
Carlos Javier Blanco Martín: La lotta per un ordine multipolare dall’interno dello stesso Impero occidentale
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La lotta per un ordine multipolare dall’interno dello stesso Impero occidentale
di Carlos Javier Blanco Martín
Data la situazione mondiale, sarebbe normale e prevedibile un aumento del sentimento anti-americano e anti-sionista all’interno del blocco stesso soggetto all’Impero occidentale. Tale sentimento è diffuso, contrariamente ai desideri delle élite dominanti. Sfortunatamente, non si è ancora concretizzato in un movimento di protesta organizzato.
Le analisi ottimistiche sulla forza dei BRICS e sul loro ruolo di agenti di costruzione di un nuovo ordine mondiale sottolineano il fatto tangibile che in gran parte del globo, circa la metà, gli Stati Uniti e i “valori dell’Occidente” non sono più considerati un punto di riferimento. Gli Stati Uniti non perseguono alcun obiettivo positivo, non sono una potenza in grado di fungere da guida, né volontariamente né con la forza. Al contrario, in quella metà del mondo liberata dal colonialismo yankee, estranea all’Impero, si stanno sviluppando modalità di scambio (commerciali e finanziarie, energetiche, diplomatiche, istituzionali, ecc.) molto diverse da quelle delle Americhe, divergenti da quelle imposte dal gigante americano dopo il 1945. Dall’altra parte del mondo si sta diffondendo tra i popoli del Sud del mondo e dei BRICS la consapevolezza di poter vivere al di fuori della gabbia del dollaro. Questo articolo si interroga sulla possibilità che, all’interno della gabbia occidentale, tale consapevolezza – anch’essa in crescita – possa organizzarsi contro le élite dominanti e fare causa comune con i popoli già liberati.
L’Europa occidentale e gran parte dell’America Latina sono rinchiuse nella gabbia del dollaro (e dell’euro), dell’atlantismo, del liberalismo, dell’impero. È il tempo del popolo.
Sia all’interno che all’esterno dell’Occidente, dovrebbe esserci un’effettiva deamericanizzazione di queste altre grandi regioni del pianeta. Nel Sud del mondo e nei paesi BRICS sta già accadendo, e dobbiamo unirci a questa corrente.
La caduta dell’URSS e l’immediata delegittimazione del cosiddetto “socialismo reale” a partire dal 1989 hanno comportato l’avvento di un’ondata neoliberale e occidentale superficiale e accelerata nei paesi che non avevano subito gli intensi e dirompenti processi di americanizzazione dell’Europa occidentale e dell’America Latina . In Russia e in molti paesi slavi, asiatici, africani, ecc., si è rivelata cruciale l’avvento di regimi più o meno democratici, ma comunque difensori dell’identità e dell’economia nazionale, regimi che si allontanavano dallo standard (neo)liberale di stampo anglosassone .
Francesco Barbetta: Alla ricerca di un nuovo principio educativo
Alla ricerca di un nuovo principio educativo
di Francesco Barbetta
Il libro Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti è una raccolta di saggi collegati da un tentativo di criticare, da sinistra, la traduzione italiana della scuola neoliberale. Tra questi lavori il testo Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola di Marco Maurizi è molto utile per discutere il profilo professionale del docente di oggi. Maurizi ritiene che il declino della scuola italiana sia il risultato della natura ipercapitalistica della società. Con questo termine identifica una fase del capitalismo in cui la logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione diventa il principio organizzativo di ogni aspetto della vita. Il sapere disciplinare solido permette di comprendere la totalità dei fenomeni sociali e di mettere in discussione l’ordine esistente. Di conseguenza è un ostacolo per un sistema che vuole lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi ma non di porre domande radicali sulla giustizia o sul senso del lavoro. Questa deriva sarebbe sorretta da una privatizzazione occulta alimentata dall’autonomia scolastica che ha trasformato le scuole in aziende in competizione, i docenti in esecutori di procedure e gli studenti in consumatori. Maurizi si distanzia tanto dalla destra che idealizza la scuola autoritaria del passato quanto da quella che definisce sinistra ultrapedagogista, la quale risponde alla crisi della scuola italiana con una richiesta di maggiore formazione dei docenti ignorando i problemi strutturali della scuola, come i bassi investimenti dello Stato. Inoltre ritiene che attacchino l’autonomia del docente quando trattano gli insegnanti come eterni allievi da correggere, disciplinare e formare. Il loro ideale sarebbe un docente esecutore di protocolli e griglie decisi altrove, non un intellettuale critico padrone della propria disciplina. L’altro bersaglio di Maurizi è il costrutto delle competenze che ritiene essere vuoto e pretenzioso, mescolando obiettivi misurabili a formulazioni spiritualistiche e non verificabili. Serve a mascherare la riduzione della scuola a un dispositivo di adattamento al mercato. La soluzione che prospetta è fuori dalla classe, nella società, con la pedagogia che si fa pratica collettiva di trasformazione e organizzazione del conflitto e in questo modo restituisce alla scuola una funzione democratica ed emancipativa.
Mario Sommella: Capitale umano di scarso valore
Capitale umano di scarso valore
di Mario Sommella
Una frase sfuggita a Hong Kong svela ciò che il potere economico raramente confessa: l’intelligenza artificiale non nasce per liberarci dalla fatica, ma per ridurre il costo del lavoro e disciplinare chi lavora.
C’è un istante preciso in cui il potere smette di travestirsi e dice la verità su sé stesso. Quasi sempre è un incidente: accade quando chi comanda, convinto di parlare soltanto ai propri simili, dimentica che il microfono è acceso e che oltre la parete della sala riunioni esiste un mondo di persone che del suo cinismo sono la materia prima. È successo a Hong Kong il 19 maggio 2026, davanti a una platea di investitori riuniti per ascoltare i piani futuri di una grande banca. Bill Winters, amministratore delegato di Standard Chartered — gruppo bancario britannico che impiega circa ottantunomila persone in tutto il mondo — ha spiegato che entro il 2030 l’istituto cancellerà oltre settemilaottocento posti di lavoro, sostituendoli con sistemi di intelligenza artificiale. Poi ha aggiunto la frase destinata a inseguirlo: non si tratta di tagliare i costi, ha precisato, ma di rimpiazzare capitale umano di scarso valore con il capitale finanziario e d’investimento che la banca sta immettendo nei propri processi.
1. La confessione di Hong Kong
Conviene partire dai fatti, perché i fatti, in questa vicenda, sono più eloquenti di qualsiasi commento. Standard Chartered non è un’impresa in difficoltà che cerca disperatamente di sopravvivere. È una banca che ha appena annunciato profitti record, sostenuti tra l’altro da diciotto miliardi di dollari di nuovi flussi netti nel solo comparto della gestione patrimoniale. È in questo contesto di abbondanza, non di crisi, che il suo amministratore delegato ha presentato un piano per ridurre di oltre il quindici per cento, entro il 2030, il personale delle cosiddette funzioni di supporto: gestione del rischio, conformità normativa, risorse umane, contabilità. Si tratta di reparti che alla fine dell’anno precedente contavano oltre cinquantamila addetti. La cifra che circola — tra settemilaottocento e ottomila posti di lavoro — non descrive un costo da comprimere, ma un insieme di vite umane, di famiglie, di redditi, di esistenze costruite intorno a un impiego.
Infoaut: Libano: la forza della resistenza
Libano: la forza della resistenza
di Infoaut
E’ passata una settimana in cui la mediatizzazione dell’escalation in Libano ha assunto contorni sfumati e volutamente incerti: che l’Unione Europea nella figura dell’Alta Rappresentante Kaja Kallas pallidamente parli di un “possibile allargamento della guerra e di cessate il fuoco nominale”, è solo l’ultima delle questioni.
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Il teatrino grottesco che coinvolge Trump e Netanyahu mostra l’importanza della propaganda e della nebbia di guerra. Telefonate furiose, accuse di ingratitudine, parole che vogliono mettere in risalto la responsabilità di Israele nell’aver indirizzato contro di sé l’odio di tutto il mondo. Axios, maggiore canale americano pressoché ufficio stampa del Presidente, ricorda che la pazienza con Netanyahu stava finendo anche già dalla precedente amministrazione Biden. Ma in alcune dichiarazioni rilasciate a Al Jazeera e riportate in questo articolo in merito ai rapporti tra Usa e Israele l’avvocata Isabelle Hayslip del DAWN Advocacy Manager (gruppo di avvocati, ricercatori e attivisti per i diritti umani in Medio Oriente), mette in dubbio la crisi tra Trump e Netanyahu sottolineando come la politica estera americana sia allineata con gli interessi israeliani nella regione.
Al di là delle disquisizioni su questo punto ciò che interessa ritenere è che una patina di confusione vuole essere gettata su quanto sta accadendo sul campo: il ministero della salute libanese conta a oggi 3433 morti e oltre 10mila feriti con una media di 11 bambini uccisi o feriti al giorno.
Pepe Escobar: Quello che non vogliono che voi sappiate sulla risposta dell’Iran
Quello che non vogliono che voi sappiate sulla risposta dell’Iran
di Pepe Escobar
L’arte di dominare l’escalation da parte di Teheran
L’Iran detiene un vantaggio schiacciante in termini di escalation rispetto agli Stati Uniti. E questo sta facendo dare di matto il farneticante Imperatore di Barbaria.
Ricapitoliamo rapidamente i momenti salienti della scorsa settimana. In diretta rappresaglia per un attacco aereo del CENTCOM alla periferia dell’aeroporto di Bandar Abbas – una rottura diretta della finzione del “cessate il fuoco” – lo stesso giorno in cui l’IRGC lanciò un attacco mirato contro una base statunitense in Kuwait. L’IRGC è stato inequivocabile: “Se dovesse ripetersi, la nostra risposta sarà più decisa.”
La risposta estremamente calibrata dell’IRGC è stata presentata come un avvertimento deliberato, segnalando senza mezzi termini che qualsiasi provocazione statunitense sarà risposta a un attimo, ma senza scatenare il ritorno di una guerra totale.
All’inizio della scorsa settimana, due navi militari statunitensi hanno tentato un “transito oscuro” attraverso lo Stretto di Hormuz: transponder spenti, eludendo il monitoraggio della Marina IRGC e ignorando ripetuti avvertimenti di navigazione.
Eppure l’intelligence delle segnalazioni omanita ha segnalato le navi e, dopo che gli avvertimenti sono stati esplicitamente ignorati, la Marina IRGC ha effettuato un attacco mirato con droni.
Leonardo Sinigaglia: “Non rivendicate diritti”: come la sinistra ha dimenticato Marx
“Non rivendicate diritti”: come la sinistra ha dimenticato Marx
di Leonardo Sinigaglia
La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.
Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.
Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.
Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista.
Domenico Moro: Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi
Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi
di Domenico Moro
Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “…le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente.”[i]
In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.
Il petrolio e le due guerre mondiali
Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].
jolek78: Magnifica humanitas laus fallaciarum
Magnifica humanitas laus fallaciarum
di jolek78
…] smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo
L’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas è uscita il 15 maggio, e nel giro di una settimana avevo già letto più o meno tutti gli elogi possibili. I cattolici di sinistra (leggasi: cattocomunisti) l’hanno celebrata per l’anticapitalismo esplicito; i critici della tecnologia (leggasi: tecnoscettici) per il monito sulle Big Tech; i giornali generalisti per le citazioni pop – Tolkien, Beethoven, Schindler’s List; perfino qualche ateo dichiarato, in giro per i social, si è tolto il cappello davanti alla lucidità con cui un Papa nomina la concentrazione di potere computazionale nelle mani di pochi. Alla presentazione, nell’Aula del Sinodo, sedeva tra i relatori Chris Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’AI. Non è un dettaglio: è la firma di un documento che vuole essere preso sul serio anche da chi i modelli li costruisce davvero.
Di lodi, insomma, ne ho lette abbastanza. Io però voglio fare l’esercizio opposto.
Non perché Magnifica Humanitas sia un brutto testo – è anzi notevole, ed è proprio per questo che merita di essere trattato come un argomento e non come un’omelia. Voglio leggerla come si legge una dimostrazione: seguendo i passaggi uno per uno, e fermandomi nei punti dove il ragionamento si rompe (spesso). Premetto una cosa, per onestà, visto che è la regola della casa: su buona parte della diagnosi sono d’accordo. L’analisi del potere tecnologico privato – gli attori transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi, l’opacità degli algoritmi, i dati come bene comune sottratto alla collettività, il lavoro invisibile e sfruttato che alimenta i modelli – è roba che firmerei domani. Il bersaglio di questo pezzo non è la politica dell’enciclica. È la sua logica. E smontare le fallacie di un testo che per metà condivido è, mi pare, il modo più serio di rispettarlo.
Una nota di metodo prima di cominciare. L’enciclica conta duecentoquarantacinque paragrafi, e la parola “dignità” vi ricorre centouno volte. Non è un tic stilistico: è la chiave di volta dell’intero edificio. E le chiavi di volta, in un ragionamento, sono esattamente i punti che vanno testati per primi – perché se cede quella, cede tutto il resto.
Emiliano Alessandroni: Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente
Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente
Lorenzo Battisti intervista Emiliano Alessandroni
Nel libro “Dittature democratiche e democrazie dittatoriali” (Carocci, 2021) Emiliano Alessandroni, filosofo dell’Università di Urbino cerca di andare oltre la contrapposizione che il dibattito ufficiale propone dei due termini. Pubblichiamo l’intervista che l’Autore ha rilasciato a Lorenzo Battisti
L.B. Il tuo libro va al cuore di un dibattito che segue i comunisti fin dai tempi di Marx, quello della democrazia. Nella visione predominante attuale il voto e la democrazia coincidono in una relazione biunivoca: si può parlare di democrazia solo in presenza di elezioni, e queste ultime sono il criterio unico che contraddistingue le democrazie. Sono addirittura il criterio che viene utilizzato per dimostrare la superiorità delle democrazie rispetto ad altri sistemi politici. Questo legame tra voto (la vox populi) e democrazia è scontato come ci viene presentato o ci sono visioni diverse?
E.A. Secondo autori come Hans Kelsen e Joseph Schumpeter, a cui tutt’oggi il liberalismo guarda con ammirazione, le libere elezioni e il volere dei cittadini costituiscono la quintessenza della democrazia. Si tratta però di una conclusione affrettata. Nei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel contesta l’idea secondo cui la volontà popolare promuova automaticamente, laddove sappia imporsi, l’avanzamento della ragione nel mondo: non di rado accade che essa assecondi il dominio dell’irrazionalità. L’autore della Fenomenologia aveva ben presente il furore controrivoluzionario che aveva animato la rivolta della Vandea in Francia allo scoccare del 1793 e lo scatenarsi delle bande sanfediste in Spagna in seguito alla rivoluzione del 1820. Prestava inoltre attenzione al dibattito contemporaneo e alle appassionate celebrazioni del popolo a cui in Germania importanti teorici della Restaurazione come Ludwig von Haller si erano abbandonati, infarcendo i propri discorsi di motivi xenofobi e di disprezzo per le idee del 1789.
A sua volta Marx definisce “plebaglia” quella componente popolare che negli Stati Uniti, ancora deturpati dal marchio della schiavitù su base razziale, mostrava la propria ostilità alla causa abolizionista. Nel paese nordamericano il richiamo appassionato al popolo proveniva perlopiù dal Partito Democratico, che, proprio nel nome della democrazia e dell’opinione pubblica, difendeva strenuamente l’istituto della schiavitù. Ma già Adam Smith aveva a suo tempo sostenuto che il sistema schiavista avrebbe potuto essere soppresso più facilmente sotto un governo dispotico in grado di intervenire con forza sui diritti di proprietà che sotto un governo libero in cui questi ultimi avrebbero egemonizzato le istituzioni rappresentative.
Eros Barone: Edgar Morin: un revisionista di talento
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Edgar Morin: un revisionista di talento
di Eros Barone
E così Edgar Morin, un “grande vecchio” di quella generazione degli anni Venti del secolo scorso che ha prodotto filosofi e sociologi come Althusser, Deleuze, Foucault, Habermas e Lyotard, alla veneranda età di 104 anni ci ha lasciati. Queste le tappe salienti della sua vita: nel periodo della giovanile militanza comunista fu attivo nella Resistenza; espulso dal Partito Comunista Francese nel 1951 per deviazionismo, descrisse l’evoluzione del suo impegno politico nel volume Autocritica (1959); nel 1959 fondò con Sartre la rivista «Arguments»; fu poi direttore di ricerca di un centro di studi transdisciplinari, il CETSAS, il cui scopo era quello di coordinare discipline come la sociologia, l’etnologia e la semiologia. La sua lunga vita, come sempre accade con le personalità di un certo rilievo, è un prisma che con le sue diverse facce riflette i principali eventi di un’epoca storica la cui importanza ben difficilmente può essere sopravvalutata.
L’analisi dei fenomeni culturali, in relazione al diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa, rappresenta un momento centrale nella biografia scientifica di Morin, come testimonia L’industria culturale (1962), opera antesignana in questo campo. In seguito però i suoi interessi si sono spostati verso l’epistemologia delle scienze umane per culminare in una imponente opera teorica, Il metodo, (4 voll., 1977-91, ma nell’edizione italiana, pubblicata da Raffaello Cortina, sono sei), in cui Morin sviluppa e approfondisce la tematica della “complessità”.
A partire da una integrazione critica della teoria dei sistemi e della cibernetica, egli ha proposto una relazione complessa tra ordine, disordine e organizzazione, teorizzando una rivoluzione del metodo che consenta l’accesso alla complessità del vivente (La vita della vita, 1980). Successivamente, dopo un’analisi delle condizioni, delle possibilità e dei limiti della conoscenza umana (Conoscenza della conoscenza, 1986), giunse ad applicare allo studio delle idee la prospettiva ecologica, intesa come esigenza di concepire ogni cosa (e quindi anche le idee) quale parte di un contesto più ampio, e di comprendere le interrelazioni e le retroazioni che a questo contesto la legano. Secondo la stessa prospettiva, Morin aveva sostenuto che solo l’elaborazione di modi di pensare adeguati avrebbe consentito il superamento del secolo in cui viviamo: l’idea della matria, intesa come unità fisica, geologica, biologica e umana, permetterà all’uomo di continuare ad abitare la terra.
Paolo Arigotti: Come il resto del mondo vede gli Stati Uniti d’America (e la Cina)
Come il resto del mondo vede gli Stati Uniti d’America (e la Cina)
di Paolo Arigotti
Gli anni Novanta del secolo scorso e i primi del nuovo millennio sono oramai passati alla storia come il momento unipolare, caratterizzato dall’egemonia dell’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, in grado di imporre la propria volontà a quasi tutto il mondo. Tra fine della storia e unica nazione indispensabile, le definizioni si sono sprecate.
In realtà, sempre per restare alla storia, nessun impero è eterno. E se la potenza a stelle e strisce è ancora in piedi, quel che sta venendo scalfito sempre di più, specie agli occhi dei “non occidentali”, è il prestigio e la percezione globale degli Stati Uniti. In una ricerca condotta tra marzo e aprile di quest’anno è emerso che nell’opinione di decine di migliaia di persone, sparse per oltre ottanta paesi, Washington viene avvertita come la più grande minaccia alla pace e sicurezza mondiale, specialmente dopo le recenti aggressioni contro Venezuela e Iran, per non citare le minacce e guerre dei dazi rivolte perfino nei confronti degli “alleati” (o presunti tali). Al contrario, risulta in crescita il prestigio della Cina, che vede la sua popolarità in costante aumento.
In base all’Indice per la percezione della democrazia per l’anno 2026, un’indagine effettuata ogni anno su decine di stati in tutto il mondo, per conto dell’organizzazione Fondazione Alleanza delle Democrazie, gli USA sarebbero la nazione percepita come una delle maggiori minacce alla stabilità, assieme a Russia e Israele. La percezione netta degli Stati Uniti è precipitata da un +22 per cento a un meno 16, collocandosi dietro alla Russia (-11%) e alla Cina (+7%).
Osservatorio Repressione: Dalla Diaz alla Flotilla: il volto feroce dello Stato di polizia
Dalla Diaz alla Flotilla: il volto feroce dello Stato di polizia
di Osservatorio Repressione
Le torture e le umiliazioni contro gli attivist3 della Sumud Flotilla non sono un eccesso: sono il linguaggio di un potere fondato su guerra, razzismo e impunità
Bolzaneto, la Diaz, le umiliazioni, i pestaggi, gli insulti, i corpi costretti, spogliati, piegati, trasformati in oggetti nelle mani di chi indossa una divisa. Lo spettacolo di violenza brutale esercitato dai militari e dalla polizia israeliana contro gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla non ci appare estraneo. Lo conosciamo. Lo abbiamo già visto all’opera.
Non perché ogni contesto sia identico. Non perché si possano sovrapporre meccanicamente Genova 2001, le carceri israeliane, Ashdod, Ketziot, Gaza, la Cisgiordania occupata. Ma perché in quelle immagini, in quei racconti, in quelle pratiche di degradazione dei corpi, torna una grammatica del potere che attraversa lo Stato moderno quando si sente minacciato, quando ritiene di essere legittimato dalla necessità, quando la sicurezza diventa parola magica capace di sospendere ogni limite.
È lì che il fascismo riemerge non come nostalgia folkloristica, non come semplice repertorio di simboli, ma come possibilità interna agli apparati dello Stato. Riemerge quando i contrappesi democratici si svuotano, quando l’opinione pubblica viene educata all’indifferenza, quando la vita dell’altro non conta più come vita, quando chi dissente viene trasformato in nemico, quando la nazione si percepisce sfidata e pretende obbedienza assoluta.
La Redazione de l’AntiDiplomatico: L’Ucraina bombarda una centrale nucleare e i media incolpano chi la difende
L’Ucraina bombarda una centrale nucleare e i media incolpano chi la difende
La Redazione de l’AntiDiplomatico
Sei autobus distrutti, un buco nel muro della sala turbine, un drone pilotato via fibra ottica. Nessuna casualità, solo terrorismo. Eppure l’Occidente cerca ancora una scusa per assolvere Kiev e incolpare Mosca
Ennesimo attacco terroristico. Ennesima provocazione che rischia di far finire mezzo continente in una nube radioattiva. Ennesimo silenzio complice, anzi peggio: ennesimo tentativo di minimizzare, rigirare la frittata, incolpare la Russia. Il copione lo abbiamo mandato giù quasi a memoria. Succede quando le Forze Armate ucraine colpiscono ancora una volta la centrale nucleare di Zaporozhie, la più grande d’Europa. Obiettivo: l’officina mezzi di trasporto. Sei autobus e due furgoni distrutti. Fortunatamente nessun morto tra il personale, questa volta. Ma la fortuna non può durare per sempre.
Il giorno prima un drone da combattimento ucraino, pilotato via fibra ottica – dunque quasi impossibile parlare di errore o di casualità – aveva centrato l’edificio del blocco macchine dell’unità numero 6. Il punto di impatto? A pochi metri dal reattore. Un buco nel muro della sala turbine. Alexei Lijachov, numero uno di Rosatom, non usa mezzi termini: “Non solo oltrepassano le linee rosse, ma anche i limiti del buonsenso”. Perché questa è la verità dei fatti: il regime di Kiev morente ha appena compiuto un attacco mirato e deliberato della storia contro equipaggiamenti chiave di una centrale nucleare.
Ora, fermiamoci un attimo e usiamo il cervello. Chiunque al mondo, anche un bambino, sa che colpire una centrale atomica è follia pura. È terrorismo allo stato puro, l’unica definizione adatta a tale modus operandi.
Chiara Pedrocchi: Fuga da Big Tech
Fuga da Big Tech
di Chiara Pedrocchi
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.
App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.
“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.
Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.



