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[SinistraInRete] Giovanni Tonlorenzi: Preparare la guerra, raccontare la pace

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La cronaca di queste ore registra quelli che sembrano essere significativi progressi almeno per quanto riguarda le trattative in corso tra Iran e Stati Uniti iniziate la settimana scorsa in Svizzera…

 

Giovanni Tonlorenzi: Preparare la guerra, raccontare la pace

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Preparare la guerra, raccontare la pace

di Giovanni Tonlorenzi

77100 1500x680 1.jpg1. Due fronti, una stessa logica.

La cronaca di queste ore registra quelli che sembrano essere significativi progressi almeno per quanto riguarda le trattative in corso tra Iran e Stati Uniti iniziate la settimana scorsa in Svizzera e quindi si deve sperare nella capacità americana di tenere al guinzaglio il proprio alleato israeliano.

Invece, sul fronte orientale la situazione sta peggiorando e a fronte di risultati negativi sul campo, Kiev si sta dedicando attivamente ad azioni di vero e proprio terrorismo, colpendo linee ferroviarie civili, autobus, dormitori di studenti, come ormai ampiamente noto. La logica è esasperare Mosca, spingendola a reazioni amplificabili dalla narrativa occidentale e per giustificare l’ulteriore escalation euro-atlantica.

In Russia il dibattito interno sulla risposta strategica si sta facendo serrato.

Andrej Bezrukov, consigliere strategico di Rosneft, ex agente sotto copertura negli USA, attualmente docente al MGIMO, ha sostenuto al Forum Economico di San Pietroburgo che la Russia deve prepararsi a sostenere una situazione di conflitto permanente, di guerra strisciante basata sulla logica dell’attrito, diretta alla distruzione delle infrastrutture critiche in territorio nemico, come impianti energetici, centrali elettriche o reti di comunicazione.

Secondo Bezrukov questo tipo di conflitto potrebbe durare per decenni ma anche degenerare da un momento all’altro. Quindi, almeno due generazioni di russi saranno chiamate ad adattarsi, così come la società e l’economia nazionale – ad un clima di belligeranza permanente[1].

Secondo Bezrukov l’Occidente ha scelto di logorare la Russia evitando lo scontro nucleare diretto, facendo bollire la rana fino agli obiettivi prefissati.

L’approccio descritto da Bezrukov ricorda quello articolato dai due rapporti della RAND Corporation del 2019, che hanno fornito alle cancellerie atlantiche la cornice teorica del cost-imposing options contro Mosca[2].

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Rita Cantalino: Il riarmo delle coscienze

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Il riarmo delle coscienze

di Rita Cantalino

Reclutamento culturale, scuola e spazio pubblico: come si costruisce la militarizzazione della società

Il riarmo delle coscienze.jpgIl 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”.

La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare.

Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995.

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Geraldina Colotti: Caracas, il termometro della fermezza

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Caracas, il termometro della fermezza

di Geraldina Colotti

delcy rodriguez 93f62a7039.jpgDopo ventisette anni di speranza, mobilitazione e sperimentazione, è davvero finita la spinta propulsiva del laboratorio bolivariano? È giunto al capolinea l’esperimento socialista, proclamato da Hugo Chávez nel 2005 di fronte ai movimenti altermondialisti a Porto Alegre come l’unica alternativa reale alla barbarie del capitale? Davvero tutto si sta risolvendo nell’ignominia e nel tradimento dei suoi dirigenti, come strillano i tribunali permanenti delle reti sociali? E, soprattutto, quali spazi reali restano all’alternativa sistemica nell’assoluta assenza di rapporti di forza favorevoli a livello continentale, mentre il Comando Sud presidia stabilmente le acque dei Caraibi, stringe d’assedio il Venezuela e minaccia l’esistenza di Cuba? C’è un passaggio decisivo nel saggio di Lenin del 1904, Un passo avanti e due indietro, che si proietta con precisione geometrica sulla geopolitica contemporanea. Il grande statista rivoluzionario, nel fare il bilancio delle fratture organizzative del socialismo russo, rammentava che la durezza dei principi non deve mai trasformarsi in cecità dogmatica: la tattica esige flessibilità, capacità di manovra e, quando necessario, l’accettazione consapevole di un ripiegamento temporaneo per preservare le forze strategiche. Il problema sorge quando il ripiegamento si prolunga oltre il dovuto, trasformandosi in una palude dove i contorni dell’alternativa di sistema sfumano nel ricatto del vincitore e nella difesa di uno Stato purchessia.

Scrivere oggi di Venezuela significa misurarsi esattamente con questa scivolosa dialettica tra principi e compromessi. L’assalto imperiale sferrato all’inizio del 2026, culminato nell’inedito sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha gettato il processo bolivariano in una fase difensiva complessa e drammatica, dagli esiti tutt’altro che scontati. La scelta del gruppo dirigente, oggi guidato dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez, di non reagire militarmente all’offensiva – diversamente da quanto fatto dall’Iran nello scacchiere mediorientale – ha evitato una carneficina immediata ma ha spalancato le porte a un negoziato asimmetrico sotto ricatto, esponendo il paese al rischio di una perdita irreversibile di sovranità nazionale.

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Claudio Conti: Gli Usa navigano in acque incognite

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Gli Usa navigano in acque incognite

di Claudio Conti

La portaerei Usa si sta avvicinando agli scogli. Ma al timone non c’è nessuno che sappia guidare. Anzi. Si moltiplicano le mani che cercano di afferrare il timone, tirando un po’ di qua e un po’ di là.

La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.

I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.

Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)…

La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.

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Vincenzo Capodiferro: Marx e Spinoza “fuori programma”

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Marx e Spinoza “fuori programma”

di Vincenzo Capodiferro

Che Marx e Spinoza siano fuori dalle aule, come discoli allievi messi alla porta, o inginocchiati sui ceci, come si faceva un tempo, siano dei “fuori programma” non è una novità. Lo furono anche in vita: Spinoza bandito dalla sinagoga e maledetto con candele nere fumiganti, Marx bandito dagli ambienti accademici, temuto come uno spettro rossastro che si aggira per le strade, ed in parte lo era se lo si fosse veduto seduto da qualche parte o assiepato su di un’antica panchina di qualche parco londinese. Marx e Spinoza, due ebrei dissidenti, eretici, ognuno a modo suo! Uno panteista innamorato perdutamente dell’Assoluto, l’altro ateista (non ateo!), innamorato perdutamente dell’Assoluta, cioè della Materia, la grande Madre, la “Grande Proletaria”, ricca di figli. Marx e Spinoza come il crocefisso, cacciato dalle aule! Cristo, Spinoza e Marx, cacciati: tre ebrei dissidenti! Si caccia dalle aule ciò che è scomodo, pernicioso, ciò che può suscitare, o inculcare grilli volanti per la testa. Entrambi innamorati perdutamente della libertà.

«L’uomo libero a niente pensa meno che alla morte e la sua saggezza non consiste nel meditare sulla morte, ma sulla vita»[1].

«Solo gli uomini liberi possono nutrire vicendevolmente la massima gratitudine»[2].

«L’uomo libero non agisce mai con dolo, ma sempre in buona fede»[3].

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Pier Paolo Caserta: La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria

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La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria

di Pier Paolo Caserta

Ho spesso occasione, e ne ho avuta ancora di recente, di constatare quanto siano radicati e persistenti, anche tra i compagni, retaggi che impediscono di cogliere la vera natura del fenomeno della Tecnica planetaria, in particolare nei suoi più recenti sviluppi innescati dalla controrivoluzione digitale.

Quando sostengo, come faccio da anni in tutte le occasione di confronto pubblico dedicate al tema, che la Tecnica delle ultime ondate non è essenzialmente uno strumento, non mancano mai sguardi perplessi, se non increduli. Sembra proprio che questa tesi offenda il senso comune. Eppure è vera. E quello che risulta offeso è, in realtà, il senso comune tecno-entusiasta.

Chioserà prontamente il sostenitore della posizione antropologico-strumentale: “L’intelligenza artificiale è come un’automobile, che può essere usata correttamente o per andare a sbattere”.

Viene in questo modo occultato il carattere essenziale almeno della Tecnica delle ultime ondate. Un mezzo, per definizione, posso decidere quando usarlo; e in che misura, e in che modo usarlo. È quanto accade con un martello, con una lavatrice o, appunto, con un’automobile. Non è quello che accade con i prodotti del capitalismo digitale. Dovrebbe già suonare stravagante la definizione di “mezzo” se riferita a qualcosa che di fatto non possiamo affatto decidere se usare o meno, perché è parte di un apparato planetario che si impone

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Fabio Ciabatti: Dal campismo alla rivoluzione, quando la geopolitica critica diventa critica della geopolitica

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Dal campismo alla rivoluzione, quando la geopolitica critica diventa critica della geopolitica

di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00

Heartland 3.pngGli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario. La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.1 Affermazione che, però, deve fare i conti con un altro assunto che l’autore esprime a proposito di questa branca del sapere: “il suo è esplicitamente il punto di vista dell’egemone, l’universalismo del dominio”.2

È a partire da questa polarità che si dipana il nuovo libro di Sciortino dedicato alla contestualizzazione storica e all’attualizzazione dell’opera dell’inglese Mackinder, padre nobile della geopolitica, di cui viene pubblicato, nel medesimo volume, il seminale saggio del 1904 intitolato, appunto, Il perno geografico della storia. Sciortino mette in evidenza quella che potremmo considerare una delle principali virtù di questa scienza triste: “La Geopolitica non nasconde la natura antagonistica del sistema mondiale […] di contro all’ipocrita universalismo propinato nelle accademie e dai media”.3 Tutto ciò rappresenta uno choc per la generazione cresciuta in Occidente nella fase ascendente della globalizzazione che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava aver lasciato spazio solo all’“interventismo umanitario” di un egemone “benigno”, assegnando alla liberal-democrazia il ruolo di cornice politica insuperabile del presente anche per i movimenti radicali orfani della lotta tra classi.

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Stefano Nutini: I giacobini neri

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I giacobini neri

di Stefano Nutini

3151254.jpgC’è un fenomeno editoriale che – a ben vedere – si sta molecolarmente, pazientemente consolidando nel tempo. È quello delle ristampe ragionate di testi del marxismo, in particolare di quello critico, pubblicati in altre stagioni, dagli anni Settanta (e talvolta anche prima) in poi. Penso per intenderci a Il principio speranza1 o a Eredità del nostro tempo2, due opere vitali di Ernst Bloch opportunamente riproposte qualche anno fa da Mimesis, e che pure risalivano, nella loro prima edizione italiana, agli inizi degli anni Novanta (il che per converso ripropone un’altra questione, quella del ritardo delle traduzioni, per alcuni autori). Altrettanto si potrebbe dire per esempio per le opere di Frantz Fanon3, ma qui mi riferisco soprattutto all’operato di piccole case editrici, come tra le altre PiGreco4, che si dedicano intensamente, in modo elettivo e attento, al recupero di tanta saggistica marxista o più genericamente critica (per segnalare le ultime pubblicazioni di questo editore, rinvio ai testi di Samir Amin, Max Weber, Luigi Longo, Robert Jungk, Johan Huizinga ecc.).

Che cosa rivela questo fenomeno? Sostanzialmente, credo, esso evidenzia due aspetti:

  • a monte, c’è spazio per editori intelligenti che sappiano rivalutare produzioni spesso di notevole interesse, affidandosi a nuovi traduttori, curatori e prefatori in grado di motivarne efficacemente la riproposta;
  • a valle, esiste un pubblico sensibile, capace di rielaborare attivamente, nel presente, gli umori critici di questi saggi, che non hanno perso niente quanto ad attualità e qualità ma semmai hanno acquisito nuova vitalità, al di là della pesante censura del mercato, ossia del disinvestimento operato dagli editori originari (e qui si torna al primo punto) che non li hanno più ristampati, erroneamente convinti del loro deperimento.

È il caso, per esempio, de I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti, di C.L.R. James, la cui prima edizione italiana risale al fatidico 1968, per Feltrinelli; riproposto da DeriveApprodi nel 2015, con il sottotitolo La prima rivolta contro l’uomo bianco e con una prefazione di Sandro Chignola, ora ricompare in libreria, nella nuova traduzione di Emanuele Giammarco e con un’introduzione di Sandro Mezzadra, per Tangerin5.

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Davide Malacaria: Ucraina. Nuove speranze di pace, nuova escalation

Ucraina. Nuove speranze di pace, nuova escalation

di Davide Malacaria 

Escalation pericolosa supportata dagli sponsor di Kiev tra i quali spicca la Gran Bretagna per la quale la guerra ucraina è diventata una questione esistenziale. Ha puntato tutto su di essa, nella speranza che logori le risorse europee, come sta avvenendo, così da mettere in ginocchio, o peggio incenerire, l’Unione europea

“La scorsa settimana è stata caratterizzata da attacchi potenti e di grande impatto contro le infrastrutture industriali e petrolifere russe. La raffineria di petrolio di Mosca è stata colpita due volte. In precedenza, quasi tutti i tentativi dei droni ucraini di raggiungerla erano falliti”. Così inizia un articolo di Strana.

“Ieri, un deposito di carburante a Kerch, i traghetti che attraversano lo stretto di Kerch e il porto di Kavkaz hanno preso fuoco, causando il blocco totale delle vendite di carburante nella penisola”, prosegue Strana. “Gli attacchi dei droni hanno provocato anche interruzioni di corrente e di acqua in diverse zone della penisola. In diverse regioni russe sono state introdotte restrizioni alla vendita di benzina. Oggi una raffineria a Voronež è stata colpita da un missile”. Un’escalation rispetto alla quale il Cremlino sta tenendo un profilo basso. Solo oggi Putin si è pronunciato, ma anche questo caso in modalità soft, sollecitando il governo a ridurre al minimo le conseguenze degli attacchi.

Non che non ci siano rappresaglie in vista, ma tanta cautela stride con certe reazioni del passato. Evidentemente la Russia sta studiando la situazione, che si sta facendo sempre più pericolosa.

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Fabrizio Poggi: Il Secondo Fronte: Perché Kiev Punta a Trascinare la Bielorussia nella Guerra

lantidiplomatico

Il Secondo Fronte: Perché Kiev Punta a Trascinare la Bielorussia nella Guerra

di Fabrizio Poggi

Parafrasando il titolo di un celebre articolo pubblicato da Stalin sulla Pravda del marzo 1930, a proposito di metodi non corretti nella conduzione della collettivizzazione delle campagne in URSS e intitolato “Vertigini da successo”, l’osservatore Pavel Kotov, su Ukraina.ru, parla di “tempestose vertigini da dubbi successi”, che avrebbero colto i vertici nazigolpisti di Kiev. I principali “successi”, che hanno caratterizzato la settimana appena trascorsa, riguardano le conclusioni del vertice G7 a Evian e alcuni attacchi dei droni ucraini fino sull’area di Moskva.

Ed è a partire da tali “successi”, possiamo osservare, che hanno assunto toni sempre più intimidatori gli autentici ultimatum lanciati dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij all’indirizzo del presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko e che, a detta di vari osservatori militari russi, costituiscono una premessa a un probabile attacco ucraino al paese confinante.

Andiamo con ordine. Al summit in terra francese si sono sostanzialmente ripetute le declamazioni che ormai a cadenza quotidiana i media di regime si preoccupano di riportare quale verità rivelata su una stabile supremazia militare ucraina, che prelude a una prossima sconfitta della Russia. Nonostante al fronte continui, per quanto volontariamente lenta, l’avanzata delle forze russe, nel quadro disegnato dalla narrazione mediatica occidentale tale fronte è praticamente scomparso dalle cronache, che parlano solo degli “spettacolari successi ucraini” che lanciano sulla Russia droni e missili a ripetizione, che la contraerea non sarebbe in grado di intercettare.

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Guido Viale: Terra e cielo devastati. Non possiamo restare inerti

volerelaluna

Terra e cielo devastati. Non possiamo restare inerti

di Guido Viale

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei Governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.

Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas: la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi.

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