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[SinistraInRete] Andrea Petrozziello: Su Thiel, Karp e altri demoni

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Alexandre Koyré, nel suo libro Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, scrive che il rapporto tra gli uomini e le macchine nella storia ha attraversato tre grandi momenti.

 

Andrea Petrozziello: Su Thiel, Karp e altri demoni

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Su Thiel, Karp e altri demoni

di Andrea Petrozziello

135646856 92239a59 c281
49c6 a869 8b031ad732bd.jpgAlexandre Koyré, nel suo libro Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, scrive che il rapporto tra gli uomini e le macchine nella storia ha attraversato tre grandi momenti. Il primo è quello antico, nel quale vige una rassegnazione nei confronti dell’impossibilità di costruire la macchina. Poi, nell’età moderna si entra in una fase di entusiasmo dato dalla costruzione dei primi congegni tecnologici. Infine, con la rivoluzione industriale, si rientra in un periodo di rassegnazione: le macchine esistono e sono ovunque, eppure l’uomo è in balia di esse. La macchina ha mantenuto le promesse e ha liberato progressivamente l’uomo dalle sue incombenze materiali, ma le possibilità che sono derivate da questa libertà hanno annichilito l’esistenza umana piuttosto che esaltarla.

Ciò che sostiene Koyré è giusto, a patto però che venga introdotto un distinguo: la rassegnazione post-industriale ha colpito la maggioranza della popolazione, ma non tutta. Se da un lato il proletario ha continuato a vivere una misera vita, il capitalista ha potuto liberarsi di parte della manovalanza salariata e non si è preoccupato per liberare i suoi lavoratori da una condizione esistenziale di sostanziale schiavitù. Anzi, alle volte quest’ultima è diventata assai più grama nella meccanizzazione del lavoro. Dunque, se tra la vasta maggioranza vige una desolante rassegnazione, entro una nettissima minoranza – data dai capitalisti – si percepisce l’entusiasmo per gli ultimi ritrovati della tecnica, che hanno ridotto parte delle incombenze derivanti dal rapporto con la manodopera.

Purtroppo, però, la metamorfosi della scienza nella tecnoscienza non si è fermata qui. Se nell’Occidente industrializzato la costruzione di macchine sempre più complesse e precise era, nell’età moderna e nella prima età contemporanea, un processo che ha interessato dapprima l’ambito della conoscenza scientifica (con la produzione di strumenti quali il telescopio), poi quello politico e sociale dell’esistenza, è da diversi decenni che la macchina ha sconfinato altresì nella sfera biologica della vita umana.

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Rino Malinconico: Non ancora

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Non ancora

di Rino Malinconico

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unsplash1.jpgLa rivoluzione come speranza, al centro del pensiero di Ernst Bloch, ha molto da dire a chi ricerca una nuova cultura politica in questo tempo angosciante. Sono tante le ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza. Il punto di partenza resta il cosiddetto “non-ancora” che non è solo, e neppure principalmente, una dimensione temporale o spaziale, ma una dimensione esistenziale. Per questo, cambiare in profondità la società oggi significa prima di tutto cominciare dal fare e dal domandare

* * * *

Ernst Bloch resta il più attuale dei marxisti del Novecento per diverse ragioni. La rivoluzione come speranza attiva ha molto da dirci. Ecco sette ragioni per riscoprirla in tutta la sua ricchezza.

La prima. Il concetto teoreticamente nuovo di “speranza”, Ernst Bloch lo contrappone alla visione che concepisce la verità profonda dell’essente – un Io, un Noi, una qualsivoglia cosa – come insopprimibile e inesorabile “essente-secondo-possibilità”. È stata proprio questa, a ben vedere, la qualificazione fondativa delle cose-che-sono pervenutaci da tutta la tradizione filosofica. E non è difficile intuire che se una “cosa” può arrivare a esistere solamente secondo la possibilità che le è propria, essa si presenterà sempre e soltanto come ciò-che-poteva-essere. In altre parole, sciogliendo il possibile nell’effettuale si delinea l’evoluzione possibile di una qualsiasi cosa solamente come futuro-obbligato. Si tratterebbe, cioè, dell’unica possibile evoluzione, in quanto quel suo futuro sarà già in partenza contenuto, proprio sul piano ontologico, nella cosa stessa: come sua potenza, per dirla con Aristotele, o come sua negazione, per dirla con Hegel.

Tra il possibile e l’effettuale Bloch individua, invece, l’entità decisiva del non-ancora. Ed è esattamente questa nuova dimensione, concettuale e reale a un tempo, che gli permette di sottrarsi (concettualmente) all’imperio della “necessità”, ovvero alla impossibilità di ipotizzare un futuro non-obbligato.

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Salvatore Bravo: Tempo, memoria e nichilismo in Massimo Bontempelli

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Tempo, memoria e nichilismo in Massimo Bontempelli

di Salvatore Bravo

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ISBN.jpgMassimo Bontempelli è stato un pregevole interprete della filosofia di Hegel e di Marx. La sua opera silenziosa non è stata riconosciuta dalle Accademie omologate sul “politicamente corretto”, pertanto la scure del silenzio è caduta sulla sua produzione filosofica e storica. Egli è stato hegeliano e marxiano nel tempo in cui il “pensiero debole” ha assunto la funzione ideologica di giustificare il capitalismo senza limiti. Ha denunciato la necessità del “pensiero forte” per disinnescare i processi crematistici e nichilistici in atto. Amico e compagno di lotta di Costanzo Preve, è pensatore ancora da scoprire e da capire. È scomparso precocemente nel 2011, ma le sue opere restano e la sua testimonianza di resistenza continua a indicarci la via della prassi. In un mondo di ombre che minacciosamente si allungano sul presente necessitiamo di pensatori che hanno testimoniato la “passione per la verità” e per la “prassi etica”. Sono uomini che ci rammentano che è possibile “pensare e creare” fuori dai recinti d’acciaio delle Accademie e delle filosofie decaffeinate pronte per l’uso e, dunque, a immagine degli interessi di classe delle oligarchie. Passione, coraggio, carattere e, a volte solitudine, consentono di portare “vita pensante” nel “deserto del capitale” che avanza minaccioso.

Il plesso teorico del tempo storico, dal filosofo e storico Massimo Bontempelli concettualizzato, ci apre alla possibilità di comprendere il nichilismo contemporaneo. Per riaprire il tempo della storia, fu convinzione del filosofo pisano, è necessario trascendere i processi di derealizzazione e valutare criticamente il proprio tempo storico mediante paradigmi veritativi fondati razionalmente. La dialettica umanizza l’esistenza e prepara la coscienza di classe. L’essere umano è temporalità incarnata nella storia, non è mai astratto, ma è parte integrante del suo tempo e del ruolo che occupa nel modo di produzione e dunque può pensare e rigenerare la temporalità storica con l’impegno e con i processi di concettualizzazione volti a decodificare il proprio tempo storico. La coscienza, mai monade astratta, è temporalità creante, pertanto la definizione del concetto di “tempo” ci dona la categoria teoretica con cui valutare la contemporaneità.

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Pierluigi Fagan: Stupidità artificiale

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Stupidità artificiale

di Pierluigi Fagan

Un interessante articolo (nel primo commento il link) illustra la nuova “dumb economy”, più o meno “L’economia della stupidità” e dato il ruolo ordinativo che l’economia ha nella formazione e funzionalità sociale (e politica), il tutto tende a diventare “la società della stupidità”.

Questo movimento verso la semplicità è simmetrico contrario alle caratteristiche dell’era in cui stiamo storicamente transitando ovvero l’era complessa. La definiamo “artificiale” poiché non si tratta di, per altro difficili da definire, dotazione naturale di intelligenza o il suo contrario ma di una serie di pressioni convergenti verso una singola e decisiva operazione: ridurre lo spazio-tempo mentale. Laddove lo spazio mentale è sovraffollato, dove le funzioni superiori (neocorteccia) sono funzionalmente attivate assieme ai centri delle emozioni, dove il bombardamento delle percezioni sovrasta gli spazi di riflessione ed il tutto è proprio di individui de-socializzati e immersi in un universo di pressanti incombenze, lo spazio mentale è oggettivamente sempre più limitato. Ma altrettanto per il tempo, in cui le funzioni riflessive e di composizione del pensiero necessitano funzionalmente del tempo per esplicarsi. Riducete spazio e tempo mentale e avrete la stupidità artificiale. A quel punto si innesca la lotta per la fatidica “risorsa scarsa passibile di usi alternativi” ovvero l’attenzione.

L’intera macchina commerciale, la politica dal punto di vista di chi la esercita come professione, il sistema informativo, la nuova e vociante suburra social in cui moltitudini sono in cerca del loro quarto d’ora di celebrità (relativa), lottano per colpire il più intensamente e a lungo possibile le nostre strutture neuronali. Il che aggrava il problema dell’autonomia di spazio e tempo mentale.

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Gigi Sartorelli: La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo

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La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo

di Gigi Sartorelli

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.

E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza del e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.

Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.

Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).

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Alessandro Volpi: In piena crisi gli Usa di Trump celebrano il modello cinese di Xi Jinping. I retroscena di un summit

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In piena crisi gli Usa di Trump celebrano il modello cinese di Xi Jinping. I retroscena di un summit

di Alessandro Volpi

La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità; sanzioni per la raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l’Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all’ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l’Iran metteva a nudo. Il gigantesco e insostenibile debito federale Usa, la tenuta del dollaro come valuta internazionale, indispensabile per finanziare la spesa pubblica Usa e per non far crollare la bolla finanziaria avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, nel momento in cui sanciva l’esplicita accettazione della assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti della sopravvivenza dell’economia pubblica e privata degli Stati Uniti. Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell’aiuto cinese per arginarla, per approdare a un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli.

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Silvano Cacciari: Palestina, la radicalizzazione algoritmica

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Palestina, la radicalizzazione algoritmica

di Silvano Cacciari

10oo99ii33nn.jpgLe dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.

 

1.

Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.

 

2.

L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità.

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Roberto Antonio Romano: Federico Caffè tra democrazia economica e trasformazione del lavoro

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Federico Caffè tra democrazia economica e trasformazione del lavoro*

Attualità di un riformismo necessario

di Roberto Antonio Romano

Caffe studenti 900x600.jpgRoberto Antonio Romano rilegge il pensiero di Federico Caffè alla luce delle trasformazioni del lavoro contemporaneo: precarietà, salari stagnanti, frammentazione produttiva e indebolimento della rappresentanza sindacale. Caffè concepiva l’economia come disciplina civile, legata a democrazia e giustizia sociale. In un contesto segnato dalla globalizzazione del capitale e dalla debolezza delle istituzioni europee, il suo riformismo resta un riferimento per ripensare lavoro, welfare e democrazia economica

* * * *

Nel dibattito economico contemporaneo si registra un paradosso evidente. Da un lato, la crescita delle capacità produttive, dell’innovazione tecnologica e dell’integrazione dei mercati ha ampliato in misura straordinaria le possibilità materiali delle società avanzate. Dall’altro, si sono intensificati fenomeni di precarietà occupazionale, stagnazione salariale, disuguaglianza distributiva e indebolimento delle forme collettive di rappresentanza del lavoro. In molti paesi europei, compresa l’Italia, la questione sociale non si presenta più nelle forme classiche del conflitto industriale novecentesco, ma attraverso una frammentazione diffusa: lavori intermittenti, bassi salari, polarizzazione professionale, vulnerabilità dei giovani e difficoltà di accesso a tutele universalistiche.

In questo quadro, il pensiero di Federico Caffè conserva una sorprendente attualità. La sua riflessione non si limitava infatti alla politica economica in senso stretto, ma investiva il rapporto tra economia, istituzioni democratiche e dignità del lavoro. Per Caffè, l’economia non era una tecnica neutrale finalizzata alla massimizzazione di grandezze aggregate, bensì una scienza sociale chiamata a confrontarsi con fini collettivi, valori costituzionali e condizioni concrete di vita delle persone.

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Francesco Bercic: Rovelli vs Wittgenstein

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Rovelli vs Wittgenstein

di Francesco Bercic

schiele 2.jpgL’accostamento tra l’ultimo libro di Carlo Rovelli e il pensiero di Ludwig Wittgenstein sorge quasi spontaneo. A parte le numerose citazioni del filosofo viennese alle quali attinge l’ormai celebre divulgatore scientifico, il paragone è suggerito fin dal titolo: Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi) pare un calco approssimativo di quella tesi capitale del Tractatus, la 6.127, in cui si afferma che “tutte le proposizioni sono di pari valore / equivalenti” (gleichberechtigt nell’originale tedesco). Addirittura, sui social network capita di incontrare simpatici meme in cui Rovelli viene presentato come una sorta di suo discepolo contemporaneo, con il marginale dettaglio di porre sullo stesso piano un filosofo – per quanto peculiare – a un fisico di professione. Lo spunto, al di là delle iperboli, rimane tuttavia interessante. In linea con le precedenti pubblicazioni, le conclusioni di Rovelli si estendono a un orizzonte ben più vasto della meccanica quantistica, tracciando i contorni di una visione del mondo “giustificata” – a suo parere – dalle principali scoperte della fisica del Novecento. Basta però scavare poco sotto questa affinità di facciata, per scorgere una differenza più profonda che allontana le parabole del loro pensiero: non tanto nel contenuto delle idee, quanto nel diverso orientamento intellettuale, nello spirito che li anima.

Un merito innegabile che va attribuito a Rovelli è aver portato all’attenzione dei lettori italiani quella grande frattura epistemologica che, almeno per quanto riguarda la fisica, ha coinciso con la svolta quantistica nel primo Novecento. Una frattura di cui oggi si ha ancora vaga contezza, spesso anche da parte di chi studia discipline contigue. Si può affermare senza remore che, nell’immaginario collettivo, la concezione del lavoro scientifico sia rimasta ferma ai tempi di Galileo e Newton: l’uomo, perfettamente padrone della sua Ragione, che scopre fuori di sé le leggi eterne della natura, avanzando in un cammino di progresso inesorabile. Rovelli ha compito facile nello smontare le fondamenta di un impianto siffatto, si direbbe di determinismo classico e di derivazione neopositivista, in cui il linguaggio intrattiene rapporti di corrispondenza univoca con la realtà. Da questo punto di vista, la vicinanza a Wittgenstein è marcata. L’uomo non conosce enti o oggetti semplici – scrive Rovelli riecheggiando il Tractatus – ma costruisce modelli, in cui a contare non sono le singole “cose”, bensì la relazione che si istituisce tra loro. L’uomo conosce solo quella relazione – il “come” direbbe il Wittgenstein, non il “che cosa”. E, a partire da questi modelli, avanza ipotesi – ipotesi, non leggi.

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Emanuele Maggio: Né socialdemocratici né liberisti. Lo stallo del sistema Italia (con nostalgie di Trentennio)

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Né socialdemocratici né liberisti. Lo stallo del sistema Italia (con nostalgie di Trentennio)

di Emanuele Maggio

Sono passati 32 anni dalla Prima Repubblica. Finalmente si può essere nostalgici senza passare per fascisti, per nascondere in casa un busto di Pasquale Saraceno, mica del Duce.

In quei trent’anni gloriosi di miracolo sociale ed economico (1950-1980), l’Italia ha costruito il più potente apparato statale non-sovietico del mondo.

Quel patto costituzionale e socialdemocratico tra Stato e Mercato che nel 1991, all’alba della svolta liberista di Maastricht, fece titolare al Corriere “Italia quarta potenza”, sopra Regno Unito e Francia.

Era un sistema basato su tre pilastri: imprese pubbliche enormi, ramificate e ad alto impatto strategico e tecnologico; una banca centrale sovrana che tesaurizzava riserve auree e comprava titoli di Stato per abbassare i tassi mentre finanziava la spesa; un governo dirigista in grado di mobilitare il risparmio nazionale per ripagare il debito e allocare gli investimenti.

Dietro questo sistema vi erano le menti di funzionari e dirigenti brillanti, come Donato Menichella, Oscar Sinigaglia, Paolo Baffi, oltre ovviamente a un apparato partitocratico ideologicamente compatibile, per il quale lo Stato non era una bestemmia o una zavorra sul groppone dei privati, ma un generatore attivo di valore, però a vantaggio di tutti.

Eravamo praticamente la Francia di De Gaulle, ma fatta meglio.

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Antonio Martone: La chiusura dell’immanenza. Frammento di ontologia del presente

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La chiusura dell’immanenza. Frammento di ontologia del presente

di Antonio Martone

 

I.

Il problema filosofico del nostro tempo è anzitutto ontologico: l’essere è dato interamente nella forma di un’immanenza chiusa, un orizzonte senza esterno che ha assorbito ogni possibile posizione di trascendenza – non solo di tipo religioso ma anche semplicemente critica. In altre parole, il pensiero del nostro tempo deve confrontarsi con una configurazione ontologica che determina le condizioni di possibilità dell’esperienza prima ancora che questa si articoli in desiderio e relazione. Nel sistema onnipervasivo di tipo tecnocapitalistico nel quale viviamo, non si tratta di ciò che gli enti sono ma di come possono darsi come enti: di quale forma dell’essere precede e articola ogni apparire.

Kant aveva mostrato che il soggetto costituisce il mondo attraverso forme a priori che non dipendono dall’esperienza ma la rendono possibile. Per esprimermi con una metafora audace, direi che il presente è un Kant rovesciato e storicamente situato: le forme a priori dell’esperienza contemporanea non sono strutture pure della soggettività trascendentale ma configurazioni storiche che hanno acquisito la funzione del trascendentale senza averne legittimità. L’orizzonte entro cui ogni ente appare costituisce una forma prodotta, contingente, cristallizzata e resa necessaria. Il trascendentale si è fatto storico senza perdere la propria forza strutturante: è questa la specifica violenza ontologica del presente.

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Francesco Piccioni: Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino

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Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino

di Francesco Piccioni

Volare alto quando hai davanti degli struzzi. E’ l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.

Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.

A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della terra.

Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).

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Fulvio Grimaldi: Genocidio, tribunali speciali, forca

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Genocidio, tribunali speciali, forca

di Fulvio Grimaldi

In questo video lo Stato invasore, occupante coloniale, terrorista, razzista, predatore, infanticida, giornalisticida, femminicida, androcida, torturatore, genocida:

https://youtu.be/hJ-H1uilJ2Q

 

Pensierino del mattino

Chi è colpa del suo mal, il sionismo, pianga se stesso, l’antisemitismo

I colpi di coda del mostro ferito (quasi) a morte.

La perdita totale di credito morale e culturale, ma parzialmente anche politico e militare, è confermata dal disperato appello del genocida Netanyahu a rovesciare l’esito di una battaglia d’informazione, vitale per la sopravvivenza dello Stato sionista nella sua forma attuale, che lui dichiara persa.

Battaglia da rilanciare e vincere, mica ponendo un freno o una fine all’esercizio della violenza razzista senza limiti contro chiunque si opponga al dominio e al dilagare di questa entità nutrita dal sangue di popoli costruita sulle macerie di un paese e di una civiltà. Mica decidendo di ammazzarne, violentarne, affamarne, umiliarne, mutilarne qualcuno di meno. Macchè.

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