La delibera del CSM dell’11 giugno individua undici procure distrettuali in aree considerate ad alta densità mafiosa, quasi tutte nel Mezzogiorno, con la sola eccezione di Roma.
Un provvedimento importante nella lettura istituzionale del fenomeno mafioso, che però rischia di trasmettere un messaggio distorto: quello di un problema confinato principalmente al Sud del Paese.
In realtà, le inchieste, i dati e i processi raccontano altro.
Negli ultimi vent’anni le organizzazioni mafiose hanno profondamente trasformato le proprie modalità di azione, radicandosi in nuovi territori e infiltrandosi nell’economia e nella società. Lo dimostrano anche alcuni processi nei quali Libera si è costituita parte civile, come il processo Idra a Milano e i procedimenti in Veneto ed Emilia-Romagna.
Sono segnali chiari di un fenomeno in continua evoluzione, che si intreccia sempre più con dinamiche corruttive opache.
Per questo, nei giorni scorsi, abbiamo promosso flash mob e iniziative pubbliche nelle principali città del Centro e del Nord Italia per richiamare l’attenzione sulla presenza delle mafie anche in questi territori e sulla necessità di leggerne le trasformazioni.
Perché riconoscere le mafie solo dove fanno più rumore significa non accorgersi di dove sono più radicate e producono più danni.
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