ABBIAMO FINANZIATO LA GUERRA IN UCRAINA CON 220MLD E NON ABBIAMO MAI CHIESTO A BRUXELLES CHE FINE FACESSERO
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Continuiamo a pagare una guerra di cui abbiamo perso il conto: a Kiev, per i trentacinque anni dell’indipendenza, è andato un solo leader europeo che conta davvero mentre l’anticorruzione ucraina arrestava la vice-capa dell’amministrazione Zelensky. E a Bruxelles nessuno sa dire dove finiscano quei soldi, né come dovrebbe chiudersi questa guerra.
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Fulvio Scaglione
Direttore InsideOver
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24 agosto 2026, Kiev: Zelensky applaudito, le bandiere, il giusto orgoglio del popolo ucraino, che festeggia nelle condizioni più difficili i trentacinque anni d’indipendenza del proprio Paese. L’unico leader europeo di peso presente in persona è il britannico Andy Burnham, che ha voluto recarsi proprio a Kiev nel suo primo viaggio all’estero da fresco premier e ha portato in dono la licenza per produrre in Ucraina i missili Storm Shadow, destinati a colpire la Russia in profondità.
Presenti nello spirito, che oggi si chiama videoconferenza, i 30 Paesi della Coalizione dei Volenterosi, che annunciano per l’autunno esercitazioni militari.
E poi c’è l’Europa. Ursula von der Leyen ha annunciato lo sblocco di altri 6,1 miliardi per la difesa dell’Ucraina. La somma rientra nel nuovo prestito UE da 90 miliardi, che porta a 220 miliardi il sostegno europeo complessivo a Kiev dal 2022. Bruxelles pubblica le cifre complessive. Molto più difficile è ricostruire, voce per voce, come siano stati spesi e controllati quei soldi.
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Insomma, quel giorno a Kiev c’era tutto. Tranne la cosa forse necessaria: un’idea per mettere fine alla guerra.
Una guerra che dura ormai da più di quattro anni e mezzo, che potrebbe durare chissà quanto ancora e intanto impone un sacrificio umano che le opposte censure riescono a nascondere nei numeri ma che di sicuro è spaventoso.
Intorno a noi gli anniversari si inseguono e si susseguono. Il 15 agosto è scaduto il primo anno dal summit Trump-Putin di Anchorage, tante parole e qualche speranza per nulla. E il 23 è ricorso l’87° dalla firma, a Mosca, del Patto Molotov-Von Ribbentrop. Dite che non c’entra? Le speranze di contenere l’aggressore, la guerra che dilaga, l’Europa in armi… Davvero non c’entra?
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su whatsapp in un vocale ti racconto come Zelensky è arrivato al potere. È un brano tratto dal mio libro “Zelensky, l’uomo e la maschera”
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DOVE FINISCONO I SOLDI?
Quel 24 agosto, in uno dei suoi discorsi, Volodymyr Zelensky ha detto che l’Ucraina ha bisogno di “molti più soldi” per potersi difendere.
Un dato che pare evidente. Eppure erano passati solo cinque giorni da quando il NABU (l’Ufficio nazionale anti-corruzione) aveva messo le manette alla vice-capa della sua amministrazione, al capo dell’ufficio legale della detta amministrazione, alla vice-ministra della Giustizia e ad altri egregi personaggi altolocati tra governo e finanza di Stato. Il tutto dopo che pochi mesi fa un’altra inchiesta aveva spazzato via il capo dell’amministrazione presidenziale e diversi ministri. L’accusa è sempre quella: appropriazione indebita di denaro che dovrebbe essere speso per difendere il Paese dai russi. A questo punto è chiaro che Zelensky non è in grado di provvedere. Il dubbio, anzi, è che sia costretto ad abbozzare.
Detto altrimenti: senza un margine di tolleranza per la corruzione, il sistema ucraino andrebbe in tilt.
Questo non cambia le carte in tavola: Zelensky e l’Ucraina non sono meno vittime dell’aggressione russa, Vladimir Putin non è meno aggressore perché a Kiev si ruba.
Spinge però a farsi delle domande sulla qualità e sull’efficacia dell’aiuto europeo. C’è un ufficio, un funzionario, qualcuno a Bruxelles, che sa dove finiscono quei 220 miliardi di cui sopra?
Che ha un’idea di come vengano spesi?
Se Zelensky non controlla i suoi, c’è qualcuno che controlla Zelensky?
Come ha detto l’ex ministro della Difesa ucraino, Mychaylo Fedorov: in tempo di pace i soldi rubati vogliono dire meno scuole e ospedali, ma in tempo di guerra vogliono dire meno cannoni e munizioni, ovvero meno possibilità di vincere la guerra.
Noi europei facciamo qualcosa per dare all’Ucraina più possibilità di vincere? Oppure ci accontentiamo di investire nel proseguimento di una guerra che, al di là di ogni retorica, non stiamo vincendo?
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L’EUROPA NON HA UN PIANO.
Oggi l’Europa non ha nessun canale di comunicazione con Mosca. Non ha alcun piano, a parte intimare vanamente la resa alla Russia, per spingere la guerra verso una soluzione, e pare ormai rassegnata così a lasciar fare, in questo campo, alla diplomazia nevrotica di Donald Trump o alle furbizie di Recep Erdogan.
E non ha nemmeno un’idea precisa di come regolarsi con l’Ucraina: fornire armi e versare denaro va bene ma potremmo essere più utili di così.
CHE FARE?
E quindi, tra un anniversario e l’altro, tra un discorso e l’altro, resta la domanda resa famosa da Lenin: che fare? Che fare domani, non in un futuro imprecisato.
Perché quel che succederà domani già lo sappiamo: continuerà la guerra, i soldati e i civili continueranno a morire, le fabbriche di armi continueranno a produrre.
Aspettiamo che il dramma finisca da solo? E fino a quando siamo disposti ad aspettare?
Proviamo a farci una domanda scomoda: se toccasse a noi scegliere tra una pace imperfetta o “ingiusta” e un altro anno di guerra, che cosa faremmo?
Che cosa sceglieremmo? Quale delle due responsabilità ci prenderemmo?
Difficile sbilanciarsi, vero?
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Fulvio Scaglione è giornalista professionista e direttore di InsideOver. Racconta gli scenari internazionali con competenza, autonomia e ironia, smascherando le ipocrisie della politica e dell’informazione europee. È stato vicedirettore di Famiglia Cristiana e corrispondente da Mosca, Afghanistan e Medio Oriente. È autore di saggi sulla Russia, il Medio Oriente e i conflitti internazionali, tra cui “Il patto con il diavolo” e “Zelens’kyj, l’uomo e la maschera”.
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