Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio.

Alessandro Visalli: A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Terza
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A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Terza
di Alessandro Visalli
Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link, e la Parte Seconda a questo.
Terza stanza: il triangolo e l’arena
Come abbiamo visto nella Prima e Seconda Parte, i problemi della tensione tra le forme statuali e della logica di valorizzazione del capitale sono di natura generale e si scalano costantemente sull’intero “Sistema-mondo”. Ciò avviene anche ora, mentre si sta frammentando gradualmente. “Sistema-mondo” è, tuttavia, un termine piuttosto ampio, del quale sono possibili almeno due principali definizioni: in Braudel indica uno spazio vasto, non esteso all’intero pianeta, nel quale gli scambi interni prevalgono su quelli esterni e nel quale si determina una qualche autonomia e autosufficienza. Secondo l’interpretazione di David Harvey, spazi dotati di un certo grado di “coerenza strutturata”[1]. In Wallerstein individua, invece, un sistema sociale che ha legami, strutture e ruoli, schemi di legittimazione coerenti e omogenei; non è, quindi, da intendere come entità economica (quale la considerava prevalentemente Braudel), quanto politica. Un sistema mondiale è, per lui, un ente storico fondato su una divisione del lavoro gerarchica tra centro, periferia e semiperiferie.
Dunque, sono possibili e presenti contemporaneamente diversi “Sistemi-mondo”, ma dipende da come si intende il termine: sul piano delle interazioni essenzialmente economiche e funzionali è esistito, almeno dal XVIII secolo in poi un mondo egemonizzato dall’Occidente, con delle “isole” di resistenza che progressivamente sono state innestate in modo subalterno (per nominare le principali, l’India all’avvio del secolo e la Cina tra la fine e l’avvio del successivo). Sotto questo profilo il mondo comunista, ad egemonia sovietica tra il 1945 ed il 1989, non è mai stato realmente separato e indipendente. Ma partecipava in modo subalterno alla circolazione del capitale occidentale[2]. Secondo alcune analisi (ad esempio, secondo la critica di Guevara, alla metà degli anni Sessanta, ma anche quella di Frank[3] che la propose alla metà dei Settanta) il “capitale” sovietico doveva necessariamente intermediare le materie prime della sua area di influenza con le tecnologie (in particolare civili) occidentali e i prodotti semilavorati. Ciò pena l’impossibilità di riprodursi. Insomma, assumeva sotto questo solo profilo una funzione “semi-imperiale”, esportando le materie prime verso i paesi “capitalisti”, mentre importava ciò che gli serviva per produrre beni che, a sua volta, esportava verso le periferie entro la propria area di influenza.
Mario Sommella: La menzogna del moderatismo
La menzogna del moderatismo
di Mario Sommella
Tacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.
In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.
La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.
La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?
1. La trincea del lessico
La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo.
Stefano Portelli: Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
di Stefano Portelli
Dopo cinque secoli di orrori coloniali, capitalisti e militaristi, non sorprende che la violenza permei di sé ogni anfratto della nostra cultura, anche laddove, dall’esterno, sembri “tutto a posto”. Lo mostra bene questo articolo di Stefano Portelli sul distretto industriale di Barcellona e sull’ombra che essa racchiude. In altre fasi industriali, l’esposizione dei lavoratori era a sostanze che ne minavano la salute fisica; oggi, la rivoluzione informatica li espone a contenuti che ne minano altrettanto gravemente la salute psichica, la possibilità di stare al mondo. E se già i racconti su amianto, radio e coloranti erano difficili da digerire, quelli sui “contenuti da moderare” sono quasi insopportabili. Amnesty International lo dice da decenni: la violenza continua a produrre i suoi effetti anche nei racconti che se ne fanno. Indispensabile per capire condizioni lavorative e psichismo collettivo di questi anni, la fanzine di Horacio Espinosa, a cui questo articolo rimanda, è una lettura potenzialmente traumatica che consigliamo di affrontare con molta cautela. [Stefania Consigliere]
* * * *
Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni.
Piccole Note: Ucraina: pressing per chiudere la guerra
Ucraina: pressing per chiudere la guerra
di Piccole Note
Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l’egemonia è finita da anni).
“Credo che la questione stia giungendo al termine” ha detto Putin il giorno della commemorazione della vittoria sul nazismo. E la questione è la guerra ucraina. A sorprendere non è solo la dichiarazione, ma anche il termine usato, che derubrica il conflitto a qualcosa di secondario per la politica estera russa e le prospettive globali.
D’altronde, Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l’egemonia è finita da anni).
Lo zar ha poi aggiunto di essere pronto a incontrare Zelensky. Apertura non nuova che ha trovato successiva specifica nelle usuali posizioni del Cremlino, cioè che un summit tra presidenti è possibile solo a conclusione di un processo di pace che preveda negoziati di più basso livello. E, però, la modalità con cui ha rilanciato la possibilità ha toccato nuove e diverse corde.
Marco Veruggio: Il complesso militar digitale tra USA e Cina
Il complesso militar digitale tra USA e Cina
di Marco Veruggio
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026) di Dario Guarascio, docente di Economia dell’Innovazione alla Sapienza, è un testo consigliabile per varie ragioni. Intanto perché affronta i temi della digitalizzazione del militare e della militarizzazione del digitale, che per decenni, e almeno fino all’ultima elezione di Trump, sono stati dissimulati dalla cortina fumogena della propaganda sulla Silicon Valley “progressista” e a tutt’oggi continuano a essere mal compresi. I commentatori, ad esempio, dopo la cerimonia di insediamento di Trump, con Bezos, Zuckerberg e compagnia in prima fila, hanno parlato degli imprenditori della Silicon Valley accorsi a celebrare il loro nuovo padrone, senza dubitare neanche per un attimo che almeno in qualche misura fosse l’esatto contrario, una presenza densa di significato accanto al loro nuovo rappresentante e procacciatore di commesse in gran parte militari (e anche un modo per marcarsi stretti l’un l’altro: Musk e Bezos, ad esempio, sono concorrenti nel settore dei satelliti a orbita bassa).
Il secondo motivo è che se sull’intreccio tra big tech e guerra in occidente esisteva già una letteratura in lingua italiana specialistica ma abbastanza ampia, Guarascio dedica un terzo del libro alle big tech cinesi, colmando un vuoto importante, perché capire il futuro dei conflitti commerciali, geopolitici e militari senza aver presente le due facce del problema è impossibile.
Giuseppe Gagliano: Hormuz, Iran e petrolio: la crisi che misura il declino della forza americana
Hormuz, Iran e petrolio: la crisi che misura il declino della forza americana
di Giuseppe Gagliano
Washington ha fretta, Teheran no
La crisi iraniana va letta prima di tutto come una guerra del tempo. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un risultato rapido, visibile, spendibile sul piano politico interno e utile a ristabilire l’immagine di una potenza capace di imporre la propria volontà. L’Iran, invece, può permettersi una strategia più lenta, più logorante, più adatta alla sua storia recente: sopportare la pressione, assorbire sanzioni, usare la geografia e trasformare ogni negoziato in una prova di resistenza.
È questo il punto che spesso sfugge. Le proposte iraniane non nascono dalla paura di essere annientati. Nascono dalla convinzione di poter trattare da una posizione meno debole di quanto dicano i media occidentali. Teheran chiede il ritiro delle forze americane dal Golfo, la restituzione degli averi congelati, la fine — o almeno l’alleggerimento — delle sanzioni, il pagamento di riparazioni, un trattato di non aggressione e il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio nei limiti del Trattato di non proliferazione.
Non è il linguaggio di chi si arrende. È il linguaggio di chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni.
Trump, al contrario, appare prigioniero di una contraddizione. Vuole mostrarsi risoluto, ma non vuole una guerra lunga. Vuole piegare l’Iran, ma non vuole morti americani. Vuole proteggere la navigazione, ma non vuole trasformare Hormuz in un Vietnam navale. Vuole usare la forza, ma deve fare i conti con il Congresso, con i limiti giuridici interni all’uso della forza militare e con il rischio che un’operazione punitiva diventi un conflitto regionale ingestibile.
Enrico Grazzini: Nato e Ue sono costituzionali? Sulla difesa Mattarella e Meloni la vedono in modo molto diverso
Nato e Ue sono costituzionali? Sulla difesa Mattarella e Meloni la vedono in modo molto diverso
di Enrico Grazzini
l presidente vuole l’Europa federale, la premier vuole un’Europa confederale, all’incirca come quella che voleva Charles De Gaulle
Nato e Unione Europea sono costituzionali? Sono conformi all’articolo 11 della Costituzione? La mia risposta (e di alcuni autorevoli costituzionalisti) è no!
Nel messaggio di fine anno 2025 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha descritto l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica come le essenziali “coordinate della nostra azione internazionale”. Anche per Giorgia Meloni la Nato e la Ue sono dei pilastri insostituibili. Per entrambi la Nato a guida americana è indispensabile per la difesa e la sicurezza dell’Europa. Sulla Ue invece i due hanno, come vedremo, idee molto differenti. Il problema però è che sia la Nato che l’Ue sono in grave crisi, anche perché perseguono la stessa politica di riarmo per prepararci alla guerra con la Russia. Ma questa politica ci porterà alla rovina.
Lo scontro perpetuo con la Russia viene giustificato da Mattarella, da Meloni, da Ursula von der Leyen e dalle altre élite europee al potere con il fatto che il despota Vladimir Putin non solo ha invaso l’Ucraina ma starebbe preparando l’invasione dell’intera Europa. Putin in questo senso viene spesso paragonato a Hitler. Ma questa è pura propaganda. Per quanto Putin sia realmente un despota, Mosca non ha alcun interesse ad attaccare e invadere l’Europa.
Fulvio Grimaldi: Nella Galleria degli Orrori — Annessione costi quel che costa — Finte elezioni, finti confini, finta sicurezza, ma linee gialle
Nella Galleria degli Orrori — Annessione costi quel che costa — Finte elezioni, finti confini, finta sicurezza, ma linee gialle
di Fulvio Grimaldi
Citazione del giorno:
“Imporre all’Iran, che arricchisce l’uranio a scopo civile, di non avere la bomba atomica è come ordinare a uno col bastone da passeggio di non fare il salto con l’asta”
Verso Armageddon
Nel mondo si aggira e imperversa un masskiller che tutti omaggiano e a cui molti obbediscono per quanto sia affetto da demenza insieme senile e infantile. Un volgare, incolto zoticone, dall’ego irragionevolmente ipertrofico e tossico, che spara dieci cazzate già solo a colazione e tutti gli danno retta anche quando dà in escandescenze e urla a uno dei popoli dalla civiltà più antica del mondo,“Aprite quel cazzo di Hormuz, brutti bastardi”, e “Faccio fuori la vostra civiltà in una notte”. Oppure quando, sprofondando nel ridicolo, delira “Non avete ancora pagato abbastanza per ciò che avete fatto all’umanità in 47 anni”. E sorvola sulla cinquantina di milioni di morti, tra ininterrotte guerre, colpi di Stato, rivoluzioni colorate, assassini extragiudiziali (specialità Obama), devastazioni, sanzioni, fatti da lui e dai suoi predecessori e soci, in particolare quello, sì, nucleare, solo dal 1945 a oggi.
Tutto questo tenuto al guinzaglio da questo rottweiler atomico (scusatemi cari rottweiler) a due zampe e venti zanne, creato e addestrato a squartare su disposizione e licenza di un dio inventato e idolatrato perché non ponga limiti ai crimini dei suoi fedeli. Il dio che, secondo Israel Katz, un altro dei forsennati del culto della morte altrui, perciò ministro sionista del Genocidio, dichiara il suo Stato, uscito dalla provetta dello scienziato pazzo, “pronto a riportare l’Iran all’Età della pietra”.
Da una costola di costui deve essere stato generato quell’altro rigurgito escatologico, dal prurito di zolfo alle mani, di questa 13esima tribù ahinoi mai perduta: Pete Hegseth, che da ministro della Difesa, si è evoluto in ministro della Guerra. Un mezzobusto della trumpista TV Fox News che, prima del suo Pentagono da 2,9 milioni di dipendenti e il bilancio da 3000 miliardi, mai era stato chiamato a gestire un organismo più ampio delle sue tre mogli e cinque figli.
Elisabetta Frezza: Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto
Dell’ignoranza obbligatoria: l’istruzione “superiore” verso l’infimo e l’indistinto
di Elisabetta Frezza
Nella prima parte di questo pezzo si riprendono ampi stralci delle tesi esposte da Lucio Russo nel suo libro “Segmenti e bastoncini” (1998) per mettere in luce come anche nel periodo successivo alla pubblicazione, fino agli ultimissimi giorni nostri, esse abbiano conservata, e confermata, la loro validità. Segno significativo della loro giustezza. I passaggi racchiusi tra virgolette sono tratti da quel libro. Con ciò, mentre si vuole dimostrare l’esistenza di un unico, non interrotto, disegno sovrapolitico – che, con la forza della preordinazione, ha potuto assorbire persino lo sbaraglio dei vari inquilini ministeriali –, si rende omaggio a uno studioso che con profondità di analisi ed eleganza ha contribuito alla riflessione sul senso della istituzione scolastica in generale, della scuola italiana in particolare. A lui è dedicato anche il libro a più mani “Salvare i saperi per salvare la scuola” (edizioni Il Cerchio, Rimini 2025).
Tutto quanto resta fuori dalle virgolette è invece farina del sacco di chi scrive, e l’autore di “Segmenti e bastoncini” non ne porta ovviamente alcuna responsabilità. Se non quella, appunto, di una comprovata lungimiranza di pensiero: anche attraverso le sue parole, infatti, il bombardamento inesausto di aberrazioni a cui oggi non si riesce più a trovare riparo, trova almeno uno straccio di spiegazione: antecedente necessario di qualsivoglia reazione che non sia emotiva e improvvisata.
Scrivendo, la pasta è cresciuta tra le mani.
Dazibao: Come funziona il capitalismo statale cinese?
Come funziona il capitalismo statale cinese?
di Dazibao*
Per capire come funziona il capitalismo in Cina, partiamo dal caso recente di ZXMOTO, una giovane azienda privata cinese emersa a sorpresa nel panorama mondiale. La sua storia, un mix tra iniziativa imprenditoriale e sostegno pubblico, è un caso emblematico del modo in cui Stato e mercato interagiscono nel sistema economico cinese.
Da un lato, oltre il 90% delle imprese registrate in Cina sono private, ma le imprese statali continuano a rappresentare una quota molto significativa dell’economia, contribuendo a circa il 40% del PIL; dall’altro lato, il Sistema di Proprietà Mista favorisce l’ingresso di capitale statale in aziende private, per favorirne la crescita, e l’ingresso di capitale privato in aziende pubbliche, per favorirne l’efficienza.
In alcuni casi la simbiosi è favorevole all’azienda privata, come nel caso di BYD, in altri, come per Alibaba, è un freno all’iniziativa privata.
Se ne parla in questo testo, buona lettura!
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A fine marzo una notizia è spopolata nel web cinese: Zhang Xue Moto (ZXMOTO) ha conquistato due vittorie nella tappa portoghese del Campionato Mondiale Supersport. Per la prima volta, un costruttore motociclistico cinese è salito sul gradino più alto del podio in due giornate di gara consecutive in uno sport a lungo dominato da marchi europei e giapponesi.
Lavinia Marchetti: L’Impero che chiede la pace. Come mai?
L’Impero che chiede la pace. Come mai?
di Lavinia Marchetti*
Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c’è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.
Trump minaccia attacchi “a un livello molto più alto“. Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la “pausa” dell’operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
Perché?
La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione).
Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.
Andrea Zhok: La discrasia tra posizione politica e geopolitica dell’Italia
La discrasia tra posizione politica e geopolitica dell’Italia
di Andrea Zhok
L’Italia rappresenta dal punto di vista geopolitico uno snodo letteralmente centrale tra nord e sud del mondo, tra oriente e occidente. Per note ragioni storiche, legate alla nascita della civiltà europea intorno al bacino del Mediterraneo, il mondo della politica internazionale ha articolato le sue categorie Nord-Sud, Est-Ovest in un modo peculiare, asimmetrico. In questo contesto storico-geografico l’Italia è il centro fisico del Mediterraneo, luogo di connessione intorno a cui si sono articolati i due principali monoteismi (Cristianesimo e Islam: insieme 4,3 miliardi di persone sul pianeta).
L’eredità latina è stata in effetti essa stessa un’eredità sintetica, capace di incarnare una fusione tra culture europee e mediterranee. Se uno guarda alla lista degli imperatori romani vede imperatori nati nell’odierna Spagna, Algeria, Libia, Siria, Serbia, Libano, Bulgaria, Turchia, Grecia oltre che naturalmente nella penisola italica. Dopo la caduta dell’Impero Romano l’Italia fu il centro del cristianesimo, poi la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, tutte forme di vita che avevano un’ambizione “universalistica”, ma non nel senso dell’universalismo apolide dell’Illuminismo, bensì come sintesi autonoma di diversità.
Come per gli esseri umani, anche per le nazioni l’identità è solo in parte qualcosa che può essere deciso con un atto volontario. La portata di qualunque decisione deve fare i conti con la propria base materiale e storica. L’identità italiana può definirsi soltanto nel momento in cui le decisioni politiche accolgono la propria realtà geopolitica, che non può essere trattata come una variabile arbitrariamente modificabile, perché non lo è.
Andrea Balloni: Frank Furedi, La guerra contro il passato
Frank Furedi, La guerra contro il passato
di Andrea Balloni
A chi giova abbattere la nostra storia, l’immenso monumento del nostro passato? A chi giova aggirarsi tra edifici caduti, rovine di templi e colonne stroncate, sporcarsi la faccia col fumo nero dei libri bruciati o respirarne la cenere bianca sospesa in lamelle sottili, impalpabili come il ricordo delle pagine scomparse? A chi giova, infine, non avere più una tribuna dalla quale elevarsi per guardare lontano, ma osservare il mondo e le relazioni umane da terra, senza scorgerne un orizzonte, senza poter fare tesoro delle esperienze di chi è venuto prima di noi?
Eppure siamo nel mezzo di un attacco violentissimo contro l’edificio della cultura occidentale, la nostra cultura.
Frank Furedi, nel suo ultimo saggio La guerra contro il passato (Fazi, 2026), ci accompagna in una visita guidata al centro di una città saccheggiata dai lanzichenecchi della cancel culture, nesso lemmatico che, curiosamente, ove si inverta l’ordine dei sostantivi, non solo non perde di senso, ma, al contrario, approfondisce i suoi significati e la sua efficacia; per cui la “cultura della cancellazione” rivela, già nelle parole che la identificano, anche un secondo significato: la “cancellazione della cultura”, in un assunto finale che prevede come la guerra contro il passato sia una riscrittura della storia e dunque il tentativo di cancellazione della cultura di un’intera civiltà.
E coerentemente, e in maniera inversa, è proprio facendo appello alla cultura, ovvero stando sulle spalle dei giganti, come si tramanda abbia suggerito Bernardo di Chartres, che si può godere e fruire del libro del grande sociologo ungherese.
Pino Arlacchi: “La mia Onu avrebbe evitato il genocidio a Gaza. Come rifondare le Nazioni Unite”
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“La mia Onu avrebbe evitato il genocidio a Gaza. Come rifondare le Nazioni Unite”
di Pino Arlacchi
Il 7 aprile 2025 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di distruggere la civiltà dell’Iran. Qualche settimana prima, su Gaza, lo stesso Trump aveva dichiarato di voler “ripulire” il territorio, evocando la soluzione finale per i palestinesi. Sono dichiarazioni che, nel linguaggio del diritto internazionale, si chiamano minacce di crimini di guerra. Eppure le Nazioni Unite non hanno fatto nulla. Solo qualche pronunciamento di circostanza da parte di un imbelle Segreterario Generale che neppure a pochi mesi dalla sua uscita di scena ha avuto il coraggio di fare alcunchè.
Cercherò adesso di spiegare perché, al di là della carenza di leadership, l’ONU attuale è incapace di rispondere alle tragedie del nostro tempo. Ed illustrerò una mia proposta concreta di rifondazione che renderebbe l’organizzazione finalmente all’altezza del suo mandato originario.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è l’organo incaricato di mantenere la pace e la sicurezza del pianeta. Cinque paesi, presunti vincitori di una guerra del secolo scorso, vi siedono come membri permanenti con diritto di veto. Ogni delibera operativa può essere bloccata da uno solo di questi cinque. Quando uno di loro è direttamente coinvolto in un conflitto, o ne protegge una parte in causa, il Consiglio si paralizza. Diventa uno scudo per l’impunità.
Il caso Palestina-Israele ne è uno degli esempi più clamorosi. Nell’aprile 2024 una proposta al Consiglio di Sicurezza allargato per ammettere la Palestina come Stato membro a pieno titolo ha ottenuto 12 voti favorevoli su 15. Gli Stati Uniti hanno esercitato il veto.


