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[Pressenza] Clara Statello: Fare come “Amen” per mandare in tilt l’Electronic Hasbara di Israele

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Leggendo in questi giorni post, interviste e commenti sulla Global Sumud Flotilla, due cose emergono drammaticamente: i) i social sono infestati da bot di Israele, che almeno dal 2010 si serve delle nuove tecnologie per indirizzare l’opinione pubblica; ii) la missione ha raggiunto il suo obiettivo strategico, i volontari hanno vinto.

 

Clara Statello: Fare come “Amen” per mandare in tilt l’Electronic Hasbara di Israele

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Fare come “Amen” per mandare in tilt l’Electronic Hasbara di Israele

di Clara Statello

Leggendo in questi giorni post, interviste e commenti sulla Global Sumud Flotilla, due cose emergono drammaticamente: i) i social sono infestati da bot di Israele, che almeno dal 2010 si serve delle nuove tecnologie per indirizzare l’opinione pubblica; ii) la missione ha raggiunto il suo obiettivo strategico, i volontari hanno vinto.

Electronic Hasbara. Già nel 2010 era chiaro che la guerra aveva acquisito un’ulteriore dimensione: i cyberspazio. L’arrembaggio della Mavi Marmora fu uno dei primi banchi di prova. Alcuni giornalisti come Amir Mizroch avvertirono che l’”offensiva comunicativa” di Israele sui nuovi media era stata un “fallimento totale”. Il maggiore Avital Leibovich dell’ufficio stampa estera dell’esercito israeliano indicò la strada: “La blogosfera e i nuovi media rappresentano un’altra zona di guerra. Dobbiamo essere rilevanti anche qui”.

Precedentemente nel 2009, per arginare i sentimenti anti-israeliani diffusi tra gli europei a causa dell’operazione Piombo Fuso, il ministero degli Esteri iniziò a reclutare volontari sotto copertura per diffondere il punto di vista di Israele:

“Parleranno come navigatori di Internet e come cittadini, e scriveranno risposte che sembreranno personali ma saranno basate su un elenco di messaggi preparato dal Ministero degli Esteri”, dicevano i funzionari. Questo progetto fu formalmente aggiunto al bilancio statale nel 2009 sotto la rubrica “Squadra di guerra su Internet”.

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Domenico Moro: La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchier d’acqua

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La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchier d’acqua

di Domenico Moro

o.356050.635823.jpgSono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.

L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.

La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.

Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.

In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra

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Francesco Cappello: I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino

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I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino

di Francesco Cappello

La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo

IMG 0072 1140x641.jpegPensavamo che la questione fosse risolta ad Anchorage, ma non è così… “Dopo che il nostro Presidente ha accettato la proposta del Presidente americano ad Anchorage, vorrei sapere perché sta succedendo tutto questo. Presto sarà passato un anno dal vertice in Alaska. Non c’è stato alcun progresso, nemmeno nel comportamento di Zelensky e degli europei, nessun cambiamento. Al contrario, stanno diventando sempre più aggressivi e sfrontati.” Lavrov, il ministro degli esteri russo, sui negoziati con gli Stati Uniti sull’Ucraina. Ancora Lavrov: ”L’Occidente, sotto la bandiera del nazismo e del revanscismo, sta creando un gruppo d’attacco paneuropeo contro la Russia.”

 

La marcia forzata verso il conflitto continentale: La ristrutturazione bellica dell’Occidente

La transizione da una guerra per procura localizzata a una preparazione strutturale e coordinata per un conflitto totale tra il blocco occidentale e la Federazione Russa è ormai diventata la realtà geopolitica preminente del nostro tempo. Quella che inizialmente veniva descritta dalle cancellerie europee e da Washington come un’assistenza logistica strettamente limitata e difensiva si è trasformata in una mobilitazione industriale, strategica e psicologica a lungo termine. L’Alleanza Atlantica sta attivamente predisponendo i propri apparati statali a uno scontro militare diretto, un processo che si palesa attraverso la progressiva rimozione dell’ambiguità strategica, l’allineamento dei confini geo-strategici, l’invio di contingenti massicci e simulazioni tattiche senza precedenti che penetrano fin nel cuore delle metropoli europee.

 

Il coinvolgimento operativo diretto e la strategia della provocazione

Il primo indicatore di questa transizione risiede nella natura stessa delle operazioni militari condotte in profondità nel territorio della Federazione Russa.

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Rami Abu Jamous: “A Gaza non esiste alcun cessate il fuoco”

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“A Gaza non esiste alcun cessate il fuoco”

di Rami Abu Jamous

3f406e9d105afe18fc83d49a73295299.jpgRiprendiamo da “Orientxxi.info” un intervento del giornalista palestinese Rami Abu Jamous del 13 maggio scorso che descrive la drammatica quotidianità di Gaza, dove “non esiste alcun cessate il fuoco”, dove gli occupanti sionisti violano ogni singolo comma del cosiddetto “accordo di cessate il fuoco”, e dove nello stesso tempo la popolazione continua a resistere e ad organizzare come può la propria esistenza martirizzata dagli assassini di sempre.

Occhio su Gaza! Specie ora che il comando è di spegnere le luci. (Red.)

https://orientxxi.info/A-Gaza-non-esiste-alcun-cessate-il-fuoco

I miei amici stranieri mi chiedono spesso: “Com’è la vita a Gaza dopo sette mesi di cessate il fuoco?” Prima di tutto, bisogna chiarire una cosa: a Gaza non esiste alcun cessate il fuoco. Semplicemente, si parla sempre meno di ciò che accade nella Striscia, sempre meno della nostra vita quotidiana. È anche per questo che gran parte dell’opinione pubblica finisce per credere che la guerra sia terminata e che i gazawi abbiano ripreso una vita “normale”. Certo, i bombardamenti sono diminuiti, ma continuano senza sosta. Ogni giorno vengono uccisi uomini, donne e bambini. Quello che stiamo vivendo assomiglia a un cancro che si diffonde lentamente nel corpo di un malato, fino a condurlo alla morte. Negli ultimi tempi Israele ha intensificato gli attacchi contro la polizia, nel tentativo di provocare il caos sul piano della sicurezza a Gaza. Le incursioni non si fermano: quasi ogni giorno vengono colpiti un commissariato, un fuoristrada o un posto di blocco.

Secondo l’accordo di “cessate il fuoco”, sarebbero dovuti entrare 600 camion al giorno. Ma siamo ben lontani da quella cifra.

Il presunto cessate il fuoco era accompagnato da un “piano di pace” che prevedeva, tra le altre cose, la creazione di un “comitato nazionale di amministrazione” della Striscia di Gaza, composto da quindici tecnocrati palestinesi. Ma qui non li abbiamo mai visti e nessuno sa realmente cosa facciano.

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Claudio Conti: Confindustria piange, ma non capisce

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Confindustria piange, ma non capisce

di Claudio Conti

Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento.

Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.

Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».

Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.

Nemmeno per sogno… «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della Ue. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».

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Gianandrea Gaiani: Imponente attacco russo con missili e droni a Kiev e nelle retrovie ucraine

Imponente attacco russo con missili e droni a Kiev e nelle retrovie ucraine

di Gianandrea Gaiani

La sera del 23 maggio l’Ucraina è stata nuovamente colpita da un attacco combinato su larga scala probabilmente con oltre 700 tra missili balistici, da crociera e droni russi.

Si è trattato forse dell’attacco più massiccio che ha colpito l’Ucraina e ha visto l’impiego, per la terza volta dall’inizio della guerra, di missili balistici ipersonici Oreshnik (nella foto sotto), questa volta dotati di testate indipendenti esplosive.
Secondo l’aeronautica ucraina l’attacco ha coinvolto 600 droni da combattimento e 90 missili (111 secondo altre fonti) lanciati da aria, mare e terra.

Il ministero della Difesa russo, che ha dichiarato che si è trattato di una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro “strutture civili sul territorio russo”. Un riferimento all’attacco con droni ucraini contro un dormitorio universitario a Starobelsk, nella regione ucraina di Lugansk (nella foto sotto) controllata dai russi, che secondo le autorità russe ha provocato 21 morti.

L’attacco ha preso di mira anche almeno un comando dei servizi di sicurezza interna ucraini (SBU), possibile rappresaglia per un attacco contro un obiettivo analogo russo nella regione di Kherson, in parte occupata dai russi nel sud del Paese.

Quella di Starobelsk (nella foto sotto) contro un obiettivo civile è una strage quasi nascosta dai media, in Italia come gran parte d’Europa, ma anche dalla politica che ha condannato l’attacco russo senza fare però alcun cenno a quello ucraino che ha scatenato la rappresaglia di Mosca.

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Renato Rapino: La Cina tra socialismo, mercato, tradizione e contraddizioni irrisolte

La Cina tra socialismo, mercato, tradizione e contraddizioni irrisolte

di Renato Rapino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Premessa

Mi sono imbattuto casualmente in questo video, di cui consiglio vivamente la visione integrale: https://www.youtube.com/watch?v=F5R-gbGKqLM&t=92s.

Ne ho tratto un articolo molto sintetico su un singolo aspetto, cioè le proteste di Tienanmen come momento di accesa lotta di classe; tuttavia, gli aspetti che il video mostra sono molti e tutti molto interessanti.

“Interessante” non è sinonimo di “vero”, ma sappiamo che la verità è un traguardo al quale possiamo solo approssimarci confrontandone tutti i frammenti.

 

Tienanmen oltre la propaganda: la lotta di classe cancellata dalla memoria del 1989

Quando in Occidente si parla delle proteste di Piazza Tiananmen del 1989, il racconto è quasi sempre lo stesso: giovani studenti democratici, ispirati ai valori liberali occidentali, schiacciati dalla repressione brutale del Partito Comunista Cinese. Dall’altra parte, la narrazione ufficiale cinese descrive quelle proteste come un tentativo di destabilizzazione sostenuto da influenze occidentali e da elementi “controrivoluzionari”.

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Elena Basile: Golfo Persico: la diplomazia sull’orlo del precipizio

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Golfo Persico: la diplomazia sull’orlo del precipizio

di Elena Basile

La diplomazia potrebbe fallire nel Golfo Persico. L’ultima proposta statunitense chiede sostanzialmente la capitolazione iraniana, contraddetta dalla resistenza militare della leadership e di un popolo sceso in piazza in milioni contro gli attacchi stranieri, difendendo con i propri corpi le infrastrutture civili minacciate. Washington imporrebbe la rinuncia iraniana a ogni compensazione, il trasferimento dell’uranio arricchito negli USA e la possibilità per il Paese di avere una sola struttura nucleare operativa; in cambio rilascerebbe meno di un quarto degli assetti finanziari iraniani congelati e accetterebbe che il cessate il fuoco su tutti i fronti sia funzionale alla ripresa dei negoziati a Islamabad.

Difficile interpretare la proposta americana se non come un ultimatum prima dell’attacco. Il Presidente USA, in esternazioni pubbliche, reitera infatti la minaccia genocidaria a un popolo di quasi 90 milioni di abitanti: «Il tempo sta scadendo, si diano una mossa, altrimenti non rimarrà nulla di loro!». L’opinione pubblica non sembra scandalizzarsi. Le televisioni progressiste, di cui prendiamo ad esempio il programma su YouTube Piers Morgan Uncensored (di cui i talk show di TV7 sono un’ilare imitazione), continuano nell’opera di demonizzazione del Paese, gonfiando i numeri dei manifestanti uccisi, che variano da 12.000 a 20.000, a 30.000, a 40.000, senza mai raccontare la verità: e cioè che si è trattato, a gennaio scorso, di un tentativo di cambiamento di regime israelo-americano, che ha utilizzato ignari studenti e avanguardie armate per attacchi a municipalità, ambulanze e civili in strada, uccidendo centinaia di poliziotti iraniani.

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Francesco Cappello: L’Orizzonte del cambiamento: cronaca della poli-crisi, fine della talassocrazia

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L’Orizzonte del cambiamento: cronaca della poli-crisi, fine della talassocrazia

Verso possibili transizioni sistemiche dell’umanità

di Francesco Cappello

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2308 1140x641.jpgMentre l’Eurozona stagna e i mercati occidentali occultano le perdite con valutazioni di fantasia, il tramonto del potere marittimo e la patologia del dollaro chiedono il superamento del paradigma della liquidità a favore di sistemi di compensazione internazionale, di economia circolare e sovranità monetaria a sostituzione della trappola del debito perenne

Il 2026 sta consegnando alla storia l’immagine di un mondo sospeso su un crinale sottilissimo, dove l’ostinata riproposizione di vecchi schemi concettuali e di vecchie egemonie si scontra drammaticamente con l’emergere di una realtà complessa, multipolare e intimamente interconnessa. Ciò a cui stiamo assistendo non è una semplice sequenza di perturbazioni temporanee o di asimmetrie congiunturali, ma una crisi di sistema totale, in cui gli eventi geopolitici, le dinamiche di potere marittimo, le patologie monetarie e i mercati finanziari privati si influenzano a vicenda, amplificando la fragilità globale. Di fronte a questa spirale di instabilità, le reazioni delle classi dirigenti occidentali appaiono pericolosamente anacronistiche, arroccate sulla difesa disperata di un potere talassocratico e sul dominio forzato del dollaro, ricorrendo a politiche di sanzione unilaterale e a strette monetarie che finiscono per aggravare le ferite del tessuto sociale ed economico globale. Eppure, proprio la natura interdipendente e profonda di questo collasso offre all’umanità la spinta storica e concettuale per attuare una trasformazione macroscopica e irreversibile, ridefinendo radicalmente l’architettura logistica, finanziaria, monetaria e diplomatica del pianeta per inaugurare un’era di stabilità e cooperazione condivisa.

 

La spirale di Hormuz e il tramonto del dominio talassocratico

La cronaca recente individua nello Stretto di Hormuz l’epicentro di una fiammata geopolitica che mette a nudo l’intrinseca debolezza della talassocrazia, ovvero quel modello di dominio imperiale fondato sul controllo esclusivo dei mari, delle rotte oceaniche e dei colli di bottiglia marittimi mondiali.

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Marino Badiale: Riflessioni su un genocidio

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Riflessioni su un genocidio

di Marino Badiale

i id13795 mw6000 1x.jpg1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato a una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

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Nicola Pinzani: Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli

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Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli

di Nicola Pinzani

Nicola Pinzani lavora nella ricerca sui protocolli di comunicazione quantistici in una startup a Londra. Ha ottenuto il dottorato presso il St Hugh’s college dell’Università di Oxford con una tesi sulle applicazioni della topologia e della teoria delle categorie nello studio della causalità

e5cfd1e0 8c59 1245 28ac c03d962dfa3cLa conoscenza è essa stessa parte del mondo fisico. Per citare Carlo Rovelli, non vive in un reame diverso dal resto della fisica, ma è parte di un mondo in cui regna l’eguaglianza. Ed è proprio questo termine, eguaglianza, in un’accezione nuova nel discorso scientifico contemporaneo, a guidare un’importante riflessione sui fondamenti malfermi della fisica moderna. In Sull’eguaglianza di tutte le cose (2025), prende forma una spinta a rigettare quel razionalismo illuminista che “mitizza il sapere scientifico”, considerandolo qualcosa di “strutturalmente diverso da ogni altro”.

Carlo Rovelli ci guida in un tour all’insegna delle grandi rivoluzioni scientifiche della contemporaneità, con un intento non semplicemente divulgativo, ma teso verso la demolizione delle fuorvianti certezze che accompagnano il realismo scientifico. È sempre bene ricordare, all’alba del Ventunesimo secolo, che molte di quelle impalcature statuarie del pensiero espongono ormai crepe profonde.

Il tutto però, ed è qui il nocciolo più controverso del testo di Rovelli, avviene senza che le fratture vengano davvero ricomposte: forse, piuttosto, mascherate, restando sempre attenti a non uscire troppo dal perimetro di un’interpretazione “scolastica” della fisica contemporanea. C’è la sensazione, in queste pagine, che si voglia continuare a guardare le cose dall’interno, forse allontanandosene con moto centripeto fino a non riconoscere più il problema che, altrimenti, si rivelerebbe soltanto guardando con attenzione la superficie. Come se la frattura, invece di aprire un varco, dovesse essere ricondotta a sistema, e l’eccedenza lasciata fuori scena.

Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività.

Il testo si presenta come il resoconto di una serie di lezioni tenute dall’autore all’Università di Princeton nel novembre e nel dicembre 2024.

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Marco Belpoliti: Occhio rotondo 67. Flotilla

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Occhio rotondo 67. Flotilla

di Marco Belpoliti

Il gesto di rannicchiarsi a terra, appoggiandosi sulle ginocchia e coprendosi nel contempo la testa, è senza dubbio un’azione protettiva. Può anche assumere il significato d’un atto di preghiera: ci si genuflette davanti alla divinità e si tocca ripetutamente la terra con il capo appoggiandovi la fronte in segno di riverenza. Nelle fotografie diffuse dall’esercito israeliano sul web dopo l’assalto alle barche della missione umanitaria “Flotilla”, e il trasferimento degli arrestati su navi o in terraferma, si vedono le persone disposte in questa posizione con tutt’altro significato e le mani legate all’indietro: sono obbligate a restare in una posa non solo palesemente scomoda, ma decisamente umiliante. Non si vede nessun volto né maschile né femminile, solo schiene. È un modo per impedire ai soldati israeliani di guardare negli occhi questi uomini e donne, ovvero di stabilire con loro anche solo un semplice contatto visivo?

Non si tratta solamente d’una punizione che ha qualcosa di brutale, ma anche della negazione di quel rapporto che si crea naturalmente nella semplice relazione visiva tra esseri umani. È proprio ciò che si vuole disconoscere attraverso questa imposizione forzosa. Inoltre, gli arrestati, i loro corpi, sono trasformati in questa maniera in nemici da punire – e non lo sono –, peggio, in cose: sacchi senza alcuna identità o valore. Nei bassorilievi di un sarcofago romano conservato nel Camposanto di Pisa si scorgono i due prigionieri con le mani legate; uno di loro è seduto a terra, non riverso, con le mani serrate dietro la schiena.

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Kamo: 𝗟𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼

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𝗟𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼

di Kamo

0. Il pomeriggio di sabato 16 maggio la nostra città è stata ferita.

1. Su quel pavimento della via Emilia che conosciamo bene non è stato lasciato solo del sangue di persone innocenti. Insieme ad esso, un terrore già visto come modus operandi, e l’orrore che la sua insensatezza comporta. Ma anche il coraggio di pochi, e la solidarietà popolare di tanti. Senza distinzioni. Odio, amore, vita, morte: tutto mischiato. Nella consapevolezza che su quella strada, in quel momento, ci poteva essere chiunque di noi. Dei nostri amici, dei nostri affetti.

2. In questi giorni di rabbia e paura legittime non vogliamo unirci ai latrati degli sciacalli e agli ululati delle scimmie. Le facili parole degli “imprenditori del click”, degli influencer governativi e delle anime belle di sinistra. Dei politicanti infami in cerca di visibilità e di quelli opportunisti in cerca di tornaconto. Delle passarelle di Stato e dei pelosi giornalisti. Un teatrino politico e “social” terrificante, a cui si aggiunge la miseria dell’arrivo del circo fascista in città, tra mitomani razzisti vecchi e nuovi, patrioti di tik tok e inutili giustizieri della notte.

Da questa ferita, cominciamo a mettere insieme qualche parola difficile. Parziale, incompleta. Ma ragionata – «prima pensare, poi parlare», ha detto una nostra giovane compagna. Cercando di armarci di un punto di vista di parte, nostro. Strumento per disarticolare il dispositivo narrativo che, con riflesso pavloviano, ci porta a prendere posizioni già preordinate da altri. O, almeno, utile a non mischiarci all’orgia di scimmie, sciacalli e pagliacci di cui sopra.

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Alessandro Volpi: Cosa accadrà all’Italia in autunno con la “dottrina Dombrovskis”

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Cosa accadrà all’Italia in autunno con la “dottrina Dombrovskis”

di Alessandro Volpi*

Il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per l’Economia (con deleghe anche alla Produttività, l’Attuazione e la Semplificazione) nella Commissione von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia Ue nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”. Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione von der Leyen.

La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore del 1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l’economia della Ue, secondo le valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi, qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente!! Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico – e sottolineo pubblico – l’affanno sarebbe totale. Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno assai probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil sarà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. E’ significativo notare che tra i paesi “virtuosi”, sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.

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Emanuele Dell’Atti: La lezione al tempo della scuola neoliberale

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La lezione al tempo della scuola neoliberale

di Emanuele Dell’Atti

Al di là delle polemiche sulle Indicazioni nazionali per i Licei, con le loro deplorevoli e intenzionali omissioni e con i vari cortocircuiti e incongruenze disciplinari che le caratterizzano, la scuola di Valditara non si muove di un millimetro dalla visione generale che negli ultimi decenni ha egemonizzato il mondo dell’istruzione. Anzi, rincara la dose.

Nella Premessa alle Indicazioni, infatti, dopo aver celebrato il valore eminentemente formativo dell’istruzione, dopo aver esaltato retoricamente la storia e la funzione dei licei in un afflato pseudo-hegeliano volto a rimarcare il valore dell’universale sul particolare e della comunità sull’individuo, dopo aver sottolineato l’importanza delle tradizioni culturali e dei loro autori di riferimento, si passa a confermare (e a rinforzare) i soliti obiettivi: scuola del territorio, competenze digitali, alternanza scuola-lavoro, STEM e – proprio così – “competenze imprenditoriali”.

Ma mettiamo da parte le Indicazioni e torniamo per un momento all’inizio di quest’anno scolastico. Il MIM a settembre inviò a molti docenti un questionario con l’obiettivo di elaborare dei descrittori utili per il RAV, il Rapporto di Autovalutazione che ogni scuola redige ogni tre anni. I docenti erano invitati a rispondere a delle domande sui punti di forza e sulle criticità della scuola in cui lavorano, elementi utili per migliorarne la produttività. E fin in qua nulla di nuovo: è lo schema a cui ormai siamo abituati, quello che emula il metodo e il lessico del management aziendale.

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