sinistra in rete logo

[SinistraInRete] Marco Bresciani: Una “fedeltà attraverso vie contorte”: Carlo Ginzburg e la tradizione antifascista

Sharing

Carlo Ginzburg racconta di aver incontrato Franco Venturi a Torino tra il 1957 e il 1958, nel momento in cui doveva scegliere il suo percorso universitario. Poi concorse per un posto di allievo alla Scuola Normale Superiore di Pisa e cominciò a lavorare con Delio Cantimori.

 

Marco Bresciani: Una “fedeltà attraverso vie contorte”: Carlo Ginzburg e la tradizione antifascista

paroleecose2

Una “fedeltà attraverso vie contorte”: Carlo Ginzburg e la tradizione antifascista

di Marco Bresciani

Carlo Ginzburg no Fronteiras do Pensamento Porto Alegre 2010 8212176484.jpgCarlo Ginzburg racconta di aver incontrato Franco Venturi a Torino tra il 1957 e il 1958, nel momento in cui doveva scegliere il suo percorso universitario. Poi concorse per un posto di allievo alla Scuola Normale Superiore di Pisa e cominciò a lavorare con Delio Cantimori. Fu uno snodo cruciale nel suo tragitto. In un dialogo con Vittorio Foa spiega la netta alternativa che si era posta di fronte a lui: “da una parte c’era una persona come Venturi che aveva conosciuto mio padre e ne era stato amico, coerente antifascista e, anzi, emblema dell’antifascismo; dall’altra parte c’era una persona come Cantimori che era stato fascista e che era, per molti versi, quanto di più lontano si potesse immaginare da Venturi”.

L’arresto del padre, Leone Ginzburg, a Roma, nella redazione clandestina del giornale antifascista “Italia libera”, e poi la morte per tortura, per mano nazista, nel carcere di Regina Coeli il 5 febbraio 1944 lasciarono tracce profondissime, com’è ovvio. All’epoca, il figlio Carlo, nato da Leone e Natalia Ginzburg, a Torino il 15 aprile 1939, aveva meno di cinque anni. Per il resto della sua vita, misurarsi con la politica significò anzitutto fare i conti con una tradizione antifascista che era iscritta nelle memorie famigliari. Leone Ginzburg e Franco Venturi si erano incontrati nella comune militanza in Giustizia e Libertà (GL) e nel Partito d’Azione (Pd’A). All’amico Leone, “nuova e originale incarnazione dello spirito dei narodniki”, Venturi dedicò i due volumi dell’opera Il populismo russo (1952). Si trattava dello studio, ispirato dalla Resistenza, di “una corrente politica, in violento contrasto con il mondo entro il quale agì”. A Foa Carlo Ginzburg confessava però di aver cercato di difendersi dall’antifascismo “come forza schiacciante”, anche se era stato “profondamente segnato dalla tradizione dell’antifascismo.”  “Molti miei coetanei – spiegava – ne sono stati completamente risucchiati. Io credo di essermene in qualche modo tenuto fuori e di aver fatto una scelta diversa. Credo che questa diversità o, se vuoi, questa fedeltà attraverso vie contorte e non evidenti sia in fondo ciò che ha motivato tutte le mie scelte, talvolta anche in maniera inconsapevole”.

Leggi tutto

Infoaut:Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea

infoaut2

Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea

di Infoaut

gettyimages 2210745674Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump, durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.

Una versione prontamente smentita da Meloni, che si è affrettata a rispondere per le rime suggerendo al tycoon di badare alla sua, di popolarità. 

La prima tentazione è di considerare questo battibecco come un episodio tra i tanti all’interno del miserabile teatrino della politica occidentale a cui i vari vertici del G7 ci hanno ben abituati. La seconda è di sintonizzarsi con i giornalisti de LA7 e affrontare le ormai quotidiane sparate di Trump con un sorrisetto superiore, convinti che la credibilità del presidente statunitense sia giunta ai minimi storici e probabilmente definitivamente affossata dai tre mesi di messaggi contraddittori misti a patetiche minacce con cui ha cercato – invano – una via di fuga dal pantano iraniano.

La querelle di Evian potrebbe invece assumere le dimensioni di un fatto che più di altri sta facendo emergere alcune contraddizioni interne al campo dell’imperialismo. Vogliamo fare il punto su alcuni dati che questo episodio sembra consegnarci, e che stanno progressivamente affiorando sia all’interno dell’informazione italiana mainstream ma, soprattutto, all’interno delle basi sociali del campo “sovranista” italiano ed americano.

 

1. Il primo elemento ha a che fare con la relazione tra la popolarità di Trump e la capacità di manovra del progetto imperialista. Vale la pena partire da una premessa abbastanza scontata ma che spesso si tende a dimenticare: Trump non è un cacicco capriccioso, bensì l’espressione di una coalizione di interessi economici che vanno dal grande capitale tecnologico americano a quella che Phil Neel ha definito come la “lumpen borghesia” dell’hinterland americano – concessionari d’auto, appaltatori edili e piccoli imprenditori.

Leggi tutto

Rezgar Akrawi: La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo

contropiano2

La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo

di Rezgar Akrawi*

La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie economiche vengono formulate sulla base dei big data e dell’analisi algoritmica, la sinistra si trova ad affrontare una domanda esistenziale: come possono i movimenti che si organizzano ancora secondo logiche tradizionali far fronte a un capitalismo digitale che ha raggiunto un livello di avanzamento tecnologico senza precedenti?

Questo testo non è meramente un appello a sviluppare strumenti, è un appello a trasformare la coscienza organizzativa e intellettuale verso una profonda comprensione della natura della battaglia digitale.

Il divario in questione non è semplicemente un divario nel “dominio tecnico”, è un divario nella comprensione del fatto che lo spazio digitale è diventato un campo di battaglia di classe in cui il capitalismo domina, programma e sottomette, mentre la sinistra soffre di una presenza ridotta e dell’assenza di una visione digitale chiara.

Colmare questo divario non è più un lusso; è una condizione per la sopravvivenza della sinistra stessa, poiché la battaglia di oggi si combatte negli algoritmi e nelle reti tanto quanto si combatte sul terreno.

Leggi tutto

coniarerivolta: Ritorna il rialzo dei tassi:la BCE all’attacco dei lavoratori

coniarerivolta

Ritorna il rialzo dei tassi:la BCE all’attacco dei lavoratori

di coniarerivolta

Giovedì 11 giugno la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento del tasso di interesse di riferimento di 25 punti base. Il tasso di interesse di riferimento rappresenta il tasso al quale la BCE concede prestiti alle banche che operano nell’Unione europea e che, a cascata, influenza i tassi ai quali vengono stipulati i mutui o ai quali cittadini e imprese accedono al credito. Questa decisione comporterà quindi un aumento del tasso sui depositi che le banche detengono presso la banca centrale, dal 2% al 2,25%.

La scelta, sebbene attesa, non è di secondaria importanza. Si tratta infatti del primo aumento degli ultimi tre anni che, dopo il periodo di inflazione post-pandemica, ci avevano abituato a tassi via via decrescenti: dal 4% del maggio 2024 al 2% del giugno dello scorso anno.

Secondo la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, la decisione, assunta all’unanimità, è stata presa per prevenire i rischi inflazionistici che potrebbero derivare dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, in particolare per quanto riguarda i prezzi dei generi alimentari.

Le banche centrali ci hanno ormai abituato a un modo di operare per cui un aumento dell’inflazione (o delle aspettative di inflazione) deve essere tassativamente contrastato con una politica monetaria restrittiva, così da affievolire la domanda aggregata, aumentare la disoccupazione, indebolire la capacità rivendicativa dei lavoratori e spegnere sul nascere qualsiasi dinamica inflattiva.

Leggi tutto

Giuseppe Masala: Gli Stati Uniti stanno perdendo “la Guerra Mondiale a pezzi”?

Gli Stati Uniti stanno perdendo “la Guerra Mondiale a pezzi”?

di Giuseppe Masala

Molti osservatori e analisti leggendo il Memorandum Of Understanding tra gli USA e l’Iran sono arrivati alla conclusione che gli statunitensi abbiano perso la guerra contro l’Iran. Certamente l’opinione è suffragata dai fatti scolpiti nel Memorandum: gli USA e i suoi alleati si impegnano a riversare fondi per la ricostruzione dell’Iran per cifre ragguardevoli (si parla di oltre 300 miliardi di euro), inoltre gli USA si impegnano – sempre sul piano finanziario – a sbloccare i fondi congelati a causa delle sanzioni. Non solo, l’Iran di fatto si vede riconosciuta la propria sovranità (in coabitazione con l’Oman) sullo stretto di Hormuz e inoltre sul piano militare Teheran non si impegna in alcun modo a ridimensionare il proprio programma missilistico. A fronte di tutto questo, l’unica concessione fatta dagli ayatollah agli USA è quella di impegnarsi a non costruire mai una bomba nucleare; una concessione peraltro che ribadisce quanto l’Iran sostiene da sempre in materia di armi nucleari.

Vedremo come andrà a finire, considerato che le trattative tra Iran e USA in svolgimento a Ginevra per trasformare il Memorandum of Understanding in un vero e proprio trattato di pace tra i due paesi è ancora in svolgimento; ma una cosa si può dire, non è sbagliato sostenere la tesi che Washington è uscita perdente dal confronto militare.

Guardando però la situazione nell’ottica più generale degli equilibri geopolitici e geoeconomici mondiali, ovvero nell’ottica de “La Guerra Mondiale a pezzi” segnalata da Papa Francesco, le cose vanno viste diversamente.

Leggi tutto

Cesare Alemanni: La sfida industriale dei computer quantistici

guerredirete.png

La sfida industriale dei computer quantistici

di Cesare Alemanni

La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.

Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.

Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.

Leggi tutto

Giuseppe Gagliano: L’Italia come retrovia della guerra americana

lafionda

L’Italia come retrovia della guerra americana

di Giuseppe Gagliano

1782313711 AP24081475050562.jpgLa sovranità dichiarata e la sovranità operativa

Le dichiarazioni di Mark Rutte sui 500 aerei statunitensi decollati da basi americane in Italia per sostenere l’operazione contro l’Iran hanno un peso politico superiore al dato militare in sé. Non rivelano soltanto l’ampiezza del contributo logistico europeo alle operazioni americane in Medio Oriente. Mettono a nudo una contraddizione strutturale della politica estera italiana: il Paese continua a proclamarsi sovrano, ma una parte essenziale della sua funzione strategica è ormai integrata nella macchina militare statunitense e atlantica.

Il punto non è stabilire se l’Italia abbia bombardato direttamente l’Iran. Il punto è capire se, senza le infrastrutture italiane, senza le basi, senza gli aeroporti, senza i corridoi logistici, senza la rete di rifornimento, sorveglianza, ricognizione e supporto, l’operazione americana avrebbe avuto la stessa profondità. La risposta è evidente: no. L’Italia non è stata necessariamente un attore combattente in prima linea, ma è stata una piattaforma essenziale della proiezione di potenza americana.

Qui nasce il nodo politico. Il governo italiano può sostenere formalmente che l’utilizzo delle basi sia avvenuto nel quadro degli accordi esistenti e che Roma non abbia autorizzato operazioni offensive dirette. Ma la distinzione tra operazione cinetica e supporto logistico, in una guerra moderna, è sempre meno convincente. La guerra contemporanea non comincia soltanto quando cade una bomba. Comincia quando decolla un aereo cisterna, quando parte un velivolo da ricognizione, quando si apre un corridoio aereo, quando una base diventa snodo di carburante, manutenzione, intelligence e comando.

 

Il problema politico per Giorgia Meloni

Per Giorgia Meloni la questione è delicatissima. Da un lato, la presidente del Consiglio ha costruito una parte della sua legittimazione internazionale sulla fedeltà atlantica, sul rapporto privilegiato con Washington e sulla disponibilità a presentare l’Italia come alleato affidabile.

Leggi tutto

Francesco Cappello: Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati

seminaredomande

Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati

Chi soccorrerà i Pronto Soccorso al collasso?

di Francesco Cappello

Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore

Gemini Generated Image
8ra4ir8ra4ir8ra4 1140x641.pngDover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza augurabile a nessuno. Oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri catalizzatori di errori clinici. Quando un medico è costretto a gestire una mole di pazienti insostenibile, la qualità della sorveglianza crolla vertiginosamente. Assistiamo così a scenari drammatici dove un dolore toracico, che avrebbe richiesto un immediato elettrocardiogramma, viene ignorato per ore, o dove i primi segnali di una sepsi o di un deficit neurologico sfuggono a un triage frenetico e approssimativo. Ogni ritardo, ogni svista dettata dalla pressione organizzativa si traduce in un rischio concreto di esiti fatali o di invalidità permanenti, trasformando il luogo che dovrebbe essere sinonimo di salvezza in un teatro di pericolosa incertezza.

Il disastro si consuma anche attraverso la frammentazione dei percorsi di cura. Per tentare di liberare posti letto e tamponare le falle del sistema, i pazienti vengono spesso dimessi troppo presto o trasferiti senza una reale continuità assistenziale, innescando un circolo vizioso di riaccessi che appesantisce ulteriormente le strutture. A questo si aggiunge l’ombra lunga del burnout, che non è solo un problema di benessere lavorativo per i medici e gli infermieri, ma una variabile clinica che riduce drasticamente l’attenzione, aumentando il margine di errore terapeutico e farmacologico. Il medico, logorato da ritmi disumani e responsabilità schiaccianti, perde quella lucidità che l’emergenza richiede, diventando lui stesso vittima di un sistema che ha smarrito la propria bussola.

Di fronte a questo panorama, sorge spontanea una domanda che scava nelle fondamenta dell’economia sanitaria: perché le cliniche private, solitamente così pronte a inserirsi nelle maglie della sanità pubblica, evitano accuratamente di gestire pronto soccorso?

Leggi tutto

comidad: Il sionismo nasce come affare immobiliare

comidad

Il sionismo nasce come affare immobiliare

di comidad

Qualcuno si è accorto che le risposte della Meloni alle insolenze di Trump hanno assunto lo stesso tono extra-istituzionale, cioè sia la provocazione che la reazione si sono svolte come se si trattasse di una lite personale. A caposaldo di ogni istituzione dovrebbe esserci invece la distinzione tra persona e funzione; perciò se due capi di Stato o di governo si fanno fotografare insieme, ciò dovrebbe costituire un segnale diplomatico; non di una amicizia personale, bensì di un rapporto di collaborazione tra paesi. In termini istituzionali la Meloni avrebbe dovuto reagire inoltrando una protesta diplomatica, nella quale si sarebbe dovuto far presente all’interlocutore il carattere di ufficialità di certe foto, per cui non si posa per una foto con un governante straniero se si ritiene che gli elementi di tensione prevalgano, quindi non ha senso affermare di averlo fatto solo come favore personale; poi addirittura rinfacciando quello stesso favore. L’appello estemporaneo della Meloni all’orgoglio nazionale, dire che l’Italia non chiede e non implora, fallisce nel tentativo di ricondurre la questione nei termini istituzionali; semmai determina quell’inghippo comunicativo che consiste nel ribadire attraverso la negazione. D’altra parte, se la Meloni avesse reagito rimanendo nell’ambito delle procedure istituzionali, ciò comunque avrebbe determinato oggettivamente un paradosso comunicativo, cioè il contestare a Trump di non star facendo politica ma pubbliche relazioni; una contestazione che si sarebbe estesa all’intera farsa del G/7, e quindi alla stessa Meloni.

Leggi tutto

Francesco Vignarca: L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi

sbilanciamoci

L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi

di Francesco Vignarca

Pressioni sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE. Ma i conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per sostenere l’industria bellica. Il 14 giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles

C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri. “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”. Tradotto: l’Unione fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito. Non per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma per indebitarsi. È bene fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.

 

Un prestito, non un regalo

Conviene ricordare cosa sia davvero SAFE, perché il dibattito pubblico continua a ignorare l’aspetto più elementare della questione. Il Security Action for Europe è uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione, indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni, mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni.

Leggi tutto

Riccardo Taddei:Israele, i media italiani e la propaganda

comuneinfo

Israele, i media italiani e la propaganda

di Riccardo Taddei

Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato.

Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il turbamento per una petizione letteraria — senza che nessuno gli chieda conto di nulla che conti davvero. Le regole del genere giornalistico prevedono che l’intervistatore eserciti pressione, che verifichi le affermazioni, che segnali le contraddizioni. Qui non accade nulla di tutto questo. Il risultato è un testo che avrebbe potuto scrivere l’ufficio comunicazione della presidenza israeliana: formalmente dialogico, sostanzialmente monologico.

Il momento più rivelatore è quando Herzog dice agli italiani: “Siamo vicini nel Mediterraneo, siamo amici, i problemi dobbiamo discuterli come si fa tra amici”. Bella formula. Peccato che l’amico in questione presieda istituzionalmente uno Stato che da anni blocca sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza — cibo, medicine, carburante — condannando la popolazione civile a morire non solo sotto le bombe ma per fame e per sete. Un assedio che organizzazioni internazionali, relatori ONU e la stessa Corte Internazionale di Giustizia hanno definito in termini che non lasciano spazio all’ambiguità.

Leggi tutto

Andrea Zhok:Perché i confini sono importanti

ladige.png

Perché i confini sono importanti

Federico Dal Cortivo intervista Andrea Zhok

Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank  Furedi,  professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”.

* * * *

Prof Zhok, Frank Furedi sociologo ungherese, in un libro che potremmo definire politicamente scorretto, pone l’accento sull’importanza dei confini, quello che i Romani chiamerebbero Limes. Ce ne vuole parlare?

«Francamente non sarei incline a dire che il libro di Furedi è “politicamente scorretto”, a meno che non si voglia usare quest’espressione per qualunque idea non scontata. Si tratta in effetti di un’analisi molto ricca sul piano esemplificativo di un processo culturale di lungo periodo. Quando il sottotitolo del libro parla di “arte di tracciare frontiere”, con “frontiere” si traduce “boundaries”, che è in effetti ogni limite circoscrivente. La parola “frontiera” evoca la geografia, ma ciò che Furedi segnala è una denigrazione culturale generalizzata del valore attribuito al limite, che tocca la politica non meno che la psicologia, la pedagogia, la sociologia». 

Leggi tutto

 


Sharing