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[SinistraInRete] Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista 

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L’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza.

 

Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista 

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Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista 

di Carlo Di Mascio

Hegel Lenin 20.JPGL’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza. Al contrario, il materialista è colui che pone il riconoscimento dell’oggettività di questo mondo esterno (natura e storia) come fondamento di tutta la sua teoria della conoscenza, sviluppando su tale premessa la risoluzione di tutti i problemi legati alla conoscenza mediante la pratica e l’esperimento. Pertanto, il nucleo centrale della filosofia, intesa come scienza, è dato dal problema della teoria della conoscenza, cioè del rapporto della coscienza (includendo pensiero, psiche e scienza) con il mondo esterno. Ecco perché Lenin equipara la logica dialettica alla teoria della conoscenza, utilizzando questi termini come sinonimi a tutti gli effetti.

 E. Ilyenkov, Sulla relazione di N. P. Dubinin 

 

1. La critica di Hegel a Kant. Le forme e le leggi della logica come rispecchiamento del mondo oggettivo 

Nei Quaderni Filosofici Lenin giunge ad affermare che «la logica coincide con la teoria della conoscenza»1. Si tratta della nota tesi formulata in relazione all’analisi della critica a Kant, come esposta nella Scienza della Logica, e che Hegel avanza opponendosi in particolare alla concezione puramente formale della logica sostenuta da Kant, secondo cui il suo oggetto sarebbe dato dalle forme del pensiero considerate solo in sé stesse, cioè indipendentemente dalla loro connessione con la realtà oggettiva: «Vien dichiarato [da Kant] per un abuso che la logica, che dovrebbe essere semplicemente un canone del giudicare, venga riguardata come un organo per la produzione di vedute oggettive2. Kant, in altri termini, avrebbe escluso dalla logica il problema di come accostarsi alla verità – «Kant si limita ai «fenomeni» […] l’ideale kantiano è fenomeno, non è oggettivo in sé»3 – laddove la logica dialettica, comportando l’ineludibile «inseparabilità» [Untrennbarkeit] di pensiero ed essere, di forma e contenuto, di teoria e prassi, di mediazione e immediatezza, di uomo e natura, ne garantirebbe gli strumenti logici per riuscire a coglierla4.

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Roberto Iannuzzi: Dall’Iran al Libano, il “modello Gaza” è ormai una tattica bellica standard di Israele e Stati Uniti

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Dall’Iran al Libano, il “modello Gaza” è ormai una tattica bellica standard di Israele e Stati Uniti

di Roberto Iannuzzi

Lo sterile ricorso a livelli esorbitanti di violenza non ha portato al collasso della Repubblica Islamica in Iran, né di Hezbollah in Libano, causando invece enormi sofferenze alla popolazione civile

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 64908b91 6799 4962 afaf 6ba37b39ecf3 1900x1520Lo scorso 8 aprile, all’indomani del cessate il fuoco raggiunto con l’Iran (che avrebbe dovuto includere anche il Libano), Beirut è stata investita da un violentissimo bombardamento israeliano.

In pochi minuti, interi palazzi residenziali sono stati sbriciolati, lasciando al loro posto macerie fumanti di cemento e metallo contorto. Decine di aerei israeliani hanno sganciato bombe e missili su un centinaio di bersagli nella capitale e in altre zone del piccolo paese confinante.

Il bilancio iniziale annunciato dal ministero della sanità libanese è stato pesantissimo: oltre 350 morti e più di 1.200 feriti. Nella capitale, gli attacchi hanno colpito quartieri residenziali e alcune delle vie commerciali più affollate.

“Oscurità Eterna” è l’emblematico nome che Israele ha attribuito all’operazione, come a suggerire una volontà di totale annientamento del paese vicino.

All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il governo israeliano guidato dal premier Benjamin Netanyahu aveva scatenato una campagna militare di inaudita violenza, supportata dal massiccio invio di armi americane, contro la Striscia di Gaza, polverizzando aree residenziali e infrastrutture civili.

In Libano, le forze armate israeliane hanno adottato le stesse tattiche: massicci bombardamenti aerei e arbitrari ordini di evacuazione su vasta scala, che hanno portato allo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone.

Sono state rase al suolo infrastrutture civili, villaggi e città di confine per far spazio a “zone cuscinetto” occupate dalle forze israeliane. Sono stati presi di mira ospedali, personale sanitario, soccorritori, giornalisti. Tutto nella sostanziale indifferenza e apatia internazionale.

 

Un cessate il fuoco mai rispettato

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Andrea Inglese: Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro

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Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro

di Andrea Inglese

Le Moulin a 15 7 1536x864.jpgFacciamo due ragionamenti. Uno su come si diventa anticapitalisti, il secondo sul perché uno scrittore (poeta per la precisione, ma non solo) considera la sua attività come qualcosa da difendere, preservare, anche al di fuori del mercato del lavoro e del salario.

 

Dove il capitalismo fa male e perché lo si odia

Partiamo dal primo punto. “Che cos’è il capitalismo? Una folla innumerevole di cose, di fatti, di avvenimenti, d’azioni, di idee, di rappresentazioni, di macchine, d’istituzioni, di significazioni, di risultati (…)” (Cornelius Castoriadis, L’institution imaginaire de la société, 1975). I risultati del capitalismo possono essere il riscaldamento climatico, le narrazioni che giustificano i tagli di spesa sociale, le annessioni di territori palestinesi in Cisgiordania. Il capitalismo è ovunque, ma non significa allora che non è da nessuna parte. C’è un contesto, una zona, un ambito dell’esistenza quotidiana, dove l’individuo lo incontra: il lavoro salariato. Nel lavoro salariato io cedo una parte significativa, preponderante, della mia giornata, a un datore di lavoro, in cambio di un salario che mi permette un’autonomia economica. La parte della mia giornata che cedo è dedicata a un attività, di cui istituzioni pubbliche o aziende private si servono per i loro scopi, siano essi in accordo o meno con i miei scopi. Possiamo definire questo rapporto tra l’individuo singolo, il lavoratore, e il datore di lavoro, come un rapporto tra due entità più generiche: il lavoro e il capitale. All’interno di questo rapporto possiamo – la storia ce lo insegna – individuare condizioni specifiche: di sfruttamento, di alienazione, ecc. Tutto ciò ha ancora senso per noi, queste sono ancora termini che ci permettono di definire la nostra esperienza, e di identificare il punto dove il capitalismo duole. Dove esso ci fa soffrire.

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Lavinia Marchetti: Eitan Bondì non è un “folle”, ma solo un sintomo del sionismo

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Eitan Bondì non è un “folle”, ma solo un sintomo del sionismo

di Lavinia Marchetti*

Mi sono presa del tempo prima di scrivere. L’ho lasciato po’ sedimentare aspettando che la prima ondata emotiva passasse, quella che ci spinge a reagire, ad accusare. A me interessa comprendere i fenomeni.

In fondo, a pensarci bene, mettendoci da suo punto di vista, Eitan ha ragione. La notizia la conosciamo tutti. Eitan Bondì, ventuno anni, legato alla Comunità ebraica della Capitale, è stato fermato nella notte con l’accusa di aver esploso colpi di pistola softair contro due militanti dell’ANPI al termine della manifestazione del 25 aprile, nei pressi del Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo.

Le vittime sono marito e moglie: Nicola Fasciano, 65 anni, colpito vicino al collo e alla guancia, e Rossana Gabrieli, 62 anni, colpita alla spalla. Il ragazzo studia architettura, lavora come rider. In 13 secondi si è avvicinato, ha sparato, è ripartito.

Avrebbe dichiarato di appartenere alla “Brigata Ebraica”. La Brigata ha ovviamente smentito di conoscerlo e di averlo tra i propri iscritti.

Non mi scaglio contro di lui. Non lo farò.

Non perché voglia minimizzare la violenza, che è reale e simbolica allo stesso tempo, e che ha lasciato due sessantenni feriti nel giorno della Liberazione.

Il punto è che Eitan vede da tre anni “la sua gente” che può sparare a chiunque senza nessuna ripercussione.

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Martino Dettori: L’app per la verifica dell’età e il Wallet digitale

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L’app per la verifica dell’età e il Wallet digitale

di Martino Dettori

È stata lanciata l’app per la verifica dell’età, e la UE vuole che gli Stati membri la implementino subito, magari dentro il cosiddetto portafoglio digitale (wallet)

La notizia è di qualche giorno fa. L’Unione Europea lancia la sua app per la verifica dell’età per accedere ai social e in generale ai contenuti digitali. La ragione sbandierata è la tutela dei minori. Ufficialmente si vuole impedire che i minori possano accedere liberamente ai social e ai siti per adulti. Intento di per sé nobile se non fosse che si tratta, appunto, di una scusa bell’e buona, perché fondamentalmente all’Unione Europea interessa relativamente il benessere dei minori (v. un esempio qui).

E’ mia opinione invece che la tutela dei minori sia il pretesto per strutturare un (ancor seppur ipotetico e futuristico) controllo sociale digitale dei cittadini UE. Se l’app venisse adottata dagli Stati membri e diventasse il sistema obbligatorio per accedere ai social e ai contenuti web, di fatto si verrebbe a creare un germinale sistema di identificazione di ogni utente che utilizza internet. Certo, secondo la documentazione ufficiale, l’app oggi garantisce completamente la privacy, nel senso che non identifica chi la utilizza e nessun dato identificativo viene inviato a un server centrale. Infatti, viene implementata con la tecnologia crittografica avanzata chiamata Zero-Knowledge Proof (ZKP). L’app in locale identifica l’età del soggetto e poi comunica al sito web solo un SI o un NO.

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Federica Cresci: Non è “campo largo”, è riciclo politico

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Non è “campo largo”, è riciclo politico

di Federica Cresci*

Tra antifascismo di facciata, sommatorie elettorali e amnesie selettive, il documento del Segretario del PRC, Maurizio Acerbo, segna il ritorno alla subalternità politica nazionale e internazionale, abbandonando ancora una volta il terreno reale del conflitto sociale. “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” viene presentato come una risposta necessaria alla destra.

In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.

Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.

Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.

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Il Pungolo Rosso: Due note sul 25 aprile, al di là dei miti

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Due note sul 25 aprile, al di là dei miti

di Il Pungolo Rosso

I dati politici più interessanti di questo 25 aprile sono stati la larga partecipazione, soprattutto giovanile, la maggior presenza (non ancora centralità, però) del tema-guerra, e l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo ufficiale di Milano. 

In diverse città le manifestazioni ufficiali, quelle dominate dal logoro antifascismo di stato, insopportabile per la sua falsità, non sono riuscite a monopolizzare le piazze. Almeno a Roma, Torino, Bologna e Napoli sono state molto partecipate quelle di impianto politico differente.

Nel complesso si è allargato il fossato tra una buona quota dei manifestanti e la retorica pacificatrice del duo Mattarella-Meloni. E su questa dinamica bisognerà operare perché si allarghi anche il fossato con tutte le forze del centro-sinistra, poiché nelle dimostrazioni “alternative” la parte movimentista del centro-sinistra era ben presente e, talvolta, alla testa. 

Il dato mediatico più clamoroso è stata senza dubbio la cacciata “a furor di popolo” (è il caso di dirlo) della Brigata ebraica dal corteo di Milano. Non è stato possibile, questa volta, parlare di “pochi esagitati”. Perché si è trattato di diverse centinaia di manifestanti, che hanno giustamente imposto la cacciata dal corteo di questa Brigata sion-imperialista, favorevole al genocidio e alla guerra all’Iran. Ben rappresentata da quel Fiano, presidente di Sinistra per Israele, che si è rifiutato ripetutamente di ammettere l’esistenza di un genocidio di palestinesi a Gaza. Il carattere di massa della contestazione, e l’ampia approvazione che ha ricevuto, sono uno degli aspetti di maggior rilievo di questo 25 aprile.

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ALGAMICA: Una giornata [molto] particolare all’Ambasciata del Mali a Roma

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Una giornata [molto] particolare all’Ambasciata del Mali a Roma

di ALGAMICA*

situazione mali 750x4302 maggio 2026, ben oltre il 5 maggio 1821…

E’ stata una giornata molto – molto – particolare quella che si è svolta sabato 2 maggio all’interno degli spazi dell’Ambasciata del Mali a Roma. Attirati come da una calamita, insieme ad altri quattro compagne e compagni del coordinamento in solidarietà con il popolo palestinese di Roma, abbiamo assistito a un evento inedito qui in Occidente e in particolar modo in Italia. Una chiamata a raccolta di militanti e delle militanti maliani e saheliani presenti in Italia, così definiti dalla stessa portavoce dell’Ambasciata, in un momento di discussione e organizzazione politica riguardo gli attacchi della guerriglia “ribelle” del 25 aprile in diversi centri della nazione maliana.

Che cosa è accaduto e cosa sta accadendo in queste ore in quella regione strategica dell’area dell’Africa centrale subsahariana ricchissima di risorse minerarie e naturali?

In maniera coordinata, unitaria e simultanea forze paramilitari jidahiste e di separatisti Tuareg hanno attaccato importanti centri del Mali e in particolar modo sferrando un attentato all’interno della caserma – presso la città di Kati – che ospita il quartier generale dell’esercito maliano. Una autobomba che ha ucciso il generale Sadio Camara, Ministro della Difesa e uno dei principali ideatori della difesa unificata della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), realizzata dal Mali, Niger e Burkina Faso. E’ la prima volta che forze mercenarie jihadiste che imperversano in Centro Africa riescono a realizzare una operazione militare di così vasta portata e in un territorio così ampio, a Kati nel sud Ovest, a Kidal nel lontano Nord, a Gao, Sevarè a Mopti e Menaka.

Risulta chiaro che la modalità di questa operazione concentrica e coordinata da parte delle truppe “ribelli” non sarebbe potuta avvenire senza il supporto logistico, in mezzi militari e di intelligence da parte degli Stati Uniti d’America, Francia, Gran Bretagna e di apparati della EU.

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Manolo Monereo: 2029-2030: La guerra totale contro la Russia

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2029-2030: La guerra totale contro la Russia

di Manolo Monereo*

barbarossa.jpegNon è facile pensare in modo strategico in un mondo dilaniato dai conflitti. La chiave: individuare le tendenze di fondo. La reazione negativa contro l’asse Netanyahu-Trump è talmente comprensibile che non sempre ci rendiamo conto che le politiche che effettivamente attuano hanno precedenti chiari e ben definiti in pratiche politiche americane profondamente radicate, e che l’arrivo di una nuova amministrazione democratica non porterebbe a cambiamenti sostanziali, tra le altre cose, perché le potenti lobby israeliane continueranno a esercitare il potere di veto nella politica di un paese che lotta disperatamente per mantenere la propria egemonia. Si tratta di potere globale e di come conservarlo. Su questo punto, ci sono poche differenze tra le classi dirigenti degli Stati Uniti.

I fronti politico-militari, le linee di faglia del Vecchio Ordine, sono attraversati da complessi processi di cambiamento, trasformazioni che, in un modo o nell’altro, tendono a convergere in uno scontro generale. Un punto centrale rimane l’Ucraina e il confronto che – attraverso la mediazione e il coinvolgimento attivo del governo Zelensky – si sta svolgendo tra la NATO e la Russia. Mi torna sempre in mente una mappa tratta da un libro di Brzezinski (La grande scacchiera, p. 92, Paidós, 1998) in cui è raffigurata l’Europa e al suo centro, come un berretto, sono uniti quattro paesi.

«Entro il 2010», afferma il noto geopolitico polacco-americano, «la collaborazione politica tra Francia, Germania, Polonia e Ucraina, che coinvolge circa 230 milioni di persone, potrebbe evolversi in un partenariato in grado di rafforzare la profondità strategica dell’Europa». Aggiunge poi: «Il principale obiettivo geostrategico degli Stati Uniti in Europa si può riassumere in poche parole: consolidare, attraverso un partenariato transatlantico più autentico, la testa di ponte americana nel continente eurasiatico, in modo che un’Europa in espansione possa diventare un trampolino di lancio più efficace per la proiezione dell’ordine internazionale democratico e cooperativo in Eurasia». Non mi dilungherò oltre; è chiaro: l’UE e la NATO come strumenti per proiettare il potere in Eurasia e garantire l’efficacia della testa di ponte statunitense nel continente.

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Mario Porro: A lezione da Wittgenstein

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A lezione da Wittgenstein

di Mario Porro

9788875883423 0 0 424 0 75.jpg“Di nuovo a Cambridge. Molto strano. Talvolta mi sembra come se il tempo fosse tornato indietro. Faccio queste annotazioni con una certa esitazione. Non so che cos’altro mi aspetta. Qualcosa ne verrà fuori! Se lo spirito non m’abbandona …”. Così scriveva Ludwig Wittgenstein nel gennaio del ’29, di ritorno a Cambridge dov’era stato una prima volta nel 1911; l’ingegnere ventiduenne vi era giunto attratto dal progetto di fondazione logica della matematica che Bertrand Russell aveva promosso con Whitehead nei Principia Mathematica. L’intensità di pensiero di Wittgenstein, a cui non sono estranee le sperimentazioni viennesi di nuovi linguaggi, nelle scienze come nelle arti, ha la “fortuna” d’ignorare gran parte della storia della filosofia; nel ’31, nell’elenco degli autori che lo hanno ispirato, l’unico filosofo citato è Schopenhauer, accanto a Boltzmann, Hertz, Kraus, Loos, Weininger e Spengler (Pensieri diversi, Adelphi, 1980). “Il giovane atteso”, l’unico allievo, secondo Russell, che potrebbe correggere gli errori dei Principia, nelle stanze del paludato Trinity College presto diventa collaboratore e ispiratore, poi critico insofferente. “L’inclinazione per lo scetticismo filosofico” che Russell gli attribuisce è all’origine dei tanti ripensamenti di quest’ultimo; è una storia ricostruita, con rigore e competenza, nelle 700 pagine di Russell e Wittgenstein: un lungo addio. 1911-1913 di Dario Zucchello (Editrice petite plaisance, 2023). In una lettera del maggio 1913, Russell confida il suo sconforto per le obiezioni di Wittgenstein alla sua Theory of Knowledge, un testo che rinuncia a stampare: “sento dentro di me che egli deve avere ragione e che ha visto qualcosa che mi è sfuggito”. Confesserà in seguito di aver smesso di comunicare le sue idee all’amico per la “ferocia” con cui le demolisce; nel febbraio del ’14, un “litigio” induce Wittgenstein a riconoscere che “non siamo davvero fatti per andare d’accordo”.

Il saggio di Zucchello conferma quanto sosteneva Aldo Gargani, cioè che il Tractatus logico-philosophicus (pubblicato nel ’21) – insieme agli scritti preparatori, come i Quaderni 1914-1916 – sia un contrappunto sistematico alle tesi di Russell.

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Enrico Tomaselli: Nel chiaroscuro

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Nel chiaroscuro

di Enrico Tomaselli

Ne ho parlato e scritto più volte, in questi anni. Nonostante – almeno per me – ce ne sia un’assoluta evidenza, per tanti permane un bias cognitivo che impedisce di accettarlo. Un impero, nella fattispecie gli Stati Uniti, proprio in quanto tale, non possono essere stupidi; e se pure chi lo guida temporaneamente lo fosse, chi lo guida realmente non lo è – pensano. Siamo di fronte a un evidente pregiudizio, ben radicato. In realtà, e basta davvero pensarci un attimo sgombrando la mente, il declino cognitivo delle élite è esattamente uno degli effetti, e al tempo stesso una delle cause, del declino politico-egemonico dell’impero stesso. Il declino è infatti sempre qualcosa che nasce all’interno del corpo imperiale, è come una metastasi, non come un cataclisma che si abbatte dall’esterno. E del resto, se non fossero proprio le élite profonde a essere colpite dal declino intellettuale (indipendentemente da come si manifesta), perché mai sceglierebbero a loro volta degli esecutori politici di evidente incapacità?

Una delle forme in cui questo declino cognitivo delle classi dirigenti occidentali si esprime, è proprio nella reale incapacità di coglierlo nella sua essenza. Per esse, non si tratta in effetti di un declino – inteso come prospettiva storica – ma di un momentaneo accidente, un intoppo, una crisi di mercato, che non mettono in alcun modo in discussione l’essenza vera dell’imperialismo, ovvero la pretesa di rappresentare davvero la migliore espressione dell’umanità.

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comidad: Valditara presenta l’ennesima riforma cleptocratica della scuola

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Valditara presenta l’ennesima riforma cleptocratica della scuola

di comidad

Nell’attuale sistema di potere i governi non detengono alcuna funzione direttiva o progettuale nei confronti della società, ma svolgono il ruolo di meri organi di smistamento di denaro pubblico nei confronti delle lobby d’affari, diventate i soli veri player sul campo. I rituali della fintocrazia prevedono comunque che ciascun governo spacci sempre la stessa merce con delle diverse etichette ideologiche fittizie, riconducibili alla pantomima tra destra e sinistra.

Quando si tratta di Scuola, il ministro- spacciatore di turno ha a disposizione un enorme repertorio di slogan e di riferimenti fasulli per gettare fumo negli occhi. Nel 2009 la ministra Gelmini spacciò la “riforma” scolastica intitolata abusivamente a suo nome, dichiarando che con essa si chiudeva una volta per tutte con il ’68; uno spauracchio che allora era ancora una delle “bestie nere” preferite dalla propaganda dei governi addetti ad attingere all’elettorato più retrivo e a prenderlo per i fondelli. Oggi siamo in epoca di trumpismo, quindi il babau ufficiale contro il quale il governo “de destra” deve fingere di indirizzare gli strali è, ovviamente, il politicamente corretto. L’improbabile figuro che oggi si fa passare abusivamente per ministro dell’Istruzione, è Giuseppe Valditara; il quale ci assicura che avrà effetti mirabolanti il ridenominare come formazione scuola-lavoro (FSL) quella che prima si chiamava alternanza Scuola-lavoro, e poi successivamente evocata con il politicorretto, quanto criptico, acronimo PCTO. In realtà cambia poco, anzi nulla; infatti si tratta sempre di distribuire denaro pubblico alle imprese private, con il pretesto della preparazione dei giovani al lavoro. Imprese “private”, che però prendono soldi pubblici; quindi non è imprenditoria, ma “prenditoria”.

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Alessandro Scassellati: La crisi del neoliberismo e il risveglio della società: un’analisi del “contro-movimento”

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La crisi del neoliberismo e il risveglio della società: un’analisi del “contro-movimento”

di Alessandro Scassellati

Nel mese di luglio uscirà per la casa editrice della rivista Left un mio saggio, ispirato dalla figura e dall’opera di Karl Polanyi, che si configura come un grido d’allarme e, al contempo, un manuale di resistenza intellettuale di fronte al “terremoto sistemico” della modernità. La tesi di fondo è che la crisi onnicomprensiva che stiamo vivendo — una spirale catastrofica che lega finanza, geopolitica, ecologia e conflitti sociali — non sia un evento accidentale, ma il risultato inevitabile del tentativo utopico di separare l’economia dalla vita umana.

Per comprendere il presente, sono tornato alla Vienna degli anni ’20 e allo scontro intellettuale tra Polanyi e i padri del neoliberismo, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Mentre questi ultimi sostenevano che il mercato fosse un ordine naturale e spontaneo, Polanyi dimostrò storicamente che il laissez-faire fu un progetto politico pianificato e imposto con la forza dello Stato.

Il concetto chiave è quello di embeddedness (incorporamento): storicamente, l’economia è sempre stata parte integrante dei rapporti sociali, religiosi e politici. La “grande anomalia” del capitalismo è stata l’illusione di poter rendere l’economia un’entità autonoma e autoregolata. Questo processo ha trasformato in merci tre elementi che, per natura, non lo sono: il lavoro (l’attività umana), la terra (la natura) e la moneta (un simbolo del potere d’acquisto garantito dallo Stato). Trattare queste “merci fittizie” secondo la pura logica della domanda e dell’offerta significa, inevitabilmente, distruggere la stabilità sociale e l’ecosistema.

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Francesco Piccioni: Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica

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Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica

di Francesco Piccioni

 

Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.

Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).

E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni di barili a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.

 

Il sistema Opec

Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”.

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