è, ovviamente, un invito a smantellare i capisaldi organizzati conquistati dalle strutture sindacali di base, ma renderli uno strumento di unità e di lotta nei posti di lavoro e all’interno delle categorie.
All’inizio di queste note abbiamo sottolineato che esiste un compito che è anche un dovere dei comunisti rispetto alla questione sindacale. Il problema che si ripropone oggi e con urgenza, data la debolezza in cui si trova il lavoro dipendente e rispetto alla deriva del sindacalismo movimentista, è quello di impegnarsi perchè prevalga un orientamento giusto nelle questioni organizzative e nell’impostazione delle lotte.
La funzione dei comunisti non può ridursi quindi a stare nelle diverse organizzazioni sindacali, comprese quelle confederali, esprimendo solo una posizione di classe sui contenuti delle vertenze. Non può esistere una posizione di classe per i comunisti che non si basi su una lotta senza quartiere al sindacato delle tessere e per lo sviluppo di una coscienza in cui unità e diritto di rappresentanza siano i presupposti dell’azione sindacale.
Superare lo schema sindacale che è frutto della sconfitta subita negli anni ’80 riguarda non solo l’impostazione del rapporto coi lavoratori oggi, ma anche fare i conti con la frammentazione oggettiva del tessuto operaio che impone di ragionare su momenti di ricomposizione e su metodi di lotta.
La disarticolazione del tessuto produttivo, l’introduzione del decentramento, il collegamento internazionale della produzione, l’uso degli appalti e delle cooperative, il precariato e l’introduzione abbondante di manodopera immigrata, spesso in nero e ricattata, rendono difficile organizzare i tempi di una risposta alle necessità rivendicative. Nondimeno, laddove la questione dell’organizzazione delle lotte partendo solo dal singolo luogo di lavoro si rende più difficile bisogna supplire con lo sviluppo di una coscienza di massa degli obiettivi fondamentali da raggiungere che porti a mobilitazioni unificanti. Bisogna saper sostituire il minimalismo rivendicativo con una visione che poggi su una visione più generale degli obiettivi da raggiungere.
Nell’attuale situazione è questo il modo di portare avanti lo sviluppo di una coscienza di classe, che nel passato si basava principalmente su grandi movimenti di fabbrica e su categorie trainanti come metalmeccanici, edili, cantieristica ecc.
Come si configura questo passaggio in concreto oggi? A nostro parere la condizioni oggettiva in cui si trovano oggi i lavoratori dipendenti riguarda il livello salariale (con l’adeguamento annuale), la precarietà, la disoccupazione (non solo salario minimo, ma reddito di cittadinanza), le strutture sociali, in primis la casa e l’assistenza sanitaria e la questione dello sviluppo economico inteso come occasioni di lavoro e condizioni di lavoro.
Su tutti questi temi le chiacchiere e la demagogia imperversano, in particolare con il landinismo, che non ha mai concretizzato i suoi discorsi con vertenze vere. L’azione sindacale dei comunisti deve essere tale da coniugare prospettiva politica e interesse del lavoratori strutturando l’intervento in modo tale che gli obiettivi risultino credibili non solo a chi lavora, ma anche a quel settore della società italiana che si batte per un cambiamento.
Partire dai posti di lavoro, sviluppare il senso unitario della rappresentanza, collegare il movimento ai grandi temi sociali, facendo di nuovo della questione operaia il cardine del nostro obiettivo politico: applicare la Costituzione.
Forum Italiano dei Comunisti – 05/05/2026
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