Invito ad aderire al Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari

Cinquantasei ex presidenti, primi ministri, ministri degli esteri e ministri della difesa di 20 stati membri della NATO, nonché Giappone e Corea del Sud, hanno appena pubblicato una lettera aperta.

Abbiamo alcune notizie entusiasmanti da condividere con voi: cinquantasei ex presidenti, primi ministri, ministri degli esteri e ministri della difesa di 20 stati membri della NATO, nonché Giappone e Corea del Sud, hanno appena pubblicato una lettera aperta che invita i loro attuali governi a aderire al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari.

Questo è uno sviluppo importante. Co-firmata dall’ex Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e da due ex Segretari generali della NATO, Javier Solana e Willy Claes (vedere l’elenco completo di seguito), questa lettera è la dimostrazione più significativa del sostegno di alto livello al trattato che abbiamo visto in questi paesi fino ad oggi.

Ci auguriamo che ispiri gli attuali responsabili delle decisioni a trasformare questo sostegno in azione politica aderendo al trattato. Ci aiuterai a fare in modo che non si perdano condividendo questa lettera in lungo e in largo?

Leggi e condividi la notizia fornita dal New York Times per questa lettera.

Grazie,

Tim Wright
Coordinatore di ICAN

21 settembre 2020

https://www.peacelink.it/disarmo/a/47993.html

 

“No armi ma ospedali? Il perché di un tabù”

Dall’appello della Pastorale sociale del Piemonte alla “lettera nella tempesta” che arriva dal Sud, si moltiplicano gli inviti a cambiare rotta su politica per la salute pubblica. Ma si tratta di scelte strutturali finora rimosse in tempo di emergenza da coronavirus.

In provincia di Bologna la Siare Engineering International Group s.r.l. ha intensificato i turni ed è intervenuto l’esercito per poter produrre un numero maggiore di ventilatori polmonari. Macchinari necessari per i reparti di terapia intensiva. Non tutte le aziende, quindi, sono in crisi o costrette a fermarsi per il lockdown.

In un altro settore, e con fatturati decisamente superiori, anche Fincantieri, controllata dal ministero dell’Economia, non si ferma ed ha annunciato di aver ricevuto la conferma della commessa dalla nostra Marina Militare per due nuovi sommergibili U-212 dal costo iniziale di 1,3 miliardi di euro. «Anche adesso, mentre negli ospedali mancano i letti di terapia intensiva, noi facciamo affari con le armi». Secondo Gino Strada, si tratta di una scelta irresponsabile da parte di un Paese che si trova sotto assedio per la crisi economica e parte della popolazione non ha di che mangiare.

Il ragionamento sembra filare, ma è il medico chirurgo fondatore di Emergency ad avere le “idee confuse”, secondo alcuni esponenti politici. Strada, che ha aperto ospedali nelle zone di conflitto e conosce la guerra vera, insiste e afferma che ci troviamo davanti a un “tabù”: «In Italia si può parlare di tutto, ma non di spese militari».

 

Istanza minoritaria

Risulta, in effetti, di un argomento rimosso dai media e dal dibattito politico che conta. Ci provano, da anni, le campagne di pressione di Rete disarmo e Sbilanciamoci, ma si tratta di realtà attualmente minoritarie, dopo il grande movimento del 2003 contro la guerra in Iraq. Rimozione di una sconfitta della società civile che si è dedicata ad altro in questi anni.

Anche perché sembra un argomento troppo tecnico. Mentre, al contrario, nelle scuole di strategie militari si ripete il motto di Leone Trotski: «Tu puoi non essere interessato alla guerra, ma la guerra è interessata a te». E “quando meno te lo aspetti” si potrebbe aggiungere.  Eppure, incalzati dalle tragiche notizie dell’avanzare del virus, sembra muoversi qualcosa nell’ambito della coscienza civile.

Senza rimandare, come al solito, all’ipotetica fine dell’emergenza sanitaria, è arrivato l’appello a Mattarella, governo e Parlamento, da parte della Scuola di economia civile (assieme a Focolari, pax Christi e Banca etica) a mantenere chiuse le attività “incivili” delle armi.

L’intera Pastorale sociale del lavoro del Piemonte ha emesso un comunicato, condiviso dal vescovo di Torino, dove si afferma di «non voler tacere di fronte a questa ipocrisia. Diciamo no a lavori per la guerra, no alla produzione e allestimento degli F35, costosissimo progetto di aerei che possono trasportare bombe nucleari. Quanti posti letto si potrebbero ottenere con il costo anche di un solo aereo?».

Affermazioni che arrivano da un territorio legato non solo ai caccia F35, nell’aeroporto di Cameri, ma anche agli Euro Fighter che fanno parte della commessa di 28 aerei da caccia destinati all’aviazione del Kuwait. Una gara vinta, come capofila, da Leonardo Finmeccanica. Società controllata da capitale pubblico e che proprio a Torino è in procinto di ottenere 230 mila metri quadrati ad uso gratuito per la riqualificazione, nel settore della Difesa e Aerospazio, di aree produttive dismesse.

 

Una lettera nella tempesta

Arriva, inoltre, prevalentemente dal Sud del Paese una “lettera nella tempesta redatta da esponenti del mondo ecclesiale, con la firma di esponenti della cultura, religiose e religiosi, prevalentemente gesuiti, compreso il decano della facoltà teologica dell’Italia Meridionale, che prendono spunto dall’invocazione del papa del 27 marzo, nella piazza San Pietro vuota, per chiedere un cambiamento radicale, non solo morale, ma politico.

A partire da nuovi investimenti nella sanità pubblica,dopo anni di tagli, e da «una progressiva e incisiva riduzione delle spese militari, soprattutto per quello che riguarda l’acquisto di aerei da combattimento, navi da guerra, sistemi d’arma, nel quadro di un radicale ripensamento della stessa idea di difesa nazionale».

Istanze che arrivano, appunto, “nell’ora della tempesta” ma contrastano con le strategie di lungo termine adottate, finora, dai governi italiani, a prescindere dal colore politico.

Fincantieri, ad esempio, sta costruendo 7 navi da guerra per la Marina del Qatar per circa 4 miliardi di euro, e il suo amministratore delegato ha annunciato, come rivela il sempre ben informato sito di Analisi Difesa, di aver siglato «un’intesa con Barzan Holdings, società posseduta al 100% dal ministero della Difesa qatariota, con l’obiettivo di rafforzare la partnership strategica e la prospettiva di gestire l’intera flotta navale del Qatar».

È opportuno, inoltre, ricordare, per restare al Sud, il varo, nel maggio 2019 a Castellammare di Stabia (Napoli), della Trieste, portaelicotteri da assalto anfibio della Marina militare dotata dei più sofisticati sistemi di combattimento.

Un know how che diventa un biglietto da visita per la proiezione commerciale verso i mercati internazionali come conferma la direzione di Fincantieri con particolare attenzione ai clienti del Medio Oriente. Area dove esiste, come è noto, una notevole concorrenza. Anche di Paesi alleati, prima fra tutti la Francia.

Per restare nel quadrante dei conflitti in corso, merita ricordare che, dal 2014 al 2018, la Turchia figura come il primo Paese di esportazione delle armi italiane. Si tratta di un Paese della Nato, coinvolto in numerosi conflitti criticati formalmente nel nostro Paese.

 

Il tabù da sfatare

Ci troviamo perciò davanti a una grande contraddizione, a una “ipocrisia armamentista” come l’ha definita papa Francesco nella conferenza stampa del viaggio di ritorno, il 26 novembre 2019, dal Giappone: «Bisogna finirla con questa ipocrisia. Che una Nazione abbia il coraggio di dire: “Io non posso parlare di pace, perché la mia economia guadagna tanto con la fabbricazione delle armi”. Senza insultare e senza sporcare quel Paese, ma parlare come fratelli, fermiamoci ragazzi».

Una sfida esplicita che si potrà affrontare rimettendo al centro le scelte strategiche e strutturali a livello nazionale ed europeo. Una ridefinizione, ad esempio, della politica della difesa e le ricadute in termini di scelte industriali.

Gli appelli di parte della società civile sono il primo segnale di una presa di coscienza, che va poi declinata, per non restare sterile utopia, misurandosi con la complessità delle scelte politiche. Sembra proprio questo il “tabù” indicato da Gino Strada.

A tale sfida occorrerà pensare osservando le lenzuola bianche che la campagna per la difesa e il rilancio del servizio sanitario pubblico ha chiesto si esporre il 7 aprile. Bianco vuol dire il colore del mondo della sanità, della  pace. Non quello della resa, si spera.

Per approfondire cfr la sessione di economia disarmata del 6 aprile da Genova 

Coronavirus: gli “untori” non sono i cinesi o gli americani. E’ proprio Gaia che si sta vendicando

Piccola riflessione contro la facile ricerca di capri espiatori per il collasso della civiltà del malsviluppo

Di Alfonso Navarra

Premessa: conosci il “nemico”

“Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non  il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.”

Questa e’ una citazione tratta da “L’arte della guerra” di Sun Tzu. Riferita alla “lotta” contro il Coronavirus mutato della pandemia in corso ci porta subito alle seguenti considerazioni. Gia’ questo “nemico” lo conosciamo poco, anzi per nulla: saremmo proprio fritti se andassimo a equivocare sin da subito sulle sue origini e la sua natura partendo non da dati scientifici ma da speculazioni fantasiose su chi possa averlo messo in circolazione con una manipolazione genetica. Che e’ a ben vedere una operazione rassicurante: una entità umana, per quanto perversa, controlla questo “nemico” e lo usa come arma per vincere una sua guerra: quindi lo gestisce in modo razionale e ha gia’ i mezzi per difendersene (il vaccino nel cassetto?). Da un certo punto di vista, magari fosse cosi’! A nemico chiaro, soluzione semplice…

Non e’ che la guerra biologica, al pari di altre diavolerie, armi atomiche in primis, non sia coltivata dalle potenze militari ovviamente nell’ufficialità per “scopi difensivi”, visto che tali armi sono proibite per il diritto internazionale. Ma, per quelle che sono le conoscenze di cui disponiamo, e anche facendo un ragionamento di buon senso, oggi non ha nessun senso strategico sostenere che il tipo di coronavirus mutato oggi in circolazione, e causa della covid19, sia stato creato in provetta.  E meno che mai che – tanto per cambiare – gli “americani”, i “cattivi imperialisti”, lo abbiano volontariamente buttato tra i piedi dei cinesi, per mettere a terra la potenza avversaria, guarda caso proprio a Wuhan, dove esiste il più importante centro di ricerca biologico in Cina, tra l’altro collegato alla Organizzazione Mondiale della Sanita’. Un minimo di frequentazione dei manuali di geopolitica e di strategia ce lo può ribadire: una grande potenza non attacca un’altra grande potenza con un’arma biologica: poco ma sicuro. Nemmeno se avesse gia’ il famoso vaccino in tasca per evitare diffusioni boomerang degli agenti patogeni che ha sparso. Una grande potenza non commette un atto di guerra grave contro un’altra grande potenza con piccoli sotterfugi sperando di farla franca a gratis. Ha tanti altri modi molto piu’ razionali e diretti per perseguire le sue mire egemoniche. Perché produrre degli effetti distruttivi dubbi o scarsi, quando non, appunto, boomerang, per ottenere in cambio quasi certo che la controparte attui una ritorsione sicura, più intelligente e efficace? L’arma biologica, allo stadio attuale della nostra evoluzione tecnologica, e’ del tutto fallimentare dal punto di vista bellico, in quanto a tutt’oggi inaffidabile, ed e’ buona essenzialmente come spauracchio per contribuire a veicolare una strategia di militarizzazione della sfera pubblica (spesso collegata ai profitti delle grandi aziende tecno-farmaceutiche).

In altra sede ci soffermeremo  più  ampiamente su questo tipo di ragionamenti logico-strategici, che nascono, ripetiamolo, anche dalla conoscenza, sommaria ma sufficiente, delle linee di impiego strategiche delle armi batteriologiche, spacciate come difesa dalle medesime.

Il parere dei tecnici: il virus non e’ stato creato in laboratorio

Se si parte invece dall’esame di dati più tecnici, pare che anche su questo versante potremmo chiudere senza grandi dubbi la discussione. L’ipotesi dell’origine naturale del ceppo virale che ha condotto all’attuale pandemia sarebbe stata appena confermata in modo definitivo nel momento in cui scriviamo. Il coronavirus, secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine, avrebbe infatti nel suo tracciato costitutivo chiare prove che ne attesterebbero la derivazione dai ceppi virali simili precedentemente identificati.(L’articolo al link: https://www.nature.com/articles/s41591-020-0820-9?fbclid=IwAR0ckHMFWkkxVzgRtyqzbHrFYMg8heqAoAuPPd5nws9dYByiwlFm23UpFPE)

Siccome non siamo esperti del ramo, e non possiamo improvvisarci tali su due piedi (anche se da decenni bazzichiamo nell’attivismo disarmista che, con esperti critici, Gianni Tamino tanto per fare un nome, sue competenze critiche ne ha sviluppate) forse, come fa il Bullettin of Atomic Scientists americano, possiamo ancora concedere qualche spiraglio a favore della tesi dell’incidente – in Cina, non negli USA! – su un lavoro comunque sporco, anche se non collegato alla preparazione di armi da guerra biologiche.

Sul versante del “virus cinese”, come lo definisce Trump, sui social ora impazza un vecchio servizio del TG Leonardo su esperimenti in Cina. Il 16 novembre 2015 Maurizio Menicucci da’ la notizia di una “chimera” realizzata a Wuhan.

“Un gruppo di studio ha prodotto un organismo modificato innestando una proteina superficiale di un coronavirus trovato nei pipistrelli su un virus che provoca la SARS, la polmonite acuta, anche se in forma non mortale, nei topi”. “Si sospettava – prosegue Menicucci – che la proteina potesse rendere l’ibrido adatto a colpire l’uomo e l’esperimento lo ha confermato. Ed e’ proprio questa molecola detta Shco14 che permette al coronavirus di attaccarsi alle nostre cellule respiratorie scatenando la sindrome. Secondo i ricercatori l’organismo, quello originale e a maggior ragione quello ingegnerizzato, puo’ contagiare l’uomo direttamente dai pipistrelli senza passare da una specie intermedia come il topo. Ed e’ appunto questa eventualita’ a sollevare molte polemiche”.

Il servizio del 2015 rappresenta una occasione ghiotta per i vari Napalm51 che non vi e’ dubbio se ne abbevereranno a lungo. Nonostante la risposta immediata della stessa RAI: “Il servizio andato in onda sulla rubrica Leonardo e’ tratto da una pubblicazione della rivista Nature. E proprio tre giorni fa la stessa rivista ha chiarito che il virus di cui parla il servizio, creato in laboratorio, non ha alcuna relazione con il virus naturale Covid19”. Parole ribadite a Rainews24 dal professor Enrico Bucci, epidemiologo e docente alla Templey University (USA): “Il Covid19 non e’ lo stesso virus creato in laboratorio dai cinesi nel 2015. Il virus del 2015 non aveva capacita’ epidemica. Inoltre e’ indubbio che il Covid19 non e’ stato creato in laboratorio ma e’ frutto di una selezione naturale”.

Altra smentita e’ quella del virologo Roberto Burloni che su Twitter scrive: “L’ultima scemenza è la derivazione del coronavirus da un esperimento di laboratorio. Tranquilli, è naturale al 100%, purtroppo”. (Si vada su:  https://www.agi.it/cronaca/news/2020-03-25/coronavirus-tg-leonardo-7861064/)

Passando a Repubblica del 26 marzo 2020, nella rubrica “Vero o Falso”, dedicata alle fake news, Riccardo Luna cita il professor  Burioni: “Chiunque sappia di filogenesi virale e sappia quindi interpretare un albero di analisi comparativo puo’ escludere che il virus che circola sia derivato da un esperimento”.

Sul Corriere della Sera della stessa data di giovedì 26 marzo 2020 troviamo le ulteriori spiegazioni della curatrice del TGR Leonardo Silvia Rosa Brusin: “Il pezzo del 2015 si riferiva ad un esperimento fatto con fondi americani e cinesi che avrebbe dovuto essere un avvertimento per il mondo. Tra i due virus non c’e’ parentela”. Quindi si fa intervenire Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità : ”Tutti i gruppi di ricerca scientifica internazionali hanno condiviso le sequenze genetiche dei ceppi isolati e non e’ mai stato ipotizzato lo scenario (della mano dell’uomo)”. E sempre in riferimento allo studio di Nature Medicine del 17 marzo: “Proprio per ricostruire la storia (del nuovo virus che sta sconvolgendo il mondo) i ricercatori insistono che sarà fondamentale identificare l’ospite intermedio tra il pipistrello e l’uomo… Non vengono ritenute plausibili le ipotesi che a fare da ospite intermedio siano stati il serpente e il pangolino. Il veicolo della SARS sembra sia stato lo zibetto. Quello della MERS, altra polmonite da coronavirus diffusa nella penisola arabica, il cammello”. E sempre sulla stessa pagina del Corriere si riferisce la presa di posizione della rivista ScitechDaily a firma dello Scrips Institute di Virologia. Il titolo dice tutto: “Nessuna evidenza che il coronavirus di covid19 sia il risultato dell’ingegneria genetica di laboratorio. L’epidemia ha una origine naturale”.

L’ipotesi dell’incidente nel laboratorio cinese

Su il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2020, con un articolo a firma di Laura Margottini, si riportano i dubbi del Bullettin of Atomis Scientists sulla sicurezza del sito scientifico di Wuhan.

Il Bullettin, con l’esperto Richard Ebright,  concorda con i massimi esperti internazionali di biosicurezza che SARSCOV2 non sia stato manipolato in laboratorio allo scopo di creare un’arma biologica, ma non esclude la fuoriuscita accidentale da materiale organico mal gestito.

A Wuhan i centri di ricerca hanno un basso livello di sicurezza: BSL-2 non BSL-4 (la definizione dei livelli e’ stata messa a punto dal CDC di Atlanta).

Non sarebbero quindi adeguati ai rischi che con i loro esperimenti stanno correndo.

Leggiamo quanto scrive la Margottini:

“L’articolo di Nature Medicine, sostiene Ebright, offre una base solida per escludere che il virus sia stato creato di proposito in laboratorio, ma non puo’ altrettanto escludere che un progenitore del SARSCOV2 sia stato fatto evolvere su cellule umane nel tempo e che possa essere sfuggito nell’ambiente a causa di un incidente”.

Infine la Margottini cita Thomas Gallagher, virologo alla Loyola University di Chicago, che invece respinge l’idea che la pandemia potrebbe avere origine da un incidente di laboratorio.

“Gli autori dello studio di Nature sostengono che la SARSCOV2 e’ nata negli animali, non in un laboratorio di ricerca. E l’ipotesi che sia fuoriuscito da un laboratorio e’ indifendibile”.

La Margottini conclude: “L’argomento non può essere considerato chiuso senza ulteriori approfondimenti. Tracciare l’origine dell’epidemia e’ importante tanto quanto trovare cure e vaccini contro il Covid19”.

(Si vada su:

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/03/27/gli-esperti-il-virus-non-e-arma-biologica-ma-non-escludono-la-fuga-dal-laboratorio/5750681/)

Aggiungiamo noi: al limite, anche se questo disgraziato evento dello scienziato cinese che inciampando “alla Fantozzi o alla Crozza” avesse fatto cadere e rompere una provetta con il virus fosse avvenuto, bisognerebbe pur sempre prendere atto che qualche folle della nostra specie, al servizio della logica della potenza, ha soggiaciuto ad un impulso di presunzione e onnipotenza, al punto da avviare una mirata contaminazione sui suoi simili. Una operazione (americana o cinese o di quanti altri: importa davvero?) che sarebbe con ogni evidenza sfuggita dal controllo dei fautori e della quale la natura si e’ appropriata per dare a tutti gli esseri umani una sonora lezione. E succede come sempre che a farne le spese sono e saranno i più deboli e meno colpevoli rispetto a chi ha volontariamente innescato il meccanismo…

La vendetta di Gaia

Pensiamo che si debba finirla con la ricerca di facili capri espiatori siano essi cinesi, americani, o quanti altri. Per un motivo semplicissimo: gli untori, in un certo senso, siamo tutti noi!  Con responsabilità differenziate, e’ ovvio, perché l’élite dell’1% ha organizzato il sistema e ne gode (si fa per dire: l’alienazione dell’egocentrismo lascia sempre l’amaro in bocca di appagamenti vuoti) i principali vantaggi. Ma i piu’ oggi guardano ad essa, con il consumismo praticato e desiderato, come a un modello culturale da imitare. L’equipaggio non si ammutina ed anzi guarda con ammirazione i comandanti condividendo i loro valori.

Persino i poveri che vivono sotto i ponti, per lo più, hanno lo stesso sogno di felicità di un Berlusconi!

Le eccezioni al momento sono minoritarie ed anche con le idee abbastanza confuse. Almeno cosi’ mi appare la situazione (e spero che il mio pessimismo sia presto smentito).

Siamo quindi noi che , al timone della barca, come equipaggio di supporto o nella stiva come rematori, stiamo attaccando gli equilibri dell’ecosistema che ci ha creati (ecco il concetto della terrestrita’ sviluppato come formula originale dal sottoscritto sulla base di una idea originaria di Edgar Morin) e che quindi dobbiamo a questo punto aspettarci la logica e spietata risposta di Gaia per ripristinarli. Non come espressione di una volontà deliberata ma perché i sistemi tendono spontaneamente a mantenere il loro equilibrio.

La relazione tra la pandemia e le profonde trasformazioni che il Pianeta sta subendo sono l’oggetto di una intervista rilasciata dal professor Gianni Tamino sul Manifesto del 26 marzo 2020.Titolo: “Il virus e’ la malattia del pianeta stressato”. Gianni Tamino e’ docente di biologia generale all’università di Padova. Tamino e’ un sostenitore della “decrescita” e lo si capisce chiaramente dalle risposte che da’ all’intervistatore Francesco Bilotta.(L’intervista di Francesco Bilotta a Gianni Tamino si trova al link: https://ilmanifesto.it/il-virus-e-la-malattia-del-pianeta-stressato/)

In breve, secondo Gianni Tamino, bisogna pensare al Covid19 come a “una reazione allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta… Per arginare (questa e le) future epidemie dobbiamo modificare il nostro rapporto con l’ambiente, ma anche potenziare le strutture sanitarie pubbliche che vengono smantellate in tutti i paesi”.

La soluzione e’ ancorata alla terrestrita’

Come ci suggeriscono le spiegazioni di Gianni Tamino, quando pensiamo all’emergenza sanitaria da Covid19 non dovremmo rifarci principalmente alle beghe geopolitiche, alla caccia all’untore cinese o americano, a chi sta meglio e furbescamente manovrando sporco per soggiogare il mondo. Dovremmo invece soffermarci e meditare sulle varie emergenze ecologiche, sull’intreccio tra emergenza climatica e nucleare nel loro rapporto con la disuguaglianza sociale. Tutte queste emergenze sono radicate in un modello sociale guidato da una visione del mondo meccanicistica, militaristica, antropocentrica in cui l’essere umano si colloca da dominatore separato rispetto alla comunita’ dei viventi e in cui si persegue una accumulazione senza limiti di potere e di ricchezza.

Le infezioni passano dagli animali all’uomo perché devastiamo e distruggiamo l’habitat  delle specie selvatiche, sconvolgendo l’equilibrio tra gli animali e i micro-organismi come i batteri e i virus.

La stabilita’ ecologica globale del pianeta: questa e’ la condizione che dobbiamo ripristinare se vogliamo veramente uscire anche dall’emergenza sanitaria contrapponendo alla globalizzazione, appunto, la terrestrita’. Che significa comunicazione universale ma ritorno al locale delle attività produttive e di consumo rese ecologicamente compatibili: cosi’ si tutela la salute e si riduce l’impronta ecologica lasciando spazio alla diversità di specie, culture ed economie.

Si pensi al solo settore agro-alimentare come lo inquadra  l’ecofemminista Vandana Shiva e a come lei proponga delle soluzioni all’insegna del rispetto della Madre Terra, cui l’uomo appartiene: “La crisi del coronavirus deve diventare l’occasione per fermare i processi che minano la nostra salute e quella del pianeta e per avviare invece un processo che le rigeneri entrambe”. (Vandana Shiva sul Manifesto del 26 marzo 2020: Sistema malato, la lezione del coronavirus. Articolo rinvenibile alla URL:  https://ilmanifesto.it/sistema-malato-la-lezione-del-coronavirus/).

E’ quanto proponiamo da disarmisti esigenti, convinti che disarmo, ecologia e giustizia sociale siano un’unica lotta internazionale.

http://www.disarmistiesigenti.org/2020/03/23/nuovo-virus-non-nasce-in-laboratorio/

 

“Ma se chiediamo aiuto a Cuba, alla Cina, alla Russia, cosa ci stiamo a fare nella NATO?”

Il nostro paese sta colando a picco non per l’attacco di eserciti poderosi armati fino ai denti, ma di un nemico microscopico, invisibile, pervasivo. Per gli eserciti, siamo membri della NATO, abbondiamo di basi militari e bombe atomiche sul nostro suolo, siamo coinvolti in mega-esercizi militari (solo messi in ginocchio dal virus ci siamo ritirati dall’ultima, bellicosa esercitazione). Siamo anche nella UE. Ma nessuno dei nostri “alleati”, i quali per lo statuto dell’OTAN (perché siamo il solo paese latino che usa l’acronimo NATO, che in italiano non vuole dire nulla) sono tenuti a intervenire se fossimo attaccati militarmente, proprio nessuno, ha mosso un dito mignolo per aiutarci in questo tragico frangente (pur tenendo conto che molti hanno le loro gatte da pelare).

E allora? Allora abbiamo chiesto aiuto ai “nemici”! Le giravolte sono tradizionalmente il nostro forte. In tempo di guerra guerreggiata sarebbe alto tradimento. Ed ecco, riceviamo soccorso da Cuba, dalla Cina, dalla Russia: il peggio immaginabile per l’OTAN! Ma allora sembra veramente singolare che nessuno ponga una buona volta la domanda: MA COSA CI RESTIAMO A FARE NELL’OTAN-NATO?

A me sembra incredibile, paradossale, che a nessuno venga questo dubbio.

Perché – vediamo – che cosa ci “costa” essere membri dell’OTAN-NATO? Se per lo meno fosse gratis, ma invece ci costa, e molto salato: soldi e mezzi che, proprio in questa occasione, servirebbero maledettamente al nostro servizio sanitario!

Per renderci conto di “OTAN-NATO quanto ci costi?!” è sufficiente un paragone elementare, che però non ho mai sentito fare da nessuno.

Proprio ai nostri confini ci sono due paesi che non aderiscono all’OTAN-NATO, non San Marino o Monaco, non paesi sottosviluppati (con tutto il rispetto): l’Austria e la Svizzera. Mamma mia, forse correrà un brivido per la schiena, che rischi corrono a non avere l’«ombrello» dell’OTAN-NATO! E invece no. Anche nei periodi peggiori dei sanguinosi attentati ne sono rimasti fuori: perché? Oibò, un dubbio, non sarà perché non hanno contingenti militari all’estero, nelle zone delle (nostre) guerre?

Ma se fosse solo questo (e già non è poco, anche perché le missioni militari all’estero ci costano non pochi soldini). Diamo un’occhiata al loro budget militare, tenendo conto che l’Italia ha una spesa militare di oltre 26 miliardi di dollari, che è circa 1,3% del nostro PIL.

Per l’Austria, il PIL è stato all’incirca di 418 – 456 miliardi di dollari nel 2017 e 2018, a fronte di una spesa militare di circa 3,140 miliardi nei rispettivi anni: all’incirca lo 0,7% del PIL, grosso modo la metà rispetto all’Italia. E si che da qualche anno l’Austria si è data governi decisamente di destra.

Per la Svizzera, con un PIL di circa 740 miliardi di Dollari nel 2018, ha speso per la Difesa circa 4,7 miliardi di dollari, ossia circa 0,64% del PIL.

Gli austriaci e gli svizzeri tremeranno alla sola idea di subire un attacco militare (si, ma da chi?!).

Certo questo paragone è semplicistico: bisognerebbe esaminare in dettaglio la struttura dei sistemi militari di questi paesi, ad esempio in Svizzera ha una singolare struttura (brevemente da Internet: Fondamentalmente l’Esercito svizzero è organizzato secondo il principio di milizia e si basa sull’obbligo di prestare servizio militare per tutti i cittadini svizzeri; “La Svizzera non ha un esercito, la Svizzera è un esercito”. Può certo non piacere).

Si deve aggiungere che l’OTAN-NATO ci chiede da tempo di aumentare la spesa militare, arrivando almeno al 2% del PIL, che vorrebbe dire spendere 40 miliardi per la Difesa: col che saluteremmo per sempre il rilancio della Sanità, dei Servizi Sociali, dell’Istruzione, della Ricerca! Ma poveri, malati e ignoranti va benissimo per l’OTAN-NATO, purché armati fino ai denti, contro chi non si sa … oppure si sa benissimo, contro i soli paesi che oggi ci aiutano! Ci confermiamo voltagabbana.

di Angelo Baracca

PS – Del resto ecco come il segretario generale dell’OTAN-NATO Jens Stoltenberg si dimostra premurosa verso gli alleati: diciamo in coro “Ma quant’è buono lei!”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_nato_per_la_salute_mondiale_insulso_e_surreale_il_segretario_stoltenberg/82_33769/

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/25/ma-se-chiediamo-aiuto-a-cuba-alla-cina-alla-russia-cosa-ci-stiamo-a-fare-nella-nato-0125795

 

War in Yemen, Made in Europe: online action day

Nel quinto anniversario dell’intervento militare della coalizione a guida saudita in Yemen, unisciti a noi online per chiedere un embargo sulle armi a livello UE contro tutti i membri della coalizione.

Le Nazioni Unite definiscono la guerra nello Yemen il “peggior disastro umanitario provocato dall’uomo”. Migliaia di civili sono stati uccisi nel conflitto. Milioni di persone hanno sofferto e continuano a soffrire di carestie e malattie. Gli attacchi aerei della coalizione guidata dai sauditi sono una delle principali cause di vittime civili. Gli attacchi hanno colpito ospedali, scuole, autobus e aree residenziali.

Le compagnie di armi europee stanno approfittando della guerra nello Yemen e della sofferenza che ha causato, fornendo armi ai membri della coalizione guidata dai sauditi. Queste esportazioni sono autorizzate e supportate dai governi europei, nonostante siano in contraddizione con i criteri dell’UE sulla vendita di armi.

Questa guerra è anche “Made in Europe” e dobbiamo continuare a resistere qui. Nel quinto anniversario dell’inizio della guerra, parleremo con una sola voce alle compagnie di armi, ai governi nazionali e all’UE: smettere di armare la coalizione guidata dai sauditi!

 

testo originale:

On the fifth anniversary of the Saudi-led coalition’s military intervention in Yemen, join us online to call for an EU-wide arms embargo against all members of the coalition.

The UN calls the war in Yemen the “world’s worst man-made humanitarian disaster”. Thousands of civilians have been killed in the conflict. Millions have suffered, and continue to suffer, from famine and disease. The Saudi-led coalition’s airstrikes are one of the main causes of civilian casualties. Attacks have hit hospitals, schools, buses and residential areas.

European arms companies are profiting from the war in Yemen and the suffering it has caused, by supplying arms to members of the Saudi-led coalition. These exports are authorised and supported by European governments despite the fact that they contradict EU criteria on arms sales.

This war is also “Made in Europe” and we must continue to resist it here. On the 5th anniversary of the beginning of the war, we will speak with one voice to the arms companies, national governments and to the EU: Stop Arming the Saudi-led coalition!

Organizzato da Campaign Against Arms Trade

https://www.facebook.com/events/141821320453177/

 

Coronavirus: Guterres (Onu), “chiedo un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo”

“Il nostro mondo fronteggia un comune nemico: Covid-19. Al virus non interessano nazionalità, gruppi etnici, credo religiosi. Li attacca tutti, indistintamente. Intanto, conflitti armati imperversano nel mondo. E sono i più vulnerabili – donne e bambini, persone con disabilità, marginalizzati, sfollati – a pagarne il prezzo e a rischiare sofferenze e perdite devastanti a causa del Covid-19”. Lo ricorda Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, lanciando oggi, alle 17, in diretta video un appello per “un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo”.
“Non dimentichiamo che nei Paesi in guerra i sistemi sanitari hanno collassato e il personale sanitario, già ridotto, è stato spesso preso di mira. Rifugiati e sfollati a causa di conflitti sono doppiamente vulnerabili. La furia del virus illustra la follia della guerra”, sottolinea il segretario generale dell’Onu.
“È questo il motivo per cui oggi chiedo un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo. È ora di fermare i conflitti armati e concentrarsi, tutti, sulla vera battaglia delle nostre vite”, l’appello.
“Alle parti in conflitto, io dico: ritiratevi dalle ostilità. Accantonate diffidenza e animosità. Fermate le armi, l’artiglieria, i raid aerei. Ciò è fondamentale… – spiega Guterres -. Per aiutare a creare corridoi che permettano di salvare vite. Aprire preziosi spazi negoziali alla diplomazia. Dare speranza a luoghi vulnerabili al Covid-19.
Traiamo ispirazione da coalizioni e dialoghi che prendono lentamente forma tra parti avverse per consentire un approccio comune alla minaccia comune del Covid-19. Ma serve di più”.
Di qui la forte richiesta: “Arrestare la piaga della guerra che sconvolge il nostro mondo comincia con il mettere fine ai conflitti ovunque. Adesso. È ciò di cui la nostra famiglia umana ha bisogno, ora più che mai”.

(G.A.)

23 marzo 2020

Coronavirus Covid-19: Guterres (Onu), “chiedo un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo”

 

“Chiudere subito lo stabilimento degli F-35 e tutti gli impianti delle produzioni militari”

Lo chiedono Sbilanciamoci!, Rete della Pace e Rete Italiana per il Disarmo all’indomani del Decreto che ha ulteriormente ridotto le attività produttive in Italia a causa del coronavirus Read More ““Chiudere subito lo stabilimento degli F-35 e tutti gli impianti delle produzioni militari””

Appello: No arsenali, si ospedali

Coronavirus: emergenza collegata alla distruzione degli habitat, effetto del riscaldamento globale e delle guerre.
Che fare per fronteggiarla?
La proposta dei Disarmisti esigenti, di WILPF Italia e di forze e personalità ispirate dalla cultura della terrestrità e della pace: convertire le spese militari in investimenti per la salute, aderire al Trattato di proibizione delle armi nucleari, ritirarsi dalle guerre neocoloniali in cui siamo coinvolti

Promossa da Disarmisti Esigenti e WILPF Italia (coordinamento politico organizzativo), membri italiani ICAN

Con invito ad aderire, sostenere, diffondere

 

Emergenza coronavirus: è chiaro che “dopo” la crisi in cui siamo tragicamente immersi ben poco resterà come “prima”. E noi, i promotori del presente appello, siamo tra quelli che vorremmo un “dopo” di grande cambiamento in direzione positiva, in cui il “prima” – il malsviluppo dell’accumulazione per il profitto e per la potenza che ci ha condotto alla catastrofe – sia consapevolmente abbandonato.
Questo “dopo” dovrebbe incorporare i valori che, praticati “durante”, ci permetteranno di superare nel miglior modo possibile questo difficile momento: dopo anni di chiusure nazionalistiche, di razzismi, di odi e conflitti armati, un senso di solidarietà tra le persone e tra i popoli; dopo l’attacco a tutto ciò che è statale e le privatizzazioni selvagge, una rivalutazione della sfera pubblica e degli interventi programmati da parte governativa; e soprattutto un inizio di consapevolezza della dipendenza e fragilità umana rispetto alle forze della Natura, che deve tradursi in comportamenti individuali e collettivi sobri e prudenti, di rispetto per tutta la comunità dei viventi. L’ecosistema globale sconvolto reagisce e ci attacca con “nuovi” virus, in attesa di colpi ancora più tremendi che verranno da tempeste, alluvioni, siccità, desertificazione, carestie…
Potremmo ora, edotti dalla drammatica esperienza che stiamo affrontando, finalmente percepire che tutti gli esseri umani, articolati nei vari popoli, sono una unica famiglia che appartiene alla Madre Terra e che, come consigliava Martin Luther King: “Dobbiamo imparare a vivere tutti insieme come fratelli, altrimenti periremo tutti insieme come idioti”.

La componente ecopacifista dell’arcipelago nonviolento, ispirata dai Disarmisti esigenti, e a WILPF Italia, membri della Rete ICAN (Campagna Internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), premio Nobel per la pace 2017, sulla base di questi presupposti di convivenza e collaborazione pacifica universale, propone che si inizi la conversione del sistema militare anche per sostenere le spese sanitarie urgenti necessarie per sconfiggere l’epidemia in corso, evitando la catastrofe.
L’apparato militare-industriale-fossile-nucleare è la principale causa delle minacce che incombono sull’umanità tutta: in primis il pericoloso intreccio tra minaccia nucleare e minaccia climatica in sinergia con la disuguaglianza economica e l’oppressione le cui vittime sono in crescita esponenziale a partire da donne, bambini e i soggetti fragili.

E’ necessario, allora, che le risorse pubbliche ad esso destinate comincino a essere dirottate verso un serio “Green New Deal”, una conversione ecologica dell’economia, uno stop all’accumulazione illimitata e un focus sui bisogni umani e di salvaguardia dell’ambiente, realizzante la piena occupazione; un ecosviluppo che vede tra i suoi pilastri anche una sanità pubblica messa in grado di fronteggiare emergenze come quella terribile da coronavirus.

Come richiesta urgente per l’Italia, proponiamo in particolare che le spese militari, a partire da quelle incostituzionali degli F35 e dei sistemi d’arma offensivi, siano dirottate subito verso misure sanitarie a beneficio della vita e della salute dei cittadini.

Reiteriamo la richiesta che l’Italia ratifichi il Trattato di proibizione delle armi nucleari, contribuendo alla sua entrata in vigore. E’ mai possibile – non possiamo non chiederci – che una maggioranza al governo che ha votato per questo Trattato al Parlamento europeo poi si sottragga a questo impegno in Italia permettendo che si continuino a buttare soldi per mantenere le bombe atomiche USA in Europa (e sul nostro territorio)?

Nel mondo sono in corso varie guerre con dreammatiche conseguenze umanitarie ed ambientali, di cui tre proprio di fronte al nostro balcone mediterraneo: Siria, Yemen e Libia, questa ultima che vede più direttamente implicata l’Italia, a difesa dell’ENI, in intricatissime partite geopolitiche con il petrolio e le altre risorse energetiche come posta principale.
Dal punto di vista dell’epidemia queste guerre potrebbero essere devastanti, come a suo tempo lo fu la famigerata influenza “spagnola”.
Qui citiamo le parole dell’illustre infettivologo Aldo Morrone, direttore del San Gallicano:
“Se ci fosse una vera volontà di contrasto dell’epidemia bisognerebbe partire da un immediato stop alle guerre, da un immediato riconoscimento del diritto alla mobilità dei migranti e dei rifugiati, in sicurezza. Non è una fissazione pacifista ma una necessità scientifica”.

Ascoltiamo queste parole e decidiamo di ritirarci unilateralmente da queste guerre e di revocare le missioni militari all’estero.
Sosteniamo l’alternativa della difesa civile non armata e nonviolenta promuovendo in particolare i corpi civili e le ambasciate di pace.
Orientiamo fondi pubblici verso la riconversione produttiva della industria bellica verso il settore civile: non bombe e cannoni ma, ad esempio, i ventilatori e le attrezzature mediche di cui abbiamo tutti bisogno.
Ricordiamo il celebre adagio del mai dimenticato Presidente partigiano Sandro Pertini: “Si svuotino gli arsenali di guerra portatori di morte, si colmino i granai sorgenti di vita per milioni di persone che soffrono”.

Primi firmatari:

Alex Zanotelli  – Moni Ovadia -Luigi Mosca – Michele Carducci – Antonella Nappi – Sabina Santovetti – Tiziano Cardosi – Adriano Ciccioni – Tonino Drago – Giuseppe Farinella – Angelo Gaccione – Renato Napoli – Oliviero Sorbini

Coordinamento politico-organizzativo:

Alfonso Navarra Fabrizio Cracolici Laura Tussi – Disarmisti Esigenti, promotori di XR PACE (cell. 0039-340-0736871 email alfonsonavarra@vrgilio.it)

Antonia Sani – Giovanna Pagani – Fabrizia Sterpetti – WILPF Italia

Per firmare: https://www.petizioni.com/no_arsenali_si_ospedali?

 

1.800 miliardi di dollari per spese militari, mentre avanza il coronavirus

Come dimostra la pandemia in corso, è urgente una politica di collaborazione multilaterale. Investire le cifre colossali destinate alle armi per rispondere alle sfide del XXI secolo. Il contributo dell’autore del libro di Città Nuova Terra di conquista (ambiente e risorse tra conflitti e alleanze) 2020.

I 1.800 miliardi di dollari in spese militari mondiali nel 2018, secondo l’ultimo rapporto del Sipri di Stoccolma ( Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace) , non sembrano costituire alcuna barriera contro la pandemia in corso, che anzi sta colpendo con progressiva violenza anche i Paesi più impegnati nel rafforzare i propri dispositivi militari, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Francia alla Gran Bretagna.

Anche l’Italia, impegnata nella difesa con 26 miliardi di euro nel 2020 e nell’acquisto di nuovi sistemi d’armamento come i bombardieri nucleari F35, le fregate FREMM e l’ennesima portaerei Trieste, nonché in ben 36 missioni militari all’estero, scopre di essere impreparata a sostenere l’impatto del COVID-19.

Se le cifre stanziate per la difesa sono certamente inferiori in Italia a quelle del settore sanitario, con un rapporto di uno a cinque, le riflessioni che questa crisi ci impone sono diverse.

In primo luogo la globalizzazione, con i suoi effetti sia positivi sia negativi, è una realtà ineluttabile che, però, va governata e gli strumenti sinora adottati si sono dimostrati per lo più inadatti ed insufficienti, se non addirittura obsoleti.

Le tendenze sovraniste/nazionalistiche, che guardano al passato, si rivelano inefficaci e controproducenti e la politica di potenza, fatta propria da molti governi, non è in grado di rispondere alle sfide di un mondo divenuto un “villaggio globale”, per dirla con Marshall Mc Luhan che si riferiva al mondo delle comunicazioni di massa.

La corsa agli armamenti, guidata dagli USA insieme ai suoi alleati (che complessivamente spendono nel settore della difesa quasi 1.000 miliardi di dollari), inseguiti dalla Cina con un quarto della cifra e dalla Russia con appena un ventesimo, evidenzia una logica basata ancora sui rapporti di forza e non sulla prospettiva di una collaborazione multilaterale che deve rispondere alle sfide del XXI secolo.

In secondo luogo i cambiamenti climatici investono l’intero nostro pianeta in tempi e modi imprevisti e drammatici, in cui siamo tutti coinvolti, anche coloro che negano tali fenomeni. La siccità e la desertificazione stanno colpendo zone sempre più vaste del nostro pianeta, insieme allo scioglimento dei ghiacciai e all’innalzamento del livello dei mari, provocando fenomeni migratori con i cosiddetti profughi ambientali, che si vanno a sommare a quelli causati dalle guerre e dalle persecuzioni arrivando complessivamente nel 2019 a ben 70 milioni di persone. Uno dei segnali di tutto questa è Giacarta, capitale dell’Indonesia, che sprofondando al ritmo di 25 centimetri l’anno è già quasi per metà sotto il livello del mare, al punto che si è deciso di abbandonarla per ricostruirla in un luogo più sicuro.

In terzo luogo il liberismo economico oggi predominante, basato a volte sul libero mercato e altre volte su politiche protezioniste fondate sulla forza e su dazi commerciali (come il bando imposto al mondo da Washington contro l’Iran), mostra tutti i suoi limiti sia nei confronti del reddito (concentrazione crescente della ricchezza nelle mani di pochi), sia nei suoi effetti sull’economia mondiale che vede attuarsi una logica predatoria delle risorse da un lato e un modello di vita fondato sullo spreco, il tutto ai danni di una larga parte del mondo sottoposto ad un crescente impoverimento.

Il liberismo economico, di fatto, è strettamente fondato su una concezione sovranista/nazionalista dei rapporti tra gli stati e connesso alle politiche predatorie delle risorse ambientali, siano esse costituite da idrocarburi, uranio, cobalto o prodotti alimentari. Ne è un esempio noto a tutti la foresta amazzonica, devastata da una politica tesa a produrre profitti immediati connessi alla produzione, di carne, soia e legname.

In quarto luogo tali logiche sovraniste/nazionaliste, sempre più emergenti in questi anni, hanno mostrato la loro forza, quando hanno ripetutamente nel tempo ostacolato la collaborazione internazionale: basta pensare alla Brexit, al sostegno offerto ad essa da Trump, all’euroscetticismo di diversi Paesi membri dell’UE, nonché al continuo boicottaggio ed esautoramento dell’ONU, attuato da molti Paesi in più occasioni (dalla guerra contro la Libia di Gheddafi all’assenza d’iniziativa in Siria e nello Yemen).

Di fronte alla pandemia, esse sono riemerse chiaramente negli esitanti atteggiamenti di diversi partner europei nei confronti dell’Italia, bloccando addirittura le forniture di materiali sanitari e, di fatto, evidenziando tutti i limiti dell’UE, incapace di soccorrere un membro in difficoltà, come ha evidenziato anche la recente, (il bando commerciale imposto da Washington contro l’Iran) famigerata frase di Cristine Lagarde, presidente della Banca centrale europea («Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per gestire quelle questioni»).

Inaspettatamente gli aiuti all’Italia giungono dalla Cina, che sta uscendo dalla crisi sanitaria e sta mostrando un approccio collaborativo che, invece, ci si sarebbe attesi dai partner europei e d’oltre Atlantico. Addirittura il campione dell’”America first”, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha cercato di ottenere, a suon di dollari, in esclusiva per gli Stati Uniti un possibile vaccino, provocando una risposta sdegnata da parte tedesca, che dichiara di lavorare per il mondo intero.

Questa risposta, insieme all’aiuto cinese e all’impegno di tanti operatori della sanità e del mondo del volontariato in Italia e all’estero, ci fanno ricordare però che un altro mondo è e deve essere possibile, per la sopravvivenza di tutta l’umanità e non solo di un’élite, fondato non sulla forza delle armi sempre più letali, ma su un modello diverso di sviluppo globale.

 

1.800 miliardi di dollari per spese militari, mentre avanza il coronavirus