I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale.

Lelio Demichelis: La sinistra nella trappola della tecnica
La sinistra nella trappola della tecnica
di Lelio Demichelis
I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. Da questa tesi parte Lelio Demichelis per sviluppare una radicale critica della modernità tecnologica. Al centro della sua riflessione vi è il concetto di Tecno-archía, una forma di potere fondata sulla razionalità strumentale, sul calcolo e sull’automatismo, che tende a imporsi sulla politica, sulla democrazia e sulla stessa libertà umana. L’intelligenza artificiale rappresenta, in questo quadro, non una semplice innovazione, ma l’ultima forma di delega cognitiva alle macchine: il punto in cui il pensiero rischia di essere sostituito dall’esecuzione automatica. Se la tecnica non è un semplice strumento neutrale ma una forza capace di organizzare la società secondo le proprie logiche, occorre mettere in discussione l’episteme che governa l’intera civiltà contemporanea e pensare a restituire centralità al pensiero critico, all’autonomia e alla capacità di immaginare un futuro sottratto all’imperativo del calcolo e della macchina.
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I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.
Alfredo Gigliobianco: Keynes, Leopardi e il salto qualitativo
Keynes, Leopardi e il salto qualitativo
di Alfredo Gigliobianco
Einaudi ha appena fatto uscire uno smilzo libretto bianco che assomiglia ai libri di poesie che uscivano negli anni Ottanta, con i versi più belli stampati in copertina. Bene, questo libretto non è di poesia, ma, come la poesia, ha il potere di evocare tanti sentimenti, tante aspirazioni ma anche delusioni. L’autore è John Maynard Keynes – già, il famoso Keynes – e il titolo è Le possibilità economiche per i nostri nipoti. Un articolo scritto da Keynes nel lontano, ma per altri versi vicino, 1930. Nel mezzo della Grande Depressione. Riproposto oggi.
C’era ovviamente grande pessimismo all’epoca, con milioni di disoccupati e l’economia di tutto il mondo insabbiata in una crisi della quale non si riusciva a capire né l’origine né la cura. Ma non è qui, in queste pagine, che Keynes avanza la sua proposta di politica economica (tocca allo Stato creare la domanda che i privati non sono capaci di creare). Qui invece l’economista assume un tono decisamente filosofico, e invita i suoi lettori a considerare che, al di là della crisi, il sistema economico dei paesi industrializzati ha fatto, nei due secoli precedenti, passi enormi in termini di produttività. Se questo passo sarà mantenuto (in altre parole: costante crescita del Pil), nel giro di un secolo – cioè oggi! – non avremmo dovuto più preoccuparci del problema economico. Le macchine saranno tanto perfezionate, il capitale tanto poderoso che il lavoro non dovrà più essere la nostra principale occupazione. Avremo un sacco di tempo libero, e potremo dedicarci a cose più degne dell’economia. Gli economisti, scesi dal carro trionfale sul quale si sono issati, saranno considerati modesti tecnici che si occupano di problemi circoscritti, un po’ come i dentisti. E il mondo potrà dare la giusta importanza alle arti, alla scienza, alla filosofia.
Nonostante l’incipit utopico (che ricorda un po’ il Marx dei Manoscritti economico-filosofici), la visione di Keynes non è rose e fiori. Verso la fine si domanda: sarà capace l’umanità di fare questo salto qualitativo? Per millenni abbiamo faticato, lavorato, organizzato. Saremo capaci di adattarci a una vita di contemplazione e di speculazione? Saremo capaci, in altre parole, di coltivare l’arte della vita?
Thierry Meyssan: I rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu
I rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu
di Thierry Meyssan
Donald Trump ha capito chi è Benjamin Netanyahu durante le elezioni presidenziali statunitensi truccate del 2020. Nonostante le apparenze, da quel momento i due uomini non sono più sulla stessa lunghezza d’onda. Il presidente Trump sogna di concludere la pace ovunque c’è guerra, il primo ministro Netanyahu invece persegue il progetto sionista revisionista di conquista del Medio Oriente, che non ha nulla in comune con il sionismo di Herzl. La tenacia iraniana ha messo a nudo i loro programmi e ha avuto la meglio sui loro compromessi.
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Abbiamo molte difficoltà a comprendere il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Per interpretarlo e coglierne la profondità dobbiamo analizzare innanzitutto i legami storici tra le due nazioni, indi l’evoluzione politica di Donald Trump durante i due mandati presidenziali.
Gli Stati Uniti e Israele
Il mito della creazione degli Stati Uniti nel 1620 da parte dei Padri Pellegrini è tradizionalmente presentato come esodo dei puritani dissidenti della Chiesa anglicana. Sarebbero fuggiti dal “Faraone” (re Giacomo I d’Inghilterra), avrebbero stipulato un “Patto” durante la traversata del “Mar Rosso” (l’Oceano Atlantico) e avrebbero fondato la colonia di Plymouth. Ecco perché gli statunitensi sarebbero un “Popolo eletto”, allo stesso titolo degli ebrei.
Questa narrazione è stata sostenuta da tutti i presidenti degli Stati Uniti, da George Washington a Donald Trump, senza eccezioni [1]. Viene celebrata ogni anno il quarto giovedì di novembre, con la festa del Thanksgiving (Ringraziamento).
Il sostegno degli Stati Uniti allo Stato di Israele è quindi un dato di fatto mai messo in discussione pubblicamente.
Sergio Cararo: Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta
Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta
di Sergio Cararo
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.
Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.
Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.
Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.
E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.
Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.
Roberto Iannuzzi: L’Europa è tra i principali sconfitti della crisi di Hormuz
L’Europa è tra i principali sconfitti della crisi di Hormuz
di Roberto Iannuzzi
Con la crisi di Hormuz e la Libia che resta uno stato fallito, dopo aver rinunciato alle fonti russe l’Europa rimane senza alternative energetiche, e sostanzialmente ostaggio di Washington
L’aggressione israelo-americana all’Iran ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa. Pur non avendo preso direttamente parte al conflitto, il vecchio continente è destinato a subirne i contraccolpi negativi.
Da questo punto di vista, sussiste un singolare parallelismo tra i paesi europei e le monarchie arabe del Golfo. Sia i primi che le seconde sono alleati storici di una superpotenza, gli Stati Uniti, della quale ancora ritengono di non poter fare a meno, ma che si sta dimostrando sempre più fonte di problemi piuttosto che di protezione.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli USA hanno trascinato gli europei in un conflitto per procura con Mosca salvo poi scaricare su questi ultimi i costi della guerra e atteggiarsi a mediatore in uno scontro nel quale sono in realtà cobelligeranti.
Nell’operazione contro l’Iran, Washington ha fatto uso delle basi nel Golfo (oltre che di quelle europee) attirando la dura rappresaglia iraniana sulle petromonarchie che le ospitano. Teheran ha anche minacciato di colpire le basi europee in un eventuale secondo round del conflitto.
Malgrado questi incresciosi risultati, molti paesi europei sono restii a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo sono riluttanti a scendere a patti con Teheran (Arabia Saudita e Qatar hanno aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein mantengono una linea intransigente).
Andrea Zhok: L’inclusione nel vuoto
L’inclusione nel vuoto
di Andrea Zhok
Nell’ultimo post che ho condiviso, compare una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: “Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma.”
Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra. La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale a una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni.
Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono.
Paolo Desogus: Il modo sbagliato di criticare il fascismo di Vannacci
Il modo sbagliato di criticare il fascismo di Vannacci
di Paolo Desogus
Ieri sera dalla Gruber il generale Vannacci ha mostrato di essere un politico di infimo livello, senza argomenti, sconclusionato, del tutto privo di una lettura del paese e delle sue strutture sociali ed economiche. Dico questo non perché è un fascista. Certo, quello è il principale motivo per contestarlo.
Dico che è un politico senza arte né parte nel senso che non possiede alcun talento che non sia quello del tribuno, dello squallido populista che parla alla pancia della gente disorientata dal tracollo del sistema democratico italiano. Una volta al governo questo personaggio non saprebbe da dove cominciare e sulle grandi questioni finirebbe come una Giorgia Meloni qualsiasi.
Il punto non è però quello. La storia ci insegna che per prendere i voti non occorre essere dei grandi geni della politica. E sicuramente Vannacci, sebbene sia politicamente uno scappato di casa, ha la possibilità di crescere elettoralmente, pur senza avere alcuna qualità di governo.
È questo che mi sembra che non abbiano del tutto afferrato Lilli Gruber e Lina Palmerini. Durante la trasmissione hanno cercato di prenderlo in castagna, hanno messo in evidenza le sue contraddizioni, le sue incoerenze, la vacuità della proposta politica… Come dicevo però il successo di Vannacci non dipende dalla qualità della sua proposta, né dal suo vero talento politico.
Geraldina Colotti: Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture
Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture
di Geraldina Colotti
“Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta”. Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l’eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.
La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l’Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l’Impero.
La leggendaria Invasione inizierà nell’ottobre del 1895. All’epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell’isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l’Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l’illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l’intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.
Mario Sommella: L’atomo della restaurazione
L’atomo della restaurazione
di Mario Sommella
Come il governo Meloni calpesta due referendum per consegnare il nucleare ai mercati
Ci sono date che la destra italiana non ha mai digerito. L’8 novembre 1987, quando ottanta italiani su cento dissero no al nucleare. Il 13 giugno 2011, quando ventisette milioni di elettori lo ripeterono, travolgendo il progetto di Silvio Berlusconi di riempire la penisola di centrali. E il 23 marzo 2026, quando il No popolare ha affondato la riforma costituzionale della giustizia, la rivincita sognata per trent’anni contro la magistratura. Tre sconfitte, una sola ossessione: piegare la volontà popolare quando la volontà popolare non coincide con gli interessi del blocco di potere. Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato, con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la legge delega che riporta il nucleare in Italia. Non è una legge sull’energia. È un atto di restaurazione, il tentativo di rovesciare per via parlamentare ciò che due tornate referendarie hanno stabilito in modo inequivocabile. Ed è per questo che la battaglia che si apre non riguarda soltanto l’atomo: riguarda la sovranità del voto popolare, cioè il fondamento stesso della democrazia repubblicana.
Una delega in bianco, approvata a tappe forzate
Il provvedimento approvato a Montecitorio, e ora in viaggio verso il Senato dove il governo conta di chiudere la partita prima della pausa estiva, è una legge delega: il Parlamento conferisce all’esecutivo il potere di disciplinare con propri decreti, da emanare secondo il ministro Gilberto Pichetto Fratin «oltre Natale non si va», l’intera materia nucleare. Costruzione ed esercizio degli impianti, gestione del combustibile esaurito, produzione di idrogeno con energia atomica, riorganizzazione della governance e degli enti di controllo: tutto finisce nelle mani del governo, con criteri direttivi talmente generici da configurare una delega in bianco. La stessa autorità di sicurezza nucleare, che dovrebbe essere il presidio indipendente di controllo, verrà definita da un decreto delegato di cui non si conosce il merito: composizione, poteri, garanzie di reale autonomia dalle aziende che dovrà vigilare.
Sandro Moiso: Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro
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Il nuovo disordine mondiale / 38 – Da un impero all’altro
di Sandro Moiso
Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.
L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)
Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare ed economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale a una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.
Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.
Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente.
Paolo Bottazzini: (Super)Intelligenza, rilevanza, stupidità
(Super)Intelligenza, rilevanza, stupidità
di Paolo Bottazzini
Tante intelligenze?
Esistono forme di intelligenza “non umane”? è una domanda paragonabile all’interrogativo sull’esistenza di matematiche non umane, o di logiche non umane? Per una lumaca 2+2 può fare 5? Per una formica consultare la posizione di Saturno rispetto a Giove, prima di attraversare una strada, potrebbe essere un comportamento intelligente? E per un neutrino, o per una molecola di anidride carbonica?
Nello Cristianini ratifica con entusiasmo la tesi della pluralità di intelligenze nella sua trilogia sull’AI, pubblicata da il Mulino, e arrivata pochi mesi fa al volume conclusivo. Nel primo libro, La scorciatoia, l’eccitazione nei confronti di questa varietà è più intensa che nell’ultimo, Sovrumano. Oltre i limiti della nostra intelligenza, dove l’interesse per le scale di valutazione costringe la molteplicità dei raziocini in una sola modalità, con prestazioni confrontabili. Per il professore di intelligenza artificiale dell’università di Bath «dimostrare intelligenza non significa assomigliare agli esseri umani, ma essere capaci di comportarsi in modo efficace in situazioni nuove. Questa capacità non richiede un cervello: la possiamo trovare anche in piante, colonie di formiche e software».
Quindi dovremmo definire intelligente la pompa di benzina che, dopo essersi inserita nell’imboccatura del serbatoio di sole automobili di marchi europei, compia un ingresso corretto anche nel bocchettone di vetture di marchi coreani e giapponesi? Quanto deve essere diversa la situazione per essere giudicata abbastanza “nuova”? In quali siatuazioni “nuove” incorre una formica rispetto a quelle “consuete”? Può deliberare di migrare in Austria e di architettare una tana personale con le regole del Bauhaus, invece di collaborare alla costruzione di un formicaio, perché una tana razionalista migliorerebbe il fitting con le condizioni climatiche e storiche del luogo?
Mi sembra che una definizione come quella proposta da Cristianini presenti la difficoltà di non lasciare spazio all’opposto dell’intelligenza: un’antitesi che non si trova nell’irrazionalità, né nella follia, né nell’ignoranza, ma che ha la sua epifania nell’accusa di stupidità.
Marco Veronese Passarella: Risposte alle obiezioni sull’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze
Risposte alle obiezioni sull’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze
di Marco Veronese Passarella*
a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base economica.
Il problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità contributiva.
b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente per rinunciare a un’imposta, allora bisognerebbe abolire l’intero sistema fiscale.
Fabrizio Marchi: La fatwa del “marxista scientifico” Brancaccio contro i sovranisti reazionari e piccolo borghesi
La fatwa del “marxista scientifico” Brancaccio contro i sovranisti reazionari e piccolo borghesi
di Fabrizio Marchi
Non sono entrato e non entro nel merito della polemica in corso da qualche settimana fra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – ampliatasi successivamente ad altri economisti e filosofi politici (fra cui il nostro amico Alessandro Visalli, autorevole saggista e filosofo politico, bollato sprezzantemente dal Brancaccio come “confusionario sovranista”) – perché non ho le competenze sufficienti in materia economica, e quindi mi guardo bene dal farlo. Del resto, fra tutti i saccenti i “tuttologi” se la battono con gli “specialisti”, fermo restando che la democrazia (come la dialettica), come uso dire, è il dialogo fra “ignoranti”. Se così non fosse al mondo avrebbe diritto ad esprimere la propria opinione soltanto lo 0,0001 per mille delle persone, forse, e solo nella materia di propria esclusiva competenza.
Non appartenendo né all’una né all’altra categoria, mi limito, comunque, a considerazioni di ordine esclusivamente umano sul “personaggio Brancaccio”, in base alla mia personale percezione, avendo letto tutti i post da lui scritti in risposta alle obiezioni e alle critiche sollevate dai suoi interlocutori (che in realtà lui non considera tali dal momento che si limita sostanzialmente ad insultarli) e diversi stralci, fra i più significativi, del suo “libro dei sogni”, “Libercomunismo”, estrapolati dagli articoli e dalle analisi dei suoi critici, in particolare quella di Visalli (che è entrato nel merito della materia economica, eccome… https://www.linterferenza.info/attpol/intorno-a-emiliano-brancaccio-e-il-libercomunismo/ ), che abbiamo anche pubblicato su L’Interferenza.
Michele Paris: Israele, il business del genocidio
Israele, il business del genocidio
di Michele Paris
Durante la fase più intensa del genocidio a Gaza, in Occidente e tra i regimi arabi si sono sprecate le dichiarazioni di “preoccupazione”, i richiami al diritto internazionale e le rituali condanne degli “eccessi” dell’offensiva israeliana. Dietro questa retorica, tuttavia, il business militare dello stato ebraico non solo non ha subito contraccolpi, ma ha continuato a prosperare come mai prima d’ora. Anzi, proprio il genocidio in corso nella striscia sembra avere trasformato Israele in una vetrina globale ancora più appetibile per quei governi interessati a tecnologie militari sperimentate direttamente sul campo.
I numeri pubblicati nei giorni scorsi dal SIBAT, l’agenzia del ministero della Difesa israeliano incaricata delle esportazioni militari, parlano da soli. Nel 2025 Israele ha esportato armamenti per 19,2 miliardi di dollari, nuovo record storico e quinto anno consecutivo di crescita. Rispetto al 2024, l’incremento è stato del 30%, mentre dall’inizio dell’assalto a Gaza il balzo complessivo dei profitti del comparto militare israeliano supera il 56%.
Il dato forse più clamoroso riguarda però la provenienza degli acquirenti. L’Europa è diventata il principale mercato per l’industria bellica israeliana, con acquisti pari a 6,9 miliardi di dollari, circa il 36% dell’intero export militare. Ancora più significativo è il fatto che i paesi arabi abbiano acquistato più armi israeliane degli stessi Stati Uniti. Il Medio Oriente e il Nord Africa hanno rappresentato infatti il 15% delle esportazioni, per un valore di circa 2,9 miliardi di dollari, contro il 13% del Nord America.
Michele Prospero: Elmetto al campo largo, la strategia di Giorgia
Elmetto al campo largo, la strategia di Giorgia
di Michele Prospero
Meloni ha schivato con furbizia il vertice in Montenegro perché ha già iniziato la campagna elettorale. Ha capito, a differenza delle opposizioni, che il referendum non l’ha perso per i tecnicismi della separazione delle carriere o per l’istituzione dell’Alta Corte. A travolgerla è stato l’impatto ideale, oltre che economico e sociale, delle bombe del duo Bibi-Donald. A marzo è stata lei a pagare poiché il ponte con l’amministrazione statunitense, proprio nelle settimane dell’appello al popolo per dirimere le funzioni delle toghe, significava complicità con i raid in Medio Oriente e acquiescenza ai crimini contro l’umanità.
Confida che più in là, a emergenza iraniana spenta e con gli avvoltoi israeliani placati, la sintonia con il tycoon di Washington attenuerà gli effetti negativi sprigionati da una subalternità a Tel Aviv che gronda di sangue. Una volta siglato il cessate il fuoco, la destra intende giocare la vecchia carta del Trump pacifista, preziosa nella gestione dei contraccolpi della questione ucraina. Adducendo un francobollo come pretesto per evitare il tour nei Balcani, Meloni valuta che conviene evitare gli abboccamenti con Parigi, Berlino e Londra. Ha intuito che i tre condottieri, rimasti senza un briciolo di consenso interno, annunciano soltanto guai.
Per ottenere il secondo mandato a Palazzo Chigi, la Madre ha perso l’aereo.



