Ai vertici del mondo IA ci sono molte persone sinceramente convinte che una superintelligenza artificiale risolverà ogni nostro problema, o ci porterà all’estinzione. Prospettive senza vero fondamento, ma utili a distrarre dai problemi reali. Una conversazione con Adam Becker

Adam Becker: Il punto di fuga della corsa all’IA
Il punto di fuga della corsa all’IA
Fabio Deotto intervista Adam Becker
Ai vertici del mondo IA ci sono molte persone sinceramente convinte che una superintelligenza artificiale risolverà ogni nostro problema, o ci porterà all’estinzione. Prospettive senza vero fondamento, ma utili a distrarre dai problemi reali. Una conversazione con Adam Becker
C’ è un racconto di Fredric Brown del 1954, intitolato La risposta, in cui i pianeti abitati di tutto l’universo decidono di combinare la loro potenza di calcolo per costruire un supercalcolatore capace di attingere alla conoscenza di tutte le galassie. Lo scienziato incaricato di attivare questa mostruosità informatica, tale Dwan Ev, salda l’ultimo collegamento e si appresta a porre alla macchina la prima domanda, sotto lo sguardo fremente di decine di telecamere interstellari:
“Esiste un Dio?” scandisce nel microfono.
“Adesso sì” risponde la macchina. Un istante dopo dal cielo casca un fulmine, che incenerisce Dwan Ev e sigilla per sempre l’interruttore.
È un racconto brevissimo, nemmeno una pagina, ma viene spesso citato quando ci si ritrova a parlare di superintelligenza artificiale. Ciò che lo rende particolarmente rilevante, nel periodo di grandi aspettative e ancor più grandi timori che circonda l’IA, non è tanto il fatto che racconti una superintelligenza che sfugge al controllo umano, quanto i connotati religiosi che questo avvenimento assume. Ma c’è una differenza importante: nel racconto di Brown gli scienziati creavano un dio onnipotente senza rendersene conto; nella realtà presente, invece, molti dei protagonisti dell’industria IA stanno consapevolmente cercando di creare un dio che aiuti l’essere umano a superare una volta per tutte i suoi limiti.
Gianni Giovannelli: Note in tema di lavoro subordinato nel tempo presente
Note in tema di lavoro subordinato nel tempo presente
di Gianni Giovannelli
Poiché il lavoro vivo – mediante lo scambio tra capitale e operai – è incorporato al capitale e appare come un’attività che gli appartiene, tutte le forze produttive del lavoro sociale, non appena ha inizio il processo lavorativo, si presentano come forze produttive del capitale, esattamente nello stesso modo in cui la forma generalmente sociale del lavoro appare nel denaro come qualità di una cosa.
Karl Marx (Manoscritto economico 1861-1863; in Opere, vol. 37, pag. 48, Milano, 2023)
L’art. 1 della Costituzione italiana in vigore dal 1 gennaio 1948 , nel comma di apertura dell’intero testo, contiene un principio racchiuso nella sintesi finale di una discussione molto accesa e approfondita: una repubblica democratica fondata sul lavoro. Non uno stato dei lavoratori (come avrebbero voluto le componenti legate alle varie correnti del socialismo) e neppure poggiato sulla collaborazione fra le classi sociali (come da tradizione liberale o corporativa-cattolica); la colonna portante del compromesso raggiunto per avviare la ricostruzione post-bellica era semplicemente il lavoro, nella sua interezza, senza ulteriori specificazioni. Il testo proposto dai socialcomunisti (Togliatti e Nenni) fu bocciato di misura (239 voti contro 227) nonostante la conversione dei repubblicani di Ugo La Malfa; con più ampio divario furono respinte le proposte liberalconservatrici. Lo stallo venne superato su proposta, fra gli altri, di Aldo Moro e Amintore Fanfani, autori della stesura approvata dall’Assemblea Costituente il 22 marzo 1947, con acclamazione generale.
Il lavoro nella Costituzione
L’omissione di ulteriori chiarimenti non fu casuale, era il frutto di un accordo fra le diverse forze politiche presenti nell’assemblea costituente, con espressa esclusione dei nostalgici da quello che venne definito arco costituzionale (oggi non esiste più, gli ex fascisti sono da tempo dentro la maggioranza di governo o, alternativamente, nell’opposizione accettata).
Margherita Furlan: BRICS, unanimità a geometrie variabili
BRICS, unanimità a geometrie variabili
di Margherita Furlan
A Nuova Delhi i BRICS non trovano una posizione sulla guerra in Iran, ma firmano tutti l’architettura per renderla irrilevante: pagamenti, cavi, calcolo, minerali. Storia di un compromesso che vale più di quanto dice
Il diciottesimo vertice BRICS si chiude con un testo che nessuno contesta e che non nomina mai Washington. Centoquaranta paragrafi, quattro sezioni, zero riserve. Chi legge solo il paragrafo sulla guerra vede la debolezza; chi legge il resto vede il metodo.
Le quattro del mattino
Quattro giorni prima dell’apertura, la stampa occidentale dava il blocco per spaccato. Non era un pregiudizio: era una cronaca. A maggio, a Nuova Delhi, i ministri degli Esteri dei BRICS si erano lasciati senza comunicato congiunto, evento senza precedenti nella storia del gruppo, perché Teheran pretendeva una condanna esplicita degli attacchi americani e israeliani, Abu Dhabi una presa di posizione altrettanto netta contro l’Iran, che aveva colpito il territorio emiratino con missili e droni fin dal primo giorno di guerra. L’India, presidente di turno, aveva pubblicato una «dichiarazione della presidenza» con una riga che diceva tutto: «vi sono state opinioni divergenti fra alcuni membri riguardo alla situazione nella regione dell’Asia occidentale e del Medio Oriente». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, uscendo, aveva accusato senza nominarlo «uno Stato membro che ha le sue relazioni speciali con Israele». Tra maggio e settembre le cose erano peggiorate: il 19 agosto gli Emirati avevano sospeso ogni rapporto commerciale e finanziario con Teheran.
Quello che è accaduto nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 settembre a Bharat Mandapam va quindi raccontato per quello che è: un negoziato serrato, condotto ai tre livelli degli sherpa, dei ministri e dei capi di Stato, chiuso alle quattro del mattino.[1] Il segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, Sudhakar Dalela, interrogato più volte dai giornalisti su come fossero state ricomposte le posizioni di Iran ed Emirati, si è rifiutato di entrare nel merito, limitandosi a dire che il paragrafo 28 «cattura il consenso» e che «il dialogo e la diplomazia devono essere il parametro guida». Il Cremlino è stato più loquace.
Prabhat Patnaik: Sulla crisi economica del capitalismo
Sulla crisi economica del capitalismo
di Prabhat Patnaik
Esaminando la crisi strutturale del capitalismo dal punto di vista economico, Prabhat Patnaik mette in luce due aspetti che sono emersi con forza nell’attuale congiuntura. Il primo è la stagnazione, la disoccupazione e l’inefficacia della spesa pubblica come contromisura, a causa del potere del capitale finanziario. Il secondo è la crisi strutturale del capitalismo post-bellico, che ha perso le sue colonie e non ha più uno “spazio esterno” da sfruttare per scaricare le proprie contraddizioni. Esso assume particolare rilevanza in relazione alla strategia economica di Trump, che mira a una ricolonizzazione economica non solo attraverso il soft power, ma anche tramite l’azione militare diretta.
Ci sono almeno due aspetti economici importanti nell’attuale crisi strutturale del capitalismo. Il primo è la stagnazione generale e l’aumento della disoccupazione con cui il capitalismo mondiale, nella sua fase neoliberista, si trova a dover far fronte. In molti casi, come negli Stati Uniti, l’aumento della disoccupazione è mascherato da una riduzione del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, ma la sua realtà è innegabile. La stagnazione era evidente già prima della pandemia: il tasso di crescita dell’economia mondiale nel decennio 2010-2019 è stato inferiore a quello di qualsiasi decennio precedente, dopo la Seconda guerra mondiale.
Aumento della quota di plusvalore e sovrapproduzione ex ante
La ragione di questa stagnazione risiede nella natura stessa del capitalismo neoliberista, che ha visto un massiccio aumento della disuguaglianza di redditi e di ricchezza all’interno di ciascun Paese. Poiché il capitale, compreso quello finanziario, gode di una mobilità globale più o meno libera sotto il regime neoliberista, mentre i lavoratori rimangono confinati nei rispettivi paesi (salvo quando è espressamente consentito loro di migrare), i lavoratori dei paesi avanzati competono di fatto con i lavoratori a basso salario del Sud Globale, verso cui il capitale può sempre essere delocalizzato.
Pino Arlacchi: Ecco come il Pentagono punta a scaricare Trump
Ecco come il Pentagono punta a scaricare Trump
di Pino Arlacchi
A Washington è successo qualcosa che non si vedeva dagli ultimi anni del Vietnam. I vertici delle forze armate americane hanno messo per iscritto che la guerra in corso non è più sostenibile, hanno continuato ad eseguire gli ordini, e poi hanno fatto in modo che il paese lo venisse a sapere. Non è un ammutinamento. È un’operazione di salvataggio del proprio didietro, quella che nel gergo militare americano si chiama cover your ass, condotta con la freddezza di chi sta già scrivendo la propria memoria difensiva per un processo che si terrà fra due o tre anni.
I fatti sono questi. Nel registro riservato che fotografa ogni due settimane la disponibilità delle forze americane nel mondo, il Secretary of Defense Orders Book, edizione del 14 agosto, i comandi per l’Europa, l’Indo-Pacifico e l’America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto all’ordine di prolungare fino al 2027 il dispiegamento di oltre cinquantamila uomini in Medio Oriente con la formula tecnica del non-concur. Non siamo d’accordo, ma obbediremo. L’ammiraglio Daryl Caudle ha messo a verbale che soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare. Il generale Alexus Grynkewich, che comanda in Europa, ha dichiarato di non disporre di navi sufficienti per assolvere i propri compiti. E tutti insieme hanno segnalato che le scorte di Patriot, THAAD e Tomahawk sono esaurite. Il giudizio complessivo, riferito dal Washington Post che ha pubblicato lo scoop il 30 agosto, è inequivocabile. Dopo sei mesi l’operazione si è spinta troppo oltre ed è durata troppo a lungo.
Francesca Rigotti: Uguaglianza diseguale
Uguaglianza diseguale
di Francesca Rigotti
«Tutti gli uomini sono stati creati uguali» sono le parole che formano il preambolo della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, redatta da Thomas Jefferson nel 1776. Ci credettero loro, ci abbiamo creduto e ci crediamo noi, anzi, intendiamo l’eguaglianza come un principio scontato, pulito, universale, come la democrazia, come i diritti umani. Poi si legge questo libro (D.M. McMahon, Uguaglianza. Storia di un’idea sfuggente, DeriveApprodi 2026), bello, serio, importante, pieno di informazioni e di idee, e se ne esce in qualche misura sconcertati. Ma come, l’eguaglianza (preferisco scriverla così, in ossequio alla Treccani che mi dice che eguaglianza «è lo stesso che uguaglianza, di cui è meno comune nel significato generico e matematico, ma abbastanza comune nel significato politico-sociale», che è poi quello del quale qui ci si occupa), l’eguaglianza, dicevo, non è sempre stata e non è un valore incondizionato, un ideale cui tendere, un concetto univoco sul quale tutti concordano e che tutti noi egualitaristi, appunto, cerchiamo di promuovere?, storico americano classe 1965, che scrive da storico, non da sociologo, economista o filosofo, ci pone davanti una serie di dubbi, nodi, domande e problemi di non facile soluzione.
Ma cominciamo con una descrizione/riassunto di questo saggio, ben scritto in lingua originale, meno nella traduzione, e non sottoposto a una seria cura editoriale.
Giuseppe Masala: La guerra per le rotte arriva al Grande Nord
La guerra per le rotte arriva al Grande Nord
di Giuseppe Masala
La guerra mondiale a pezzi che si combatte ormai in varie parti del mondo almeno dal 2014 (prendo come data di riferimento la prima volta che a mia memoria Papa Francesco parlò di “Guerra Mondiale a Pezzi” ovvero quando rientrò dal suo viaggio in Corea nell’agosto del 2014) è sostanzialmente caratterizzata da alcuni fattori:
1) Le grandi potenze ( USA da una parte e l’alleanza tra Cina e Russia dall’altra) che muovono i fili dei conflitti combattuti dai paesi “proxy” non si espongono direttamente e attendono che la parte avversa sfinita dell’enorme dispendio di mezzi economici e finanziari imploda su se stessa e capitoli;
2) Il conflitto è lento e non combattuto su un fronte unico ma in diversi quadranti del globo tra essi non collegati. Ad un occhio disattento addirittura può sembrare che nulla leghi i singoli conflitti, non riuscendo a cogliere il nesso che è negli interessi geostrategici delle grandi potenze che tra di loro si contrappongono;
3) La Grande Guerra Mondiale a pezzi segue una rotta ben precisa che è quella dei flussi di energia e di merci e, conseguentemente, ha delle recrudescenze nei cosiddetti “colli di bottiglia” ovvero negli stretti dove questi flussi sono obbligati a passare.
Agata Iacono: Dal 14 settembre ‘D’istruzione pubblica’ finalmente in streaming su openDDB
Dal 14 settembre ‘D’istruzione pubblica’ finalmente in streaming su openDDB
di Agata Iacono
Il documentario che ha riacceso il dibattito sulla scuola pubblica è uscito in streaming il 14 settembre su openddb.it in occasione dell’inizio dell’anno scolastico 2026-27.
Continua anche il tour in tutta Italia, durato più di sei mesi con proiezioni in più di 120 località in 18 regioni.
D’istruzione pubblica, di Federico Greco e Mirko Melchiorre (già autori di PIIGS e C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando), è l’unico film che ha avuto il coraggio di denunciare senza censure le ragioni della morte della cultura, del passaggio delle conoscenze e della scuola pubblica, la privatizzazione del pensiero e l’aziendalizzazione dell’istruzione.
Ma a dire che i nostri ragazzi sono sempre più ignoranti, che gli schermi digitali e l’IA li rendono zombie, sono capaci tutti (anche perché a dirlo è anche la commissione europea, quella stessa che attraverso il cavallo di Troia del PNRR ha inondato di tecnologia digitale le nostre scuole per arricchire le Big Tech e creare domanda di tecnologia drogando il mercato). Quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire, e che il film urla, è: di chi è la colpa politica? Ma della sedicente sinistra progressista occidentale, ovviamente. Che per 30 anni è andata a braccetto su questi temi con la destra.
Il film, purtroppo per la scuola, continua a essere di grande attualità. Negli ultimi giorni infatti sono uscite due notizie gravissime che riguardano il mondo dell’istruzione pubblica.
Alessandro Scassellati: Verso il crollo dei mercati azionari?
Verso il crollo dei mercati azionari?
di Alessandro Scassellati
Introduzione. Verso la tempesta perfetta: la vulnerabilità sistemica dei mercati azionari
L’ottimismo che ha spinto i mercati azionari globali verso nuovi massimi storici si scontra oggi con un nodo intricato di fragilità strutturali. Dietro la febbrile corsa all’hardware e alle frontiere dell’intelligenza artificiale si cela, in realtà, la risposta a una profonda crisi di redditività del capitalismo maturo. Questa accelerazione algoritmica, sostenuta da un’imponente e opaca architettura di finanza ombra (shadow financing) d’oltreoceano, viene cavalcata dalle oligarchie tecnologiche nel tentativo di azzerare i costi del lavoro e privatizzare la conoscenza sociale comune.
Tuttavia, questo castello di carte finanziario poggia su fondamenta minate da asimmetrie sistemiche e tensioni geopolitiche globali. Se l’espansione dei costi infrastrutturali legati al comparto tecnologico viaggia a una velocità incompatibile con i tempi di assorbimento del mercato reale, sul versante macroeconomico il forte rialzo dei rendimenti obbligazionari e un imminente muro di scadenze dei debiti – sia pubblici sia privati – minacciano direttamente la sostenibilità fiscale e previdenziale dell’Occidente. Si profila così il rischio che i moderni meccanismi di de-risking statali finiscano, ancora una volta, per scaricare sulla collettività i costi di un potenziale e distruttivo crash finanziario.
In questo scenario già surriscaldato, le imminenti elezioni di midterm del 3 novembre si configurano come il vero catalizzatore politico della crisi. Un’eventuale sconfitta della fazione trumpiana e la perdita del Congresso da parte dell’amministrazione in carica aprirebbero la strada a una forte instabilità istituzionale, incrinando l’asse regolatorio tra il governo federale USA e gli oligarchi dell’IA e innescando una correzione sistemica sui mercati. Il testo delinea quindi uno scenario di potenziale tempesta perfetta, dove tensioni geopolitiche, crisi del debito sovrano, fratture politico-istituzionali statunitensi e l’esplosione della bolla tecnologica rischiano di convergere verso un inevitabile crollo dei mercati azionari e finanziari
Rezgar Akrawi: Un’arma di distruzione di massa senza esplosione: l’AI e lo smantellamento della mente umana
Un’arma di distruzione di massa senza esplosione: l’AI e lo smantellamento della mente umana
di Rezgar Akrawi
Ciò a cui assistiamo oggi non è una presa del potere sull’umanità da parte dei robot, così come il cinema l’ha immaginata. È un altro modello di controllo digitale, fondato sull’automazione e sugli algoritmi per gestire ambiti sempre più ampi della vita quotidiana.
Perdere il controllo di questi sistemi è però soltanto il lato rumoroso del pericolo, che si sviluppa rapidamente per effetto della concorrenza tra le grandi potenze e le imprese monopolistiche, al punto che le leggi non riescono a stargli dietro, e il loro sviluppo avviene dentro rapporti di proprietà e una concorrenza feroce che rendono più probabile che sfuggano al controllo e ne moltiplicano il costo per le persone.
Il suo lato più grave è molto più silenzioso, poiché l’intelligenza artificiale, sotto la struttura capitalistica che la sviluppa, contribuisce a plasmare la coscienza di miliardi di persone in un senso che serve la logica del modello capitalistico, e questa concorrenza può, in assenza di leggi efficaci, infliggere i danni più gravi alla mente umana e trasformare l’intelligenza artificiale in un’arma di distruzione di massa.
Queste inquietudini non provengono più soltanto da chi critica. La rivista TIME ha rivelato che un sistema di intelligenza artificiale è sfuggito al controllo e ha attaccato altri sistemi, e pochi giorni dopo circa 1.400 ingegneri e ingegnere delle maggiori imprese hanno firmato una petizione comune che chiede di regolare il ritmo dello sviluppo, e tra i firmatari figuravano alti dirigenti di quelle stesse imprese.
Decine di migliaia di persone, tra cui scienziati di primo piano del settore, hanno firmato una dichiarazione internazionale che chiede di vietare lo sviluppo della «superintelligenza» finché non esista un consenso scientifico sulla sua sicurezza, mentre pensatori e tecnici hanno chiesto che il suo sviluppo venga regolato per legge e posto sotto supervisione sociale.
Il 12 settembre 2026, sotto una pressione mondiale popolare, delle organizzazioni per i diritti umani e anche del mondo tecnico, le imprese del capitalismo digitale si sono viste costrette a rompere il loro silenzio. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato un articolo intitolato «Dobbiamo regolare il ritmo sulla frontiera tecnologica», nel quale invita la propria industria a rallentare la corsa dello sviluppo e propone di aprire i laboratori a valutatori indipendenti con pieni poteri, un organismo di norme comuni tra le imprese e un accordo internazionale che comprenda la Cina.
Fabio Vighi: Lo sciame, il panico e il conto pubblico
Lo sciame, il panico e il conto pubblico
di Fabio Vighi
C’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale.
Consideriamo sia la tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana, l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lanciato un allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di venti politici a rispondere con accorati appelli alla regolamentazione dell’IA.
Più o meno nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!
Pochi giorni dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor riferiva che un disegno di legge bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo aver annunciato il 3 settembre un disegno di legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli straordinari» dell’IA.
A cosa serve l’allarme
Che cosa produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non produrrà — sono norme davvero vincolanti.
Mario Sommella: Chi paga l’apostata
Chi paga l’apostata
di Mario Sommella
Risposta a Francesco Coniglione: la sindrome dell’apostata arrabbiato tra psicologia del risentimento, mercato delle conversioni e trasformismo italiano
1. Un buon punto di partenza
Francesco Coniglione ha pubblicato su Sinistra in rete una riflessione, «La sindrome dell’apostata arrabbiato», che merita di essere discussa e non soltanto condivisa. Il testo è costruito con cura. Distingue il semplice cambiamento d’opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza, dalla conversione, che può essere esperienza profonda e persino luminosa, e le separa entrambe dall’apostasia vera e propria: la condizione di chi, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.
Per dare fondamento a questa figura Coniglione richiama Max Scheler e il suo saggio sul risentimento, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, la ricezione sociologica di Lewis Coser e la tipologia di David Bromley. Poi applica lo schema al secondo Novecento italiano: i passaggi dall’estrema sinistra, da Lotta continua e dal movimentismo extraparlamentare verso approdi liberal-conservatori e berlusconiani; la figura dell’intellettuale itinerante che attraversa culture comuniste, socialiste e conservatrici; la diaspora craxiana, che l’autore legge non come conversione ma come trasmigrazione, cioè come passaggio di campo di un socialismo già svuotato, ridotto a identità biografica e fedeltà al leader.
La formula che resta impressa è quella secondo cui l’apostata arrabbiato ha cambiato altare, non sempre religione. La forma mentale permane, cambia soltanto il bersaglio. E la conclusione è di rara finezza morale: la vera libertà comincia quando non si ha più bisogno di odiare ciò che si è stati.
Scrivo queste pagine non per confutare quel ragionamento, che condivido in larga parte, ma per allargarne la cornice. Alla domanda che apre il saggio, «dove arriveranno?», ne va affiancata un’altra, che la chiave psicologica lascia in ombra: chi li aspetta all’arrivo, e perché.
2. Il limite della chiave psicologica
comidad: Dall’ideologia liberale alla mistificazione neoliberale
Dall’ideologia liberale alla mistificazione neoliberale
di comidad
Il mitico accordo ottenuto da Trump sulla Groenlandia non aggiunge assolutamente nulla a quanto già era pienamente nella disponibilità degli USA. Nulla di strano che i danesi abbiano celebrato l’accordo come una loro vittoria, visto che lascia invariato il dato attuale; infatti la Groenlandia è sotto l’esclusivo controllo militare degli USA da più di ottanta anni. Per quanto riguarda poi le terre rare e le altre risorse minerarie, quelle sono sempre state a disposizione delle multinazionali USA; sennonché investire in ricerche ed estrazioni minerarie in Groenlandia è particolarmente costoso e rischioso a causa dello spessore della crosta glaciale. Vale per la Groenlandia ciò che vale per il Venezuela: le corporation multinazionali sono disposte ad investire soltanto se il governo federale sussidia l’operazione e garantisce finanziariamente per costi e rischi. L’attitudine delle corporation a privatizzare i profitti e socializzare costi e perdite, è ormai talmente sgamata che nessuno si è bevuto la retorica distopica e catastrofista dei CEO delle aziende dell’IA; si è capito invece all’istante dove andavano a parare, cioè pretendere che i governi elargiscano sussidi e protezioni alle aziende dell’IA col pretesto della sicurezza nazionale.
Se si analizzano i risultati effettivi dell’aggressione di Trump al Venezuela al di là delle suggestioni mediatiche, anche in quel caso ci si accorge che gli USA non hanno ottenuto nulla di più di ciò che Maduro aveva già offerto prima di essere sequestrato; persino la vendita del petrolio in dollari era impedita dalle sanzioni USA e non dalle fisime del governo di Caracas.
Alessandro Volpi: Lacrime di coccodrillo sui conti: un 3% che serve solo al riarmo
Lacrime di coccodrillo sui conti: un 3% che serve solo al riarmo
di Alessandro Volpi
Il ministro Giorgetti si dichiara rattristato dal mancato raggiungimento dell’obiettivo di portare il rapporto deficit/Pil al di sotto del 3% e dunque di non avere rispettato i “ferrei” vincoli europei.
A questo proposito penso però che siano opportune alcune considerazioni più specifiche.
Il ministro Giorgetti forse dovrebbe rammaricarsi non del suo fallimento nel perseguimento dell’obiettivo in questione ma del fatto che l’impegno complessivo profuso durante l’intero anno 2026 è stato decisamente imponente: la manovra di consolidamento ha richiesto infatti una correzione lorda stimabile in circa 15-18 miliardi di euro tra minori uscite e maggiori entrate. Questo gigantesco sforzo ha prodotto un avanzo primario strutturale dello 0,8% del PIL, che ha significato una rigorosa politica di austerità destinata a congelare gli investimenti pubblici e ad impedire qualsiasi crescita dei consumi.
Dunque il problema non è centrare o meno l’obiettivo europeo ma finalizzare ad esso quasi metà dell’intera Legge di bilancio 2026, come se l’Italia fosse un paese sull’orlo dell’insolvenza.
Ma la questione non finisce qui. Portare a termine con successo un simile percorso e centrare il parametro avrebbe garantito benefici specifici assai limitatii: l’uscita formale dalla Procedura per Deficit Eccessivo aperta da Bruxelles avrebbe sbloccato la possibilità di attivare le clausole di flessibilità previste dal nuovo Patto di Stabilità. Tuttavia, questo margine di manovra aggiuntivo non sarebbe stato un assegno in bianco spendibile liberamente per spese correnti come il taglio delle tasse, le pensioni o i servizi sociali, bensì uno spazio di bilancio rigidamente vincolato per norma comunitaria a investimenti strategici in conto capitale circoscritti agli ambiti della difesa e della sicurezza energetica.
Infoaut: Le nuove regole della Resistenza
Le nuove regole della Resistenza
di Infoaut
Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.
Ricordiamo che a luglio scorso, gli Houthi – che già controllavano la regione della capitale Sana’a – sono riusciti a cacciare le forze filo-governative dalla costa sud-occidentale, prendendo il controllo della città portuale di Mokha, importante centro strategico, dell’isola di Mayyun e delle isole Hanish. Tutti territori già oggetto di contesa, poiché permettono un controllo potenzialmente totale sulla viabilità dello stretto. Tutto questo è avvenuto a seguito della crisi di Hormuz e alla scelta obbligata delle petromonarchie di spostare la circolazione sull’altro lato della penisola arabica (Bab el-Mandeb, appunto), permettendo di attenuare – seppure lievemente – la strozzatura sul mercato petrolifero. La guerra civile era scoppiata nel 2014, dopo l’inizio delle operazioni militari del gruppo sciita zaidita nelle regioni ovest del Paese. Le forze armate yemenite sono state sostenute negli ultimi dodici anni – durante i quali gli Houthi hanno mantenuto pressappoco gli stessi territori fino alla scorsa settimana -, da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finanziati e aiutati a loro volta dagli Stati Uniti.
L’Arabia è il maggiore esportatore di petrolio dei paesi OPEC e la sua economia, nonostante i piani di diversificazione della produzione, è ancora basato sull’export di petrolio per il 45% del PIL.
Patrizio Paolinelli: Una mappa del pensiero neoreazionario
Una mappa del pensiero neoreazionario
di Patrizio Paolinelli
È naturale che in un’epoca di transizione come quella che stiamo attraversando emergono nuove idee di società. Alcune nascono come risposte per far avanzare la democrazia; altre come negazione di ogni forma di democrazia. È in questo secondo orizzonte che si colloca il movimento neoreazionario proveniente dagli Stati Uniti. Tale movimento prende forma agli inizi degli anni Duemila e presenta due particolarità: nasce in Rete e per lungo tempo molti suoi esponenti sono rimasti coperti dall’anonimato. In poco tempo il movimento neoreazionario ha attirato sia l’interesse che i finanziamenti di alcuni miliardari della Silicon Valley e di recente è stato cartografato dal ricercatore francese Arnaud Miranda in un libro intitolato Illuminismo oscuro. Le origini del pensiero neoreazionario, (Rizzoli, Milano, 2026, 183 pp., 18,00 euro).
Miranda si occupa di storia delle idee politiche con particolare attenzione al pensiero di destra. Nel suo libro ricostruisce le origini del pensiero neoreazionario, ne analizza i concetti e il linguaggio mostrando i rischi che rappresenta per i valori delle democrazie (uguaglianza, diritti universali, partecipazione popolare). Si tratta di un lavoro prevalentemente descrittivo pensato per aiutare il lettore a comprendere un fenomeno ancora poco conosciuto. Il taglio è dunque assai diverso da quello di un altro libro che in Italia ha preceduto il testo di Miranda di circa un anno: Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli, 2025), di Alessandro Mulieri. Il quale affronta lo stesso universo politico, ma in modo apertamente polemico denunciando la componente tecnofascista della neoreazione.



