“Stavolta diciamo SÍ!”

Stavolta diciamo SÍ!

Ci scuserà il compagno Pascale che su Marx XXI ha spiegato le ragioni per cui al prossimo Referendum sulla legge che riduce il numero dei parlamentari bisognerebbe votare per l’abrogazione, mettendo un NO sulla scheda, se qui sosteniamo la posizione opposta, quella del SÍ.

Con questo non vorremmo però aprire una guerra di religione, come a sinistra si usa spesso fare in caso di dissenso su una scelta politica, ma riportare la discussione sul terreno del ragionamento e delle valutazioni strettamente attinenti alla questione, anche per evitare che si dipinga una situazione in cui, come si usa dire, nella notte nera tutte le vacche sono nere.

Purtroppo, a nostro parere, è da tempo che a sinistra, e anche tra quelli che si definiscono comunisti, si dà una lettura della situazione politica che non trova corrispondenza nella realtà. E questo ci pare il caso anche sulla questione del referendum di settembre.

La riduzione del numero dei parlamentari ha una lunga storia ed è stata spesso invocata anche da sinistra, per esempio da Nilde Jotti. Sembra inoltre assai difficile sostenere che una equilibrata riduzione del numero vada a scapito della centralità del Parlamento o ne comprometta l’efficacia. Sembrerebbe assai più plausibile il contrario. Adesso però tutti i giustificati allarmi per il prevalere degli istinti autoritari dei poteri forti del sistema liberista che fanno strame della democrazia vengono convocati tutti assieme al solo scopo di affossare, se possibile, questa riforma.

Bisogna battersi, si dice, contro l’antipolitica e il populismo, che sarebbero la vera minaccia incombente. Non ci si cura di cantare nel coro assai equivoco, per non dir di peggio, di un Panebianco sul Corriere della Sera o della nuova Repubblica di Elkann. In realtà quello che molti auspicano non è una vittoria della democrazia, ma la sconfitta dei 5 Stelle. La riduzione del numero dei parlamentari sta infatti dentro al percorso inaugurato dai 5 Stelle, che parte dal decreto dignità, dalla legge spazzacorrotti, dal blocco della prescrizione, dalla riduzione dei vitalizi e ha per sbocco naturale il sistema elettorale proporzionale che è sicuramente quello che dà un carattere più democratico alla rappresentanza parlamentare. Non ci troviamo di fronte ad un Renzi che sognava di stravolgere la Costituzione per dare il potere a un uomo solo al comando, cioè lui. Qui siamo dentro un processo che cerca di rompere la tradizione di corruzione che ha storicamente contraddistinto la rappresentanza politica in Italia. Il concetto non è ridurre il ruolo del parlamento ma ridurre e controllare più facilmente il mercimonio che attorno ad esso ruota. Possibile che non si riesca a distinguere questo da un attentato alla democrazia?

Saranno i risultati del referendum a dimostrare che milioni di italiani hanno ben capito di che cosa si tratta, mentre molti politici, che pure sono costretti dalla pressione dell’opinione pubblica a dichiararsi per il SÍ, in modo più o meno obliquo, ma anche con clamorosi voltafaccia, coltivano la speranza – motivata da considerazioni in cui la democrazia entra assai poco – che la legge costituzionale venga abrogata. Si prendano in considerazione a questo proposito i dubbi e le reticenze piddine e il fatto che il referendum è stato reso possibile dall’apporto decisivo dei parlamentari della Lega. Si osservi come da tempo giornali come Repubblica e gli altri del fronte unico padronale danno risalto a dichiarazioni trasversali volte a superare il muro dei SÍ che i partiti di riferimento evitano prudentemente di attaccare direttamente.

Chi si occupa di storia, come il compagno Pascale, ricorderà a questo proposito il referendum monarchia o repubblica del 2 giugno1946. La repubblica vinse, ma lo scarto fu minimo perchè la DC di De Gasperi pur dichiarandosi per la repubblica parteggiava per la monarchia.

Quando invitiamo dunque a interpretare correttamente la situazione, vogliamo suggerire a coloro che in buonafede si schierano per il NO di approfondire meglio il ragionamento e uscire da schematismi che schiacciano la sinistra e i comunisti su posizioni slegate dalla dinamica reale dello scontro, che ha oggi per protagonisti da una parte i liberisti e dall’altra chi cerca quanto meno di limitarne l’azione, devastante anche sul piano della corruzione. Scambiare Renzi con Conte porta solo acqua al mulino di Salvini e soci.

Questo ci preme di dire – senza voler fare della nostra scelta di comunisti rispetto al referendum una trincea dove si fa l’Italia o si muore – per cercare di uscire dalla logica identitaria e/o movimentista e scendere sul concreto delle battaglie politiche che come comunisti dobbiamo imparare a fare. A questo proposito ci sembra importante la nota di Angelo Ruggeri su Togliatti pubblicata su Marx XXI il 21 agosto, nell’anniversario della morte del grande dirigente comunista, che suona come un invito ai compagni a riflettere su come i comunisti italiani erano diventati un grande partito.

22 agosto 2020

Roberto Gabriele e Paolo Pioppi

Aginform

“Perchè votare SI'”

Perchè votare SÍ

La posizione del Fronte Politico Costituzionale

sul referendum per la riduzione del numero dei parlamentari.

Aumentare o diminuire il numero dei parlamentari ha ben poco a che fare con il principio della rappresentanza democratica. Chi vuol far credere che questa dipenda da quanti deputati e senatori siedono in parlamento usa l’argomento a fini strumentali per un obiettivo dichiaratamente politico, che è quello di condurre una battaglia contro il governo Conte, e per mantenere in piedi un sistema di corruttela che passa anche attraverso la manipolazione della rappresentanza con le leggi elettorali maggioritarie e la compravendita di deputati e senatori raccolti nella palude del parlamento.

Non è un caso che dopo che la legge sulla riduzione dei parlamentari è stata votata a larghissima maggioranza si è attivato un fronte trasversale per sostenerne l’abrogazione con il NO. I vecchi maneggioni della ‘rappresentanza’ non vogliono perdere la loro platea di riferimento.

A nostro parere, invece, la riduzione del numero dei parlamentari si inserisce nella tendenza che negli ultimi anni si è espressa contro la ‘politica’ intesa come corruzione, privilegi e disprezzo delle esigenze collettive. Se un partito, nella fattispecie i 5 Stelle, si è fatto carico della proposta di riduzione delle prebende dei rappresentanti della ‘democrazia’ e del numero di coloro che le percepiscono, non siamo di fronte a un attentato alle istituzione repubblicane, ma è stata raccolta e tramutata in legge costituzionale la spinta della gente che è stanca di malversazioni, corruzione, demagogia e subisce lo stravolgimento quotidiano del dettato costituzionale sui rapporti sociali ed economici e sui rapporti internazionali, contro il quale non assistiamo, guarda caso, a nessuna levata di scudi.

Non è la riduzione del numero dei parlamentari che attacca la Costituzione. Sostanziale è invece la questione della legge elettorale che con le scandalose manipolazioni imposte per tanti anni ha gravemente alterato la rappresentanza democratica, consentendo a infime minoranze, ben sostenute da poteri e risorse extraparlamentari, di scalare posizioni di potere o esercitare rilevanti poteri di ricatto (ogni riferimento alla vicenda di Renzi è puramente casuale).

Tutti coloro che hanno capito il gioco fraudolento di tanti improvvisati difensori della ‘democrazia’, così come dei ‘diritti umani’ con cui giustificano guerre e sopraffazioni, vadano a

votare SÍ senza esitazione.

La vittoria del SÍ rafforzerà in Italia l’ancor fragile fronte antiliberista. Ne tengano conto anche coloro che nelle loro nicchie ‘antagoniste’ finiscono spesso per ritrovarsi in cattiva compagnia, come è avvenuto per la vicenda Covid quando i provvedimenti del governo sono stati valutati come azione repressiva lesiva dei diritti costituzionali. Parrà strano, ma l’internazionale nera si muove anche in questo modo, dai ‘libertari’ di Berlino a Salvini. Capiamolo per tempo.

Come organizzare la lotta contro la destra e i liberisti nel periodo del coronavirus e della crisi economica

Sulla questione della lotta al virus e alle sue conseguenze economico-sociali si sta conducendo nel nostro paese una grande battaglia tra le forze in campo. Read More “Come organizzare la lotta contro la destra e i liberisti nel periodo del coronavirus e della crisi economica”

“Per una rivoluzione democratica basata sulla Costituzione”

A proposito del manifesto
“Per la rinascita dell’Italia attraverso l’economia reale e l’osservanza della Costituzione”

Far nascere una formazione politica che raccolga le spinte al cambiamento è un’esigenza che sta maturando in molti, anche se l’obiettivo non è così a portata di mano. Questa esigenza, seppure non facile da tradurre in progetto politico, sta incrociando una situazione oggettiva, dovuta alla crisi del coronavirus e allo smascheramento del ruolo dell’UE come portatrice di un meccanismo al servizio della finanza e dell’Europa liberista. Per coloro che da tempo conducono la battaglia per cambiare lo stato di cose presente è arrivato il momento di porsi al livello che la nuova situazione impone.

Per questo leggiamo con interesse il manifesto – pubblicato sui siti di “Sollevazione” [qui], “Programma101” [qui], “attuarelacostituzione” [qui] e ripreso anche da altri, per esempio [qui] – a firma di un gruppo di persone tra cui il costituzionalista Paolo Maddalena, in cui si definisce un programma di fase sul quale concordiamo largamente, attorno a cui aggregare una formazione politica che ne sappia portare avanti gli obiettivi.

A nostro parere però per andare oltre le dichiarazioni bisogna valutare bene il metodo con cui procedere e vanno anche integrati i contenuti del manifesto su alcune questioni che hanno un’importanza rilevante, non per una disputa tra iniziati, ma per coloro che chiamiamo a combattere assieme a noi.

Sui contenuti del manifesto notiamo infatti un’omissione importante per coloro che vogliono darsi una base politica costituzionale: l’applicazione dell’art.11 della Costituzione, che non è rilevante solo per le questioni relative alle guerre in cui l’Italia è coinvolta, ma anche per il futuro economico del nostro paese. Se pensiamo infatti di dare autonomia di sviluppo al nostro paese dobbiamo essere consapevoli che, rimanendo stretti nel circuito degli interessi della finanza e dell’economia occidentale, di cui l’UE è solo una parte, che ci impongono embarghi e guerre rispetto agli interlocutori con cui l’Italia può espandere su basi paritarie le proprie relazioni economiche, non potremo mai uscire veramente dalla situazione a cui l’attuale crisi internazionale ci ha portati anche indipendentemente dal coronavirus.

A prescindere però dalla questione dell’art.11 e, sempre rispetto al programma esposto nel manifesto, pur ritenendo importanti gli obiettivi indicati, crediamo che manchi una sintesi politica che renda chiaro il ruolo strategico che una nuova forza politica deve svolgere nella dialettica tra le forze in campo. Noi non dovremmo essere solo quelli che si impegnano a realizzare determinati risultati concreti, ma dovremmo far intendere a milioni di persone che in questa fase dominata dal liberismo sfrenato, siamo una formazione politica che mira a dare all’Italia un futuro di pace e di nuove relazioni internazionali, una direzione pubblica dell’economia e strumenti solidi di difesa dei diritti dei lavoratori e dei cittadini. Questi tre punti programmatici li abbiamo chiaramente indicati nel documento programmatico del Fronte politico costituzionale, mettendoli alla base dei nostri rapporti politici e del nostro agire pratico.

Quindi ben venga un manifesto politico su base costituzionale che abbia, in sintesi, lo scopo di combattere l’ordine liberista in politica interna e internazionale, ma non si commetta l’errore di pensare che questo sia patrimonio di un gruppo. Anzi, bisogna sperare che questa coscienza sia largamente diffusa e condivisa. Su questo punto bisogna lasciarsi alle spalle una cultura che tende a trasformare gli obiettivi in ideologia, invece di puntare a un consenso di massa politicamente condiviso.

Sulle questioni di metodo dobbiamo mettere in chiaro, nella discussione, che non si può definire un progetto solo con la buona volontà anche se il contenuto politico è condivisibile. Per questo chi ha in mente che iniziare un nuovo percorso sia un’operazione pubblicitaria, si mette sulla strada sbagliata, anche se animato dalle migliori intenzioni. La questione non implica un giudizio sulle persone, bensì riguarda la valutazione oggettiva della situazione e dei problemi politici da affrontare e la consapevolezza di come misurarsi con ciò che abbiamo di fronte.

Partiamo dalla questione oggettiva e domandiamoci: le esigenze che ci portano a lanciare una proposta di organizzare un nuovo movimento politico che basi hanno nell’immediato? Noi riteniamo che si sia solo all’inizio di un percorso che bisogna gestire con coerenza e determinazione per cui i promotori del progetto ne devono, in partenza, garantire la credibilità. Non è un giuramento di fede che si richiede, quanto la capacità di condurre analisi e dibattiti seri che ci portino al risultato, a una sintesi condivisa. Mettere il vino nuovo in una botte vecchia non pagherebbe. Quindi, per essere concreti, il lavoro da fare comincia nel momento in cui la proposta viene lanciata e rispettandone i tempi. Atteggiamenti ribellistici e di insofferenza ‘rivoluzionaria’ non sono compatibili con una proposta che vede come base i punti essenziali della Costituzione. I cambiamenti strutturali non si improvvisano e si misurano con i movimenti reali. Le rivoluzioni, anche quella che noi chiamiamo rivoluzione democratica per applicare la Costituzione, non possono essere virtuali.

Per questo dobbiamo anche tener conto di ciò che sta accadendo attorno a noi, sia nella vicenda UE e della sua crisi, che nella situazione interna italiana. In particolare, l’esigenza di cambiamento, che ci proponiamo di raccogliere con una proposta di rivoluzione democratica non può che partire da ciò che è avvenuto nel 2018 e che ha fatto saltare i vecchi equilibri liberisti.

E’ anche misurandosi con questa novità, per noi incarnata dal movimento 5 Stelle, oltre che dal sovranismo (fasullo) di destra della Lega che si misura la capacità di crescita di un nuovo movimento politico.

I compagni che stanno lavorando per la creazione di un Fronte politico costituzionale
8 aprile 2020

www.aginform.org

 

“I comunisti e il Fronte Politico Costituzionale”

Sono circa due anni che si è aperta una fase nuova della politica italiana rispetto alla quale le forze tradizionalmente di opposizione sono rimaste spettatrici o anche inchiodate in una posizione di principio che ha congelato potenzialità e iniziative e che non ha certo contribuito a portare avanti la situazione.

Per questo, dopo un dibattito durato un periodo non breve e che viene documentato nel volume Lettere ai compagni ci siamo decisi ad avanzare una proposta attorno alla quale sollecitare una discussione e una definizione programmatica che avvii una nuova aggregazione unitaria in grado di incidere sul terreno dello scontro politico e di classe.

Questo passaggio non lo vediamo nè facile nè a portata di mano. Anzi, nel breve periodo siamo abbastanza pessimisti perchè, anche se la situazione si evolve e crea nuove contraddizioni sul piano politico nazionale e internazionale, la maturazione di una tendenza capace di raccogliere le spinte in atto e proiettarle verso la costituzione di un movimento politico che definisca una strategia di trasformazione sociale e di uscita da una logica imperialista è ancora rimasta al palo.

Per sbloccare l’impasse bisogna, preliminarmente, fare i conti con un retroterra che ripropone ipotesi movimentiste e identitarie che, pur restringendosi sempre più (il bacino residuale sta sotto l’1%), distoglie l’attenzione e produce frustrazioni.

Qual è il passaggio che ci può consentire invece di aprire una fase di ricostruzione di un partito politico che riprenda, con un orizzonte di classe e una visione internazionale, un percorso interrotto dalla degenerazione e dal disfacimento del PCI?

Di fatto i decenni trascorsi dagli anni ’90 del secolo scorso sono serviti, almeno per noi, non tanto a rispondere a questa domanda, quanto da incubazione di una elaborazione che rendesse credibile una ripresa.

La lezione dei fatti dovrebbe indurci a capire che senza una teoria scientifica non si trasforma lo stato di cose presente e che questa va correlata con lo sviluppo delle condizioni oggettive su cui fondare una ripresa, se no non si va da nessuna parte e si rimane nicchia ai margini dei processi reali. Più di qualcuno, tra i comunisti, ha scambiato questo lavoro per una ripetizione inerte dei principi.

Con questo vogliamo dire che la situazione non può essere sbloccata con ipotesi politiche improvvisate e che invece ogni ipotesi deve essere approfondita e misurata coi fatti. Perchè, se grande è il caos sotto il cielo, trovare il filo di una ripresa che abbia carattere di classe e proiezione strategica nelle circostanze storiche attuali e in un paese come l’Italia è cosa che bisogna saper cogliere non con astrazioni ideologiche, ma agganciando la realtà.

Non ci sembra però che a sinistra, tra quelli che si ritengono più radicali, si sia sviluppata una verifica e una discussione in questa direzione. Neppure tra coloro che mantengono posizioni comuniste è emerso un metodo corretto per affrontare la nuova situazione in termini di analisi politica e di movimenti reali. Quella che serve dunque è una rilettura dei passaggi che hanno portato alla situazione attuale e una riflessione su come agganciarla, con quale proposta e con quale programma. Per questo siamo arrivati alla conclusione che è necessario sbarazzare il terreno dai paradigmi che hanno determinato i modi di stare all’opposizione in questi anni per ripartire invece dalla funzione storica che un partito di classe e di massa deve svolgere oggi.

Parlare di funzione storica vuol dire anche fare i conti, preliminarmente, coi tempi di maturazione dei termini oggettivi, ma anche fare i conti con un mutamento epocale nelle caratteristiche dei processi di superamento del sistema imperialista dello sfruttamento e con le forme che la conflittualità è andata assumendo verso la fine del secolo scorso.

Per quanto ci riguarda, nel corso degli ultimi anni ci siamo misurati con questi problemi in due modi: lavorando sulla storia del movimento comunista (con l’Associazione Stalin), e dando una valutazione del lavoro di classe e internazionalista svolto dagli anni ’70 per quasi vent’anni (La zattera e la corrente) per trarne le debite conseguenze. In sostanza abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi e con il nostro passato.

Oggi però dobbiamo sciogliere il nodo di come sia possibile delineare una prospettiva che, passando dentro la nuova realtà, indirizzi le forze che tendono alla trasformazione dell’assetto politico e sociale italiano. La domanda è: con quale forza e con quale programma possiamo accingerci a riprendere un cammino di questo tipo?

Se è vero dunque che la storia si pone solo i problemi che può risolvere, come comunisti abbiamo il compito di costruire un livello di organizzazione e di strategia politica che si dialettizzi con le esigenze di massa e di classe che caratterizzano oggi la situazione italiana e il quadro internazionale.

Purtroppo un lavoro di questo genere cozza contro due tendenze che ci hanno fatto deviare in questi ultimi decenni da un percorso corretto e queste due tendenze sono state rappresentate dal trasformismo elettoralistico di una certa sinistra definita radicale e dall’ideologia movimentista priva di un respiro politico e strategico. In alternativa a queste tendenze, in che modo intendiamo portare avanti un discorso di superamento dello stallo in cui ci troviamo?

Innanzitutto superando il romanticismo ‘rivoluzionario’ nell’analisi delle contraddizioni e ponendole in modo reale, con la capacità di costruire attorno ad esse uno sbocco credibile. Capire quindi le spinte che ci vengono dalla situazione e saperne fare un punto di forza di una strategia politica. Non si tratta, in questo caso, di dare solo uno sbocco alle lotte, ma anche di individuare i nodi storici che la trasformazione di un sistema di potere consolidato si trova di fronte.

Questo compito è reso tanto più urgente dal fatto che, dentro la crepa nel sistema aperta nel marzo 2018, si è messa da subito in moto una reazione degli anticorpi del sistema che ha prodotto la crescita di due forze, la destra e i liberisti, per deviare la spinta e riportare le cose negli schemi tradizionali. Come abbiamo sostenuto negli interventi di questi ultimi tempi, bisognava cogliere l’occasione per intervenire e allargare gli spazi che si erano aperti.

L’insensibilità e l’autismo politico dei cultori dello zero virgola e di qualche posizione identitaria, che vive ambigua­mente come specchietto per le allodole, hanno impedito però che nuove energie, non identificabili coi 5 Stelle, ma ad esse convergenti, si aggiungessero al movimento grillino per rafforzare i punti del suo programma sociale e sulle questioni della giustizia e sciogliere anche le ambiguità in politica estera. Che tutto ciò non sia avvenuto non è casuale, dal momento che le forze di ‘opposizione’ al sistema si sono sempre divise tra una tradizionale dipendenza dalla casa madre PCI-PD, in termini politici e culturali, e una storica logica minoritaria in cui sono immerse da decenni. Fare i conti coi 5 Stelle le avrebbe portate a misurarsi con la realtà per uscire da una condizione di subalternità ed esprimere in modo maturo un’ipotesi politica. Ma questo non è avvenuto, e ora il rischio è che la breccia aperta si richiuda. Bisogna quindi lavorare per portare forze e idee laddove si possono modificare i rapporti di forza.

Questo passaggio implica che ci si misuri, da comunisti, anche con due questioni di fondo che riguardano l’interpreta­zione della fase storica che stiamo attraversando e vanno oltre la dimensione quotidia­na della lotta politica. Queste due questioni si chiamano gramsciana­mente individuazione delle forze motrici che sono maturate per il cambiamento e delle forme organizzate in cui si possono esprimere.

Dicendo questo certamente si suscita scandalo perchè si modifica una prassi consolidata che vede da una parte una riproposizione schematica del tipo di partito necessario per affrontare la situazione e dall’altra un affidarsi all’episodicità della contraddizione per ripetere, senza forma strategica, azioni che rivestono di fatto carattere ideologico. I sostenitori di questa logica tentano di accreditare l’ipotesi che in questo modo si parta per crescere, mentre la realtà ci dice che, se anche non siamo in una fase rivoluzionaria, la guerra di posizione che si combatte, se non è pura testimonianza, deve mettere in campo forze di resistenza che sappiano esprimere politicamente il carattere delle contraddizioni reali che hanno dimensioni non episodiche.

Da qui si parte per un percorso strategico, non dalle nicchie ideologiche che, peraltro, vengono confuse spesso con la teoria rivoluzionaria comunista, quando ne sono invece una versione ideologica mistificata.

Domandiamoci dunque, a questo punto del ragionamento, come si configurano le contraddizioni che rendono oggi storicamente possibile la formazione in Italia di una organizzazione che abbia un peso nella situazione e dentro la quale quei comunisti che hanno aggiornato la loro analisi devono lavorare.

Nel programma che il Fronte ha indicato come prospettiva di riaggregazione di massa per una nuova formazione politica sono indicati i tre punti essenziali su cui impegnarsi per costruire un nuovo progetto politico-organizzativo:

– nuove relazioni internazionali e rifiuto delle guerre,

– ruolo dirigente dello stato nello sviluppo economico e dell’occupazione

– difesa dei lavoratori e dei cittadini sui posti di lavoro e sul territorio.

Condividere questi punti di programma vuol dire individuare il bandolo della matassa dove convergono spinte particolari e farne il punto di partenza per una nuova formazione che sappia dare risposta a questioni di fondo e diventi il riferimento per milioni di persone.

E la prospettiva comunista?

Quelli che sono usi guardare il dito che indica la luna vorrebbero farci credere che in Italia sia possibile aprire una prospettiva di trasformazione sociale insistendo su una retorica operaista o su proposte identitarie che, quando non sono puro schematismo ideologico, rappresentano solo la furbizia di chi crede di poter raschiare il fondo del barile dove un tempo cresceva la falce e il martello. Dobbiamo deluderli costoro e ricordare che, se in Italia è esistito un grande partito comunista popolare e di massa, è perchè si era capita, allora, la congiuntura storica che ha portato alla Resistenza, alla Repubblica e alla Costituente. Poca roba per gli odierni ‘rivoluzionari’, ma si tratta di questioni epocali di cui non sono usi dissertare. Subito dopo il 25 luglio 1943 i comunisti erano circa 6000; alla fine del ’45 erano diventati due milioni. Un dato su cui i pochi identitari ancora sulla breccia non hanno riflettuto e che soprattutto non hanno collegato al presente.

Noi sappiamo bene di non avere la soluzione in tasca. Ci sforzia­mo però di non allinearci a quei cattivi maestri che della loro ‘radicalità’ hanno fatto una base di continuo trasformismo e di costruzione, salvo rari casi, di comode nicchie senza dialettica con la realtà e soprattutto senza misurarsi con le responsabilità e la fatica che scelte diverse comportano.

Noi, da comunisti, con la proposta del Fronte Politico Costitu­zio­nale vogliamo semplicemente gettare un sasso nello stagno, nella speranza anche che si trasformi in un seme. Come diceva Mao, nonostante le sconfitte, osare combattere e osare vincere.

aginform.org

 

Corona virus, la questione politica

In questi giorni abbiamo sentito molti cittadini interrogarsi su quello che sta veramente accadendo, se sia un prodotto della natura o frutto di diaboliche iniziative. Sono domande giustificate visto lo standard di criminalità degli imperialisti negli ultimi decenni (basta pensare agli attentati dell’11 settembre). Noi però non abbiamo al momento la possibilità di dare un giudizio su questo. Possiamo però vedere lucidamente il contesto in cui la questione virus si è manifestata e ha preso anche in Italia la dimensione che ha preso.

Il contesto è quello di un crescendo di guerre, combattute e minacciate[*], di sanzioni economiche per strangolare un numero crescente di paesi e di operazioni di destabilizzazione e ‘regime change’ finanziate con larghezza di mezzi (come per esempio Hong Kong) ed è un contesto in cui il nostro ‘grande alleato’ americano dichiara apertamente, in tutti i suoi documenti ufficiali, che ogni avanzamento della Cina sul terreno economico, tecnologico o di rafforzamento delle relazioni internazionali (via della seta) costituisce una ‘minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti’. In queste circostanze anche l’epidemia in Cina è stata subito utilizzata politicamente e amplificata mediaticamente per cercare di isolare il paese, metterlo sul banco degli imputati e approfittare delle sue difficoltà.

L’ormai evidente esagerazione del pericolo virus è nata e cresciuta in questo contesto e sta producendo situazioni grottesche e rilevanti danni economici anche in Italia.

La questione principale, che si pone ormai in termini inderogabili, è quella dell’uscita dell’Italia dalla spirale che porta alla guerra. L’Italia non ha nemici e l’unica cosa che può veramente mettere a rischio la sua sicurezza è l’essere trascinata nelle guerre promosse dal grande alleato che non accetta di essere su un piano di parità con gli altri paesi e minaccia sfracelli per mantenere il suo ingiustificato predominio planetario.

Bisogna che un’ampia mobilitazione popolare riesca a mettere all’ordine del giorno il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, che da anni è stato buttato alle ortiche, il ripristino del diritto internazionale e il rifiuto di aggressioni economiche (sanzioni) e militari.

[*] E’ di ieri la dichiarazione del segretario di stato USA Pompeo sulla possibilità di azioni congiunte con l’allleato NATO Turchia contro l’esercito siriano, accusato di “un atto di aggressione con il cinico sostegno da parte di Mosca e Teheran” a Idlib e dunque in territorio siriano!

Fronte Politico Costituzionale
27 febbraio 2020

 

Fronte Politico Costituzionale: “Renzi è solo la punta dell’iceberg”

Questa è la valutazione che si deve dare di fronte all’apertura delle ostilità di Matteo Renzi contro il governo Conte. Non è dunque solo una pagliacciata di un personaggio come il senatore di Rignano, ma una mossa calcolata per dare una spallata a un governo che viene avversato non solo da destra, ma anche dal settore liberista ben piantato nelle istituzioni.

Non sappiamo se il nostro eroe raggiungerà l’obiettivo, ma quello che è certo è che questo è il momento di RESISTERE e trovare il massimo di unità contro tutto lo schieramento liberista. Denunciando anche la quinta colonna che ‘a sinistra’ cerca di dare una mano al nostro nemico.

Ci auguriamo di trovarci in buona compagnia in questa battaglia.

Fronte Politico Costituzionale
20 febbraio 2020

 

Sostegno alla battaglia dei 5 Stelle e gli obiettivi del Fronte Politico Costituzionale

Sabato 15 eravamo anche noi presenti alla manifestazione dei 5 Stelle con il manifesto che abbiamo pubblicato su questo sito nei giorni precedenti. Lo striscione che accompagnava il nostro intervento diceva Resistere, Resistere, Resistere riferendosi appunto a quei punti del programma 5 Stelle che riteniamo necessario sostenere e che una sinistra miope si ostina a ignorare.

In piazza abbiamo anche illustrato i tre punti del programma del Fronte relativi all’art.11 della Costituzione, al controllo pubblico dell’economia e ai diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Due cose ci hanno colpito favorevolmente nel corso della manifestazione: l’approvazione dello slogan Resistere, che dimostra che i grillini in piazza non si vogliono arrendere, e le centinaia di fotografie scattate ai nostri manifesti. Un segnale interessante.

Aginform

 

Il 15 febbraio in piazza a Roma iniziativa del Fronte Politico Costituzionale

In piazza per sostenere i provvedimenti su prescrizione, quota 100, reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, riduzione dei parlamentari e contro il ripristino dei vitalizi. Roma, Piazza San Silvestro il 15 febbraio. Read More “Il 15 febbraio in piazza a Roma iniziativa del Fronte Politico Costituzionale”

Come affrontare la nuova fase politica dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria

Appunti per una discussione

1) Possiamo dire senz’altro che le elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia-Romagna e in Calabria sono state un indicatore importante rispetto al percorso politico che stiamo facendo.
Intanto i risultati dell’Emilia Romagna confermano che il PD è costretto a misurarsi con un’area elettorale molto articolata ed è stretto non più dal solo versante dei 5 Stelle, ma anche da aree che lo costringono a rilanciare una politica riformatrice, senza la quale ricadrebbero in uno stato vegetativo senza prospettive. Questa situazione incide anche sulle scelte del governo Conte, peraltro pressato dal programma governativo dei 5 Stelle.
Per quanto ci riguarda, la novità che dobbiamo saper cogliere è l’apertura di spazi di interlocuzione con settori che sentono l’esigenza non solo di combattere il salvinismo, ma anche di andare in una direzione opposta al tradizionale liberismo del PD. Quindi il nostro lavoro deve tendere a rafforzare i nuclei più consapevoli che esprimono l’esigenza di aprire un nuovo corso politico in Italia. Il risultato non è a portata di mano, ma l’essenziale è capire la direzione di marcia.

2) La riduzione delle ambizioni elettoralistiche della sinistra movimentista o identitaria a un indice che sta al livello dello zero virgola conferma anche che, se non si riuscirà a trovare un diverso approccio per esprimere una opposizione di massa e popolare, i processi politici subiranno le incertezze e le debolezze delle forze attualmente in campo. Questo vuol dire che la proposta del Fronte Politico Costituzionale deve trovare canali di comunicazione più ampi e una verifica della sua aderenza alla realtà.

3) Nel valutare la situazione rispetto alle regionali del 26 gennaio occorre anche considerare i risultati della Calabria dove non solo l’astensionismo ha superato il 50%, ma si è anche espresso un ritorno a una egemonia politico-mafiosa che deve trovare nel Sud una opposizione unitaria che ne metta in crisi le strutture di potere e riaggreghi la spinta di opposizione che l’astensionismo di massa manifesta.
L’appello contro il salvinismo in Emilia-Romagna ha funzionato. La questione calabrese, con la vittoria delle forze politico-mafiose, esige che ci si muova nella stessa direzione.

4) La violenza della campagna contro i 5 Stelle e la valutazione taroccata dei loro risultati elettorali conferma che le forze liberiste e di regime hanno sempre l’obiettivo di distruggere il movimento per eliminare un ostacolo ai loro progetti.
Continuare, a sinistra, a non vedere questo è qualcosa di diverso della sola stupidità.

Fronte Politico Costituzionale
30 gennaio 2020

 

L’esito delle elezioni del 26 gennaio in Emilia-Romagna, comunicato FPC

L’avevamo già scritto in un precedente comunicato alla vigilia delle elezioni regionali in Emilia-Romagna: lo scontro vero, quello che riassumeva il significato politico della contesa era quello tra Bonaccini e Borgonzoni, il resto era contorno ininfluente ai fini della prospettiva politica a breve termine e dunque su questa base andavano valutate le scelte. L’esito dimostra dunque che la linea del Piave contro Salvini si è attestata sulla candidatura del presidente Bonaccini che ha superato molto ampiamente la prova elettorale.

Quelli che in vario modo si ostinano, in malafede, a portare il discorso su altri terreni, non hanno capito o non vogliono capire ciò che realmente è successo domenica 26 gennaio. Questo vale per i commentatori dei giornaloni di regime che interpretano il voto a Bonaccini in modo rassicurante, ma anche per coloro che, grottescamente, dall’alto dello zero virgola mostrano i muscoli per il loro risultato.

A noi, e a chi ci segue, spetta ora il compito di analizzare gli effetti del voto e discutere i nuovi passaggi.

Comunicato del Fronte Politico Costituzionale

 

Elezioni Emilia-Romagna, da lunedì cambieranno molte cose, prepararsi all’evento

Nel definire in modo concreto come sviluppare il dialogo a tutto campo che il Fronte Politico Costituzionale intende portare avanti nei prossimi mesi bisognerà tener conto dell’esito delle elezioni regionali in Emilia-Romagna. Read More “Elezioni Emilia-Romagna, da lunedì cambieranno molte cose, prepararsi all’evento”