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[SinistraInRete] La redazione di Politico cestina una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

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Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

 

Redazione: Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

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Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

di Redazione

Lavrov nuova 720x300.jpgIl livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

E’ accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché i siti americani Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.

In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.

Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. E’ inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.

Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.

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Mision Verdad: Come interpretare la realtà politica del Venezuela dopo il 3 gennaio?

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Come interpretare la realtà politica del Venezuela dopo il 3 gennaio?

di Mision Verdad

mvirtyihLa realtà venezuelana dopo il 3 gennaio sfugge a interpretazioni binarie o moralistiche. È, soprattutto, uno scenario di sopravvivenza dello Stato in cui potere, coercizione e adattamento pragmatico ridefiniscono le regole del gioco.

Per comprendere questa riconfigurazione, il realismo politico di Hans Morgenthau offre un quadro di riferimento insostituibile: la sua opera sostiene che il realismo “riconosce il significato morale dell’azione politica, ma afferma che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati in termini astratti; piuttosto, devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete di tempo e luogo”.

Da questa premessa, l’obbligo centrale di un governante è proteggere la sopravvivenza e gli interessi vitali del proprio Stato, il che spesso lo costringe a dare priorità alle decisioni pragmatiche rispetto ai postulati ideologici. Le azioni devono essere calibrate in base alle minacce, alle risorse disponibili e alle circostanze specifiche. Morgenthau l’ha formulata come la sua terza regola del realismo: l’interesse nazionale a preservare la sovranità e la continuità dello Stato è permanente, ma le sue espressioni sono dinamiche e si trasformano a ogni cambiamento negli equilibri di potere. Le coordinate che governano le azioni del governo venezuelano, il riorientamento della strategia statunitense e la ritirata dell’opposizione sono manifestazioni di una logica classica: l’interesse nazionale alla sopravvivenza è permanente, ma le sue forme mutano in base agli equilibri di potere.

Anche le chiavi per comprendere la complessa realtà venezuelana si stanno riconfigurando, di pari passo con la ristrutturazione che il Paese sta attraversando dopo gli eventi del 3 gennaio. Il quadro concettuale e il sistema di coordinate che hanno guidato le decisioni del governo venezuelano e del consiglio presieduto dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez sono stati caratterizzati da una flessibilità e un pragmatismo chiaramente condizionati dal contesto. Per comprendere questa dinamica, è necessario osservare non solo Caracas, ma anche l’intero insieme di attori e forze che interagiscono sulla scena politica.

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Leonardo Sinigaglia: Quando la realtà smaschera la finzione: la debacle USA contro l’Iran

lantidiplomatico

Quando la realtà smaschera la finzione: la debacle USA contro l’Iran

di Leonardo Sinigaglia

Nel 1946, Mao Zedong definì l’imperialismo statunitense una “tigre di carta”. Nel 2022, lanciando l’Operazione militare speciale, il presidente Putin si riferì agli USA come “l’impero della menzogna”. Queste due descrizioni si potrebbero sintetizzare in una terza, quella di “impero della narrazione”. 

Gli Stati Uniti basano infatti il proprio potere, prima che sulla violenza e le misure coercitive, sulla diffusione dell’idea del loro essere onnipotenti e indispensabili. Sono le catene mentali imposte dall’egemonia di Washington nelle nazioni da essa controllate a fungere da primo ostacolo in qualsiasi processo di liberazione. 

D’altronde, vista la base economica dell’imperialismo economico statunitense, non potrebbe essere altrimenti. Il sistema capitalista contemporaneo non si basa sulla realtà oggettiva della produzione e dell’economia reale, ma sull’irrealtà di una finanza ormai slegata da qualsiasi processo produttivo e ridotta alla mera speculazione tramite la creazione “dal nulla” di ricchezze virtuali e inesistenti. Un grande gioco di specchi dove a definire la “realtà” percepita non è il dato materiale, ma la narrazione proposta dai vari attori. Bastano alcune frasi su X del presidente degli Stati Uniti, per quanto palesemente distanti da qualsiasi descrizione veritiera della realtà, per provocare importanti movimenti capitale. Ci si comporta “come se” la narrazione fosse vera, perché all’interno del sistema capitalista fondato sull’egemonia di Washington, è la narrazione a definire la realtà. 

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WS:Il doppio inganno

italiaeilmondo

Il doppio inganno

di WS

In questo articolo Simplicius cerca di razionalizzare l’ attuale andamento della guerra in Ucraina che la solita macchina propagandistica occidentale ora vorrebbe venderci addirittura non più come uno “stallo” ma addirittura come una “ opportunità” per imporre alla Russia la sconfitta strategica programmata con questa “guerra ”.

In pratica sembrerebbe che il “pendolo “ dell’ “Impero occidentale”, dopo l’ evidente “battuta d’arresto” nel golfo si stia nuovamente concentrando sulla pratica “russa” dopo averla “contenuta” con lo “spirito di Anchorage” e più strettamente avvolta con la “cintura turca” nei “balcani caucasici”.

E detta così la cosa suonerebbe addirittura minacciosa per la Russia con il sempre più forte coro dei “nazionalisti” russi ad invocare di rompere questo “ cerchio” ripristinando “ la deterrenza che non c’ è” ( argomento su cui scrissi diversi mesi fa qualcosa qui ) con atti eclatanti se non addirittura strategicamente sconsiderati.

Ma se la cosa viene considerata più freddamente, come cerca di fare Simplicius, le conclusioni sono diverse; non c’ è nessuna “ crisi russa” sebbene sia sempre più evidente che la Russia sia coinvolta in una guerra da cui non può uscire.

E per capirlo bisogna innanzitutto partire dalle vere cause di queste “ crisi” , o per meglio dire di questa “ guerra mondiale a tranci ( congelabili)”. E la causa è una sola: Il sistema finanziario su cui si basa l’ impero americano sta per essere sommerso da un debito impagabile e gli “gnomi” che lo detengono hanno sempre più bisogno di una “guerra mondiale” per giustificare il LORO “non ti pago” restando non solo “in sella” ma cogliendo anche altre opportunità “ accessorie” che ne deriverebbero. Fermare Cina ad esempio; la definitiva liquidazione dell’ Europa.

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Alessandro Volpi: Debiti, Dollaro e bolle: le crepe dell’impero americano

megachip

Debiti, Dollaro e bolle: le crepe dell’impero americano

di Alessandro Volpi

Debito record, dollaro in ritirata, industria stagnante e mercati in una fragile euforia. Sei numeri raccontano la fragilità crescente degli Stati Uniti e i rischi globali di una transizione imperiale

La pericolosità degli Stati Uniti sta in alcuni numeri molto espliciti. Ne ho già scritto ma voglio provare a metterli in fila con chiarezza.

1) Il debito federale è ormai vicino ai 40 mila miliardi di dollari. Il costo annuo degli interessi è di 1200 miliardi di dollari. I rendimenti dei titoli decennali sono superiori al 4,5. L’assicurazione contro il rischio di insolvenza del debito degli Stati Uniti è la più costosa tra quelle per i debiti dei principali paesi del mondo. I compratori esteri del debito Usa sono scesi al 25% del totale e le aste vedono una domanda non molto più ampia dell’offerta, per cui è fondamentale l’intervento delle banche americane che sono però imbottite di titoli che valgono sempre meno. Oggi il debito pubblico americano è pari al 40% del debito pubblico globale.

2) Il dollaro ha perso l’11% rispetto ad un paniere di valute globali e continua a registrare una tendenza la ribasso che non è giustificata solo con la volontà dell’amministrazione statunitense di favorire le esportazioni con una moneta debole, ma ha a che fare con una crisi di credibilità internazionale. La percentuale di asset in dollari delle banche centrali del pianeta è crollato a poco più del 50% e nel caso dei fondi sovrani è sceso ulteriormente al 48%.

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Fulvio Grimaldi: La patria dei patrioti.Terre e vite di troppo

 

 

mondocane

La patria dei patrioti.Terre e vite di troppo

di Fulvio Grimaldi

fmòmbdòhttps://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__la_patria_dei_patrioti_terre_e_vite_di_troppo/58662_67613/

In questi video ci sono due appelli contro il biocidio deciso dalla maggioranza di questo governo di patrioti e difensori della Nazione. Una delle componenti della cittadinanza di questa Nazione, quella bipede che viene impegnata nelle missioni e guerre NATO, è già stata programmata a uccidere e farsi uccidere in operazioni di messa a tacere di altri popoli. Soluzione welfare ai problemi esistenziali dei 6 milioni di poveri, del 25,4% della cittadinanza a rischio di povertà e dei sei milioni che non hanno neanche i soldi per il ticket.

Esentate da una brutale patrimoniale, le 50.000 persone più ricche del paese, il cui patrimonio è soltanto raddoppiata dal 1995, contribuiranno con le loro tasse all’adeguato armamento di coloro che saranno sfuggiti alla povertà assoluta grazie all’ufficio di collocamento NATO. A questa bisogna li sta già preparando l’alternanza scuola-Forze Arnate predisposta dal ministro Valditara. L’altra, quella che garantisce la sopravvivenza e il futuro di tutto il resto, l’hanno sistemata con due leggi: una sulle terre da abbandonare e l’altra, un ddl, sulla caccia.

Per inciso, va detto che a quest’ultimo ha voluto subito plaudire, anticipandone il risultato, nientemeno che Donald Trump jr, confermatosi degno figlio del trombone bombarolo. Lo si è visto sulla laguna veneta mentre, in mimetica, stivaloni e carabina, con altri yankees dava la caccia ad anatre e specie avicole rare, di cui, come poi dichiarava ai microfoni, manco sapeva cosa fossero. Che confluenza di amorosi intenti tra la nostra capa legislatrice e il pargolo di colui che suole…implorare!

 

Il “Liberi tutti”

Di quest’ultima vi cito un riassunto come l’ha proposto, in un drammatico e lacerante video, Giovanni Storti del trio Aldo Giovanni e Giacomo.

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Gianandrea Gaiani: NATO e UE continuano a raccontare la favola della vittoria ucraina

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NATO e UE continuano a raccontare la favola della vittoria ucraina

di Gianandrea Gaiani

1466995.jpgI russi avanzano ma nessuno lo dice. Alcune delle ultime roccaforti ucraine nel Donbass stanno cadendo mostrando i limiti di una strategia incentrata sulla difesa di ogni metro di territorio basata sul trasformare ogni cittadina in una roccaforte (già cara alla Wehrmacht sul Fronte Orientale) che porta a guadagnare tempo al prezzo dell’annientamento dei reparti.

Eppure, politica e media in Europa raccontano l’opposto. “La situazione sta cambiando per l’Ucraina. Stiamo vedendo che sta tenendo duro e sta persino recuperando terreno, almeno in parte” ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e impegnata a mostrare una compattezza del fronte occidentale che sta invece evaporando.

Sulla stessa linea il cancelliere Frederich Merz, alla testa delle nazioni UE baltiche e scandinave in prima linea nel sostenere il confronto con la Russia e impegnato a quanto sembra a scongiurare (o rimandare) ogni ipotesi di dialogo tra Bruxelles e Mosca.

Secondo Merz, la Ue dovrebbe concentrarsi sul raggiungimento di una posizione comune che guidi i futuri negoziati di pace con la Russia, piuttosto che su chi debba parlare al momento opportuno. Il cancelliere ha sottolineato anche l’importanza del formato E3 (Germania, Francia e Regno Unito) per il coordinamento degli sforzi europei, che, ha affermato, è stato un “esplicito desiderio dell’Ucraina”.

Un formato criticato apertamente dalla Polonia, in piena crisi politica e diplomatica con Kiev. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha criticato il ruolo che si è ritagliato l’E3 nei colloqui sulla guerra in Ucraina.

“Tra il Mar Nero, il Mar Baltico e l’Adriatico vivono 120 milioni di persone nell’UE; se si aggiunge la Scandinavia, si arriva a 150 milioni di persone che sono minacciate dall’aggressione russa in modo molto più diretto rispetto alla Germania”, ha affermato alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung.

“Noi siamo vicini sia della Russia che dell’Ucraina, voi in Germania no“, ha continuato proponendo di “seguire la via delle istituzioni previste dai trattati dell’Ue, come il presidente del Consiglio europeo”. Oppure si dovrebbe lavorare a una “coalizione dei volenterosi” che rappresenti il continente nei negoziati.

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Gaetano Colonna: Chi finanzia la guerra di Israele?

Chi finanzia la guerra di Israele?

di Gaetano Colonna

 

Nel mondo contemporaneo non bisogna mai dimenticare l’antico adagio britannico: “Follow the money” (segui i soldi), per capire come vanno davvero le cose. Può essere veramente utile a questo scopo riprendere i dati che Profundo, società di ricerca sulla sostenibilità (nelle sue diverse accezioni), ha condiviso con il periodico online Middle East Eye. Partiremo da qui per un approfondimento della questione.

 

Guerra, banche e fondi di investimento

Un conflitto moderno, come quello che Israele sta sviluppando in Medio Oriente dal 2023, ha infatti bisogno di soldi, tanti soldi: per trovarli, gli Stati ricorrono all’emissione di obbligazioni, titoli finanziari offerti al mercato per ottenere in questo modo, ovviamente indebitandosi, le risorse economiche necessarie per condurre un conflitto.

Solo tra il 7 ottobre 2023 e il gennaio 2025, sono stati emessi titoli di Stato israeliani per un valore di 19,4 miliardi di dollari, attraverso un pool di sette banche d’investimento internazionali: Goldman Sachs guida il gruppo con 7,2 miliardi di dollari, seguita da Bank of America (3,6 miliardi), Citigroup (2,9), Deutsche Bank (2,5), Bnp Paribas (2,0), JPMorgan Chase (0,69) e Barclays (0,5).

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Mario Sommella: La stanza vuota

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La stanza vuota

di Mario Sommella

Egemonia culturale, potere algoritmico e la posta in gioco del presente

Da qualche tempo la destra italiana ha riscoperto Gramsci. Lo cita, lo rivendica, lo brandisce come una parola d’ordine: egemonia culturale. In un recente intervento, «Gli apprendisti stregoni dell’egemonia culturale», Francesco Coniglione ha smontato con precisione questa pretesa, mostrando come essa scambi la cultura per un palazzo da espugnare, le nomine per il prestigio, gli organigrammi per il pensiero. La sua tesi è netta e, a mio avviso, incontrovertibile: l’egemonia non è il bottino del potere, ne è la condizione. Voglio partire da lì. Non per ripeterla, ma per spingerla un passo più avanti, là dove mi pare oggi più urgente.

 

1. Una parola riscoperta

Il punto che Coniglione coglie con esattezza è la differenza, tutta gramsciana, tra dominio e direzione. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce a orientare, persuadere, attrarre, rendere il proprio linguaggio spontaneamente condiviso. L’egemonia non si proclama: accade. Non si decreta: si sedimenta. Per questo la si conquista prima di conquistare il potere, non dopo, e per questo il potere resta legittimo solo finché sa mantenere quella funzione dirigente, invece di ridursi a pura forza.

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Pierluigi Fagan: La geometria sociale

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La geometria sociale

di Pierluigi Fagan

… La città vuole essere costituita, per quanto è possibile, di elementi simili e uguali, e questa condizione si verifica soprattutto tra i membri del ceto medio […] pertanto la comunità civile migliore è quella fondata sul ceto medio”. Così, per diverse e ben argomentate ragioni, la pensava Aristotele, duemilatrecento anni fa.

La società mediana ha una geometria circolare e il circolo era la geometria antropo-sociale universale dei gruppi umani di piccole dimensioni, nel circolo tutti vedono tutti e nessuno è più di altri.

Questa saggezza del “giusto mezzo”. in breve, raccoglie una costellazione di concetti quali: a) equilibrio dinamico; b) evitare eccessi e difetti; c) parità ontologica tra le parti in relazione. Per quelle “strane” sincronie notate da Karl Jaspers nei suoi studi sull’età assiale, il concetto e la sua stessa formulazione compaiono sincronicamente in Aristotele e Confucio.

Cronologicamente Confucio è di due secoli antecedente ad Aristotele, ma il concetto proprio di “giusto mezzo” è nel Zongyong che, recenti studi, datano come l’Etica Nicomachea e la Politica del greco, nel III secolo a.C.

Per realizzare la forma ideale di società e di forma politica che chiama Politeia (una democrazia costituzionalizzata), Aristotele presuppone più o meno una parità di ricchezze, uguaglianza sociopolitica pur nell’estrema diversità e varietà dei caratteri umani, “scholé” ovvero tempo libero da dedicare alla conoscenza e alla politica. Questo tempo dedicato a conoscere diverrà la matrice del termine “scuola”, dove si va a studiare e conoscere. Almeno fino al XX secolo, l’educazione scolastica è stata sequestrata dal gruppo sociale dominante poiché è la base reale che permette tutte le altre diseguaglianze.

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