«Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati

Emiliana Armano: L’Intelligenza Artificiale come «Macchina»
L’Intelligenza Artificiale come «Macchina»
«Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati
di Emiliana Armano
Abstract
Il presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo. Muovendo dal suo ultimo libro sulla critica della riproduzione sociale (2021), l’articolo discute in che misura i concetti alquatiani di «macchina», «iperindustrialità», «capacità-umana-attiva. vivente» e «combinazione attiva» — intesi nella loro reciproca relazione e nei diversi livelli di realtà che Alquati distingue — siano in grado di illuminare le contraddizioni del capitalismo digitale contemporaneo. Il contributo beneficia del confronto con un’analisi specifica sviluppata con approccio interpretativo alquatiano in merito alla questione della sussunzione dell’ esperienza umana (Pentenero, 1989), inoltre si misura criticamente con il recente lavoro di Matteo Pasquinelli (2023), che offre una storia sociale dell’intelligenza artificiale a partire dal concetto marxiano di general intellect, e con alcuni rilevanti contributi di critica dell’economia politica delle macchine, caratterizzanti il dibattito sociologico critico internazionale (Fortunati 2007, Fuchs 2014; Zuboff 2019; Gray e Suri 2019; Dyer-Witheford et al. 2019, Crawford 2021; Cingolani 2021; 2026, Casilli, 2025; Griziotti, 2025).
Al centro dell’articolo è la peculiare attenzione alquatiana alla «capacità-umana-vivente» come merce specialissima, al «sistema umano-macchina» come struttura sempre aperta sulle esclusività umane, e alla politicità intrinseca di ogni processo riproduttivo. Ciò offre strumenti concettuali tanto preziosi quanto scarsamente esplorati per pensare l’IA oltre i miti tecnocratici e oltre un certo marxismo schematico e richiede, tuttavia, di fare propri tali strumenti — riarticolandoli, non semplicemente applicandoli.
Moreno Pasquinelli: La scatola nera: contro l’intelligenza artificiale
La scatola nera: contro l’intelligenza artificiale
di Moreno Pasquinelli
«Temer si dee di sole quelle cose c’hanno potenza di fare altrui male;
De l’altre no, chè non son paurose»
Dante Alighieri, Inferno, II, 88-90
«Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia»
Arthur C. Clarke [1]
«Anche l’ultima nata tra le macchine, la cosiddetta IA, spacciata come un agente dai taumaturgici poteri, non è dunque intelligente poiché non pensa; poiché non ha coscienza né tantomeno autocoscienza; poiché vede ma non sa quel che vede; poiché parla e scrive ma non comprende il significato di quel che dice e scrive; poiché agisce ma non ne ha consapevolezza; ha capacità di calcolo superiori alla mente umana ma non possiede ragione. L’intelligenza artificiale è insomma una sofisticata macchina calcolante, un micidiale pappagallo stocastico».
Neutralità della tecnica?
L’idea che va per la maggiore è che la Tecnica e/o i dispositivi tecnologici non siano, per loro natura, né buoni né cattivi; buono o cattivo, si sostiene, sarebbe solo l’uso che ne viene fatto. Gli accoliti di questa concezione neutralista, nonché affetti da progressistico fervore, sono anzitutto gli scriba dell’apparato tecno-scientifico, i funzionari di quello politico, la gran parte dei capitalisti, infine cascami intellettuali del liberalismo e del vecchio “socialismo scientifico”, in posizione obliqua quelli cattolici— mentre scriviamo è stata annunciata l’Enciclica Magnifica Humanitas che tratta la questione della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” (su cui avremo modo di tornare presto)
Non si tratta solo di un’idea ingenua ma di un’arma ideologica volta a giustificare, in un colpo solo, l’ineluttabilità del sistema capitalistico (non ci sarebbero state altre strade al futuro e/o diverse modalità di progresso), ed a legittimare la funzione esistenziale e dirigente della borghesia.
Dante Barontini: L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene
L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene
di Dante Barontini
Nel caos quotidiano in cui siamo immersi può essere utile soffermarsi un attimo su come (non) funziona più l’informazione occidentale.
Ieri tv e media vari, sia cartacei che online, si hanno detto che – secondo Rosatom, l’agenzia russa per l’energia atomica – un drone ucraino ha colpito la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, senza causare danni alle attrezzature principali, ma lasciando un buco nella parete di una sala macchine.
Il direttore generale della centrale, Alexei Likhachev, descrivendo i danni la rilevato che: “le attrezzature principali non hanno subito danni, ma nella parete della sala macchine si è formato un buco. Colpisce il fatto che il drone fosse guidato tramite fibra ottica. Ciò esclude completamente l’ipotesi di un presunto colpo accidentale“.
I droni a fibra ottica, venendo guidati tramite un filo di fibra che si srotola in aria, hanno infatti il “difetto” di non avere una lunga gittata, ma anche il “pregio” militare di non essere “deviabili” mediante segnali di disturbo basati su onde radio. Sono peraltro facilissimi da riconoscere perché anche dopo l’esplosione restano parti del rotolo di fibra sul terreno e sono assenti le antenne radio.
I nostri media hanno dato la notizia sottolineando la smentita da parte ucraina sulla paternità del drone, per cui si è speso nientemeno che Zelenskij, abituato a recitare qualsiasi parte.
Davide Malacaria: Dalla guerra fino all’ultimo ucraino a quella fino all’ultima ucraina?
Dalla guerra fino all’ultimo ucraino a quella fino all’ultima ucraina?
di Davide Malacaria
A surriscaldare ancora più il clima, l’attacco di un drone alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, controllata dai russi. Kiev ha negato l’attacco, ma gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) hanno confermato che è stata colpita da un drone e vicino a un reattore
Si surriscalda la guerra ucraina. La scorsa settimana l’attacco ucraino al pensionato studentesco di Starobelsk, nel Donbass, che Kiev ha bollato come una fake News (ma i video sono inequivocabili), 21 i morti tra studenti e studentesse, portato, secondo i russi, con la tattica del doppio colpo, che all’iniziale fa seguire quello contro i soccorritori (tattica usata più volte a Gaza).
L’attacco ha suscitato l’ira di Putin, che non poteva ignorare la rabbia popolare, il quale ha annunciato una risposta durissima, avvertendo gli stranieri di allontanarsi da Kiev e i cittadini della capitale di stare lontani dagli obiettivi sensibili. Un attacco duro che, però, tarda a venire: o c’è stato un ripensamento, improbabile, o stanno selezionando gli obiettivi e preparando i relativi piani di attacco.
Pochi giorni dopo, il drone caduto su un palazzo di Galati, in Romania, due i feriti. Un attacco accreditato alla Russia nonostante il presidente romeno abbia spiegato che era diretto contro obiettivi ucraini di Odessa e che, colpito dall’antiaerea, ha deviato in territorio romeno.
Dante Barontini: “Washington, abbiamo un problema…”
“Washington, abbiamo un problema…”
di Dante Barontini
Riassumere le ultime 24 ore relative alla guerra in Medio Oriente è relativamente semplice, trarne qualche conclusione attendibile un po’ meno.
Andiamo con ordine, seguendo la freccia del tempo.
Dopo diversi giorni passati a ricevere dagli Usa “correzioni restrittive” al Memorandum di intesa concordato dagli stessi negoziatori statunitensi, mentre Israele allargava oltre ogni immaginazione la sua invasione del Libano, l’Iran ha deciso che “dal momento che il Libano faceva parte delle precondizioni del cessate il fuoco, e poiché questo cessate il fuoco è stato violato su tutti i fronti, incluso il Libano, il team negoziale iraniano fermerà i colloqui e scambierà testi con gli Stati Uniti attraverso il mediatore”.
Il gioco era diventato di fatto insostenibile, con Israele che considera il Libano “fuori” dalla trattativa tra Usa e Iran, da cui è stato escluso per decisione di Trump, e quindi conquistabile a piacere, persino al di là della strombazzata “necessità di disarmare Hezbollah”. Rendendo così palese quel che tutti – Tel Aviv in testa – provavano a negare: Israele non ha alcun a “necessità di difendersi”, ma soltanto una pervicace volontà di espansione militare in tutto il Medio Oriente, fino ai limiti di una “Grande Israele” vagamente accennata in alcuni versetti biblici particolarmente deliranti.
Curro Jimenez: Il boom dei data center per l’intelligenza artificiale sta creando le infrastrutture per la tokenizzazione e il controllo?
Il boom dei data center per l’intelligenza artificiale sta creando le infrastrutture per la tokenizzazione e il controllo?
di Curro Jimenez
Immaginate di dover giustificare una spesa di miliardi – molti dei quali provenienti da istituzioni finanziarie e finanziamenti statali tramite contratti – e di dover mettere a dura prova le risorse energetiche e idriche per costruire data center alla capacità attuale, con il solo scopo di tokenizzare l’economia, implementare le valute digitali delle banche centrali (CBDC) e abilitare il monitoraggio tramite intelligenza artificiale. Ci sarebbe una forte resistenza. Tuttavia, se tutto ciò fosse accompagnato dalla promessa di costruire una sorta di futuro utopico, allora tale resistenza potrebbe essere neutralizzata. Almeno per coloro che ci credono.
I conti non tornano e la logica non regge. Questa potrebbe essere la sintesi dell’attuale bolla dell’IA (leggi la teiera). Se ciò fosse vero e l’IA non mantenesse le sue promesse, a cosa servirebbe l’enorme accumulo di data center?
* * * *
Ecco che entra in gioco la tokenizzazione dell’economia: il processo mediante il quale i diritti di proprietà legale su beni del mondo reale (RWA), materie prime e valute vengono convertiti in token digitali basati su blockchain. In teoria, ciò consente scambi commerciali globali più efficienti, istantanei e sicuri. In pratica, si tratta di una trasformazione del funzionamento dell’economia, attraverso la fusione tra finanza e tecnologie digitali.
Francesco Cappello: Il buco nero d’Europa: Chi guadagna davvero con le macerie ucraine?
Il buco nero d’Europa: Chi guadagna davvero con le macerie ucraine?
di Francesco Cappello
Dalla distruzione demografica alla speculazione dei mercati transatlantici: come la guerra d’attrito ha trasformato una nazione in un’idrovora finanziaria, nel silenzio complice e masochista dell’Europa. Caccia all’uomo per le strade, miliardi a fondo perduto e corruzione di regime: sotto il velo dello stato marziale si consuma la fine di una nazione sacrificata sull’altare dell’unipolarismo
Aiutarli!? Aiutarli a morire del tutto in lenta agonia?
Nel dicembre del 2025, tracciando un bilancio analitico dopo quasi quattro anni di conflitto, provavo ad analizzare e denunciare il collasso generalizzato e senza speranza che stava investendo l’Ucraina (qui l’articolo: https://www.francescocappello.com/2025/12/01/alcuni-aspetti-dello-stato-dellucraina-dopo-tre-anni-di-guerra/).
L’agonia terminale dello Stato ucraino: l’epilogo di un fallimento strategico e finanziario annunciato
Oggi, nel maggio 2026, quel quadro fosco che avevo delineato non solo si è confermato, ma è precipitato in un’agonia terminale. Quello che gli analisti allineati si ostinano a chiamare “stallo” è in realtà il definitivo fallimento strategico, demografico, economico e infrastrutturale di un intero Paese, scientificamente sacrificato sull’altare degli interessi geopolitici anglo-statunitensi e della cecità masochista dell’Unione Europea.
La risorsa più preziosa e insostituibile, l’essere umano, è stata interamente consumata da una logica di attrito spietata. Recenti analisi e report istituzionali indicano che le perdite totali complessive sul teatro di guerra si stanno inesorabilmente avvicinando alla spaventosa soglia di due milioni tra uccisi e feriti. Questo dissanguamento ha generato una piaga che i vertici politici non possono più censurare, ovvero l’esplosione delle diserzioni e dell’abbandono volontario delle unità, che ha ormai raggiunto picchi insostenibili per la tenuta dei fronti. Di conseguenza, la caccia all’uomo da parte dei centri di reclutamento si è fatta brutale nelle strade, mentre il governo tenta disperatamente di varare strette normative che vincoleranno i giovani tra i 18 e i 22 anni all’addestramento obbligatorio, vietando di fatto ogni speranza di espatrio. Il risultato finale è un deserto demografico irreversibile, con una popolazione reale stimata ormai ben al di sotto dei 30 milioni di residenti (quasi 44 milioni ad inizio conflitto) e un tasso di natalità che tocca il minimo storico mondiale, configurando un vero e proprio suicidio biologico e sociale di lungo periodo.
Alessandro Visalli: Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”
Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”
di Alessandro Visalli
Cenni biografici e premessa
Emiliano Brancaccio, nato a Napoli nel 1971, laureato in science politiche nel 1988, l’anno dopo del conseguimento del mio dottorato, successivamente consegue un master in economia a Torino nel 1999, nel 2000 completa un periodo di formazione nella SOAS di Londra (un ambiente fortemente segnato dagli studi sullo sviluppo, dalle aree studies e da tradizioni critiche/postcoloniali). Nel 2003 completa un dottorato in “Economia e politica dello sviluppo”. Entrato in relazione con la scuola sraffiana, diventa economista accademico. Insegna attualmente Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II, dopo aver svolto per anni insegnamenti alla Unisannio.
Si tratta di un percorso di formazione rispettabile e piuttosto interessante. Gli fornisce una capacità di leggere la macroeconomia, la politica monetaria e lo sviluppo in una chiave storico-istituzionale che si intravede in alcuni dei suoi momenti migliori. Attiva una sensibilità per le crisi e gli squilibri internazionali e la tradizione marxiana. Non appare dalle fonti una formazione econometrica di punta, o in discipline matematiche hard; alcune esasperazioni linguistiche potrebbero nascere da qui.
Negli ultimi venti anni ha costruito un programma di ricerca coerente, continuo, riconoscibile e con un’identità teorica forte intorno a un’unica categoria, la “centralizzazione del capitale”, che ritiene essere di derivazione marxiana. La catena teorica entro la quale rilegge la “tendenza alla centralizzazione” è Marx (de Il Capitale), Hilferding (Il Capitale finanziario), Lenin (L’imperialismo), Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), conferma empirica della centralizzazione, individuazione di una indefettibile “legge di tendenza della centralizzazione”. Un certo ruolo lo svolge anche Thomas Piketty e una epistemologia costruttivista tratta soprattutto da Imre Lakatos e Milton Friedman.
Ci sono almeno tre momenti da valutare, e separatamente, nella sua produzione: il lavoro empirico, l’impianto categoriale e il programma politico. Come ovvio sono intrecciati, ma hanno anche alcuni livelli di semiautonomia.
Gianandrea Gaiani: Le pericolose comiche baltiche del grande circo europeo
Le pericolose comiche baltiche del grande circo europeo
di Gianandrea Gaiani
La visita del 26 maggio in Lituania del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, ha offerto spunti utili a fare il punto sulle condizioni della sicurezza europea e di cui la guida.
Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania a Vilnius, il presidente von der Leyen ha affermato che la recente intensificazione degli attacchi ibridi che ha interessato i Paesi baltici è una “strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche“.
Per il presidente della Commissione Mosca “sta fallendo” e “le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era: allarmi antiaerei, famiglie che cercano riparo, scuole chiuse, trasporti interrotti. Questa è la realtà al confine orientale dell’Europa nel 2026. Oggi è qui, domani sarà altrove lungo il confine orientale. Dobbiamo essere chiari su cosa significhi: questi non sono incidenti isolati, questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche”.
Von der Leyen ha poi lodato la resilienza dei Paesi baltici, che hanno “risposto con calma, responsabilità e con un chiaro messaggio alla Russia: prevarremo”. Bruxelles esprime “piena solidarietà” a Estonia, Lettonia e Lituania, perché “quando sono messe alla prova, l’intera Europa è messa alla prova”.
Il 21 maggio anche Kubilius (nella foto sotto) aveva denunciato un’intensificazione delle pressioni e della guerra ibrida attribuite alla Russia ai danni dei Paesi baltici, interpretandole come un tentativo del Cremlino di testare la tenuta del sostegno europeo all’Ucraina. In un intervento al Guardian, Kubilius ha collegato l’inasprimento della retorica di Mosca alle difficoltà militari sul fronte ucraino, sostenendo che il Cremlino “sta diventando nervoso e si radicalizza nei suoi attacchi ibridi contro i Paesi baltici”.
John Bellamy Foster: Il feticismo dell’Intelligenza Artificiale
Il feticismo dell’Intelligenza Artificiale
di John Bellamy Foster
In questo articolo John Bellamy Foster affronta questioni radicali in merito all’intelligenza artificiale e al suo ruolo nell’odierna società capitalista. «Le grandi case dell’IA sono divise tra loro, e non possono reggere», scrive Foster, «se l’umanità vuole progredire, le forze e i rapporti di produzione devono essere rivoluzionati insieme… creando un mondo basato sullo sviluppo umano sostenibile»
Gli Stati Uniti stanno vivendo una nuova era di concentrazione e centralizzazione del capitale finanziario monopolistico, caratterizzata dal boom dell’intelligenza artificiale (IA). Gli economisti di S&P Global stimano che negli Stati Uniti, nella prima metà del 2025, «l’80% dell’aumento della domanda interna privata finale» sia attribuibile alla spesa per «data center e relative spese in conto capitale nel settore high-tech».[1] Questo massiccio investimento nei data center è sostenuto da gigantesche società high-tech, il cui numero si può facilmente contare sulle dita di una mano. Queste società sono comunemente indicate nel settore come “hyperscaler”, termine che indica le mega-società che dominano il cloud computing. In base agli investimenti nei data center all’inizio del 2026, vi figurano Microsoft, Amazon Web Services, Google (Alphabet) e Meta, che costituiscono le «Grandi Case dell’IA».[2] Queste gigantesche entità monopolistiche figurano tutte anche tra le prime sei società statunitensi per capitalizzazione di mercato. (Nvidia, la più grande azienda per capitalizzazione di mercato all’inizio del 2026, non è di per sé leader nel cloud computing, ma detiene invece il monopolio dell’80-90% dei chip GPU per supercomputer.) Secondo Bloomberg, Microsoft, Amazon Web Services, Alphabet/Google e Meta hanno investito complessivamente 150 miliardi di dollari nel 2022 e 360 miliardi di dollari nel 2025, mentre prevedono di spendere 650 miliardi nel 2026. In confronto, «si prevede che le più grandi case automobilistiche con sede negli Stati Uniti, i produttori di macchinari per l’edilizia, delle ferrovie, l’industria della difesa, gli operatori telefonici, e le aziende di servizi di consegna, insieme a ExxonMobil Corp., Intel Corp., Walmart Inc. e le società spin-off di General Electric – 21 aziende in totale – spenderanno complessivamente 180 miliardi di dollari nel 2026».[3]Gli investimenti nell’IA hanno ormai raggiunto una portata tale da poter essere paragonati al boom ferroviario statunitense del XIX secolo.[4] Come nel caso delle ferrovie, l’espansione dell’IA è oggi sostenuta da centri finanziari che manipolano il sostegno governativo, liberandola dalla dipendenza dai profitti effettivi e basandosi invece su ciò che John Maynard Keynes definiva «spiriti animali», ovvero i profitti attesi dai nuovi investimenti.
Enrico Tomaselli: Uscire da Hormuz
Uscire da Hormuz
di Enrico Tomaselli
Mentre la situazione del conflitto nel Golfo Persico sembra fluttuare in un limbo di incertezza, vorrei provare a fare un esercizio pericoloso, ovvero cercare di riassumere la situazione globale per ipotizzare come possa evolvere. Il pericolo, ovviamente, sta nella difficoltà di applicare un processo deduttivo razionale, a un quadro in cui gli elementi non razionali sono purtroppo numerosi. Quindi ogni mia successiva ipotesi deve essere considerata come probabilisticamente incerta.
Dal punto di vista iraniano, la questione è in realtà molto semplice. La leadership di Teheran considera non solo di aver inflitto al nemico danni strategici ben superiori a quelli subiti, ma di essere in una posizione negoziale di assoluta forza. Quando Qalibaf dice che l’Iran afferma la sua posizione con i missili, e che la spiega col negoziato, non sta semplicemente offrendo una versione persiana dello slogan americano sulla “pace attraverso la forza”, ma sta esplicitando il fatto che la Repubblica Islamica è pronta a tornare alla guerra cinetica assai più di quanto non lo siano gli Stati Uniti. Inoltre, gli iraniani sono consapevoli di avere dalla propria altre due importanti leve. Innanzitutto, le conseguenze della crisi energetica (e non solo) derivante dal blocco dello Stretto di Hormuz, mordono soprattutto le economie dei paesi amici degli USA, ed in qualche misura degli USA stessi.
In una straordinaria dichiarazione congiunta, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il FMI, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno lanciato un allarme circa l’imminenza della crisi globale.
Alessio Mannino: Essere rivoluzionari oggi: una provocazione
Essere rivoluzionari oggi: una provocazione
di Alessio Mannino
“Il problema del socialismo è che impegna troppe serate”, diceva Oscar Wilde. Lo stesso può dirsi della democrazia. Nell’angoscioso eterno presente dei consumi usa e getta, con il passato reciso e il futuro troncato, il tempo è una variabile dipendente dal mercato: ritmato dal lavoro e da quel secondo lavoro che è l’intrattenimento permanente. Così, di tempo non ne resta molto per impegnarsi a fondo in cause che mettono a rischio la quiete del suddito. Tutto si svolge nella breve durata autoreferenziale. Compresa la politica, dove i partiti ridotti a sigle nascono e muoiono come funghi, e con un assembramento di poche ore (flashmob) pare di aver fatto già una mezza rivolta. La gente di certa kual cultura si compiace di sé in convegni dove ce la si canta e ce la si suona, o al massimo prova il brividino della sfilata in piazza. Dopodiché, salvata la coscienza, rincasa. E al più, sforna un video per la fanbase col proprio faccione in primo piano.
Questo, quando va bene. Quando va male, si assiste passivi a una politica liquida, inconsistente, omologata, insopportabilmente ilare e di corta visione. Un supermercato di luoghi comuni. Eppure, se usciamo dal perimetro mentale dell’Occidente e ci trasferiamo con l’immaginazione dove riaffiora il bisogno di reale, della vitalità si può trovare. Le sorgenti di salute restano quei legami senza i quali ci sentiamo persi, monchi, handicappati: il vincolo affettivo e familiare, i circoli d’amicizia, gli spazi a misura d’uomo, la riconnessione con ciò che di relativamente intaccato persiste nonostante l’invadenza dell’artificiale.
Branko Milanović: AI e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico
AI e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico
di Branko Milanović*
Quali sarebbero i probabili effetti dell’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia, dal punto di vista marxista? Curiosamente, questa domanda, per quanto ne so, non è stata posta.
Inizialmente, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o con le nostre aspettative. L’IA implica l’introduzione di tecniche produttive estremamente intensive in capitale, o per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica del capitale molto elevata. In altre parole, l’IA implica un rapporto c/v molto alto. Ovvero il rapporto tra capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v).
Se la presenza del lavoro è piccola, e forse in casi di produzione completamente automatizzata, vicina allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere piccolo o vicino allo zero. Indipendentemente da quanto alto sia il tasso di sfruttamento, una v molto piccola implica una s (plusvalore) molto piccola.
Stabiliamo così che il tasso di profitto (s/(c+v)) deve essere anch’esso molto piccolo, in linea con una delle più famose “leggi dello sviluppo capitalistico” di Marx, ossia la tendenza del saggio di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi più intensivi in capitale.
Nel caso di produzione quasi interamente automatizzata, il tasso di profitto dovrebbe diventare zero o avvicinarsi a zero. Come ci dicono Marx, Schumpeter e il senso comune, il capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità.
Pino Cabras: L’ucrainizzazione dell’Europa è già cominciata
L’ucrainizzazione dell’Europa è già cominciata
di Pino Cabras
𝘋𝘢 𝘎𝘢𝘭𝘢𝘵̦𝘪 𝘢𝘭 𝘉𝘢𝘭𝘵𝘪𝘤𝘰, 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘢𝘯𝘦𝘯𝘵𝘦
Nella notte tra il 28 e il 29 maggio un drone ha colpito un condominio a Galați, nel sudest della Romania, ferendo due persone. Un drone Shahed russo, dicono a Bucarest. Falso, risponde Mosca. Il copione è noto. Ma stavolta qualcosa è irrevocabilmente cambiato, e i giornali e gli intellettuali organici del Partito del Riarmo fanno finta di non vederlo.
Come ogni grande guerra degli ultimi anni, anche questa si sta riorganizzando attorno al drone. Non tanto come arma accessoria, quanto come sistema gravitazionale intorno al quale si riarticolano tattiche, strategie, logistiche, catene di comando, persino il diritto internazionale. Il problema ormai non è più se un drone attraversi un confine, ma chi riesce a imporre la lettura politica dell’evento. E per anni la lettura politica l’ha imposta la NATO, con la complicità entusiasta di premier maggiordomi, presidenti della Repubblica servili, e di un sistema mediatico che sul drone di Galați spalanca gli occhi mentre li teneva invece accuratamente chiusi sui crimini di guerra sistematici su vastissima scala della coalizione Epstein, da Gaza a Rafah, dall’assassinio di massa dei civili alle stragi di giornalisti e operatori umanitari.
Il caso baltico è rivelatore. In Lettonia due droni ucraini avevano colpito impianti petroliferi del paese, provocando la caduta del governo Silina. Le autorità baltiche avevano scelto la formula della doppia verità: attribuire l’episodio alle conseguenze della guerra russa, evitando di mettere al centro la macroscopica responsabilità operativa ucraina.



