Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010…

Giandomenico Scarpelli: Il mito dei mercati
Il mito dei mercati
di Giandomenico Scarpelli
Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010, Merchants of Doubt (edizione italiana: Mercanti di dubbi – Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale, Edizioni Ambiente, 2019 – 2025). In quel libro i due studiosi documentarono come alcuni scienziati – non molti, ma di alto livello – negarono o minimizzarono per decenni il cambiamento climatico indotto dalle attività umane. La riconosciuta competenza di quegli scienziati consentì ai portatori di interessi (esponenti di grandi aziende, uomini politici) di instillare dubbi nell’opinione pubblica sulla reale gravità del problema, contestando conoscenze scientifiche consolidate. Quando Merchants of Doubt venne pubblicato, infatti, la stragrande maggioranza degli esperti era già giunta da tempo a un ampio consenso sul fatto che le emissioni di gas-serra stavano provocando gravi alterazioni del clima.
Oreskes e Conway inoltre illustrarono come altri scienziati negarono o minimizzarono i rischi per la salute derivanti del consumo di sigarette, nonché l’esistenza e gli effetti delle piogge acide, del buco dell’ozono e dell’inquinamento da DDT.
Il successo di Merchants of Doubt fu tale che nel 2014 ne venne tratto un film documentario diretto da Robert Kenner.
Nel 2023 Naomi Oreskes ed Eric Conway hanno pubblicato un altro libro che fornisce molti spunti di riflessione sulla genesi di idee molto diffuse e radicate negli Stati Uniti. Come essi stessi hanno scritto, questo nuovo libro “non è il seguito di Merchants of Doubt, ma potrebbe esserne il prequel” (p. 588). Il libro s’intitola The Big Myth: How American Business Taught Us to Loathe Government and Love the Free Market. Anche questo libro è uscito in Italia a cura di Edizioni Ambiente, con la traduzione di Marco Moro (che ha inserito nel testo brevi ed utili note esplicative) ed il titolo Il grande mito – Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato a odiare il governo. Il volume è corredato da una Prefazione di Massimo Polidoro (docente universitario, divulgatore televisivo e segretario del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze – CICAP) e da un breve saggio di Gianfranco Bologna (Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia).
Gaetano Colonna: Guerrafondai Illusionisti
Guerrafondai Illusionisti
di Gaetano Colonna
Proporre all’umanità obiettivi fumosi è sempre stata una maniera per creare illusioni a beneficio solo delle forze che hanno invece chiarissimi obiettivi di potere e ben definite strategie da perseguire: basti pensare a quello che avvenne in Europa dopo la Prima Guerra mondiale, “la guerra che doveva porre fine alle guerre”, con i Quattordici Punti del presidente Usa, Woodrow Wilson.
La nostra epoca, invece di illusioni, richiede un livello sempre più elevato di coscienza. Dobbiamo quindi attivare la massima possibile consapevolezza in tutto quello che ascoltiamo, vediamo, leggiamo, dato che tutto questo influisce sui nostri pensieri, sui nostri proponimenti e sulle nostre azioni.
Una delle grandi menzognere illusioni propinate ai popoli, sta proprio nei programmi delle Nazioni Unite. Come tutti sanno, esse sono nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945), esattamente come la Società delle Nazioni alla fine della Prima, nell’intento proclamato di creare una struttura sovra-nazionale capace di risolvere i contenziosi nelle relazioni tra gli Stati con metodi il più possibile lontani dalla guerra.
Fallimento dell’ONU
Il bilancio oggi dell’azione dell’ONU da questo punto di vista, cioè proprio dal punto di vista della pace nel mondo, è ampiamente fallimentare. Noi abbiamo infatti assistito da decenni a quelle che qualche studioso ha definito «guerre in serie»: il caso del Medio Oriente, di cui mi sono occupato[1], è un caso tipico. A partire dalla guerra arabo-israeliana del 1948, siamo arrivati a qualcosa come la quinta o la sesta guerra in serie: senza che mai le Nazioni Unite abbiano raggiunto in quell’area l’obiettivo che oggi viene proposto dall’Agenda 2030: vale a dire pace, giustizia, stabilità delle istituzioni.
Ma c’è un fallimento nel fallimento, perché dal 1994, cioè precisamente dal 28 febbraio di quell’anno, l’ONU di fatto ha ceduto alla Nato, cioè a dire all’organizzazione militare internazionale del Trattato dell’Atlantico del Nord, il ruolo di “risolvere” i conflitti: in questo caso, si noti, con un intervento militare nel nostro continente.
Giorgio Agamben: Una voce
Una voce
Rubrica di Giorgio Agamben
L’infanzia di Adamo
Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino.
Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.
Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.
[13 aprile 2026]
Roberto Iannuzzi: Il filo rosso che lega genocidio e riarmo
Il filo rosso che lega genocidio e riarmo
di Roberto Iannuzzi
Che si tratti del genocidio di Gaza o del riarmo della NATO contro la Russia, il trionfo della logica del profitto può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini europei
Due eventi apparentemente slegati fra loro hanno caratterizzato i giorni scorsi.
Il 3 luglio ha segnato 1000 giorni di crisi a Gaza, all’insegna di quello che numerose organizzazioni internazionali hanno definito un genocidio, tuttora in corso alla luce delle catastrofiche condizioni in cui versa la Striscia e del cessate il fuoco continuamente violato da Israele.
Pochi giorni dopo, il 7 e l’8 luglio, si è svolto il vertice della NATO ad Ankara, incentrato sulla presunta urgenza del riarmo europeo in base a previsioni allarmistiche, quanto non corroborate, secondo cui la Russia potrebbe attaccare l’Europa entro qualche anno. Intanto i livelli della spesa militare nel vecchio continente non sono mai cresciuti così rapidamente dal 1953.
Il filo rosso che lega questi due eventi è la crisi di civiltà che affligge l’Europa, dominata da ipocrisia ed esaltazione del profitto. Una crisi che, incoraggiando la “normalizzazione” di eventi come un genocidio o un dispendioso quanto inefficace riarmo, può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini del vecchio continente.
Nei giorni scorsi un nuovo rapporto dell’ONU, perlopiù trascurato dai media di grandi diffusione, ha concluso che “il tasso impressionante di vittime e feriti tra i bambini a Gaza non ha eguali in nessun altro conflitto moderno a livello mondiale”.
Francesco Piccioni: Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
di Francesco Piccioni
Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.
Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.
Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.
L’amministrazione Trump, così come quella di Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnare, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.
Michele Prospero: Come sfuggire alla trappola di Tucidide: perché per decifrare il tramonto dell’Occidente dobbiamo rileggere Gramsci
Come sfuggire alla trappola di Tucidide: perché per decifrare il tramonto dell’Occidente dobbiamo rileggere Gramsci
di Michele Prospero
Washington fuori di testa, Londra acefala: il disordine regna sovrano. Per orientarsi nel caos odierno è utile ricorrere alla vecchia officina gramsciana. La sua analisi di come, senza armi, l’Inghilterra consegnò la leadership agli Stati Uniti
Con Washington fuori di testa, e Londra acefala, il disordine regna sovrano. Per decifrare il tramonto dell’Occidente torna in voga anche Spengler. Ma, ai fini di una precisa comprensione del caos odierno, pare più fornita la vecchia officina gramsciana. Attraverso una ricognizione storico-critica, il pensatore sardo indaga le “fratture” che hanno eroso “l’egemonia politica dell’Europa” consolidatasi nel secolo compreso tra il Congresso di Vienna e la Grande guerra del 1914-18. La trincea ha infranto un quadro globale nel segno “dell’imperialismo britannico”. Prima del conflitto spiccava infatti “la funzione mondiale di Londra: un aspetto, tecnico, dell’egemonia economica anglosassone e della sterlina nel mondo: tentativi di New York e di Parigi per soppiantare Londra”.
Con la inimicizia bellica irrompono, per Gramsci, nuove costellazioni economico-militari. “Il costo colossale della guerra, i profondi turbamenti della produzione europea (la rivoluzione russa), hanno fatto degli Stati Uniti gli arbitri della finanza mondiale. Quindi la loro affermazione politica”. Gli attori tradizionali perdono quota e il vento americano si abbatte in maniera inesorabile sull’Europa “troppo antiquata”.
Matteo Coco: Questo mondo non ci renderà liberi
Questo mondo non ci renderà liberi
di Matteo Coco
«Il nemico dei beni comuni è sempre la micidiale tenaglia dello Stato e della corporation», così Ugo Mattei disegnava, nel suo Beni comuni del 2011, l’unione degli interessi del potere statale con quelli delle corporation. Lo Stato usa le proprie leggi per denazionalizzare invece di difendere l’uso comune delle risorse (come nel caso della svendita del patrimonio immobiliare collettivo) ponendo fine all’illusione che ha contraddistinto tutto il Welfare State del Novecento. I governi neoliberali ad un certo punto, spinti dal debito pubblico, hanno venduto i beni comuni, trasferendo enormi ricchezze collettive nelle mani del capitale privato. La comunità non ha potuto reagire perché giuridicamente non aveva alcun titolo su di essi.
Mattei, già da molti anni in prima linea nella denuncia delle dinamiche dei poteri globali, critica pesantemente le decisioni politiche prese dalle ultime compagini governative (ad esempio la pessima gestione pandemica) e a partire da Beni comuni ha intrapreso un percorso giunto al suo pieno sviluppo con il saggio oggetto di questa recensione, La fine del diritto, uscito per Feltrinelli nel 2025, che tenta di rispondere alla domanda fondamentale: “che cosa è rimasto del diritto?”. Questo titolo non sorprenderà coloro che si sono accorti della deriva tecnosociale della società occidentale, in sintonia del resto con il sottotitolo La grande sostituzione tecnologica nell’era nuova.
“Fine” e “sostituzione”, descrivono perfettamente il taglio netto che vi è tra il diritto Statualista e l’illusione della Rule of law celebrata per decenni dall’Occidente.
Giorgio Gattei: USA e UE alla canna del gas
USA e UE alla canna del gas
di Giorgio Gattei
Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?» (Roma, 09/05/2026)
1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).
Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.
Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?
Redazione: La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
La trappola di Gaza e il disperato tentativo di Israele di non perdere la Casa Bianca
di Redazione
Secondo un’analisi di David Hearst su Middle East Eye non c’è furia peggiore di quella di un Israele disprezzato.
Non esiste risentimento più cieco e rabbioso di quello che Israele riserva ai partner geopolitici che osano contraddirlo. L’ultimo cortocircuito ne è la prova plastica: nel giro di poche settimane – un battito di ciglia nella cronologia macroscopica del conflitto mediorientale – il presidente degli stati uniti Donald Trump è passato dall’essere un’icona intoccabile, così popolare a Tel Aviv da potersi vantare di essere eletto primo ministro, a una figura speculare e opposta. Oggi, per ampi settori dell’opinione pubblica e della politica israeliana, Trump è un uomo isolato, detestato, quasi un moderno amalek biblico da cancellare dalla memoria.
I commentatori filogovernativi non hanno risparmiato critiche.
Per darvi solo un assaggio dell’astio rivolto personalmente a Trump, Yinon Magal, conduttore di un programma in prima serata sul canale 14, ha definito il presidente degli stati uniti “un perdente” e ha etichettato suo genero Jared Kushner e Steve Witkoff come “piccoli ebrei”.
Yaakov Bardugo, commentatore politico israeliano, ha affermato che Trump e il suo vicepresidente, JD Vance, stavano diventando i moderni Chamberlain, il primo ministro britannico associato alla politica di appeasement nei confronti di Hitler nel 1938.
Amit Segal, analista politico capo di Channel 12 e di Israel Hayom – testata di proprietà della miliardaria Miriam Adelson –, ha affermato che Trump si è arreso completamente permettendo all’iran di arricchire l’uranio.
Shimon Riklin, conduttore del canale televisivo israeliano di destra canale 14, ha pubblicato su x un articolo in cui affermava che gli stati uniti erano più deboli che mai e che nessuno avrebbe voluto esserne alleato.
Questi commentatori sono vicini al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Alcuni sono considerati i suoi portavoce. E insieme hanno eseguito una manovra di frenata improvvisa da manuale.
Mikhail Burtsev – Yang-Hui He – Evgeny Sobko – Thore Graepel – Ananyo Bhattacharya: Come l’IA sta rimodellando la scoperta in matematica e fisica
Come l’IA sta rimodellando la scoperta in matematica e fisica
di Mikhail Burtsev – Yang-Hui He – Evgeny Sobko – Thore Graepel – Ananyo Bhattacharya*
L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intuizione umana in questi campi, ma sta reimmaginando il modo in cui le domande vengono poste, esplorate e comprese.
Tra matematici e fisici teorici, l’intelligenza artificiale suscita una serie di reazioni. Alcuni la considerano irrilevante per il proprio lavoro; altri temono che possa invadere gli aspetti più creativi e intellettualmente gratificanti delle loro discipline. Tuttavia, la verità che sta emergendo, dal lavoro che il nostro team sta svolgendo al London Institute for Mathematical Sciences e altrove, è più sottile.
Piuttosto che sostituire la creatività umana nelle scienze matematiche, l’IA la sta potenziando. Il software ora può verificare le dimostrazioni riga per riga e individuare errori che un tempo avrebbero richiesto mesi di attenta revisione umana.
Può cercare sistematicamente controesempi — verificando se una congettura è realmente vera o fallisce in modo inaspettato. E può proporre passaggi intermedi in un ragionamento, suggerendo utili risultati ausiliari che aiutano a colmare il divario tra ciò che è noto e ciò che deve ancora essere dimostrato.
In campo sperimentale, i prototipi di “scienziati IA” stanno iniziando ad automatizzare parti del ciclo della scoperta, ma rimangono vincolati dalle esigenze del mondo fisico: miscelare reagenti, coltivare cellule, attendere reazioni e confrontarsi con il rumore nei dati.
La matematica e la fisica teorica affrontano molti meno colli di bottiglia. Gli “esperimenti” sono economici, veloci e digitali, e i dati matematici — dai numeri primi alle proprietà di strutture astratte come le varietà — sono puliti e abbondanti¹.
Le aziende che sviluppano sistemi di IA specificamente progettati per il ragionamento matematico hanno riportato progressi costanti nell’ultimo anno. Aristotle, un sistema della società software Harmonic di Palo Alto, in California, ha contribuito a risolvere diversi problemi posti dal prolifico matematico Paul Erdős — domande facili da enunciare ma notoriamente difficili da risolvere.
Axiom Math, una start-up di Palo Alto, ha annunciato che il suo strumento IA ha trovato soluzioni a molti problemi di livello avanzato che i matematici professionisti non avevano ancora risolto.
Laura Ruggeri: Il Lussemburgo fa (definitivamente) cadere la maschera sul riarmo della NATO
Il Lussemburgo fa (definitivamente) cadere la maschera sul riarmo della NATO
di Laura Ruggeri*
Al vertice NATO di Ankara, il Lussemburgo si è posizionato come uno dei più accesi sostenitori dell’accelerazione del riarmo europeo. Per un paese di appena 700.000 anime, al sicuro nell’Europa occidentale e praticamente privo di un esercito, questa posizione non è evidentemente dettata da esigenze di difesa. Il calcolo è puramente finanziario.
L’entusiastica adesione del Lussemburgo alla retorica bellica affonda le radici nel suo ruolo smisurato nella finanza globale. Nonostante le dimensioni ridotte, il Granducato è tra i principali centri finanziari del mondo. I numeri fanno girare la testa. Alla fine del 2025, gli asset in gestione nei fondi domiciliati in Lussemburgo hanno raggiunto gli 8,2 trilioni di euro. Il Granducato gestisce il 58 percento di tutti i fondi cross-border globali. È il secondo paese al mondo per fondi d’investimento, subito dopo gli Stati Uniti, e il primo in Europa. Le sue attività finanziarie estere ammontano a 13 trilioni di euro. Questo non è un paese. È una macchina per l’estrazione di valore, un’enorme pompa finanziaria che convoglia la ricchezza del mondo nelle casse dell’élite globale.
E ora quella macchina ha trovato un nuovo prodotto da vendere: la morte.
La ministra della Difesa Yuriko Backes ha lasciato cadere la maschera prima del vertice, dichiarando ai giornalisti: “Con ogni voce di spesa, dobbiamo anche considerare il ritorno economico per il Lussemburgo”. La guerra è un buon affare. E il Lussemburgo intende sfruttare la sua “vocazione”.
Redazione: Identità digitale obbligatoria: ecco perché la fine della privacy spingerà i ragazzi nel dark web
Identità digitale obbligatoria: ecco perché la fine della privacy spingerà i ragazzi nel dark web
di Redazione
Le autorità insistono nel dire che queste misure colpiranno soltanto i social media, ma l’infrastruttura che sta prendendo forma dietro le quinte possiede in realtà un potenziale molto più esteso. È ormai solo questione di tempo prima che la scansione delle impronte digitali, della retina e del volto diventi un prerequisito obbligatorio per qualsiasi operazione, anche la più banale, compiuta online.
Una volta varcata questa soglia, come avverte Onur Orzesin nella sua analisi per The Cradle, il controllo dei precedenti personali andrà ben oltre la semplice fedina penale: il profilo digitale diventerà il vero e proprio spartiacque per la carriera professionale di chiunque. Questo nuovo paradigma permetterà agli algoritmi di intelligenza artificiale di setacciare ogni singola traccia lasciata in rete, arrivando a etichettare preventivamente gli utenti come soggetti “a rischio” o inclini a infrangere le regole.
Un simile meccanismo finirà inevitabilmente per soffocare sul nascere il dibattito pubblico. Criticare le linee politiche dello stato, denunciare un episodio di corruzione o anche solo sollevare un dubbio legittimo rimarrà impresso per sempre nel fascicolo digitale del cittadino. Di fatto, i governi non avranno nemmeno più bisogno di ricorrere a ritorsioni esplicite per mettere a tacere le voci fuori dal coro.
Nel momento in cui esprimere il proprio dissenso rischia di azzerare i traguardi professionali di una vita intera, l’autocensura smette di essere un’imposizione esterna e diventa un riflesso condizionato e spontaneo.
Alessandro Volpi: Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
di Alessandro Volpi*
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
Francesco Coniglione: La vera egemonia della destra
La vera egemonia della destra
di Francesco Coniglione
La destra italiana – ho sostenuto nel mio precedente articolo – parla molto di egemonia culturale, ma spesso dà l’impressione di non avere capito dove essa si trovi davvero. Crede che l’egemonia consista nel piazzare uomini nei consigli di amministrazione, nominare direttori di musei, presidiare saloni del libro, riscrivere programmi, occupare ministeri, correggere manuali, moltiplicare festival amici, sottrarre qualche poltrona a quella che continua a chiamare, con pigra formula di guerra fredda, “cultura di sinistra”. Ma questa non è egemonia: è lottizzazione tardiva. È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già avuta, e in larga misura continua ad averla. Solo che non è quella sognata dagli apprendisti stregoni della destra identitaria italiana, con il loro pantheon di autori esoterici, nostalgie imperiali, riviste semiclandestine, busti di Evola, fantasie comunitarie, retoriche della Tradizione e rivalse contro i professori progressisti. La vera egemonia della destra non è nata nei cenacoli post-missini, né nelle case editrici militanti, né nelle fondazioni che cercano di dare rispettabilità accademica a ciò che spesso resta risentimento ideologico. È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa correggere democraticamente il mercato.


