Un uomo di 35 anni è stato portato nel carcere di Lecce per un tentato furto in un’abitazione sfitta. Non aveva una casa e viveva per strada. Processato per direttissima, si è tolto la vita il 13 maggio, appena quattro giorni dopo il suo ingresso in istituto.
La sua storia ci interroga profondamente. Perché racconta molto più di una tragedia individuale. Ci spiega cosa sta diventando il carcere italiano: un luogo di neutralizzazione della povertà estrema, di ghettizzazione dell’emarginazione sociale e del disagio psichico. E racconta anche un sistema che, schiacciato dal sovraffollamento e dall’emergenza permanente, non riesce più a garantire attenzione, ascolto, diritti. Le persone diventano numeri.
Dall’inizio dell’anno sono già 27 le persone che si sono tolte la vita in carcere. Dietro ogni numero c’è una storia, una biografia, una sconfitta collettiva. Per questo non possiamo limitarci a considerare questi eventi come episodi isolati. Sono il sintomo di una crisi strutturale che continua ad aggravarsi.
Lo illustra con chiarezza il nostro nuovo rapporto sulle carceri italiane. Frutto di 102 visite di monitoraggio in altrettanti istituti penitenziari, il rapporto restituisce l’immagine di un sistema sempre più lontano dal dettato costituzionale. Al 31 maggio 2026 erano detenute 64.741 persone a fronte di 46.320 posti effettivamente disponibili. Il tasso medio di affollamento ha raggiunto il 139,8%, mentre in alcuni istituti supera abbondantemente il 200%.
Le carceri non sono soltanto più affollate. Sono anche più chiuse. Oggi il 60% delle persone detenute vive in sezioni a celle chiuse, con meno opportunità di lavoro, di studio, di attività trattamentali. Eppure proprio queste opportunità rappresentano il principale strumento per costruire percorsi di reinserimento sociale e ridurre il rischio di tornare a delinquere.
Le chiusure sono state spesso giustificate in nome della sicurezza. Ma i risultati raccontano altro. Nelle carceri chiuse, la tensione aumenta, le aggressioni crescono, il disagio si diffonde. E c’è un dato che dovrebbe far riflettere più di ogni altro: soltanto il 40% delle persone presenti in carcere a fine anno era alla prima detenzione. Tutti gli altri avevano già conosciuto il carcere, spesso più volte. Non è il segno di una particolare propensione al crimine. È la dimostrazione dell’inefficacia di un sistema che non riesce a raggiungere gli obiettivi che la Costituzione gli assegna.
Servono riforme, con urgenza. Occorre uscire dall’emergenza penitenziaria, affrontare il sovraffollamento, investire nelle misure alternative, nel lavoro, nella formazione, nella salute mentale, nell’inclusione sociale. Occorre restituire al carcere una funzione residuale e conforme ai principi costituzionali.
In questo lavoro non siamo soli. Lo scorso anno 1.248 persone hanno scelto di destinare ad Antigone il proprio 5×1000. Non sono soltanto firme. Sono persone che hanno deciso di sostenere un’idea precisa di giustizia: una giustizia che garantisce dignità, che costruisce opportunità di reinserimento, che non utilizza il carcere come risposta automatica alle questioni sociali.
A tutte e tutti va il nostro ringraziamento. E a chi ancora non conosce il nostro lavoro chiediamo di leggere questo rapporto, di informarsi, di partecipare al dibattito pubblico. Perché lo stato delle carceri riguarda anche lo stato della democrazia.
Patrizio Gonnella
Presidente di Antigone |