Negli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa.

Andrea Daniele Signorelli: L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale
L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale
di Andrea Daniele Signorelli
Negli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già bruciato tutto il budget annuale destinato all’intelligenza artificiale. Una situazione simile si è verificata anche dalle parti del gigante dei supermercati Walmart, che ha introdotto in tutta fretta un limite all’utilizzo dei large language model da parte dei suoi dipendenti.
Un’azienda rimasta anonima avrebbe invece speso 500 milioni di dollari in un solo mese a causa dell’utilizzo sfrenato di Claude da parte dei suoi dipendenti, mentre persino un colosso come Meta ha imposto dei limiti all’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale generativa, come hanno fatto anche Amazon, AT&T, Brex e numerose altre società.
Che cos’è successo? Non eravamo nell’epoca del tokenmaxxing, ovvero la gara a chi usa di più l’intelligenza artificiale all’interno delle aziende? Per capire come mai la situazione sia cambiata così rapidamente basta sapere che, nel corso della prima metà del 2026, OpenAI e Anthropic hanno entrambi cambiato le condizioni dei contratti aziendali: non più una tariffa fissa anche per usare i loro sistemi più avanzati e specialistici, ma una tariffa a consumo – basata sulla quantità di “token” elaborati dai vari ChatGPT Codex, Claude Cowork e altri ancora – che ha fatto esplodere i costi in maniera imprevista.
E così, praticamente da un giorno all’altro, i token – oggetto fino a poco fa noto soltanto agli addetti ai lavori – sono diventati uno degli argomenti più discussi dai manager di mezzo mondo. A questo punto, fermiamoci un secondo: che cosa sono i token?
Che cosa sono i token, i mattoni alla base dei large language model
In sintesi estrema, i token sono l’unità di testo fondamentale che i modelli linguistici elaborano quando leggono,
Osservatorio Repressione: Vannacci, il prodotto politico del capitale
Vannacci, il prodotto politico del capitale
di Osservatorio Repressione
Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.
Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno soltanto l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.
L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.
Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.
La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.
Come ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.
Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie.
Giuseppe Gagliano: Quando una tregua diventa una resa dei conti strategica
Quando una tregua diventa una resa dei conti strategica
di Giuseppe Gagliano
Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non può essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all’intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma ridefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell’intero Medio Oriente.
La formula scelta da Teheran è significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l’accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull’intero sistema di combustione mediorientale.
Il punto è politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull’energia, sui mercati e sulla sicurezza dei propri alleati. L’Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo l’accordo nasce già dentro una doppia narrazione: per Washington è il ritorno della diplomazia; per Teheran è la conferma che l’avversario è stato costretto a trattare.
Il Golfo come teatro della nuova diplomazia coercitiva
Il Golfo Persico non è mai soltanto una regione. È una leva dell’economia mondiale. Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilità dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.
Chris Hedges: Da Gramsci ai cabaret nazisti: l’inganno della risata che ci sta portando alla dittatura
Da Gramsci ai cabaret nazisti: l’inganno della risata che ci sta portando alla dittatura
di Chris Hedges*
I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l’élite “illuminata e colta”, e loro, il “cesto di deplorevoli” da deridere e disprezzare.
Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi multinazionali o l’industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico – che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l’alienazione che nutrono il fascismo.
Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente. Invocava invece un “sarcasmo appassionato” capace di prendere di mira i reali meccanismi del potere.
Luciano Vasapollo: Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione
Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione
di Luciano Vasapollo
Mentre i grandi media occidentali continuano a raccontare Cuba come un Paese al collasso, incapace di trovare una via d’uscita dalle difficoltà economiche, dall’Avana arriva in questi giorni un messaggio politico di straordinaria importanza. Non il linguaggio della resa, non quello dell’abbandono dei principi della Rivoluzione, ma la ricerca di nuove forme di sviluppo socialista in condizioni eccezionali, determinate da un blocco economico che il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito ancora una volta un “feroce blocco imperialista”.
Chi sperava di vedere la Rivoluzione piegarsi sotto il peso delle sanzioni si trova oggi di fronte a una realtà diversa. Cuba discute, innova, corregge errori, introduce trasformazioni profonde, ma continua a difendere la propria sovranità. È questo il significato politico delle dichiarazioni rese da Díaz-Canel e del Plenum straordinario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.
Particolarmente significativa è la frase con cui il presidente cubano sintetizza la filosofia delle nuove misure economiche: “insieme possiamo promuovere produttivamente il Paese, creare ricchezza e distribuire tale ricchezza con giustizia sociale”. Non si tratta della ricerca del profitto come fine, ma della creazione di ricchezza per garantire equità, diritti sociali e protezione dei più deboli.
Luca Casarotti: Carlo Ginzburg nel momento del pericolo
Carlo Ginzburg nel momento del pericolo
Un saluto al maestro (1939 – 2026)
di Luca Casarotti*
«Nell’autunno del ’71 decidemmo di riunire i nostri studenti e di organizzare con loro dei seminari. In uno di questi proponemmo di leggere il Trattato utilissimo del beneficio di Giesù Cristo crocifisso verso i cristiani […]
Ci sedevamo a un tavolo da gioco dove le carte erano in parte già state distribuite, e le regole fissate: il piacere del gioco s’identificava per noi con la possibilità d’introdurre nella partita carte impreviste. Naturalmente, non potevamo barare, nel senso che le regole comunemente ammesse dalla corporazione degli storici ce lo impedivano: per esempio, non potevamo falsificare dei documenti».
Cosa che a un romanziere, all’opposto, è lecito e a volte necessario fare.
Si è detto più volte che per ideare la terza parte del nostro romanzo d’esordio Q fu cruciale Giochi di pazienza, il libro in cui Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi resero conto di quel celebre seminario su un misterioso libro del Cinquecento. Nel 2019, proprio insieme ai due storici celebrammo il ventennale del romanzo.
Chiara Tinnirello: Tornare umanistici
Tornare umanistici
di Chiara Tinnirello
Chi avrebbe mai detto solo vent’anni fa che degli studi umanistici potessero divenire cruciali in un’era di verosimiglianze, di mescolanza tra autentico e inautentico, vero e falso? In balia dei flutti le trame dello Zeitgeist si mostrano sfibrate anzitempo. Lo attraversiamo su una barca consegnata alla risacca, il va e vieni delle onde sfrangia la cronaca, i programmi, le nostre previsioni. Intanto prosegue il livellamento della cultura per obliterare progetti egemonici. Con ostinazione suggeriamo ai nostri figli di studiare discipline spendibili sul mercato quasi fosse la soluzione a tutto: trovare un lavoro, essere al passo con il mondo contemporaneo, contribuire al progresso globale. Questa smania deriva dall’investimento del capitalismo finanziario sulle tecnologie dell’informazione per esercitare il suo controllo sui nostri bisogni. Tra queste spicca l’intelligenza artificiale generativa diventata in pochi anni oggetto di una fiducia incondizionata che la sta conducendo verso la sua nemesi. Non sto esaminando programmi avanzati come Claude. Penso invece al nostro armeggiare quotidiano con pc e smartphone chiedendo supporto alle chat per ogni minimo dubbio, compito, incombenza.
Eccoci gettati sulla spianata dei calcolatori e dei detector antiplagio fatti sempre con l’IA. Oggi non possiamo più scrivere nulla senza temere di essere presi per dei copiatori. Sono bastati pochissimi anni di ChatGPT, e affini, per finire in una fratta di controlli incrociati per attestare che uno scritto, un libro, un articolo, persino una relazione tecnica, giuridica o un’immagine siano opera esclusivamente umana. I risvolti di questo processo di autenticazione capovolta sono grotteschi. Siamo caduti in Una celia infinita direbbe Wallace.
Carlo Formenti: Oltre l’Occidente (uno)
Oltre l’Occidente (uno)
di Carlo Formenti
Tanto tuonò che piovve. Annunciato più volte su queste pagine, esce finalmente, per i tipi di Meltemi, “Oltre l’Occidente”, l’opera in due volumi cui Alessandro Visalli e il sottoscritto hanno dedicato una quota significativa del proprio tempo negli ultimi due anni. Il primo volume Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, è da oggi in libreria, il secondo, Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova era, seguirà fra circa tre settimane. Qui di seguito anticipo la mia Introduzione al primo volume, scritto da Visalli, a suo tempo anticiperò l’Introduzione di Visalli al secondo volume, scritto da me.
* * * *
Introduzione
Quello che state leggendo è il primo volume di un’opera a due mani atipica. Preso atto della difficoltà di uniformare stili di scrittura e modalità espositive, abbiamo deciso di dividerci il lavoro nel seguente modo: ognuno di noi ha scritto un proprio saggio, impegnandosi a introdurre quello dell’altro. Si potrebbe obiettare che non si tratta di un lavoro a due mani, bensì di due libri distinti. Non è così. Non solo il tema, come testimonia il titolo comune, è lo stesso, ma il fitto scambio di stesure provvisorie, osservazioni critiche e suggerimenti ha contribuito a rendere complementari i due testi, sia pure al prezzo di alcune ridondanze, che non scadono a semplici ripetizioni ma arricchiscono gli stessi argomenti di dettagli e sfumature, partendo da angolazioni diverse. Del resto il tema, sintetizzato dal titolo, Oltre l’Occidente, è così ambizioso e complesso, oltre che di scottante attualità, che ci ha obbligato a fare i conti con una vasta mole di analisi e teorie di storici, filosofi, sociologi, economisti e politologi, oltre a riprendere e approfondire i saggi che ognuno di noi ha pubblicato in anni recenti1. Il tutto associato alla consapevolezza che il risultato sarebbe stato, più che un insieme di tesi compiute, un catalogo di ipotesi, interrogativi e suggestioni sul futuro di un mondo che sta attraversando una crisi catastrofica che rischia di precipitare in una Terza guerra mondiale.
Nicola Bielli: Clara Mattei: “L’austerità è una guerra di classe permanente”
Clara Mattei: “L’austerità è una guerra di classe permanente”
Il capitalismo, la crisi sociale e la de-democratizzazione dell’economia
di Nicola Bielli
Per la Prof.ssa Clara Mattei il capitalismo contemporaneo non è un sistema in crisi a causa di errori occasionali o cattive decisioni politiche. La crisi stessa – la precarietà diffusa, la compressione dei salari, la crescita della disuguaglianza, l’impoverimento del lavoro – rappresenterebbe il funzionamento normale dell’ordine economico moderno. L’austerità, in questa lettura, non sarebbe un incidente della storia economica recente, ma uno strumento strutturale di governo.
Nel lungo intervento pronunciato durante il festival politico-culturale Costituzione 2023 a San Daniele del Friuli , dedicato alla critica economica e sociale, l’economista italiana ha esposto una ricostruzione storica e teorica radicale: le politiche restrittive adottate negli ultimi decenni non sarebbero state progettate per risolvere le crisi, ma per gestirle a vantaggio del capitale, disciplinando il lavoro e limitando il potere democratico sulla sfera economica.
L’idea che attraversa tutto il discorso è semplice quanto dirompente: l’economia non è mai neutrale. Dietro ogni scelta fiscale, monetaria o industriale esistono rapporti di forza sociali, interessi di classe e precise decisioni politiche.
Mattei apre la sua analisi partendo dalla realtà italiana, che descrive come un laboratorio avanzato delle trasformazioni del capitalismo occidentale. I dati sulla distribuzione della ricchezza vengono definiti “agghiaccianti”. Una quota minima della popolazione concentra ormai patrimoni enormi, mentre milioni di persone sperimentano povertà assoluta, precarietà lavorativa e perdita di potere d’acquisto. L’elemento che più colpisce l’economista è il carattere simultaneo di questi fenomeni: mentre aumenta il numero dei lavoratori poveri, cresce anche il numero dei super-ricchi.
Secondo Mattei, questo non rappresenta una contraddizione del sistema, ma il suo esito logico. I profitti crescono proprio perché diminuisce la quota di ricchezza destinata al lavoro. La compressione salariale, l’indebolimento sindacale e la precarizzazione dell’occupazione non sarebbero quindi anomalie temporanee, bensì condizioni necessarie per mantenere elevati livelli di accumulazione del capitale.
Eros Barone: Insegnare filosofia: dalla storia alla logica e ritorno
![]()
Insegnare filosofia: dalla storia alla logica e ritorno
di Eros Barone
In un articolo pubblicato dal Foglio Mauro Piras, membro della commissione ministeriale per la stesura delle nuove Indicazioni nazionali per la filosofia, difende l’approccio logico-problematico allo studio di questa disciplina, che caratterizza in modo prevalente tali Indicazioni. Sennonché, come è stato giustamente osservato, il rischio è che l’approccio per problemi si risolva progressivamente, anziché nella complementarità, nella sostituzione del metodo storico con il metodo fondato, per l’appunto, sui problemi. E il rischio è tanto maggiore quanto più ridotto sarà il tempo effettivo di insegnamento/apprendimento dedicato alla filosofia nella prospettiva incombente della introduzione di una durata quadriennale dei licei, cui si sommano le ore dedicate all’educazione civica, alla formazione scuola-lavoro, ai progetti e così via con l’inevitabile effetto di ridurre le ore di filosofia. L’esortazione a fare meno ma meglio, la centralità della lettura dei testi filosofici e l’immancabile critica alla lezione frontale, che vengono espresse nell’articolo citato, appaiono allora come le foglie di fico del buon senso destinate a coprire la vergogna di un programma che pretende di racchiudere la storia della filosofia in un arco biennale che parte da Talete e arriva a Nietzsche.
Dal canto mio, condivido con Piras l’esigenza di rivalutare la filosofia come tecnica argomentativa, ma non so se egli si renda conto che anche l’argomentazione ha un limite e che il ragionamento filosofico è tenuto a fare i conti con il pungolo, talora paralizzante e talaltra stimolante, dello scetticismo. Osservo, a tale proposito, che un insegnante di filosofia che non presti la debita attenzione allo scetticismo antico (i dieci tropi di Enesidemo, i cinque tropi di Agrippa e l’autofagia del dubbio di Sesto Empirico), oltre che allo scetticismo moderno (Hume), ha le armi spuntate nel far valere i “contenuti di verità” che pure sono presenti nelle tesi filosofiche. È infatti nel conflitto tra scetticismo e dogmatismo – conflitto sostanzialmente irrisolvibile, se non con il ricorso a quella ‘logica maior’ che è la dialettica – che va ricercata la ineludibile emergenza della dimensione storica in quanto dimensione sia cronologica che teoretica nell’insegnamento/apprendimento della filosofia. La stessa giustificazione aristotelica, via argomento elenctico, di un cardine del pensiero logico e scientifico quale è il principio di non contraddizione implica, come è noto, il ricorso alla dimensione temporale.
Dante Barontini: Tocca a Vance sedare Israele: “Siamo noi a tenerti in piedi…”
Tocca a Vance sedare Israele: “Siamo noi a tenerti in piedi…”
di Dante Barontini
Il boss ha infine gridato un comando verso il botolo ringhioso che azzanna tutti. Non è secondario analizzare il contenuto dell’ordine, i punti di forza che rendono il comando più “autorevole” del solito ed anche il fatto che l’avvertimento non sia stato affidato a “Taco” Trump – Trump always chickens out, ovvero Trump fa sempre marcia indietro – ma al suo vice, J.D Vance.
Il quale, narrano le indiscrezioni di palazzo circolanti da diversi mesi, era decisamente scettico sulla necessità di far guerra all’Iran, o per lo meno sulle modalità che sono state scelte. Oltre che – particolare forse ancora più importante – notevolmente lontano dal pantano puzzolente degli Epstein files.
Mentre tutto il mondo constatava che il memorandum of understanding” firmato con Tehran rappresenta di fatto un notevole cedimento statunitense, l’interrogativo principale riguardava come avrebbe Israele impedito che le intenzioni di pace si traducessero in accordo vero e proprio.
Non “se”, ma “quando e come”. L’occupazione del Libano resta in piedi, i raid mirati o intimidatori anche, la minaccia di fare sfracelli ancora più estesi – con qualche problema, vista la resistenza di Hezbollah – davano già a Tel Aviv la possibilità di mandare a monte i sessata giorni di negoziato sui dettagli del memorandum. Eventualmente, cominciavano già a dire apertamente i genocidi sionisti, si sarebbero incaricati direttamente loro di continuare la guerra contro l’Iran.
coniarerivolta: Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni
Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni
di coniarerivolta
Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale europea, il luogo istituzionale in cui l’austerità viene declinata in prescrizioni puntuali rivolte a ciascun Paese.
Il Governo Meloni si è presentato a questo appuntamento in mutande. Col fucile puntato dagli Stati Uniti di Trump, che hanno imposto nell’ambito della NATO un aumento della spesa militare, e tra le grida di dolore del capitalismo italiano, sempre più schiacciato tra la concorrenza internazionale e il rialzo dei costi dell’energia e dei carburanti, con un livello dei salari interni talmente basso da non lasciare più margini significativi di ulteriore compressione.
Con la finanziaria per il 2026, nel goffo tentativo di servire i tre padroni della NATO, dell’Unione europea e di Confindustria, il Governo Meloni ha provato, attraverso una serie di artifici contabili, a migliorare la situazione cosmetica dei conti pubblici del 2025. L’obiettivo era duplice: da un lato erogare minime mance al padronato nazionale, dall’altro uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo dell’Unione europea. Una procedura che limita fortemente ogni aumento della spesa pubblica, tanto quella necessaria a onorare gli impegni assunti verso gli Stati Uniti sul riarmo quanto quella che il Governo vorrebbe utilizzare nella prossima legge di bilancio, in vista delle elezioni politiche del 2027.
Gigi Roggero: Lettera a una professoressa
Lettera a una professoressa
di Gigi Roggero
La scuola volge al termine, ma i bilanci sembrano riguardare solo gli studenti, tra ansia della media matematica e perdita di senso di ciò che studiano. A non essere quasi mai toccata da bilanci è la scuola in quanto tale, il suo funzionamento, i suoi obiettivi: non vengono messi in discussione coloro che delle sorti della scuola decidono, i dirigenti scolastici che la vogliono gestire managerialmente, e neppure gli insegnanti, che sfogano spesso le loro frustrazioni verso gli studenti, appunto. Continuando il dibattito già avviato su Machina, Gigi Roggero squarcia il velo dell’ipocrisia e parte proprio da qui, da professori e professoresse.
* * * *
Gentile professoressa,
l’anno scolastico volge al termine e con esso le fatiche, è dunque tempo di bilanci. Da ex insegnante so che le fatiche non sono tanto legate all’orario lavorativo, di cui pure i docenti tendono spesso a lamentarsi: 18 ore settimanali a scuola, anche aggiungendoci i corollari burocratici, la preparazione delle lezioni, i compiti da correggere, non sono propriamente paragonabili alle imprese di Stachanov nelle miniere di carbone.
Geraldina Colotti: Dalla rivoluzione bolivariana alla realpolitik, con il potere popolare che resiste
Dalla rivoluzione bolivariana alla Realpolitik, con il potere popolare che resiste
di Geraldina Colotti
Contraddizioni, resistenze e prospettive di un Paese che continua a cercare un equilibrio tra istituzioni e protagonismo collettivo
Il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha formalizzato, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il rinnovo dello “Stato di Commozione Esterna” per un periodo di 90 giorni. La misura, adottata in precedenza da Maduro, ha completato l’iter costituzionale con la ratifica dell’Assemblea Nazionale e il controllo di legittimità della Sala Costituzionale del TSJ. Non è il rinnovo di un atto burocratico di routine, ma il prosieguo della risposta istituzionale allo scenario inedito e critico apertosi il 3 gennaio 2026. In quella data, il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della moglie, la deputata Cilia Flores, avvenuto a Caracas per mano di truppe speciali statunitensi, ha impresso una frattura profonda nella continuità dello Stato. Da quel momento, il Venezuela non opera più in una dimensione politica convenzionale: è entrato in una fase cinetica in cui ogni decisione del governo incaricato — dalla gestione delle infrastrutture strategiche alla politica estera — è una risposta obbligata a un attacco che ha colpito il vertice dell’autorità nazionale. Il decreto di rinnovo, che conferisce all’Esecutivo facoltà eccezionali, inclusa la militarizzazione dei nodi strategici degli idrocarburi e la facoltà di requisizioni per la difesa, fotografa uno Stato in trincea.
Come il precedente, il decreto rinnovato ora non indica un’emergenza proclamata per comprimere il dissenso, ma una condizione imposta dall’esterno, in cui la salvaguardia della sovranità si gioca sul filo di una sopravvivenza che ha trasformato la gestione politica in una crisi di sicurezza permanente.



