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[SinistraInRete] Alessandro Volpi: Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario

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La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo “occidentale” in direzione delle Borse americane…

 

Alessandro Volpi: Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario

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Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

Volpi.jpga) Cambiare il paradigma

La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo “occidentale” in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta dunque rapidamente aggravandosi, esasperando ancor più la propria natura predatoria con lo smantellamento dei sistemi di Welfare, e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.

Al di là del superamento definitivo un simile modello mi sembra indispensabile, in conclusione, provare a definire alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo e indicando otto punti generali a cui far seguire le ipotesi di una trasformazione italiana.

1) È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione “territoriale” alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione. L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre appunto una normativa, statale ed europea, che impedisca quella corsa verso la finanza degli Stati Uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macroaree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione devono rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.

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Michele Agagliate: L’Italia piccola piccola

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L’Italia piccola piccola

di Michele Agagliate

vannaccitotale.jpgRoberto Vannacci cresce. I sondaggi lo confermano, i transfughi della Lega e di Fratelli d’Italia pure. Come osserva l’avvocato Marco Mori nel suo intervento su Money.it, il generale sta letteralmente “facendo evaporare” la Lega e “creando problemi significativi” a Fratelli d’Italia, mettendo a nudo le contraddizioni di due partiti che hanno capovolto le proprie posizioni politiche originarie nel momento in cui hanno assaggiato il potere. L’analisi è corretta: Salvini è passato dall’euroscetticismo muscolare al voto favorevole al Patto di stabilità. Meloni è passata dal “non siamo schiavi dell’Europa” alla lettera ossequiosa a Ursula von der Leyen. Il vuoto che si è aperto è reale, e Vannacci ci si è infilato con abilità.

Fin qui, nulla da eccepire. Il problema comincia quando si prova a guardare dentro il vaso invece di ammirarne la forma esterna.

Vannacci è un generale dell’esercito italiano che ha costruito la propria fortuna politica su un libro — Il mondo al contrario (un ringraziamento speciale ai futurologi di Repubblica) — scritto con la grazia stilistica di un rapporto di servizio e la profondità filosofica di uno sfogo da bar. Milioni di copie vendute, non perché il testo fosse raffinato, ma perché intercettava un malcontento reale: quello di una parte di Paese che si sente derisa, silenziata, sostituita. Un malcontento che ha cause strutturali serie — la precarizzazione del lavoro, la compressione dei salari, la crisi demografica, l’abbandono delle periferie — e che meriterebbe risposte all’altezza. Invece ha trovato un generale in borghese che gli ha detto che il problema sono i gay, i migranti e i politicamente corretti. Come sempre nella storia, è più facile indicare un nemico visibile che analizzare un meccanismo sistemico.

Eppure il fenomeno cresce, e cresce perché i partiti che avrebbero dovuto difendere quei ceti popolari — la sinistra riformista in primo luogo — hanno da tempo scelto di rappresentare i ceti urbani istruiti, le professioni liberali, il mondo della comunicazione e della cultura, lasciando il resto a raccattare le proprie frustrazioni dove poteva.

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Gabriele Ciabatti: Pensare la crisi, coltivare l’insurrezione

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Pensare la crisi, coltivare l’insurrezione

Uno sguardo ecomarxista sulla catastrofe

di Gabriele Ciabatti

person cleaning nature earth day.jpgIl concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe.Che «tutto continui così» è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.

— Walter Benjamin, Zentralpark

I. La narrazione egemone che struttura il discorso pubblico attorno alla crisi climatica produce l’immagine mistificatoria di una catastrofe ambientale indeterminata, futura, circoscritta all’ambito del possibile. Al contrario, la catastrofe è già in atto: essa è una realtà che si aggrava in modo vertiginoso, legandosi pericolosamente allo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo globale. In questo senso, ci sono immagini capaci di far emergere con immediatezza i nodi sistemici nei quali ci muoviamo, smantellando il velo dell’ideologia: i cieli delle metropoli mediorientali avvolti da nubi nere e piogge acide, a seguito dei criminali bombardamenti condotti dalle potenze occidentali contro le infrastrutture petrolifere, ci costringono a cogliere il nesso mortifero tra accelerazione della guerra imperialista e accelerazione del disastro ambientale. Sulla base di ciò dobbiamo chiederci: da dove ripartire? Di quali strumenti d’analisi ci dobbiamo fornire per orientarci nel mezzo della catastrofe? Che fare e, primariamente, cosa non fare?

 

II. È risaputo che negli ultimi anni la lotta ecologista abbia acquisito una sempre maggiore risonanza mediatica e politica, fino a raggiungere un picco di sovraesposizione a partire dagli scioperi scolastici di Greta Thunberg. Nonostante il merito storico di aver catalizzato una mobilitazione globale attorno al clima, il movimento mancava di un paradigma critico-analitico adeguato alla dissezione strutturale del capitalismo, che fosse capace di riconoscere la crisi climatica come un carattere intrinseco alle dinamiche del modo di produzione vigente, irriducibile a un contingente errore di percorso.

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Paolo Perulli: Cacciari ed Esposito dentro il Kaos

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Cacciari ed Esposito dentro il Kaos

di Paolo Perulli

“In un momento in cui i cambiamenti centenari accelerano e la situazione internazionale è caratterizzata da caos a seguito di cambiamenti, il mondo si trova di fronte a un nuovo bivio. Sapranno Cina e Stati Uniti superare la ‘trappola di Tucidide’ e inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?” È Xi Jinping che parla in occasione dell’incontro con Trump il 14 maggio scorso. È lui che usa il termine caos per descrivere lo stato attuale del mondo. Come siamo giunti a questo punto, e quando?

“Nell’istante in cui entrano in scena i primi Stati contrassegnati da una tendenza planetaria – quindi oggi –, in quest’istante anche la questione della libertà dei mari diventa assoluta a livello planetario… Grozio parlava come un dominatore di uno stretto marittimo che fosse posto sotto assedio…”. Si sta parlando dello stretto di Hormuz? No, chi scrive è Franz Rosenzweig e siamo nel 1917, durante la Prima Guerra mondiale. Globus è un abbozzo di teoria storico-universale dello spazio, scritta dal filosofo ebreo che sarà l’autore di La Stella della redenzione. Geopolitica ha a che fare con filosofia e teologia, quindi? Certamente. Scriveva Oswald Spengler in quegli stessi anni (Il tramonto dell’Occidente è del 1918) che il pensiero tecnico ha un’origine religiosa, e un’epoca irreligiosa perfettamente cosmopolita è un’epoca di decadenza.

Entrambi questi autori sono ricordati nel saggio ora dedicato da Massimo Cacciari e Roberto Esposito al Kaos (Il Mulino 2026). Due filosofi scrivono il miglior saggio di geopolitica della nostra epoca. Con buona pace di chi pensa alla geopolitica come affare di strategie militari e di intelligence.

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Fabrizio Casari: Lezioni iraniane

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Lezioni iraniane

di Fabrizio Casari

Ammesso e non concesso che l’intesa intervenuta tra Stati Uniti e Iran trovi la sua formale approvazione, che non sia il 39esimo annuncio seguito da stop and go, la questione, dopo oltre 100 giorni di guerra che hanno cambiato il quadro politico e militare del Golfo Persico e del Medio Oriente, è stabilire chi ne esce sconfitto e chi vittorioso. Come già in precedenza Israele attacca per sabotare l’accordo, sa che la campana suona per Tel Aviv. Perchè il barometro della vittoria indica che l’Iran esce rafforzato sul piano strategico, avendo resistito e contrattaccato e mantenuto intatti territorio, sistema politico e assetto costituzionale, che erano gli obiettivi dell’aggressione israelo-statunitense.

Sul piano regionale i riflessi sono evidenti. È venuta meno l’idea di scambio tra petrolio, dollari e sicurezza su cui le petro-monarchie e gli USA hanno retto decadi di alleanza. L’incapacità dimostrata dagli Usa di difenderle spinge oggi Arabia Saudita e EAU a cercare un’intesa diretta con Teheran e a mettere in forse il ruolo degli USA che, lungi dal proteggerli, li ha resi un bersaglio.

Questo ridisegnerà un cambio globale di strategia statunitense per una regione che continua ad essere decisiva per una economia internazionale che ha ancora nel fossile la sua quota maggiore di generazione di energia e nei fondi sovrani dell’area una capitalizzazione fondamentale per il debito USA.

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Emiliano Brancaccio: Washington paga e ottiene promesse

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Washington paga e ottiene promesse

di Emiliano Brancaccio

Partita Persia. È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Ma il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa

È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.

Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.

Stando ai leaks pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.

Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.

In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.

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Gianandrea Gaiani: Biolaboratori americani in Ucraina. L’intelligence USA declassifica le prove

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Biolaboratori americani in Ucraina. L’intelligence USA declassifica le prove

di Gianandrea Gaiani

Disinformazione putiniana? Complottismi dei filorussi? Macché, era tutto vero e le ricerche statunitensi su agenti patogeni altamente contagiosi hanno esposto per anni a grave rischio l’intera Europa.

Con il comunicato stampa n. 10-26 del 12 giugno 2026, l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) ha ufficialmente squarciato il velo su una delle questioni più controverse degli ultimi anni: la rete di oltre 120 biolaboratori finanziati dal governo degli Stati Uniti in più di 30 Paesi.

Il Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), Tulsi Gabbard, ha reso noto che la documentazione relativa a tali strutture — inclusa la rete presente in Ucraina — è stata declassificata e resa accessibile al pubblico.

L’ammissione ufficiale sui rischi e i finanziamenti Secondo quanto dichiarato dall’ODNI, la comunità di intelligence ha confermato che molti di questi laboratori hanno operato, con scarsa supervisione, nella ricerca su agenti patogeni altamente contagiosi, includendo in alcuni casi studi di Gain-of-Function, cioè la modifica genetica di un organismo in modo da potenziare le funzioni biologiche dei prodotti genici.

Il documento chiarisce che la permanenza di tali strutture in zone di conflitto, come quella in corso tra Russia e Ucraina, espone il territorio e la sicurezza globale a rischi elevati di “compromissione, sequestro o danno”. La rottura con il passato Il comunicato segna una netta discontinuità rispetto alla gestione dell’amministrazione precedente.

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Fulvio Grimaldi: Quinte Colonne dell’imperialismo. Gli agit-prop della dissidenza

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Quinte Colonne dell’imperialismo. Gli agit-prop della dissidenza

I casi Satrapi e Navalny

di Fulvio Grimaldi

Persepolis.pngSono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.

Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza.

Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.

I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.

Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.

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Francesco Cappello: Il sole della Sicilia brilla a Wall Street

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Il sole della Sicilia brilla a Wall Street

di Francesco Cappello

Come i fondi pensione americani e i giganti della finanza stanno trasformando l’entroterra siciliano nella nuova frontiera dell’estrattivismo verde

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a6ifj4a6ifj4a6if 1140x641.pngC’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che collega un campo graziato dal sole nell’entroterra siracusano ai grattacieli di specchi di Manhattan. Quando la luce del Mediterraneo batte sui nuovi impianti fotovoltaici di Francofonte o Lercara Friddi, a migliaia di chilometri di distanza un algoritmo calcola il rendimento futuro per i fondi pensione degli insegnanti americani o per i giganti come BlackRock. A prima vista, la massiccia ondata di investimenti in energie rinnovabili che sta investendo la Sicilia sembra una storia lineare di redenzione ecologica e transizione energetica. Ma sollevando il velo della narrazione green emerge una realtà molto più complessa: un’imponente operazione di ingegneria finanziaria dove il bene più prezioso non è il pannello solare, né l’energia prodotta, ma il “pezzo di carta” dell’autorizzazione burocratica. L’isola si è trasformata in un laboratorio europeo di finanziarizzazione del territorio, dove le risorse naturali vengono smaterializzate in asset liquidi, lasciando alle comunità locali i vincoli fisici e i costi ambientali, mentre la rendita geopolitica del XXI secolo vola oltreoceano.

Negli ultimi anni la Sicilia – insieme alla Sardegna – è diventata uno dei territori più ambiti d’Europa per gli investimenti nelle energie rinnovabili. A prima vista potrebbe sembrare una storia semplice: l’isola gode di un irraggiamento solare eccezionale, dispone di ampie superfici agricole e si trova al centro della strategia europea di decarbonizzazione. In questa lettura, l’arrivo di grandi capitali internazionali rappresenterebbe una buona notizia: nuovi investimenti, più energia pulita, minore dipendenza dai combustibili fossili.

 

La caccia all’oro burocratico: perché il vero tesoro è il “pezzo di carta”

Ma osservando più da vicino ciò che sta accadendo, emerge una vicenda molto più complessa, che riguarda non soltanto la transizione energetica, ma anche la finanziarizzazione del territorio, il ruolo dei fondi di investimento e il modo in cui il denaro pubblico finisce per orientare enormi flussi di capitale privato.

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Eros Barone: Note sull’aggressione contro Cuba e sulla desistenza geopolitica

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Note sull’aggressione contro Cuba e sulla desistenza geopolitica*

di Eros Barone

nlxknlckj.jpegL’attuale crisi energetica che Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco – e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista – debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.

 

  1. Un naufragio con molti spettatori

Sennonché è necessario chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete. Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi? Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva.

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Elena Basile: Capitalismo finanziario e guerra permanente

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Capitalismo finanziario e guerra permanente

di Elena Basile

La guerra con l’Iran sembrerebbe aver avuto fine con la firma del MOU prevista per venerdì 19 a Ginevra. I dubbi sulla sua attuazione sono tuttavia leciti. Il MOU si regge sul cessate il fuoco anche a Gaza e in Libano. Quindi finalmente avremmo gli Stati Uniti che tengono sotto controllo Israele?

Secondo molti analisti indipendenti, si tratta invece di una guerra di attrito nella quale la coalizione Epstein cerca, alternando dialoghi e bombardamenti, di distruggere la resilienza iraniana. Teheran non recede dai suoi obiettivi e risponde a ogni provocazione relativa anche al Libano e a Gaza. Impone linee rosse che, una volta violate, vengono sanzionate con rappresaglie su Israele e sulle basi americane nel Golfo Persico.

L’obiettivo occidentale resta quello di indebolire l’alleato della Cina, rivale sistemico, e di destabilizzare il governo teocratico affinché il capitale finanziario USA in crisi possa nutrirsi di nuove materie prime ed energetiche. La Cina, tuttavia, è intervenuta con la sua riconosciuta autorità per porre fine al blocco di Hormuz, che è contrario ai suoi interessi come a quelli di Washington. Se una svolta positiva ci sarà, è grazie a Pechino e alle forze riformiste iraniane che hanno temperato gli obiettivi dei falchi. L’incognita Israele, quale variabile impazzita, permane.

La nuova guerra, non di territori ma di attrito, continua anche tra Russia e NATO per interposta Ucraina. Come nota Andrey Bezrukov, ex agente dei servizi, nel suo discorso al Foro economico di San Pietroburgo, gli occidentali punterebbero a colpire, grazie al sistema Starlink, le infrastrutture strategiche russe e a neutralizzare, con sistemi di difesa come il Golden Dome, le forze nucleari russe. L’escalation occidentale cresce con il sistema della “rana bollita”.

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Giuseppe Masala: Pechino annuncia il fallimento della controffensiva statunitense

lantidiplomatico

Pechino annuncia il fallimento della controffensiva statunitense

di Giuseppe Masala

Nei media occidentali è passata sotto silenzio la divulgazione di un fondamentale documento cinese. Si tratta di un report redatto dal CICIR – China Institutes of Contemporary International Relations – l’istituto di ricerca del potente Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), in pratica una sorta di superministero che unisce sia i servizi esteri che quelli interni in un’unica entità, in pratica come se gli USA avessero la CIA e l’FBI unite sotto un’unica regia centralizzata.

Il titolo del documento è “La grande trasformazione globale e il percorso verso la coesistenza tra Stati Uniti e Cina” e già da questo si può desumerne l’importanza perchè il MSS cinese ha l’ambizione, già dal titolo, di inquadrare e descrivere i rapporti di forza intercorrenti tra le due superpotenze e come questi influenzeranno gli equilibri globali, che peraltro già dal titolo sono definiti come in “grande trasformazione” e dunque transizione dal momento unipolare post fine della Guerra Fredda, quando gli USA e l’Occidente ebbero l’egemonia assoluta sul mondo, ad una realtà sempre più attuale dove si delinea un diverso equilibrio di forze.

Da notare che la lente attraverso la quale il Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS) inquadra questa fase storica dei rapporti internazionali è quello della “guerra prolungata” teorizzata da Mao Zedong nel testo scritto nel 1938 per descrivere la guerra con il Giappone. In questo opera, il padre della Cina Popolare teorizza tre diverse fasi nei conflitti di lunga durata: la prima, definita di “Difesa Strategica”, dove la parte più debole in conflitto assorbe l’assalto della parte più forte; la seconda, definita di “Stallo strategico”, quando l’equilibrio si sposta verso la stabilità tra le due parti in lotta e la terza parte che Mao definiva di “Controffensiva strategica” nella quale la parte precedentemente più debole – ribaltando i rapporti di forza originari – prende l’iniziativa e vince.

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Fabrizio Poggi: Il 12 giugno e la distruzione dell’URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO

Il 12 giugno e la distruzione dell’URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO

di Fabrizio Poggi

12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell’URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell’Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall’Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell’URSS.

Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell’URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.

In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell’URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l’iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni ’90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all’anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni ’90, grazie alle “riforme eltsiniane”.

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Andrea Zhok: Immigrazione e sciacallaggio politico

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Immigrazione e sciacallaggio politico

di Andrea Zhok

Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.

1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.

2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.

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