[SinistraInRete] Gianandrea Gaiani: Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci

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La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.

 

Gianandrea Gaiani: Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci

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Per le “due NATO” i russi sono una minaccia ma non si preparano ad attaccarci

di Gianandrea Gaiani

20260708 summit bilat us 0005 16x9La NATO è uscita così rafforzata dal vertice di Ankara che sembra essere addirittura raddoppiata, O forse solo duplicata: in ogni caso sembrano essercene due.

Quella più evidente che ottiene maggiore eco politico e visibilità sui media è quella che sostiene che i russi ci attaccheranno presto, invaderanno l’Europa prima del 2030, o forse solo una parte di essa nel 2028 a sentire il segretario generale della NATO Mark Rutte e una lunga lista di premier, ministri e generali per lo più nordici, baltici e britannici.

Poi c’è l’altra NATO, quella dei militari, che poi è la stessa che con la precedente Amministrazione Biden consigliava prudenza nel provocare la Russia fornendo armi a lungo raggio all’Ucraina, e che nega vi siano segnali di un possibile attacco russo o che Mosca si stia preparando a farlo.

La dichiarazione finale del summit di Ankara ribadisce che “per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”.

La NATO continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni per giustificare così massicci, costosi e insostenibili piani di riarmo in Europa.

Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa do attaccare l’Europa. La Russia “non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’ e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici” ha detto il generale al Financial Times.

Questa differenza di vedute è stata oggetto di un dibattito politico anche in Itala che ha indotto il portavoce del generale Grynkevich a precisare che “la Russia resta una minaccia per l’Europa”.

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Gennaro Imbriano: Il concetto della politica. Storia, teorie, prospettive

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Il concetto della politica. Storia, teorie, prospettive

di Gennaro Imbriano

Recensione a Carlo Galli, Necessità della politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, 249 pp.

Banner Amazon 9788832858891 1.jpgL’ultima fatica di Carlo Galli – Necessità della politica – si presenta come un libro complicato, che si colloca a un alto livello di astrazione (storica e teorica), la cui ambizione è quella di ricostruire scientificamente l’apparato categoriale che ha caratterizzato la riflessione filosofica sulla politica. È necessario, per cogliere appieno le tesi contenute in questo volume, qualificarne in prima battuta lo statuto epistemologico: la ricerca di Galli mira a una definizione della politica (e, come vedremo, della sua necessità) in chiave teorica sulla scorta di una ricostruzione genealogica condotta mediante una felice combinazione di storia concettuale, storia del pensiero politico e storia della filosofia.

Il libro di Galli si sviluppa, inoltre, su un doppio livello temporale, che si tratta di intendere fin da subito. Da un lato aspira a ricostruire, retrospettivamente, i modi in cui la tesi che la politica sia necessaria è stata posta nella storia del pensiero filosofico-politico occidentale. Per altro verso si propone di mostrare l’attualità di questa tesi nel contesto della «terza fase della politica del secondo dopoguerra» (così, come vedremo, Galli definisce lo scenario attuale), «una fase tutta collocata nel ventunesimo secolo» (p. 233), che segue le prime due, ovvero i trent’anni gloriosi (1945-1975) e il periodo propriamente neoliberale (1975-2008), del quale sperimenta la crisi, approfondendola e non risolvendone le contraddizioni strutturali (pp. 233 segg.).

 

Kratos e arché. Intorno alla necessità della politica

Galli muove la sua indagine seguendo la dialettica – per un verso oppositiva, per altro fatta di relazione e co-appartenenza, mediazione e coesistenza – tra kratos e arché, i due momenti che compongono la sostanza del potere (pp. 9-14). Questo è, anzitutto, kratos: il lato oscuro, violento, ma anche espressivo – di volontà, di energia, di autoaffermazione – del potere, che si esprime anzitutto nella sua immediatezza, misurandosi con altri poteri e dominandoli (o soccombendo di fronte a essi). Se questo è, in certo senso, il lato originario del potere, si tratta – secondo modalità variamente intese dalle diverse tradizioni di pensiero – di metterlo in forma, neutralizzando le sue prerogative distruttive e potenzialmente nichilistiche e inquadrandolo nella struttura di una arché.

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Marco A. Pirrone: Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale

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Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale

di Marco A. Pirrone

Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Del resto, il capitalismo poggia sempre più su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale

randy fath uuFZHr nRWY unsplash.jpgIl 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.

Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.

Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.

La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.

L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali.

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Fulvio Grimaldi: Dopo Ankara, la nuova divisione internazionale – privata – del lavoro

Dopo Ankara, la nuova divisione internazionale – privata – del lavoro

NATO per soldi

di Fulvio Grimaldi

NATO per far soldi, ma che davvero?  E allora diamoli i numeri. Quelli delle cifre che, come sbalorditivi fuochi d’artificio, scoppiettavano nel cielo sopra Ankara nei giorni dei fasti della fiera-mercato del cosiddetto Vertice NATO. Cosiddetto perché faceva credere ai gonzi che trattavasi di un rendez-vous dei capi di 32 governi, o Stati e dei rispettivi commensali, di secondo piano. Comparielli facenti parte della conventicola creata per distribuire, su disposizione dell’imperatore, trasmessa dal suo portaordini (oggi Rutte), schiaffi a destra e manca in direzione di destinatari depositari di risorse che andrebbero riappropriate.

Avete presente Trump quando si appalesa al mondo nei momenti di massimo fulgore decisionista imperiale? Lui in ampia poltrona che verga e poi esibisce una specie di geroglifico che pare riprodurre Manhattan, ma sarebbe una firma e, alle sue spalle, in piedi e sull’attenti, ma virtualmente in ginocchio, il coro liturgico di composti e compunti visir, apostoli, cortigiani ed eunuchi. Bisanzio 2.0.

 

Defence Industry Forum

Questa la scena anche nella capitale del nuovo favorito dell’imperatore, quell’Erdogan che ha il merito di concepirsi autocrate quanto lui, ma in seconda rispetto a lui, ed è stato l’unico buon motivo per il quale Trump si è acconciato a mescolarsi con gli gnomi di un’alleanza di residuati europei.

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Emiliano Brancaccio: L’agenda atlantica si può strappare

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L’agenda atlantica si può strappare

di Emiliano Brancaccio

Nato: Una prova di inattesa resilienza per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale»

Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari. Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.

Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.

La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.

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Dante Barontini: Melodramma Trump, e Israele punta sull’atomica

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Melodramma Trump, e Israele punta sull’atomica

di Dante Barontini

Nella tragedia c’è sempre anche un angolo per la commedia. La novità di Trump è quella di aprirci anche un siparietto di melodramma: “Sono da molto tempo sulla loro [dell’Iran ndr]lista“, ha detto al New York Post. E per questo ha aggiunto di aver ordinato che, se dovesse essere ucciso, “li bombardino come mai è stato fatto prima.

Non serve una grande memoria per ricordare che l’Iran, con tutti i suoi difetti, non ha fin qui ucciso nessun capo di stato o di governo, neppure di paesi di poco perso internazionale. Al contrario, questa è un’antica abitudine proprio degli States e di Israele (solo quest’anno: il rapimento di Nicolàs Maduro, l’uccisione di Ali Khamenei e di altri dirigenti iraniani).

E dunque appare logicamente improbabile Tehran possa meditare l’”omicidio mirato” della principale superpotenza. Non solo perché quella prassi appare più occidentale che non persiana, ma soprattutto in considerazione delle possibilità di risposta che la superpotenza avrebbe a disposizione.

Una breve analisi più attenta della notizia, oltretutto, permette di sapere che è stata pubblicata dal Wall Street Journal, il quale precisa anche la provenienza: un rapporto dei servizi segreti israeliani descritto come “un tentativo di influenzare le decisioni di Trump”. Cosa che ha fatto sorridere ironicamente persino funzionari del Pentagono e della Casa Bianca.

L’unico elemento di realtà sarebbero insomma i canti e cartelli che, durante i funerali di Khamenei, inneggiavano alla morte di Trump e degli Usa. Praticamente quello che si sente in ogni corteo del mondo, dal secondo dopoguerra…

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Paolo Ferrero: Vertice Nato, come i governanti europei hanno regalato i nostri soldi a Trump

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Vertice Nato, come i governanti europei hanno regalato i nostri soldi a Trump

di Paolo Ferrero

A questo punto è chiaro perché le élites Ue ripetono istericamente che stiamo per essere attaccati dalla Russia…

Il vertice Nato di Ankara è stata una grande rappresentazione teatrale che – in primo luogo – è servita a produrre la narrazione con cui coprire una aggressione senza precedenti contro i popoli europei.

Il contesto del vertice è quello noto: da anni i media europei presentano la guerra in Ucraina come una aggressione russa “ingiustificata e non provocata” e descrivono la Russia come un paese barbaro che minaccia di invadere l’Europa. In particolare le classi dominanti europee portano avanti una campagna russofobica che possiamo compendiare con le parole espresse recentemente da Minniti, noto esponente del Partito Democratico: “Per Trump la Russia non è una minaccia immediata. Per noi è invece imminente.”

In questo clima isterico che va avanti da tempo, il vertice è stato poi preceduto da una forte campagna stampa che ha ricominciato a dipingere come l’Ucraina vittoriosa nel conflitto e la Russia sul punto di crollare. In particolare il cattivissimo Putin è stato presentato come sull’orlo del baratro in quanto in caduta libera nei consensi.

Con queste premesse, la logica del vertice è stata la seguente:

1) Trump si è fortemente lamentato perché gli Usa nei decenni hanno speso barche di soldi per difendere gli europei e questi, nel momento della guerra contro l’Iran, non hanno ricambiato il favore, per cui gli europei sono approfittatori e ingrati.

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Fulvio Grimaldi: Gaza: guerra barbarie contro civiltà

mondocane

Gaza: guerra barbarie contro civiltà

Se non distruggi il passato non vinci il presente

di Fulvio Grimaldi

RJzU434NlLa voce e la Storia

Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.

Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.

 

Sopprimere la voce del passato

Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.

La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.

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Irene Doda: È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?

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È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?

di Irene Doda

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world.pngSi può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.

Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.

 

I limiti e i bias dei modelli commerciali

L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo. 

In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono.

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Mario Sommella: Il pensiero in divisa

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Il pensiero in divisa

di Mario Sommella

Prima di comprare i missili, il potere europeo ha messo in marcia le coscienze. Come la logica del riarmo ha colonizzato scuole, linguaggio e senso comune, trasformando la guerra da eccezione ripudiata a evidenza indiscutibile

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europa e nato cos e e perche se ne parla 300x200.jpegC’è una legge antica in ogni forma di dominio: prima di occupare un territorio conviene occupare le teste di chi lo abita. Nessuna guerra si combatte soltanto con i cannoni; si prepara molto prima, nelle aule scolastiche, nei telegiornali, nel lessico che adoperiamo senza accorgercene, nel modo silenzioso in cui impariamo a considerare ovvio ciò che fino a ieri sarebbe stato inaccettabile. Antonio Gramsci aveva colto questo meccanismo quando distingueva il dominio imposto con la forza dall’egemonia, la forma di potere più profonda e duratura, quella che si radica nel consenso, nella cultura diffusa, nel senso comune. È esattamente su questo terreno che si gioca oggi la partita più insidiosa del riarmo europeo: non quella delle fabbriche di armi, ma quella delle coscienze.

Mentre l’Unione europea annuncia programmi di spesa militare da centinaia di miliardi di euro, un processo meno appariscente ma più decisivo attraversa in profondità la società: la costruzione paziente di un consenso preventivo alla guerra. È la militarizzazione del pensiero, cioè la trasformazione di un’intera mentalità collettiva affinché accetti come naturale, necessario e persino desiderabile ciò che la Costituzione repubblicana ripudia solennemente nel suo articolo 11. Conviene ricostruire come questo consenso venga fabbricato, quali interessi materiali lo sostengano e cosa scompaia dal nostro campo visivo quando la guerra diventa l’unico orizzonte pensabile.

 

1. Un riarmo senza precedenti

Il 4 marzo 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato in poco più di sei minuti, su un sobrio sfondo blu notte, il piano ribattezzato ReArm Europe, poi ridenominato Readiness 2030. L’annuncio prometteva di mobilitare fino a ottocento miliardi di euro per la difesa continentale.

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Fabrizio Casari: NATO, l’orrore si compatta

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NATO, l’orrore si compatta

di Fabrizio Casari

La riaffermata unità di facciata esibita al vertice NATO di Istanbul ha nascosto le differenze di interessi dei suoi membri, ma non poteva che essere così. Per quanto diverse siano priorità e interessi di ognuno dei 32, la centralizzazione del comando a guida statunitense non è emendabile e obbliga alla compattezza tutto l’Occidente. Sul piano squisitamente militare (che è però ormai difficile distinguere da quello politico ed economico nel nuovo modello di guerre ibride di 4a e 5a generazione) non sono emerse innovazioni di prodotto. La Russia viene definita “nemico strategico” e la sua sconfitta militare continua ad essere l’obiettivo su cui centrare le politiche complessive dei paesi dell’Alleanza senza eccezione alcuna.

L’Ucraina è il luogo prescelto per un primo confronto militare con rischi di effetto globale. Washington ha ufficializzato il cambio di rotta nelle regole d’ingaggio del conflitto, archiviando, apparentemente, la stagione del sostegno a fondo perduto con lo stop alle forniture dirette e spazio solo a triangolazioni commerciali e intelligence strategica. Ma concede a Zelensky l’autorizzazione all’utilizzo dei missili USA per colpire il territorio russo con quello che comporta, ovvero una nuova escalation nello scontro, da tradurre in migliaia di morti.

La guerra della NATO alla Russia è ormai conclamata e dato che la sconfitta russa sul campo è impensabile, gli scenari prevedono solo due ipotesi, una irrealizzabile e una truffaldina: la prima, decisamente difficile da ipotizzare, prevede un accordo che “rispetti l’integrità territoriale ucraina”, dunque uscita delle truppe russe dai territori conquistati; nessuna possibilità di riuscita perché per Mosca si tratterebbe di una sconfitta politica forse peggiore di una militare.

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Leonardo Mazzei: Perchè la guerra non finirà

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Perchè la guerra non finirà

di Leonardo Mazzei

Perché la guerra non finisce? Perché gli Stati Uniti (per non parlare di Israele) firmano tregue solo per violarle il giorno dopo? Perché ad un anno da Anchorage la guerra d’Ucraina si va incrudendo? Queste domande cruciali avranno pure una risposta.

In un certo senso, la tendenza ad una sorta di “guerra infinita” sembrerebbe voler smentire lo stesso Clausewitz. Se la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi, prima o poi si dovrà pur tornare agli strumenti ordinari di quest’ultima. Già, ma quando? Ecco un orizzonte che sembra allontanarsi vieppiù.

In realtà, a ben guardare, non c’è nessuna smentita delle concezioni del generale prussiano. La guerra attuale, nelle sue due articolazioni (europea e mediorientale), non finisce proprio perché nessun obiettivo politico di chi l’ha promossa è stato raggiunto. Di più: se i vecchi equilibri prebellici sono palesemente in crisi, nessun nuovo equilibrio è sorto finora dal conflitto (o, se preferite, dai conflitti) in atto.

E’ chiaro come la guerra d’Ucraina abbia le sue specifiche motivazioni, così come ce l’ha ancor più quella quasi cinquantennale mossa dal duo Usa-Israele alla Repubblica Islamica dell’Iran, ma entrambi questi fronti possono essere letti come parte di un tutto: l’iniziativa strategico-militare decisa dall’Occidente a guida americana a difesa del vecchio ordine in crisi. E’ questa iniziativa la causa scatenante della Terza Guerra Mondiale in corso.

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Nico Maccentelli: L’esorcista

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L’esorcista

di Nico Maccentelli

Regolarmente a ogni tornata elettorale assistiamo alle belle parole di chi in tutti questi anni non ha fatto altro, in alternanza con la destra, che smantellare i diritti sul lavoro (jobs act, art. 18, ma si può dire sin dal pacchetto Treu), approvare e promuovere “missioni umanitarie” e oggi schierarsi con l’Occidente per il riarmo e la guerra contro la Russia voluta dai complesso militare industriale e digitale USA-NATO. Ma di più mettere il pareggio d bilancio con il titolo V in Costituzione legare il paese mani e piedi ai diktat degli euroburocrati che hanno creato devastazione sociale, distruzione del welfare pubblico.

Un forza della sinistra radicale e di classe a Napoli l’altro giorno non ha fatto altro che ricordare queste belle robine ai signori del campo largo schierati e quindi a ricordare quanto siano inattendibili soprattutto in vista delle elezioni, che… apriti cielo! Tutta la sinistreria, antifascista a comando, da salotto, che di fascismo non ha capito un cazzo (poi lo spiegherò) si è lanciata a riempire di contumelie i poveri papisti, che hanno semplicemente indicato che sul piano del lavoro e e della guerra il re è nudo.

Le contumelie sono sempre all’insegna del tutti uniti contro la destra con il solito vecchio schema fuorviante che recita sostanzialmente il mantra in due parti:

Uno: che la destra è fascista e dall’altra parte c’è la sinistra;

Due: che c’è il pericolo fascista e bisogna difendere le istituzioni democratiche.

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Piccole Note: I funerali Khamenei: la terza sconfitta Usa nella guerra all’Iran

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I funerali Khamenei: la terza sconfitta Usa nella guerra all’Iran

di Piccole Note

Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di “migliaia” di persone

Si può azzardare con un certo grado di certezza che i funerali dell’ayatollah Alì Khamenei sono stati i più partecipati della storia, imparagonabili per numero di convenuti con quelli di altri leader occidentali recenti, politici o spirituali che siano, e, a quanto pare, anche con altri del passato (escludiamo quelli più antichi, che non potevano avvalersi per attirare le folle di mezzi di comunicazione efficaci).

Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di “migliaia” di persone.

Certo, le cifre iraniane potrebbero essere esagerate, ma sicuramente siamo ben oltre i 2 milioni di persone che parteciparono ai funerali di Ghandi e ai 3 milioni di quelli di Giovanni Paolo II, per citare due eventi funebri tra i più partecipati.

Un media autorevole come il Financial Times ha scritto di una cifra che sarebbe oscillata tra i 12 e i 15 milioni, numeri lontani da quelli comunicati da Teheran, ma pur sempre altissimi.

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