[SinistraInRete] Fortunato Depero – Vladimir Volcic: La guerra in casa. Fabbriche italiane per i droni ucraini, cioè bersagli

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Comunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto;

 

Fortunato Depero – Vladimir Volcic: La guerra in casa. Fabbriche italiane per i droni ucraini, cioè bersagli

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La guerra in casa. Fabbriche italiane per i droni ucraini, cioè bersagli

di Fortunato Depero – Vladimir Volcic

droni fabbriche bersagli.jpgComunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto; nel corso dell’incontro, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, Rustem Umerov, e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune dell’Ucraina e dell’Italia a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa. Entrambe le parti mirano a costruire un partenariato stabile e di lungo termine che contribuisca alla pace e alla stabilità in Europa.

L’Ucraina esprime apprezzamento per il sostegno politico, militare e diplomatico fornito dall’Italia sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia. La solidarietà dell’Italia ha contribuito alla resilienza dell’Ucraina e agli sforzi più ampi volti a preservare la pace e la stabilità in Europa. In questo contesto, entrambe le parti sottolineano la loro volontà di proseguire il dialogo sulle modalità per sviluppare ulteriormente la cooperazione in modo pragmatico e reciprocamente vantaggioso.

La cooperazione futura coprirà diversi settori, quali lo sviluppo di capacità, lo scambio di esperienze e di insegnamenti tratti, nonché la cooperazione industriale in molteplici settori, tra cui la difesa aerea, i sistemi senza pilota, le munizioni e il settore marittimo, tra gli altri.

La collaborazione potrebbe comprendere la ricerca congiunta, la cooperazione tecnologica, i partenariati industriali e le iniziative di investimento, con l’obiettivo di ampliare il dialogo in settori rilevanti per la difesa moderna, quali la logistica, la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture critiche.

Le Parti stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico, conosciuto come “Drone Deal” in materia di difesa volto a delineare obiettivi comuni, possibili settori di cooperazione e meccanismi di revisione periodica. Tale quadro fornirebbe una base strutturata per un dialogo costante e lo sviluppo graduale di iniziative congiunte.

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Margherita Furlan: Da Schwab a Karp: gli scribi dell’Apocalisse

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Da Schwab a Karp: gli scribi dell’Apocalisse

di Margherita Furlan

Schwab a Karp scaled.jpgLo stesso giorno, due scene. A Pechino, dietro il presidente americano sulla passerella della Grande Sala del Popolo, diciassette amministratori delegati: Musk, Fink, Huang, Cook. Ad Aquisgrana, nella sala dove venivano incoronati gli imperatori del Sacro Romano Impero, Mario Draghi riceve il Premio Carlo Magno e avverte l’Europa che «per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». Tra le due scene non corre alcuna coincidenza, ma una dottrina, scritta in due libri a nove anni di distanza, che ha smesso da tempo di essere una previsione per diventare un programma. Prima di essere un ecosistema di interessi, infatti, gli azionisti dell’Apocalisse sono un pensiero, che il 14 maggio 2026 ha trovato la sua doppia, plastica messa in scena.

 

Due libri, una sola profezia

Nel 2016 Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, pubblica La quarta rivoluzione industriale. La tesi nota, quella che da allora circola nei convegni e nei documenti programmatici, è la fusione delle tecnologie: il confine che si dissolve tra il fisico, il digitale e il biologico, e che «cambia non solo ciò che facciamo, ma chi siamo».[^1] È la copertina filantropica. La parte che merita di essere riletta oggi, alla luce di Pechino e di Aquisgrana, è un’altra, e Schwab la scrive senza giri di parole: «con i governi e le strutture di governo che restano indietro sul terreno regolatorio, può di fatto spettare al settore privato e agli attori non statali assumere la guida».[^2] E ancora: il potere «si sta spostando dallo Stato agli attori non statali, dalle istituzioni consolidate alle reti informali».[^3]

Non è la denuncia di un rischio: è la descrizione di un esito, formulata nel lessico dell’inevitabilità, da chi quel risultato ha contribuito a costruirlo convocando ogni gennaio a Davos l’assemblea dei suoi beneficiari. Lo Stato che «resta indietro» non arretra per una legge di natura, ma perché altri ne occupano lo spazio, e perché agli occupanti torna utile vestire l’avanzata da destino tecnologico anziché da scelta politica.

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Riccardo Manzotti: Il robot emozionato

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Il robot emozionato

di Riccardo Manzotti

alex knight 2EJCSULRwC8 unsplash.jpgAnni fa, la domanda se un robot o una IA potesse provare qualcosa, sarebbe stata considerata scientificamente poco rispettabile. Oggi è una delle domande più frequenti e importanti che ricorrono sulle riviste scientifiche più prestigiose. Per esempio, nel 2025, Mariana Lenharo si chiedeva su Nature, se si potesse stabilire se una IA provasse qualcosa. Il punto di svolta, lo sappiamo bene, è stata la capacità dell’IA di padroneggiare il linguaggio e quindi di parlare come, fino a qualche anno fa, potevano solo gli esseri umani. Nella nostra specie il linguaggio è legato al sé, alla coscienza e al pensiero. La domanda quindi è lecita: chi parla dunque pensa? Si può, come diceva in una lettera lo scrittore inglese Edward Morgan Forster, sapere che cosa pensiamo senza dirlo? E, viceversa, se lo diciamo, non è come se l’avessimo pensato?

Queste domande sono il cuore dell’ultimo libro di Antonio Chella, professore ordinario di Intelligenza Artificiale e robotica a Palermo, e uno tra i primi a occuparsi della possibilità di costruire un robot dotato di coscienza. Il suo ultimo testo, Può un robot emozionarsi? (Mondadori Università, 2026), si muove da quella prospettiva solida che Chella, in quanto ingegnere, non nasconde mai: costruire per capire. D’altronde questo libro è il frutto di una consolidata tradizione italiana che ha le sue radici nel lavoro pioneristico avviato negli anni Ottanta da Vincenzo Tagliasco, brillante e compianto bioingegnere che, in tempi ormai lontani ovvero nel 2001, aveva pubblicato, per Il Mulino, il visionario Una teoria della coscienza per costruttori e studiosi di menti e cervelli.

Devo dichiarare, peraltro, che con Chella ho condiviso, ormai un quarto di secolo fa, un primo manifesto sulla coscienza delle macchine, e che molte delle domande che pone questo libro ci hanno accompagnato nei nostri percorsi di ricerca. Tornando ai giorni nostri, il libro di Chella affronta di petto la possibilità che un robot o una IA possa sviluppare un dialogo interno, una sorta di discorso rivolto a sé stessi che orienta il comportamento, pianifica le azioni, costruisce una forma di coerenza temporale. Non si tratta semplicemente di eseguire comandi od ottimizzare funzioni: l’idea è che vi sia qualcosa che assomiglia, almeno strutturalmente, a ciò che chiamiamo pensiero.

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Alex Marsaglia: Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell’UE

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Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell’UE

di Alex Marsaglia

Il quadro disegnato nella relazione del freddo burocrate Vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis delinea tutta la tragedia in cui sprofonderanno le popolazioni europee nei prossimi anni. L’Unione Europea come braccio armato dell’imperialismo statunitense decadente si configura sempre più come un’entità indebitata, intrappolata in uno scenario di stagflazione e capace di identificare come unica prospettiva la guerra.

L’impulso economico del PNRR è stato pari a zero, poiché un lustro dopo la sua approvazione il Pil europeo è piantato allo zero virgola, in compenso si è incrementato l’indebitamento degli Stati membri a cui nei prossimi anni arriverà il conto da pagare. Dall’approvazione del piano che avrebbe dovuto traghettare l’Unione Europea fuori dai disastri economici del lockdown l’Unione Europea è stata lanciata dai tecnocrati che la governano nella famosa “economia di guerra”, come l’ha battezzata Draghi che intimava alla popolazione “la pace o i condizionatori”.

La ripresa del motto mussoliniano “burro o cannoni” non è casuale, poiché si inserisce oggi come allora in una rincorsa isterica al riarmo come unica soluzione alla stagnazione e all’endemica crisi economica. In altre parole, quando le classi dominanti non hanno più idee contro l’immiserimento e si trovano davanti una domanda di mercato avvitata in una caduta inarrestabile nonostante le iniezioni di deficit pubblico, allora si rivolgono all’economia di guerra.

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Emiliano Brancaccio: La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia

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La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia

di Emiliano Brancaccio

Melonomics: La narrazione del governo scricchiola ogni giorno di più

La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.

Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del Pnrr, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.

Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.

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Piccole Note: Negoziati Russia-Ucraina del 2022: confermato il sabotaggio Nato

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Negoziati Russia-Ucraina del 2022: confermato il sabotaggio Nato

di Piccole Note

“Persino Victoria Nuland, ex sottosegretaria di Stato americana per gli affari politici e referente per l’Ucraina nell’amministrazione Obama, ha affermato che i negoziati di Istanbul sono falliti quando delle ‘persone al di fuori dell’Ucraina’ hanno messo in discussione l’accordo”

Ai negoziati di Istanbul dell’aprile 2022 Russia e Ucraina avevano concordato la pace, poi la Nato spinse Kiev a proseguire la guerra. A quanto avvenne allora abbiano dedicato varie note, ma il nuovo libro di Richard Sakwa, The Russo-Ukrainian War: Follies of Empirepone un sigillo irrevocabile a tale realtà denegata. Ted Snider, su The American Conservative, riporta ampi brani del volume, che riprendiamo di seguito.

Sakwa osserva che “‘sette degli otto membri della delegazione [ucraina] confermano che a Istanbul era stato raggiunto un accordo di pace dettagliato’. L’ottavo non lo confermò perché non poté: Denis Kireev fu assassinato dai servizi segreti ucraini al suo ritorno a Kiev dai colloqui in Bielorussia”.

“David Arakhamia, leader del partito Servi del Popolo di Zelensky al parlamento ucraino, era uno dei due capi della delegazione negoziale ucraina. Arakhamia ha confermato l’esistenza di una sorta di accordo, che a suo dire avrebbe firmato personalmente. Ha aggiunto che la Russia era ‘disposta a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità e ci fossimo impegnati a non aderire alla NATO’.

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Roberto Iannuzzi: La Flotilla riaccende i riflettori su Gaza 

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La Flotilla riaccende i riflettori su Gaza 

di Roberto Iannuzzi

Mentre infuriava la guerra nel Golfo, Netanyahu ha inasprito la morsa sulla Striscia. Nessuna ricostruzione è all’orizzonte, le condizioni di vita sono insostenibili

Il sequestro illegale e la detenzione violenta degli attivisti della Global Sumud Flotilla da parte di Israele ha riacceso l’attenzione internazionale sulle azioni indiscriminate del governo Netanyahu, in particolare in relazione alla questione di Gaza.

Nel drammatico quadro mediorientale contrassegnato dal pericoloso stallo nel Golfo Persico e dalla devastazione israeliana del Libano, l’enclave palestinese, per certi versi la scintilla dell’attuale crisi regionale, era sprofondata nell’ombra.

A partire dal 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-americana all’Iran, il governo Netanyahu ha di nuovo stretto la morsa sulla Striscia, incrementando i bombardamenti malgrado il cessate il fuoco nominalmente in vigore dallo scorso ottobre, e riducendo dell’80% l’ingresso degli aiuti.

Israele ha progressivamente spostato in avanti la linea gialla che separa l’area di Gaza sotto il controllo israeliano, praticamente spopolata, da quella controllata da Hamas, dove si concentra la quasi totalità della popolazione che ancora abita l’enclave palestinese.

A causa di questo spostamento, Israele controlla ormai il 60% della Striscia.

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Fulvio Grimaldi: Bombe, tribunali, torture e messia

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Bombe, tribunali, torture e messia

Grazie Flotilla per aver mostrato al mondo la peste fatta Stato

di Fulvio Grimaldi

inquisizione.jpgSassolini nelle scarpe

Siccome in ognuno di noi alberga una salutare dose di malizia, prima di centrare l’esaltante argomento epocale della Flotilla, eroica e vincitrice, invio un pensierino a coloro con i quali ci siamo spettinati al tempo dell’altra Flotilla. C’era chi, addirittura all’interno del nostro giro di valori, aveva inarcato le sopracciglia e quei veri e propri eroi li aveva mordicchiati così: “E’ solo simbolico, non serve a niente, esibizionismo inutile, meglio mandare soldi, molte perplessità…”

C’era anche chi aveva ritenuto opportuno (od opportunista), seccatosi anche il bacino no vax, archiviare l’ormai logora questione palestinese e saltare su un cavallo più visibile e glamour, l’Iran. Magari lo avrebbe portato più lontano e ne avrebbe fatto risuscitare vecchi e ormai logori fasti….

Sono ormai tre volte che quell’ “inutile esercizio simbolico” costringe la parte migliore di oltre 7 miliardi di viventi pensanti a prendere atto che la Palestina è l’ombelico del mondo, che la guerra all’Iran è un altro fronte palestinese e che lo Stato sionista è un’irrimediabile patologia dell’umanità. E se è vero, come tutti i sondaggi confermano, che l’80% degli israeliani ebrei sostengono questo regime e che, addirittura, la diffusione del video del torturatore Ben Gvir ne ha rafforzato il consenso, vuol dire che la mente collettiva di questa società è profondamente deteriorata.

Un esperimento, come esercitato sui palestinesi, dalla pulizia etnica a Gaza agli orrori irrepetibili delle carceri, che farebbe la gelosia di coloro cui si imputano Auschwitz e Buchenwald. La Flotilla e i suoi eroi sono quanto ci voleva per condannare questa entità, se non alla fine dei tempi (che intanto, in attesa del Messia, essa intendeva riservare ai palestinesi e a molti altri), alla fine del suo spettacolo di manipolazione illusionista, con tanti Jack lo Squartatore travestiti da orfanelli. Tragedia eseguita su un palcoscenico il cui assito è fatto di corpi, torturati e mutilati, con la kefiah. Dei quali corpi si è voluto dare ai benefattori dell’umanità imbarcati sulla Flotilla un senso di affinità.

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Fabrizio Poggi: I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

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I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

di Fabrizio Poggi

nazigolpisti corriere.jpeg19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.

«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.

E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».

Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.

Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».

Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».

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Francesco Barbetta: Sergio Bellucci, lavoro implicito, taylorismo digitale ed e-work

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Sergio Bellucci, lavoro implicito, taylorismo digitale ed e-work

Concetti per comprendere le trasformazioni del lavoro

di Francesco Barbetta

photo 2026 05 19 22 57 23Nel lontano 2005 Sergio Bellucci scriveva E-work. Lavoro, rete, innovazione. Nel libro sosteneva che l’ubiquità tecnologica del digitale rappresenta il nuovo paradigma che sta ridefinendo la condizione umana dopo anni in cui la trasformazione era stata solo annunciata. L’impatto delle tecniche digitali è talmente pervasivo da modificare la stessa dimensione umana, passando da una somministrazione iniziale riservata agli adepti della nascente “religione informatica” a dosi massicce iniettate nel cuore della collettività. La loro applicazione ai contesti più svariati consente un’espansione del dominio ben oltre i confini delle tecnologie precedenti, investendo merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche e relazioni umane.

L’imponenza di questi processi coinvolge ogni individuo, sia esso alfabetizzato tecnologicamente o escluso attraverso il cosiddetto digital divide, trasformando ciascuno da passivo recettore del cambiamento ad attore protagonista della sua accelerazione, spesso in modo inconsapevole. Basti pensare alle trasformazioni di merci tradizionali come l’automobile e il quotidiano. L’auto odierna è satura di tecnologia digitale in ogni componente, dal motore all’impianto frenante, dai sistemi di sicurezza alla navigazione, mentre il giornale cartaceo è il risultato di una miriade di tecnologie digitali che hanno ridefinito la produzione, dall’uso di fonti digitali ai cicli di lavorazione completamente informatizzati, eliminando molte vecchie professionalità.

Anche il ruolo dell’uomo nella sfera naturale muta profondamente. Non esiste luogo dell’agire umano che risulti immune da questo processo di mutazione: dal lavoro all’intrattenimento, dalla casa agli oggetti di consumo, dai processi formativi alle forme comunicative, fino alle stesse progettazioni della vita. Le coordinate spazio-temporali del vissuto umano sembrano travolte da una variazione dimensionale. La quantità e la velocità delle informazioni disponibili rendono impenetrabile l’infinito intreccio delle relazioni che compongono l’evento che può essere sì mostrato ma difficilmente spiegato. Questa consapevolezza della parzialità del racconto, esplosa a livello di massa, legittima letture soggettive che inficiano le letture condivise degli accadimenti, traslando gli eventi dalla storia alla cronaca.

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Eros Barone: La rivoluzione cubana: un esempio storico e attuale che l’imperialismo americano vuole cancellare

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La rivoluzione cubana: un esempio storico e attuale che l’imperialismo americano vuole cancellare

di Eros Barone

Milioni di persone in tutto il mondo considerano la rivoluzione cubana un esempio importante di sovranità, resistenza e solidarietà internazionale. Si può discutere il giudizio sul percorso di Cuba, ma un fatto rimane inoppugnabile: la rivoluzione ha infranto le catene del dominio straniero che avevano ridotto l’isola, secondo la ben nota espressione, a un “bordello dell’emisfero occidentale”. Con la sua rivoluzione Cuba ha invece dimostrato al mondo intero che anche una piccola nazione può opporsi al potere imperialista senza arrendersi o sottomettersi.

Così, per oltre sessant’anni, gli Stati Uniti hanno tentato di spegnere il fuoco acceso dalla rivoluzione cubana con tutti i mezzi possibili. Strangolamento economico, isolamento diplomatico, complotti per assassinare i leader, campagne di destabilizzazione, sanzioni interminabili, tentativi di invasione: una terribile panoplia il cui impiego aveva ed ha il fine di costringere Cuba ad accettare la dipendenza e la sottomissione. Eppure Cuba ha resistito. E in effetti – come riconosce l’Unesco e. insieme con essa, tanti osservatori obiettivi – nonostante le enormi difficoltà il socialismo cubano (poiché questo è il nome dell’esempio evocato nel titolo del presente articolo) ha raggiunto conquiste sociali che rimangono fuori dalla portata di ampie fasce della popolazione persino nei paesi capitalistici più ricchi.

Anche in questo caso, un ‘excursus’ storico fondato sul confronto delle modalità di intervento dell’imperialismo romano e di quello americano può essere illuminante.

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Edoardo Greblo: Guerra giusta e guerra santa

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Guerra giusta e guerra santa

di Edoardo Greblo

L’adozione del linguaggio religioso nella retorica bellica è diventato una caratteristica ormai ricorrente dell’amministrazione Trump, che ha trasformato la politica estera e l’azione militare degli Stati Uniti in una sorta di impegno messianico. Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha descritto il conflitto con l’Iran come una “missione religiosa” da “nuovi crociati”, una “guerra santa” in nome della quale non esita a invocare la “provvidenza onnipotente di Dio”. Naturalmente, la politica americana non è nuova ad appelli di questo tenore. Già George Bush aveva adottato un linguaggio con connotazioni religiose in tema di lotta al terrorismo, specialmente nei primi anni dopo l’11 settembre, senza però mai dichiarare formalmente una “guerra di religione”. Con Hegseth si è compiuto un passo ulteriore: è arrivato il momento di far acquisire agli Stati Uniti il ruolo di nazione cristiana chiamata a difendere e a diffondere la propria civiltà.

Ora, le guerre non si combattono soltanto con le armi, ma anche con le parole. Il linguaggio usato per descriverle ne influenza la comprensione, la giustificazione e il giudizio. L’equivalenza tra “guerra giusta” e “guerra santa” postulata da Hegseth non si scontra soltanto con l’evidenza: si possono dichiarare guerre giuste senza che siano sante, così come non è detto che le guerre sante possano essere sempre considerate giuste. Ma, e soprattutto, porta a ignorare come sia stata proprio una lunga tradizione intellettuale cristiana a elaborare una distinzione fondamentale tra guerra giusta e guerra santa. La prima mira a limitare l’esercizio della forza affermando l’applicabilità di criteri morali anche nel caso degli interventi armati. La seconda, al contrario, sacralizza la violenza, presentandola come un dovere imposto da un’autorità indiscussa e indiscutibile che impone la difesa e l’affermazione della “vera” religione.

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Clara Statello: Il rebranding di Israele: distruggere Ben Gvir per salvare il sionismo (e i suoi crimini)

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Il rebranding di Israele: distruggere Ben Gvir per salvare il sionismo (e i suoi crimini)

di Clara Statello

Sarebbe uno spettacolo ridicolo e grottesco, se non ci fosse di mezzo un genocidio. Il tweet con la condanna di Ben Gvir e la richiesta ufficiale di scuse pubblicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che per la prima volta prende le difese di attivisti italiani, è stato estraniante. Lì per lì sembrava di essere finiti in un universo parallelo, in cui l’Italia è un Paese sovrano.

Poi è arrivato il post del ministro Tajani, che ha condiviso su Facebook il vergognoso video di Ben Gvir con gli attivisti della Global Sumud Flotilla sottoposti a tortura, stigmatizzandolo con il banner “INACCETTABILE”.

È seguita la dura condanna del titolare della Difesa Crosetto e del presidente della Camera Fontana. La levata di scudi, praticamente unanime, è culminata con la durissima presa di posizione del presidente Sergio Mattarella che condanna il “trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele”.

Ovviamente nessuno prende sul serio questo riposizionamento. Una settimana fa le critiche al trattamento che Israele riserva ai suoi prigionieri, le accuse di violazione del diritto internazionale, sarebbero state bollate come antisemitismo dalle stesse personalità che oggi le muovono.

 

Cosa è cambiato? Quale linea rossa ha superato Israele?

In realtà nessuna. Israele ha semplicemente perso due guerre contro l’Iran in dieci mesi, ha militarizzato il Mediterraneo, con la sua pretesa di eccezionalismo ha destabilizzato l’intera regione da Gibilterra al Golfo Persico passando per il Mar Rosso.

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Giuseppe Gagliano: Il Pakistan a difesa dell’Arabia Saudita: il Golfo Persico nell’era delle garanzie incrociate

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Il Pakistan a difesa dell’Arabia Saudita: il Golfo Persico nell’era delle garanzie incrociate

di Giuseppe Gagliano

Lo schieramento di 8.000 soldati pakistani, di uno squadrone di caccia JF-17  Thunder (Nella foto) e di un sistema cinese di difesa aerea HQ-9 (derivato dal russo S-300)in Arabia Saudita è molto più di un rafforzamento militare temporaneo. È il segnale di una trasformazione profonda degli equilibri strategici nel Golfo. Per decenni, la sicurezza saudita è stata costruita intorno a un pilastro quasi esclusivo: la protezione americana. Oggi quel pilastro non scompare, ma viene affiancato da nuove garanzie, nuove dipendenze e nuovi attori.

La presenza pakistana nel regno saudita mostra che Riad non intende più affidare la propria sicurezza a un solo garante. Gli Stati Uniti restano indispensabili, con i loro sistemi Patriot, THAAD, capacità di intelligence, basi regionali e influenza diplomatica. Ma l’Arabia Saudita, davanti alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, al blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e alla vulnerabilità delle rotte energetiche, cerca una profondità strategica ulteriore. E la trova in Pakistan, potenza musulmana, dotata di un esercito numeroso, di capacità missilistiche, di esperienza convenzionale e, soprattutto, di un arsenale nucleare.

È questo il punto più delicato. Nessuno dirà apertamente che l’Arabia Saudita si è messa sotto l’ombrello nucleare pakistano. Islamabad stessa appare prudente, quasi preoccupata dalle interpretazioni troppo esplicite circolate in ambienti sauditi. Ma la percezione conta. E nel linguaggio della deterrenza, la percezione è parte della realtà.

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Chiara Zanella: Nel giardino dell’Occidente

Nel giardino dell’Occidente

di Chiara Zanella

Capita a volte, nella storia, che gli eventi si raggrumino in una strettoia a imbuto configurando una sorta di lente attraverso cui diventa possibile cogliere la prospettiva d’insieme. Per molta gente, gli anni dal 2019 a oggi hanno svolto questo ruolo; essi hanno reso palesi aspetti cruciali del cosiddetto Occidente che altrimenti sarebbero sfuggiti allo sguardo distratto o forse poco acuto dei più: dalla matrice economica neoliberista con la sua rapace violenza fino alla marcata piegatura verso la biopolitica e la sorveglianza tecnologica (le lezioni romane di Peter Thiel docent); dallo scossone allo stato sociale – filtrato dai lock down e dal Re-arm – verso un regime di decrescita non proprio felice fino alle evidenti dinamiche di esclusione sociale (in qualche caso, di morte civile); dalla lotta alla disinformazione al sapore di censura fino alle guerre propugnate per difendere il “diritto internazionale”, passando per quelle utili a “esportare la democrazia e i diritti umani”, quelle “preventive” in stile Colin Powell ed epigoni e, new entry, la guerra di (pre)potenza che dovrà condurci all’Armageddon con tanto di mandato pastorale. Eccetera.

In quest’epoca di iper-esposizione mediatica e di tecnologie alteranti come l’AI, risulta difficile fissare lo sguardo sugli eventi, visto che essi hanno perso ogni concretezza e sembrano evaporare davanti ai nostri occhi; sembra dunque un’impresa titanica riuscire ad elaborare delle ragioni che li comprendano (nel senso letterale di cum-prendere, tenere insieme).

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