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[SinistraInRete] Carlo Formenti: Quelli che la Cina non è socialista

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Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale perché la Cina è socialista, ma è come descrivere il rosso ai ciechi

 

Carlo Formenti: Quelli che la Cina non è socialista

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Quelli che la Cina non è socialista

di Carlo Formenti

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale perché la Cina è socialista, ma è come descrivere il rosso ai ciechi

la via cinese al socialismo.jpgNell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l’Occidente, un libro di imminente uscita (3).

In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto ad esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese.

Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l’approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione.

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Paolo Massucci: La maschera razionale della nuova barbarie

 

 

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La maschera razionale della nuova barbarie

di Paolo Massucci

Nella nostra epoca del tardo capitalismo riemergono, con l’eclissi della prassi e l’apoteosi del profitto privato, inquietanti ideologie irrazionaliste e anti-umaniste.

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XL.jpgNel crepuscolo delle democrazie liberali, dove l’asimmetria tra capitale e lavoro ha raggiunto vette distopiche, l’ideologia dominante smette le vesti rassicuranti del progresso per indossare quelle, apparentemente asettiche, del calcolo statistico. Il presente intervento intende porre l’attenzione su alcuni significativi sviluppi ideologici che accompagnano il processo attuale di concentrazione della ricchezza mai raggiunto nella storia umana, fenomeno questo connesso alla grave crisi della democrazia e delle basi del diritto internazionale, le cui conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Nassim Nicholas Taleb, saggista, filosofo epistemologo libanese-statunitense, nel suo fortunato saggio Antifragile (Il Saggiatore S.r.l., Milano 2024), si erge a vate dell’efficienza del “sistema”, proponendo una visione del mondo che, pur rivendicando una radice ancestrale contro la tecnocrazia, opera una delle più feroci svalutazioni dell’umano mai prodotte dal pensiero contemporaneo.

Ci troviamo di fronte a un bivio epocale: la storia è ancora il terreno della prassi umana o è divenuta un mero processo di ottimizzazione stocastica?

 

Il tramonto di Hegel e la negazione dell’etica kantiana

Il concetto di “antifragilità” – neologismo che indica la proprietà di un sistema di trarre beneficio dal disordine – sposta il baricentro dell’etica dall’individuo al sistema. Siamo qui agli antipodi dell’etica kantiana, che vedeva nell’uomo un fine in sé e mai un semplice mezzo. Per Kant, la dignità umana risiedeva nell’autonomia della volontà e nell’obbedienza a un imperativo categorico che protegge l’universale attraverso il rispetto del particolare. In Taleb, questo rapporto viene invertito e pervertito: l’essere umano è ridotto a pura funzione strumentale per l’efficienza del sistema.

Se il sistema “impara” attraverso l’errore, l’individuo che fallisce decade a pura unità informativa, a scarto necessario affinché l’intero “organismo” possa adattarsi: a un dovere morale verso il singolo si sostituisce un dovere di efficienza verso la struttura.

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Alessandro Scassellati: La grande divergenza: strategie e destini dell’IA tra Cina, USA e UE

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La grande divergenza: strategie e destini dell’IA tra Cina, USA e UE

di Alessandro Scassellati

53b0aa4bb6466bc02a9a539549184945.jpgIl panorama globale dell’IA nel 2026 è segnato da una frattura filosofica e industriale ormai insanabile tra le due superpotenze tecnologiche. Da un lato, gli Stati Uniti hanno consolidato un modello di business definibile “a castello”: un ecosistema chiuso, centralizzato e protetto da altissime barriere d’ingresso economiche, legali e computazionali. Giganti come OpenAI, Microsoft, Amazon, Anthropic e Google vendono l’accesso alla “conoscenza” come un servizio cloud (SaaS), mantenendo un controllo totale sui “pesi” dei modelli (i pesi o weights sono i valori numerici – miliardi di parametri – che un modello ha appreso durante la fase di addestramento; sono, in pratica, la sua memoria e la sua capacità di ragionamento), sugli algoritmi e sui preziosi dati di addestramento. Questo approccio closed-source crea una dipendenza tecnologica globale dai server della Silicon Valley, accentrando il valore economico e decisionale nel cloud, in una sorta di neofeudalesimo digitale dove l’utente è un semplice abbonato e produce dati senza essere retribuito, alla stregua di un servo della gleba (le persone vengono smaterializzate in dati e attraverso la banca dati sono trasformate in segmenti di mercato, in campioni statistici, in archivi diversi interoperabili). I dati di cui i sistemi di IA hanno bisogno spesso non vengono acquisiti con mezzi del tutto leciti, per non parlare di equi. Le aziende che si occupano di IA si appropriano della conoscenza umana, automatizzano i processi lavorativi, li brevettano e poi tentano di rivenderci tutto questo. Il governo statunitense asseconda gli oligarchi della tecnologia per timore di perdere la corsa al vantaggio tecnologico, nonostante la diffusa ostilità dell’opinione pubblica verso i sistemi di IA1.

Dall’altro lato, la Cina ha adottato una strategia “a sciame”, agile e distribuita. Consapevole delle limitazioni imposte dalle sanzioni occidentali sull’hardware avanzato, Pechino ha spinto i propri campioni nazionali — Alibaba, DeepSeek, Huawei — a rilasciare modelli open-weight estremamente efficienti. I modelli open-weight rappresentano una via di mezzo tra i modelli totalmente “chiusi” (proprietari) e quelli puramente open source. Questa scelta non è filantropica, ma tattica: distribuire il “motore” dell’IA permette una diffusione capillare su dispositivi locali (Edge AI), garantendo sovranità dei dati e indipendenza dalle infrastrutture straniere.

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Giacomo Gabellini: Bezrukov: la Russia deve prepararsi a vent’anni di conflitto con l’Occidente

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Bezrukov: la Russia deve prepararsi a vent’anni di conflitto con l’Occidente

di Giacomo Gabellini

1473963.jpgLo scorso 3 giugno, il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo si è aperto sotto una densa colonna di fumo nero provocata dagli attacchi ucraini, che con diverse ondate di droni hanno colpito siti energetici e militari nelle adiacenze della grande città russa.

Gli Uav a lungo raggio ucraini hanno colpito i bersagli alla presenza di circa 20.000 delegati provenienti da 130 Paesi di tutto il mondo, con l’obiettivo di minare urbi et orbi la credibilità del Cremlino.

La vulnerabilità della Federazione Russa, palesata dai continui attacchi ucraini, è stata esaminata nel dettaglio durante una sessione del Forum dedicata alle “principali minacce per la Russia nel secondo quarto del XXI Secolo”. Tra i partecipanti alla discussione figurava Andrej Bezrukov, consigliere dell’amministratore delegato di Rosneft Igor Sechin, docente presso l’università statale di Mosca ed ex colonnello dell’SVR (Služba vnešnej razvedki) è il Servizio di intelligence estero russo) con trascorsi nell’intelligence sovietica.

Durante la lunga carriera nel servizio di sicurezza estero russo, Bezrukov aveva operato sotto copertura negli Stati Uniti con l’identità di Donald Heathfield, prima di essere arrestato dall’FBI e consegnato successivamente a Mosca nell’ambito di uno scambio di agenti segreti con Washington.

Nel suo intervento al Forum, Bezrukov ha dichiarato la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente con l’Occidente che verte non sulla   conquista di nuovi territori, ma sul danneggiamento e/o distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico – condutture energetiche, siti di stoccaggio di petrolio, centrali elettriche, reti di comunicazione, ecc.

Allo stato attuale, ha affermato l’ex ufficiale dell’SVR, la Russia è impegnata in una «guerra strisciante» basata sulla logica dell’attrito che potrebbe degenerare da un momento all’altro, e destinata a protrarsi per decenni plasmando almeno due generazioni di russi che saranno chiamati ad adattarsi se stessi, la società e l’economia nazionale a un clima di belligeranza permanente.

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Antonio Martone: Il fenomeno Vannacci: un PD rovesciato

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Il fenomeno Vannacci: un PD rovesciato

di Antonio Martone

Il paradosso più profondo del nostro tempo risiede nella cecità con cui le classi dirigenti osservano l’emergere di figure come Roberto Vannacci. Liquidare queste parabole politiche sotto le logore categorie del folclore, della parentesi passeggera o del semplice, anacronistico ritorno del fascismo è un esercizio di pigrizia intellettuale che rasenta l’assoluta inconsapevolezza. Peggio ancora quando lo si offende senza argomentare e senza comprendere realmente ciò che dice, né sforzarsi di farlo. In fondo, tutto ciò significa non voler guardare nell’abisso del nostro presente. Queste traiettorie non sono incidenti storici ma i sintomi visibili, i prodotti di laboratorio, di una patologia (fascio)sistemica profonda: rappresentano la risposta inevitabile allo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una duplice tenaglia che da decenni stringe l’Occidente.

Da un lato, la cultura postmoderna ha demolito le grandi narrazioni collettive, i corpi intermedi e i riferimenti valoriali comuni, lasciando l’individuo privo di bussole esistenziali; dall’altro, il neoliberismo più sfrenato ha colonizzato ogni anfratto della vita, riducendo la persona a un atomo isolato, a un consumatore perennemente in competizione all’interno di un mercato universale dove tutto, persino il corpo e le relazioni, viene ridotto a valore di scambio. Il risultato di questo processo è una vera e propria tribalizzazione della società.

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Francesco Piccioni: I “liberali” son più matti di Trump

I “liberali” son più matti di Trump

di Francesco Piccioni

Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.

Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.

Cosa c’è in comune?

Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Tehran. E’ la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.

Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.

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Eliseo Bertolasi: Ucraina, l’ombra del fronte: mentre Kiev chiede aiuti per la svolta, i russi avanzano a Konstantinovka

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Ucraina, l’ombra del fronte: mentre Kiev chiede aiuti per la svolta, i russi avanzano a Konstantinovka

di Eliseo Bertolasi

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali. Secondo quanto riportato sulla testata “Politico” da un alto funzionario ucraino della difesa, questa richiesta punterebbe a sfruttare i presunti vantaggi sulla prima linea del fronte e a intensificare la pressione sulla Russia.

La richiesta di 20 miliardi di dollari verrà presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come “Formato Ramstein”, dove gli alleati organizzano gli aiuti finanziari e militari a Kiev.

Parlando in forma anonima, il funzionario ucraino ha dichiarato: “Tutti possono vedere che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo che bruci ancora di più, ma per questo abbiamo bisogno di finanziamenti”.

La questione è stata sollevata dal ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov e da altri funzionari governativi durante una serie d’incontri coi rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.

A ciascun alleato verrà chiesto un contributo compreso tra 2 e 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi, si tratterà di aiuti o di prestiti.

Il bilancio della difesa dell’Ucraina per quest’anno è fissato a 4.400 miliardi di grivne (85 miliardi di euro), e i 20 miliardi di dollari si aggiungerebbero a tale cifra.

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Marco Gatto: Goffredo Fofi, quando l’eresia è una grammatica

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Goffredo Fofi, quando l’eresia è una grammatica

di Marco Gatto

Goffredo Fofi ha intrattenuto con la rivista «Confronti» un fitto dialogo. Tra il marzo 2019 e il luglio 2025, mese della sua scomparsa, ha tenuto con regolarità tre rubriche, «Ieri e oggi», «Ribelli» e «A squola», nelle quali ha depositato articoli, ritratti, riflessioni d’occasione, ricordi. La forma narrativa breve, mai davvero bozzettistica e sentimentale, bensì ragionativa e orientata all’esplicitazione di una tesi, è particolarmente congeniale a Fofi e costituisce una delle sue cifre autoriali, come dimostrano i numerosi libri di intervento e di militanza (da Prima il pane a Da pochi a pochi, passando per Zone grigie e per il postumo Arcipelago Sud) e i diari come Pasqua di maggio o Quante storie.

BENE HA DUNQUE fatto «Confronti» a raccogliere questi scritti in Controcorrente. Memoria, scuola e resistenza (Edizioni Con Nuovi Tempi, pp. 354, euro 15), un volume che si apprezza anche per le illustrazioni di Doriano Strologo, capaci di accompagnare, in ideale contrappunto, una collezione di settanta pezzi, chiusa da una sentita nota su Fofi a firma di Michele Lipori e di tutta la redazione. Sono presenti in questi ritratti d’autore molte figure decisive per il percorso intellettuale di Fofi: dai «maestri» e modelli – Danilo Dolci, Aldo Capitini, Giuseppe Di Vittorio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro – ai compagni di strada come Giovanni Mottura (assai intenso il ricordo della comune esperienza a Partinico al seguito di Dolci).

Ma emergono anche i nomi di figure dimenticate – Comparetto, sindacalista e agitatore sociale, campione di «fogli di via» – o di «miti d’oggi» (da Che Guevara a Bob Dylan) e di luoghi (Napoli e Firenze), ulteriori tasselli e spunti per una riflessione sui temi della resistenza, della nonviolenza, dell’impegno civile.

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Fabio Vighi: Delirio finanziario e contraddizione immanente

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Delirio finanziario e contraddizione immanente

di Fabio Vighi

data economy2.jpgLa vera contraddizione? Un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con montagne di debito destinate all’intelligenza artificiale.

 

Il delirio

Prendiamo SpaceX. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di appena 18,6 miliardi di dollari. La sua capitalizzazione di mercato? Oltre 2,6 trilioni. Centoquaranta volte tanto. Un rapporto prezzo/fatturato grottesco, che non ha alcun ancoraggio nella realtà produttiva, ma che viene celebrato come genio imprenditoriale. La stessa follia valutativa caratterizza le aziende dell’IA e della nuova “corsa allo spazio”: tutte indebitate, tutte sostenute da un credito che non ha alcuna corrispondenza con la ricchezza effettivamente prodotta. Più che innovazione, un gigantesco delirio collettivo, una folle scommessa su future colonizzazioni spaziali – come se popolare Marte fosse un’alternativa credibile al collasso terrestre! – che qualcuno, prima o poi, pagherà.

Stiamo assistendo a un’inversione storica senza precedenti: un’economia post-produttiva e speculativa che vuole finanziare la trasformazione tecnologica più capitalisticamente dispendiosa dall’epoca dell’elettrificazione. Questo non grazie al plusvalore o ai guadagni di produttività, ma tramite debito creato dal nulla; più debito di quanto sia mai stato emesso nell’intera storia dell’umanità.

Nei prossimi due anni, l’espansione dell’IA e dei data centre richiede 1,8 trilioni di dollari in spese in conto capitale (capex). Morgan Stanley ora prevede che la sola spesa degli hyperscaler (i giganti del cloud computing come Amazon, Microsoft e Google) raggiunga circa 2 trilioni di dollari nel 2026-2027. E il settore tecnologico rappresenta il 20% di tutte le emissioni di obbligazioni investment-grade – il doppio della sua quota storica. Il mercato obbligazionario tradizionale è saturo e le banche sono di nuovo al limite.

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Francesco Coniglione: Le piccole verità e la tirannia del Vero

sinistra

Le piccole verità e la tirannia del Vero

di Francesco Coniglione

Aedo e pubblicoVi sono parole che, quando vengono scritte con la maiuscola, cominciano a emanare una luce sospetta. Verità. Giustizia. Bene. Umanità. Sembrano innalzarsi sopra il fango delle opinioni, sottrarsi alla rissa del mondo, occupare un cielo terso dove tutto è finalmente limpido, ordinato, necessario. Ma proprio in quella maiuscola si annida spesso il primo pericolo: la pretesa che una parola umana, troppo umana, possa diventare il sigillo dell’assoluto.

Nel discorso comune, e talvolta anche nella pubblicistica colta, si ricorre con disinvoltura a queste categorie solenni. Si dice, per esempio, che «il cuore della giustizia è la verità»; e si potrebbe aggiungere, con tono ancora più edificante, che «la disponibilità a riconoscere il vero è la soglia della moralità». Frasi belle, perfette per essere scolpite sul frontone di un tribunale o incise nel marmo di una scuola civile. E tuttavia, come tutte le frasi troppo belle, chiedono di essere interrogate. Perché chi pronuncia la parola “verità” raramente la lascia nuda: quasi sempre la veste con i propri abiti, la educa nella propria lingua, la fa camminare secondo il ritmo della propria storia.

Il filosofo, poi, è particolarmente esposto a questa tentazione. Abituato a trafficare con l’universale, rischia più di altri di credersi non soltanto cercatore, ma interprete autorizzato del Vero; non soltanto amante della sapienza, ma suo notaio, suo araldo, suo funzionario plenipotenziario. Da qui nasce una delle forme più raffinate della superbia intellettuale: parlare in nome del Vero credendo di aver semplicemente deposto la propria voce, quando invece la si è soltanto amplificata e innalzata a misura delle cose.

Il problema, allora, non è soltanto distinguere il vero dal falso, come se la vita umana fosse un fascicolo processuale da riordinare, una disputa da chiudere ristabilendo finalmente “la verità dei fatti”. Certo, vi sono fatti da accertare, menzogne da smascherare, falsificazioni da correggere. Nessuna civiltà può sopravvivere se rinuncia alla differenza tra prova e invenzione, tra testimonianza e calunnia, tra memoria e propaganda. Ma il punto più sottile è un altro: gli esseri umani non abitano soltanto fatti; abitano mondi di senso.

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comidad: La lobby dei creditori prevale perchè non ha bisogno di pensare

comidad

La lobby dei creditori prevale perchè non ha bisogno di pensare

di comidad

C’è una differenza notevole tra le attuali forme di divismo a destra e quelle di una decina di anni fa. Oggi la destra vende “identità”, cioè spaccia sfacciatamente fumo, come i pusher dentro le scuole. Risulta quindi evidente che la destra sta facendo puro intrattenimento e che si sta rivolgendo a un pubblico che non si attende esiti pratici, bensì soltanto una rivalsa in termini di orgoglio; insomma, un Macho Pride al posto del Gay Pride. Alle elezioni europee del 2024 Matteo Salvini ha venduto al suo elettorato un fantoccio identitario, e l’espediente gli ha fruttato al momento oltre mezzo milione di voti; poi il fantoccio gli si è rivoltato contro, ma questi sono cavoli suoi. Nel 2016 invece Salvini sembrava voler fare sul serio e, per capire che ci stava prendendo in giro, occorreva entrare nelle pieghe del suo discorso. Il Salvini di allora parlava infatti di un problema reale come l’euro, cioè di un veicolo di trasferimento di reddito dai poveri ai ricchi, e prometteva una uscita dell’Italia dalla moneta unica se la Lega fosse andata al governo.

L’inganno stava nel risvolto del discorso, cioè nel porre il problema in termini di sovranità, come se la moneta unica ci fosse stata imposta dal perfido straniero. Nel 2018 si è poi scoperto che l’alt a mettere in discussione l’appartenenza (e persino le semplici condizioni dell’appartenenza) dell’Italia alla moneta unica, non proveniva da Berlino, bensì direttamente dal Quirinale.

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Alfonso Gianni: Finanzcapitalismo all’italiana

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Finanzcapitalismo all’italiana

di Alfonso Gianni

Allo stato delle cose nessuno può dire con certezza se al lungo risiko bancario sia subentrata per davvero una pax bancaria. Come vedremo ci sono ancora alcune varianti possibili e caselle da scoprire. Ma quello che è successo in questi ultimi giorni ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto e un altro, o tra una fase dello scontro e un’altra del medesimo, dimostra che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, le crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerra non solo le crea, quindi le subisce, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.

La vicenda italiana si sta incanalando verso un successo per il gruppo Intesa-San Paolo. In un’intervista a un importante quotidiano il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti ha riassunto – a denti stretti – pressappoco così l’epilogo del risiko: nel mercato vince chi paga di più. La stessa cosa veniva spesso ripetuta anni addietro, quando non era banale affermarlo, da Alfredo Reichlin ricorrendo alla locuzione in rima baciata “È l’articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto” per simboleggiare il passaggio al finanzcapitalismo. Di fronte a questa antica potenza, quella del denaro, in qualunque forma essa si presenti, possono assai poco le golden power dei governi, che riescono sì a rallentare i processi, ma non ad arrestarli né far loro cambiare direzione.

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Carlo Galli: Necessità della politica tra destino e possibilità

Necessità della politica tra destino e possibilità

Salvatore Bianco intervista Carlo Galli

Carlo Galli è tra i filosofi della politica più prestigiosi nel panorama internazionale. In un suo recente lavoro intitolato “Tecnica”, per le edizioni il Mulino, ha espresso la tesi che la tecnocrazia non esiste. A comandare sono sempre determinati poteri politici, economici e mediatici che si servono della tecnica a scopo di profitto e dominio. Ora, in occasione dell’uscita del suo ultimo saggio, dal titolo “Necessità della politica”, che verrà discusso con il professor Gennaro Imbriano il prossimo 25 giugno alle ore 18 presso la Feltrinelli di Bologna, gli abbiamo rivolto alcune domande cui ha risposto con la consueta disponibilità.

* * * *

Salvatore Bianco: Nel suo ultimo saggio appena pubblicato da Raffaello Cortina, che si intitola “Necessità della politica”, lei parla di una necessità della politica innanzitutto come produzione di potere inevitabile da parte degli esseri umani in comunità. Potrebbe illustrare questa prima necessità della politica?

Carlo Galli: Ho definito la politica come la umana convivenza vista sotto il profilo del potere. E ho definito kratos, cioè etimologicamente “potere come prevalenza”, il fatto che ogni forma di coesistenza produce e implica potere, e dal potere è resa possibile e mantenuta.

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Fulvio Grimaldi: Generale Vannacci, peggio la toppa o il buco?

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Generale Vannacci, peggio la toppa o il buco?

A che serve e cosa copre il Generale

di Fulvio Grimaldi

Se mettiamo che il generale Vannacci sia la toppa e l’establishment destro-sinistro post-neo-tecnofascista sia il buco, allora è di evidenza solare che il peggio è il sistema rispetto a un Vannacci che non è che un’occasionale epifenomeno di presunta critica, ma di effettivo sostegno.

Ma visto che di peggio qui toccherà occuparsi abbondantemente, a fare una classifica dantesca, peggio di Vannacci ce n’è, eccome. Mi viene subito in mente la combriccola dei “ma quale genocidio!” assembrata l’altra sera dall’impunito Antonino Monteleone nella trasmissione “Filo rosso”. Dopo la quale, resistito per malsanamente vedere fino a che punto si possano spingere nel loro ben-gvirismo sandwichmen “liberal” come Cerno, o Erri De Luca, o Sattanino, o De Bortolis, osservati e commentati con sacrosanta commiserazione dall’unico cervello presente (Borgonuovo, un destro!), si sente il bisogno di fare una doccia. O se non c’è, di scambiarsi d’abito.

Il buco è questo e, rispetto a una toppa così sbrindellata, retrograda, culturalmente analfabeta, ma con le stellette, fa davvero più ribrezzo. Il buco è il sistema. La toppa è quella roba che si presenta come antisistema, che serve a dare l’idea che, dopotutto, qualcosa nella morta gora tossica si muova. Il sistema ha bisogno che ogni tanto arrivi qualcuno che si finga diverso e dia uno scossone. Che poi non è altro che un’operazione di riassestamento.

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