Trasparenza sui traffici di armi dal porto di Ravenna: il Consiglio di Stato rimanda il giudizio all’8 ottobre. Intanto le Dogane affermano che l’Italia è in guerra e che i porti sono presidi militari e la trasparenza va negata. Il coordinamento chiede a Comune e Regione di intervenire ad adiuvandium.
Questa mattina il Consiglio di Stato ha deciso di non pronunciarsi sulla sospensiva, evitando di accogliere le motivazioni dell’avvocatura delle Stato, ma ha fissato una data per il giudizio di merito, l’8 ottobre 2026. Come è noto, l’udienza nasce dall’appello presentato dalle Dogane di Ravenna contro la sentenza di primo grado del Tar Emilia-Romagna, che le obbligava a rendere noti i traffici di armi dal porto di Ravenna e imponeva di accogliere la richiesta di accesso agli atti fatta dalla giornalista Linda Maggiori, assistita dall’avvocato Andrea Maestri.
Una decisione che l’avvocato Andrea Maestri accoglie con favore: “Attendiamo con fiducia l’udienza di merito fissata dal Consiglio di Stato per il prossimo 8 ottobre. Continueremo a sostenere in giudizio le ragioni del diritto e della trasparenza e a difendere il principio pacifista fissato dall’art. 11 della nostra Costituzione. Confido che associazioni e istituzioni decidano di intervenire nel processo in corso per sostenere le nostre ragioni”.
Dal memoriale dell’avvocatura dello Stato, letta durante l’udienza, emerge però un elemento significativo, che ci fa sobbalzare.
L’Italia è in guerra: secondo le Dogane è “coinvolta nella guerra in corso, mondiale, a pezzi ed ibrida”.
Inoltre il porto di Ravenna, da civile e commerciale, sempre secondo le Dogane ha ora una “rilevanza militare” e una “strategicità nel dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione” per questo non vanno divulgati dati, perché ciò “consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni internazionali dello Stato, del porto di Ravenna, e ciò è un’evenienza assolutamente da scongiurare”.
Eppure non ci risulta che il Parlamento abbia deliberato lo stato di guerra. I parlamentari ne sanno qualcosa?
Come Coordinamento contro le armi dal porto di Ravenna, BDS Ravenna, Petizione Basta Complicità, sindacati USB e SGB e altre sigle eravamo oggi in presidio sotto al Comune di Ravenna. Una delegazione è stata ricevuta dal sindaco Alessandro Barattoni. Purtroppo il sindaco non ha voluto ricevere più di due persone escludendo di fatto i rappresentanti dei sindacati presenti e altri rappresentanti. La sala non era forse abbastanza grande per 6-7 persone?
La delegazione si è comunque fatta portavoce della richiesta di intervenire ad adiuvandum nell’udienza del prossimo 8 ottobre, così come farà il sindacato di base USB. C’è tempo fino al 7 settembre per costituirsi, e dimostrare l’importanza della trasparenza per il Comune.
Il sindaco si è riservato di dare una risposta a breve, ma l’impressione odierna non è stata positiva.
Per ora sembra lanciare la palla fuori dal campo indicando come priorità politica l’osservatorio nazionale sui porti.
Cosa bellissima e giustissima ma ipotetica e lontana dal potersi realizzare. Adesso c’è la possibilità concreta di intervenire in un giudizio in corso e avere informazioni importanti per la città. Perché il sindaco si dovrebbe sottrarre?
Chiediamo un incontro urgente anche al presidente della Regione Michele De Pascale per sottoporgli la stessa richiesta. Noi andiamo avanti, con costanza e determinazione, perché questa sentenza farà da apripista per tutti gli altri porti. Vogliamo massima trasparenza sul traffico di armi.
Sottolineiamo che pendono 32 denunce non ancora archiviate verso chi aveva ragione a voler indicare il porto di Ravenna al centro della logistica di guerra.
Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna – 27/08/2026

