“I comunisti e il Fronte Politico Costituzionale”

Sono circa due anni che si è aperta una fase nuova della politica italiana rispetto alla quale le forze tradizionalmente di opposizione sono rimaste spettatrici o anche inchiodate in una posizione di principio che ha congelato potenzialità e iniziative e che non ha certo contribuito a portare avanti la situazione.

Per questo, dopo un dibattito durato un periodo non breve e che viene documentato nel volume Lettere ai compagni ci siamo decisi ad avanzare una proposta attorno alla quale sollecitare una discussione e una definizione programmatica che avvii una nuova aggregazione unitaria in grado di incidere sul terreno dello scontro politico e di classe.

Questo passaggio non lo vediamo nè facile nè a portata di mano. Anzi, nel breve periodo siamo abbastanza pessimisti perchè, anche se la situazione si evolve e crea nuove contraddizioni sul piano politico nazionale e internazionale, la maturazione di una tendenza capace di raccogliere le spinte in atto e proiettarle verso la costituzione di un movimento politico che definisca una strategia di trasformazione sociale e di uscita da una logica imperialista è ancora rimasta al palo.

Per sbloccare l’impasse bisogna, preliminarmente, fare i conti con un retroterra che ripropone ipotesi movimentiste e identitarie che, pur restringendosi sempre più (il bacino residuale sta sotto l’1%), distoglie l’attenzione e produce frustrazioni.

Qual è il passaggio che ci può consentire invece di aprire una fase di ricostruzione di un partito politico che riprenda, con un orizzonte di classe e una visione internazionale, un percorso interrotto dalla degenerazione e dal disfacimento del PCI?

Di fatto i decenni trascorsi dagli anni ’90 del secolo scorso sono serviti, almeno per noi, non tanto a rispondere a questa domanda, quanto da incubazione di una elaborazione che rendesse credibile una ripresa.

La lezione dei fatti dovrebbe indurci a capire che senza una teoria scientifica non si trasforma lo stato di cose presente e che questa va correlata con lo sviluppo delle condizioni oggettive su cui fondare una ripresa, se no non si va da nessuna parte e si rimane nicchia ai margini dei processi reali. Più di qualcuno, tra i comunisti, ha scambiato questo lavoro per una ripetizione inerte dei principi.

Con questo vogliamo dire che la situazione non può essere sbloccata con ipotesi politiche improvvisate e che invece ogni ipotesi deve essere approfondita e misurata coi fatti. Perchè, se grande è il caos sotto il cielo, trovare il filo di una ripresa che abbia carattere di classe e proiezione strategica nelle circostanze storiche attuali e in un paese come l’Italia è cosa che bisogna saper cogliere non con astrazioni ideologiche, ma agganciando la realtà.

Non ci sembra però che a sinistra, tra quelli che si ritengono più radicali, si sia sviluppata una verifica e una discussione in questa direzione. Neppure tra coloro che mantengono posizioni comuniste è emerso un metodo corretto per affrontare la nuova situazione in termini di analisi politica e di movimenti reali. Quella che serve dunque è una rilettura dei passaggi che hanno portato alla situazione attuale e una riflessione su come agganciarla, con quale proposta e con quale programma. Per questo siamo arrivati alla conclusione che è necessario sbarazzare il terreno dai paradigmi che hanno determinato i modi di stare all’opposizione in questi anni per ripartire invece dalla funzione storica che un partito di classe e di massa deve svolgere oggi.

Parlare di funzione storica vuol dire anche fare i conti, preliminarmente, coi tempi di maturazione dei termini oggettivi, ma anche fare i conti con un mutamento epocale nelle caratteristiche dei processi di superamento del sistema imperialista dello sfruttamento e con le forme che la conflittualità è andata assumendo verso la fine del secolo scorso.

Per quanto ci riguarda, nel corso degli ultimi anni ci siamo misurati con questi problemi in due modi: lavorando sulla storia del movimento comunista (con l’Associazione Stalin), e dando una valutazione del lavoro di classe e internazionalista svolto dagli anni ’70 per quasi vent’anni (La zattera e la corrente) per trarne le debite conseguenze. In sostanza abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi e con il nostro passato.

Oggi però dobbiamo sciogliere il nodo di come sia possibile delineare una prospettiva che, passando dentro la nuova realtà, indirizzi le forze che tendono alla trasformazione dell’assetto politico e sociale italiano. La domanda è: con quale forza e con quale programma possiamo accingerci a riprendere un cammino di questo tipo?

Se è vero dunque che la storia si pone solo i problemi che può risolvere, come comunisti abbiamo il compito di costruire un livello di organizzazione e di strategia politica che si dialettizzi con le esigenze di massa e di classe che caratterizzano oggi la situazione italiana e il quadro internazionale.

Purtroppo un lavoro di questo genere cozza contro due tendenze che ci hanno fatto deviare in questi ultimi decenni da un percorso corretto e queste due tendenze sono state rappresentate dal trasformismo elettoralistico di una certa sinistra definita radicale e dall’ideologia movimentista priva di un respiro politico e strategico. In alternativa a queste tendenze, in che modo intendiamo portare avanti un discorso di superamento dello stallo in cui ci troviamo?

Innanzitutto superando il romanticismo ‘rivoluzionario’ nell’analisi delle contraddizioni e ponendole in modo reale, con la capacità di costruire attorno ad esse uno sbocco credibile. Capire quindi le spinte che ci vengono dalla situazione e saperne fare un punto di forza di una strategia politica. Non si tratta, in questo caso, di dare solo uno sbocco alle lotte, ma anche di individuare i nodi storici che la trasformazione di un sistema di potere consolidato si trova di fronte.

Questo compito è reso tanto più urgente dal fatto che, dentro la crepa nel sistema aperta nel marzo 2018, si è messa da subito in moto una reazione degli anticorpi del sistema che ha prodotto la crescita di due forze, la destra e i liberisti, per deviare la spinta e riportare le cose negli schemi tradizionali. Come abbiamo sostenuto negli interventi di questi ultimi tempi, bisognava cogliere l’occasione per intervenire e allargare gli spazi che si erano aperti.

L’insensibilità e l’autismo politico dei cultori dello zero virgola e di qualche posizione identitaria, che vive ambigua­mente come specchietto per le allodole, hanno impedito però che nuove energie, non identificabili coi 5 Stelle, ma ad esse convergenti, si aggiungessero al movimento grillino per rafforzare i punti del suo programma sociale e sulle questioni della giustizia e sciogliere anche le ambiguità in politica estera. Che tutto ciò non sia avvenuto non è casuale, dal momento che le forze di ‘opposizione’ al sistema si sono sempre divise tra una tradizionale dipendenza dalla casa madre PCI-PD, in termini politici e culturali, e una storica logica minoritaria in cui sono immerse da decenni. Fare i conti coi 5 Stelle le avrebbe portate a misurarsi con la realtà per uscire da una condizione di subalternità ed esprimere in modo maturo un’ipotesi politica. Ma questo non è avvenuto, e ora il rischio è che la breccia aperta si richiuda. Bisogna quindi lavorare per portare forze e idee laddove si possono modificare i rapporti di forza.

Questo passaggio implica che ci si misuri, da comunisti, anche con due questioni di fondo che riguardano l’interpreta­zione della fase storica che stiamo attraversando e vanno oltre la dimensione quotidia­na della lotta politica. Queste due questioni si chiamano gramsciana­mente individuazione delle forze motrici che sono maturate per il cambiamento e delle forme organizzate in cui si possono esprimere.

Dicendo questo certamente si suscita scandalo perchè si modifica una prassi consolidata che vede da una parte una riproposizione schematica del tipo di partito necessario per affrontare la situazione e dall’altra un affidarsi all’episodicità della contraddizione per ripetere, senza forma strategica, azioni che rivestono di fatto carattere ideologico. I sostenitori di questa logica tentano di accreditare l’ipotesi che in questo modo si parta per crescere, mentre la realtà ci dice che, se anche non siamo in una fase rivoluzionaria, la guerra di posizione che si combatte, se non è pura testimonianza, deve mettere in campo forze di resistenza che sappiano esprimere politicamente il carattere delle contraddizioni reali che hanno dimensioni non episodiche.

Da qui si parte per un percorso strategico, non dalle nicchie ideologiche che, peraltro, vengono confuse spesso con la teoria rivoluzionaria comunista, quando ne sono invece una versione ideologica mistificata.

Domandiamoci dunque, a questo punto del ragionamento, come si configurano le contraddizioni che rendono oggi storicamente possibile la formazione in Italia di una organizzazione che abbia un peso nella situazione e dentro la quale quei comunisti che hanno aggiornato la loro analisi devono lavorare.

Nel programma che il Fronte ha indicato come prospettiva di riaggregazione di massa per una nuova formazione politica sono indicati i tre punti essenziali su cui impegnarsi per costruire un nuovo progetto politico-organizzativo:

– nuove relazioni internazionali e rifiuto delle guerre,

– ruolo dirigente dello stato nello sviluppo economico e dell’occupazione

– difesa dei lavoratori e dei cittadini sui posti di lavoro e sul territorio.

Condividere questi punti di programma vuol dire individuare il bandolo della matassa dove convergono spinte particolari e farne il punto di partenza per una nuova formazione che sappia dare risposta a questioni di fondo e diventi il riferimento per milioni di persone.

E la prospettiva comunista?

Quelli che sono usi guardare il dito che indica la luna vorrebbero farci credere che in Italia sia possibile aprire una prospettiva di trasformazione sociale insistendo su una retorica operaista o su proposte identitarie che, quando non sono puro schematismo ideologico, rappresentano solo la furbizia di chi crede di poter raschiare il fondo del barile dove un tempo cresceva la falce e il martello. Dobbiamo deluderli costoro e ricordare che, se in Italia è esistito un grande partito comunista popolare e di massa, è perchè si era capita, allora, la congiuntura storica che ha portato alla Resistenza, alla Repubblica e alla Costituente. Poca roba per gli odierni ‘rivoluzionari’, ma si tratta di questioni epocali di cui non sono usi dissertare. Subito dopo il 25 luglio 1943 i comunisti erano circa 6000; alla fine del ’45 erano diventati due milioni. Un dato su cui i pochi identitari ancora sulla breccia non hanno riflettuto e che soprattutto non hanno collegato al presente.

Noi sappiamo bene di non avere la soluzione in tasca. Ci sforzia­mo però di non allinearci a quei cattivi maestri che della loro ‘radicalità’ hanno fatto una base di continuo trasformismo e di costruzione, salvo rari casi, di comode nicchie senza dialettica con la realtà e soprattutto senza misurarsi con le responsabilità e la fatica che scelte diverse comportano.

Noi, da comunisti, con la proposta del Fronte Politico Costitu­zio­nale vogliamo semplicemente gettare un sasso nello stagno, nella speranza anche che si trasformi in un seme. Come diceva Mao, nonostante le sconfitte, osare combattere e osare vincere.

aginform.org

 

Corona virus, la questione politica

In questi giorni abbiamo sentito molti cittadini interrogarsi su quello che sta veramente accadendo, se sia un prodotto della natura o frutto di diaboliche iniziative. Sono domande giustificate visto lo standard di criminalità degli imperialisti negli ultimi decenni (basta pensare agli attentati dell’11 settembre). Noi però non abbiamo al momento la possibilità di dare un giudizio su questo. Possiamo però vedere lucidamente il contesto in cui la questione virus si è manifestata e ha preso anche in Italia la dimensione che ha preso.

Il contesto è quello di un crescendo di guerre, combattute e minacciate[*], di sanzioni economiche per strangolare un numero crescente di paesi e di operazioni di destabilizzazione e ‘regime change’ finanziate con larghezza di mezzi (come per esempio Hong Kong) ed è un contesto in cui il nostro ‘grande alleato’ americano dichiara apertamente, in tutti i suoi documenti ufficiali, che ogni avanzamento della Cina sul terreno economico, tecnologico o di rafforzamento delle relazioni internazionali (via della seta) costituisce una ‘minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti’. In queste circostanze anche l’epidemia in Cina è stata subito utilizzata politicamente e amplificata mediaticamente per cercare di isolare il paese, metterlo sul banco degli imputati e approfittare delle sue difficoltà.

L’ormai evidente esagerazione del pericolo virus è nata e cresciuta in questo contesto e sta producendo situazioni grottesche e rilevanti danni economici anche in Italia.

La questione principale, che si pone ormai in termini inderogabili, è quella dell’uscita dell’Italia dalla spirale che porta alla guerra. L’Italia non ha nemici e l’unica cosa che può veramente mettere a rischio la sua sicurezza è l’essere trascinata nelle guerre promosse dal grande alleato che non accetta di essere su un piano di parità con gli altri paesi e minaccia sfracelli per mantenere il suo ingiustificato predominio planetario.

Bisogna che un’ampia mobilitazione popolare riesca a mettere all’ordine del giorno il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, che da anni è stato buttato alle ortiche, il ripristino del diritto internazionale e il rifiuto di aggressioni economiche (sanzioni) e militari.

[*] E’ di ieri la dichiarazione del segretario di stato USA Pompeo sulla possibilità di azioni congiunte con l’allleato NATO Turchia contro l’esercito siriano, accusato di “un atto di aggressione con il cinico sostegno da parte di Mosca e Teheran” a Idlib e dunque in territorio siriano!

Fronte Politico Costituzionale
27 febbraio 2020

 

Fronte Politico Costituzionale: “Renzi è solo la punta dell’iceberg”

Questa è la valutazione che si deve dare di fronte all’apertura delle ostilità di Matteo Renzi contro il governo Conte. Non è dunque solo una pagliacciata di un personaggio come il senatore di Rignano, ma una mossa calcolata per dare una spallata a un governo che viene avversato non solo da destra, ma anche dal settore liberista ben piantato nelle istituzioni.

Non sappiamo se il nostro eroe raggiungerà l’obiettivo, ma quello che è certo è che questo è il momento di RESISTERE e trovare il massimo di unità contro tutto lo schieramento liberista. Denunciando anche la quinta colonna che ‘a sinistra’ cerca di dare una mano al nostro nemico.

Ci auguriamo di trovarci in buona compagnia in questa battaglia.

Fronte Politico Costituzionale
20 febbraio 2020

 

Sostegno alla battaglia dei 5 Stelle e gli obiettivi del Fronte Politico Costituzionale

Sabato 15 eravamo anche noi presenti alla manifestazione dei 5 Stelle con il manifesto che abbiamo pubblicato su questo sito nei giorni precedenti. Lo striscione che accompagnava il nostro intervento diceva Resistere, Resistere, Resistere riferendosi appunto a quei punti del programma 5 Stelle che riteniamo necessario sostenere e che una sinistra miope si ostina a ignorare.

In piazza abbiamo anche illustrato i tre punti del programma del Fronte relativi all’art.11 della Costituzione, al controllo pubblico dell’economia e ai diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Due cose ci hanno colpito favorevolmente nel corso della manifestazione: l’approvazione dello slogan Resistere, che dimostra che i grillini in piazza non si vogliono arrendere, e le centinaia di fotografie scattate ai nostri manifesti. Un segnale interessante.

Aginform

 

Il 15 febbraio in piazza a Roma iniziativa del Fronte Politico Costituzionale

In piazza per sostenere i provvedimenti su prescrizione, quota 100, reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, riduzione dei parlamentari e contro il ripristino dei vitalizi. Roma, Piazza San Silvestro il 15 febbraio. Read More “Il 15 febbraio in piazza a Roma iniziativa del Fronte Politico Costituzionale”

Come affrontare la nuova fase politica dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria

Appunti per una discussione

1) Possiamo dire senz’altro che le elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia-Romagna e in Calabria sono state un indicatore importante rispetto al percorso politico che stiamo facendo.
Intanto i risultati dell’Emilia Romagna confermano che il PD è costretto a misurarsi con un’area elettorale molto articolata ed è stretto non più dal solo versante dei 5 Stelle, ma anche da aree che lo costringono a rilanciare una politica riformatrice, senza la quale ricadrebbero in uno stato vegetativo senza prospettive. Questa situazione incide anche sulle scelte del governo Conte, peraltro pressato dal programma governativo dei 5 Stelle.
Per quanto ci riguarda, la novità che dobbiamo saper cogliere è l’apertura di spazi di interlocuzione con settori che sentono l’esigenza non solo di combattere il salvinismo, ma anche di andare in una direzione opposta al tradizionale liberismo del PD. Quindi il nostro lavoro deve tendere a rafforzare i nuclei più consapevoli che esprimono l’esigenza di aprire un nuovo corso politico in Italia. Il risultato non è a portata di mano, ma l’essenziale è capire la direzione di marcia.

2) La riduzione delle ambizioni elettoralistiche della sinistra movimentista o identitaria a un indice che sta al livello dello zero virgola conferma anche che, se non si riuscirà a trovare un diverso approccio per esprimere una opposizione di massa e popolare, i processi politici subiranno le incertezze e le debolezze delle forze attualmente in campo. Questo vuol dire che la proposta del Fronte Politico Costituzionale deve trovare canali di comunicazione più ampi e una verifica della sua aderenza alla realtà.

3) Nel valutare la situazione rispetto alle regionali del 26 gennaio occorre anche considerare i risultati della Calabria dove non solo l’astensionismo ha superato il 50%, ma si è anche espresso un ritorno a una egemonia politico-mafiosa che deve trovare nel Sud una opposizione unitaria che ne metta in crisi le strutture di potere e riaggreghi la spinta di opposizione che l’astensionismo di massa manifesta.
L’appello contro il salvinismo in Emilia-Romagna ha funzionato. La questione calabrese, con la vittoria delle forze politico-mafiose, esige che ci si muova nella stessa direzione.

4) La violenza della campagna contro i 5 Stelle e la valutazione taroccata dei loro risultati elettorali conferma che le forze liberiste e di regime hanno sempre l’obiettivo di distruggere il movimento per eliminare un ostacolo ai loro progetti.
Continuare, a sinistra, a non vedere questo è qualcosa di diverso della sola stupidità.

Fronte Politico Costituzionale
30 gennaio 2020

 

L’esito delle elezioni del 26 gennaio in Emilia-Romagna, comunicato FPC

L’avevamo già scritto in un precedente comunicato alla vigilia delle elezioni regionali in Emilia-Romagna: lo scontro vero, quello che riassumeva il significato politico della contesa era quello tra Bonaccini e Borgonzoni, il resto era contorno ininfluente ai fini della prospettiva politica a breve termine e dunque su questa base andavano valutate le scelte. L’esito dimostra dunque che la linea del Piave contro Salvini si è attestata sulla candidatura del presidente Bonaccini che ha superato molto ampiamente la prova elettorale.

Quelli che in vario modo si ostinano, in malafede, a portare il discorso su altri terreni, non hanno capito o non vogliono capire ciò che realmente è successo domenica 26 gennaio. Questo vale per i commentatori dei giornaloni di regime che interpretano il voto a Bonaccini in modo rassicurante, ma anche per coloro che, grottescamente, dall’alto dello zero virgola mostrano i muscoli per il loro risultato.

A noi, e a chi ci segue, spetta ora il compito di analizzare gli effetti del voto e discutere i nuovi passaggi.

Comunicato del Fronte Politico Costituzionale

 

Elezioni Emilia-Romagna, da lunedì cambieranno molte cose, prepararsi all’evento

Nel definire in modo concreto come sviluppare il dialogo a tutto campo che il Fronte Politico Costituzionale intende portare avanti nei prossimi mesi bisognerà tener conto dell’esito delle elezioni regionali in Emilia-Romagna. Read More “Elezioni Emilia-Romagna, da lunedì cambieranno molte cose, prepararsi all’evento”

Comunicato del Fronte Politico Costituzionale (18 gennaio 2019)

Il ministro della difesa piddino Lorenzo Guerini vuol fare in realtà il ministro della guerra. Di fronte alle commissioni difesa della Camera e del Senato ha proposto infatti non già il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, ma il loro inquadramento in una più larga missione della NATO .

Il fatto è gravissimo perchè il parlamento iracheno ha chiesto il ritiro di tutti i contingenti militari stranieri. Quello proposto da Guerini sarebbe dunque un nuovo atto di guerra, in continuità con le violazioni dell’art.11 della Costituzione compiute da altri ministri e governi della Repubblica.

Il 25 gennaio si svolgeranno in Italia numerose iniziative sul tema della pace, alcune delle quali mantengono un sostanziale carattere di ambiguità rispetto ai responsabili delle guerre, che invece bisogna saper individuare e combattere.

Il Fronte Politico Costituzionale propone comunque che nella giornata del 25 gennaio venga fatto un presidio presso la sede nazionale del PD a Roma (Largo del Nazareno) per chiedere al partito di sconfessare la proposta del ministro Guerini e di rispettare l’art.11 della Costituzione.

 

Comunicato del Fronte Politico Costituzionale

Il ministro della difesa piddino Lorenzo Guerini vuol fare in realtà il ministro della guerra. Di fronte alle commissioni difesa della Camera e del Senato ha proposto infatti non già il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, ma il loro inquadramento in una più larga missione della NATO .

Il fatto è gravissimo perchè il parlamento iracheno ha chiesto il ritiro di tutti i contingenti militari stranieri. Quello proposto da Guerini sarebbe dunque un nuovo atto di guerra, in continuità con le violazioni dell’art.11 della Costituzione compiute da altri ministri e governi della Repubblica.

Il 25 gennaio si svolgeranno in Italia numerose iniziative sul tema della pace, alcune delle quali mantengono un sostanziale carattere di ambiguità rispetto ai responsabili delle guerre, che invece bisogna saper individuare e combattere.

Il Fronte Politico Costituzionale propone comunque che nella giornata del 25 gennaio venga fatto un presidio presso la sede nazionale del PD a Roma (Largo del Nazareno) per chiedere al partito di sconfessare la proposta del ministro Guerini e di rispettare l’art.11 della Costituzione.

18 gennaio 2019

Il testo della lettera che sabato 11 sarà recapitata al Presidente della Repubblica

Il Fronte Politico Internazionale al termine del presidio organizzato a Roma in Piazza S.S. Apostoli, invierà una propria delegazione presso il Quirinale per consegnare una lettera al Presidente Mattarella. Read More “Il testo della lettera che sabato 11 sarà recapitata al Presidente della Repubblica”

Sardine: la ‘rivoluzione’ che piace alla gente ‘per bene’

Fare le pulci alle sardine è diventato uno sport nazionale, da destra come da sinistra. Da sinistra perchè si cerca di giudicare il tasso di rivoluzionarietà espresso dal movimento. Da destra perchè si ha non solo il dubbio, ma la certezza che il fenomeno sia stato partorito da un PD travestito da sardina.

La sinistra, i radikalen per intenderci, cerca in questo modo di giustificare la propria debolezza attaccando un nuovo movimento che minaccia la sua visibilità, senza però darne un giudizio oggettivo. A destra, ovviamente, si attaccano le sardine perchè esprimono, almeno questo, una chiara avversione al salvinismo.

Fatte queste considerazioni preliminari, occorre andare alla sostanza delle cose e capire che cosa è successo veramente.

La partenza è stata molto chiara. In una regione come l’Emilia Romagna assediata dalle truppe salviniane e con il serio pericolo per il PD di venir estromesso dal governo della sua storica roccaforte, le sardine hanno rappresentato un sussulto che esprimeva la forte preoccupazione di settori democratici, in senso più culturale che direttamente politico, di essere governati dalle orde leghiste. Da questo punto di vista dunque la piazza di Bologna, con tutti i suoi limiti, rappresentava un atto autentico di rifiuto del salvinismo. Questo non aveva ovviamente nessun carattere ‘rivoluzionario’, anzi il suo modo di esprimersi andava in tutt’altra direzione.

Come mai a Bologna il movimento antisalviniano non si è espresso direttamente con le bandiere del PD? La risposta è che il partito non avrebbe entusiasmato la sua stessa area di riferimento e avrebbe inoltre limitato la partecipazione della gente che non vi si riconosce direttamente. Il simbolo mediatico delle sardine ha fatto il resto, e certamente il PD ci ha messo del suo nel mobilitare la piazza.

L’estensione del movimento fuori dell’Emilia-Romagna, pur non direttamente legata a questioni elettorali, ha sostanzialmente ricalcato le motivazioni antisalviniane dei bolognesi e, anche se in misura più limitata e a macchia di leopardo, ha seguito lo stesso schema fino alla manifestazione di Roma a piazza San Giovanni. E ora?

Pensare che le sardine possano avere un ruolo diverso da quello che fino ad oggi hanno avuto è fuori luogo. Non solo perchè l’espressione organizzativa che si sono date sta dentro una logica movimentista che sa di provvisorio, ma anche perchè il programma che vanno definendo è pieno di ovvietà e non coglie nessuno dei nodi politici che sono sul tappeto. Quelli che sono scesi in piazza in cerca di novità per uscire da una situazione difficile resteranno perciò delusi. Il modo movimentista e fantasioso non ha la possibilità di modificare i rapporti di forza, anzi, passata la fase della curiosità, viene alla luce con evidenza che gli organi di informazione sono ben felici che si eviti di descrivere i punti dello scontro politico reale per far credere che ‘un altro mondo è possibile’, quello del buonismo che stabilizza il regime esistente. Parlar male delle sardine è come parlar male di Garibaldi quindi, senza impiantare le solite polemiche per mettere in evidenza chi sia più ‘rivoluzionario’, basta vederci chiaro e non scambiare una pecora per un elefante.

Facciamo come le sardine, non abbocchiamo.

Aginform
17 dicembre 2019

I salviniani occulti e la sinistra miope

Possibile che nessuno si sia accorto e abbia avuto il coraggio di commentare il gioco pesante che tutta la grande informazione di regime, televisiva e cartacea, conduce quotidianamente accanendosi sia contro i singoli provvedimenti che sugli ‘innaturali rapporti’ tra i due partiti di governo, il PD e il Movimento 5 Stelle?

Non ci riferiamo qui alla stampa di destra che, com’è ovvio, combatte la sua battaglia contro il Conte 2, ma a tutti quei personaggi che popolano come ‘esperti’ le TV di stato o berlusconiane e La 7 o scrivono sui giornaloni che storicamente hanno sempre svolto una funzione favorevole ai governi ‘perbene’. Perchè stavolta, pur deprecando il salvinismo, costoro scrivono e dicono, un giorno sì e l’altro pure, che il governo è precario, che i provvedimenti sono pasticciati, che siamo in presenza di una rissa continua e così via? Al punto che lo stesso Salvini, peraltro strapresente in tutti i mass media, nell’esprimere le sue sparate appare un personaggio positivo. Insomma esiste di fatto una convergenza di opinione contro il governo laddove sarebbe logico aspettarsi una profonda divergenza.

Da che cosa deriva questa situazione paradossale?
Se prendiamo l’opinione della sinistra che sta all’opposizione ‘a prescindere’, ci troviamo di fronte a gente che fa finta di non capire che il governo Conte 2 è il prodotto di un accordo tra due partiti diversi, costretti dalle circostanze politiche a stare assieme, e che cercano una mediazione su punti di programma, il tutto sotto il ricatto delle scorribande del corsaro Renzi. Mediazioni vere e su punti non secondari. La giustizia e il carcere ad esempio. Queste cose le capirebbero anche i bambini e invece, in luogo di dare un giudizio complessivo sul governo e sui rapporti di forza al suo interno, si procede con una campagna che va ad aggiungersi a quella del blocco salviniano che poi sicuramente sarà quello che ne raccoglierà i frutti. Non solo, ma quella che ormai è definita ‘sinistra sinistrata’, identitaria e/o movimentista, non sa neanche cogliere, su questioni di politica interna e internazionale, le occasioni per svolgere un ruolo autonomo e convergente nello scontro reale che si svolge nel paese.

Tanti sono gli esempi che si possono fare per spiegare ritardi e omissioni. Facciamone alcuni. La questione ex-Ilva e Alitalia. Ribadiamo qui il concetto che questa non è una vertenza sindacale, ma uno scontro sul carattere dell’economia italiana. Ma allora, invece di fare il verso ai confederali salvo poi accettarne le mediazioni, quand’è che ci si decide a definire nel concreto una posizione strategica e a imboccare la strada dell’alternativa? Come si costruisce una forza politica e di classe contro il liberismo che vada oltre gli equilibri attuali e consideri l’attuale situazione come un passaggio per andare oltre? Se la stampa e le televisioni di regime continuano ad accanirsi contro il reddito di cittadinanza e quota 100, se le manette agli evasori destano scandalo, se i ‘dubbi’ sul governo vengono proprio dal fronte liberista, vogliamo porci degli interrogativi sul che fare e soprattutto sul come fare?

La borghesia sembra non avere dubbi su come affrontare la situazione e mentre tiene a bada l’orda salviniana agitandone lo spauracchio, continua ad attaccare un governo che, in forme certamente non radicali, grazie all’azione dei 5 stelle, tenta di dislocare gli equilibri in avanti. Ne dovremmo dedurre quindi che non è questo il governo che i liberisti vorrebbero e questo spiega il paradosso del salvinismo occulto nella propaganda di regime.

Domandiamoci anche a questo punto se qualcuno, tra i salvinisti per caso, non stia nel frattempo preparando un’alternativa, anche rischiando la crisi di governo e la vittoria di Salvini. Qualche segnale, in questo senso, c’è se consideriamo come sta nascendo il movimento delle sardine o il battage attorno alla senatrice Segre. Per la borghesia la priorità è che il giacobinismo deve essere liquidato ad ogni costo! Per riportare infine l’armonia e la pace del sistema liberista.

Aginform
11 dicembre 2019

 

Il pendolo del premier Conte

Immediata sollevazione dei media liberal-imperialisti, di destra e di sinistra, che lanciano anatemi contro l’idea di buoni rapporti tra Italia e Cina

Se la prima mossa del nuovo corso politico, dovuto al rovesciamento delle alleanze, è stata quella di stoppare il tentativo di Salvini di sfondare la linea del Piave ricorrendo alle elezioni dopo la crisi di agosto, si tratta ora di valutare le prospettive e il ruolo del Conte 2. Oggi, a distanza di alcuni mesi, si può abbozzare una linea interpretativa della sua azione.

Non si tratta di dare una pagella, ma di valutare, in modo oggettivo, che cosa è successo dopo la formazione del nuovo governo e questo si può misurare su due cose, la impostazione della legge finanziaria e il grado di tenuta politica dei 5 Stelle rispetto al loro programma.

Partiamo da quest’ultimo aspetto e domandiamoci: hanno tenuto i pentastellati o si sono accodati al PD? Giudichiamo dai fatti. Sul reddito di cittadinanza hanno ribadito che non va toccato, mentre per quota 100 è stato detto che la sua validità temporanea, quella triennale, va mantenuta. Sulla prescrizione, nonostante la furibonda resistenza di PD e Renzi la sfida è stata accettata e si mantiene la scadenza dell’entrata in vigore al gennaio 2020. Sull’ex-Ilva Di Maio ha insistito che il ricorso allo scudo penale non avrebbe senso perchè gli obiettivi di Mittal sono altri e la multinazionale deve rispettare i contratti. Ora si sta trattando. Intanto tutta la stampa liberista e a servizio dell’imperialismo si sta scatenando perchè Grillo è andato a cena con l’ambasciatore cinese in Italia e i 5 Stelle non parlano di Hong Kong.

Possiamo dire che qualche segnale c’è stato, ma perchè nessuno ne parla, sinistra, compresa? Anzi, quando se ne parla, sono la stampa e i media di regime a farsi carico di attacchi sfrenati a provvedimenti che, a loro parere, dovrebbero essere dirottati agli ‘investimenti produttivi’?

Anche a proposito della vicenda delle elezioni regionali, nonostante la sconfitta in Umbria che ha mostrato che non è facile mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, i 5 Stelle hanno recuperato una linea di autonomia cercando, aldilà delle strategie elaborate a tavolino, di tener conto della lezione.

La questione non è però solo quella del movimento 5 Stelle, ma anche quella dell’azione del governo. Qui le considerazioni da fare riguardano il carattere del compromesso raggiunto con la formazione del governo e su questo esprimere una valutazione sui risultati. Il perno di questa valutazione è la legge di bilancio, peraltro non ancora approvata dal parlamento. Dai dati a disposizione risulta che nelle scelte fatte, tenuto conto dei limiti di spesa, si è cercato di dare alla spesa pubblica un carattere ‘sociale’ evitando provvedimenti odiosi, alla Renzi per intenderci, e costringendo il PD a mantenere la sua veste di partito nuovo anche se questa scelta ha avuto delle contropartite, in particolare nel rapporto con l’Europa, di cui è simbolo Gentiloni. Possiamo dire che questo è un governo di mezzo che aspetta, dato che siamo in periodo di alluvioni, la piena salviniana. Resisteranno gli argini? E’ da vedere.

Per non essere però soltanto spettatori e lasciare che le cose seguano il loro corso scaricando sulle spalle di un movimento come quello dei 5 Stelle un peso che va ben oltre le loro possibilità, dovremmo, come comunisti, pensare un po’ a come contribuire a mandare le cose nella direzione giusta, tenendo conto dei rapporti di forza e del quadro politico generale. Come i comunisti hanno saputo fare in Italia per molto tempo, finchè la crisi non li ha disgregati. La condizione critica in cui ci troviamo oggi non ci autorizza però ad andare a ruota libera nelle scelte da fare, semmai ci impone molta attenzione per risalire la china e dimostrare di avere un’incidenza politica. Questo è il punto.

Aginform
27 novembre 2019

La battaglia sull’ILVA di Taranto

Ci sono vari modi di considerare la questione dell’Ilva di Taranto. Uno è quello prettamente sindacale a cui sono legate le sorti di oltre 10.000 operai più l’indotto che ne occupa 5000 e qui la questione non è solo sindacale, ma coinvolge anche la salute degli operai siderurgici e della città di Taranto, in particolare i quartieri adiacenti lo stabilimento, come quello di Tamburi.

La soluzione di questo diabolico rebus non è stata trovata. E’ prevalsa la logica produttivistica senza un vero progetto di riconversione dell’area industriale che risolvesse realmente, e non con palliativi, le due questioni sul tappeto: l’occupazione e la salute dei cittadini tutti, compresi ovviamene gli operai.

Si è scelta quindi una soluzione pasticciata che, oltre a ridurre il numero degli operai, preteso da Arcelor-Mittal per acquisire l’Ilva, non garantiva né l’occupazione né la salute. Di Maio, allora al MISE e i confederali e i loro associati avevano però fretta di concludere. Il ministro 5 Stelle per portare a casa un risultato che lo salvasse dall’accusa di inerzia e perchè aveva trovato una situazione già predeterminata e i confederali e soci perchè il loro contrattualismo a prescindere fa parte del mestiere di sindacati di sistema.

Tutto questo però non è bastato perchè ha dovuto fare i conti con la logica che sovraintende una multinazionale come Arcelor-Mittal che preferisce magari reinvestire in India, dove questioni ambientali e costo del lavoro non sono un problema, e rileva impianti produttivi anche solo per togliere di mezzo la concorrenza.

Questa dell’Ilva è la storia di una delle tante operazioni a cui le multinazionali ci hanno abituati in questi anni, ma nel contesto italiano la vicenda ha messo in evidenza una necessità di lotta politica e di riaffermazione del ruolo dello stato nell’economia. Perchè, anche se la ‘sinistra’ di varia estrazione non sembra essersene accorta, attorno alla vicenda dell’Ilva si è scatenata una battaglia furiosa tra la corrente liberista e quelli che invece pretendevano che certe regole ai padroni fossero imposte anche se si tratta di una multinazionale.

In campo sono scesi, sul versante liberista, la destra al completo, uno scatenato Renzi, il presidente di Confindustria Boccia, i giornaloni e le televisioni di regime nonchè, con una posizione ipocritamente centrista, il PD e i sindacati confederali che volevano a tutti i costi ripristinare lo scudo penale dando così ragione, contro ogni buon senso, ad Arcelor-Mittal.

I fautori della soluzione liberista – produrre a tutti i costi, accettare di ridurre la manodopera e continuare a inquinare – per ora sono stati sconfitti, salvo colpi di scena che sono possibili data la posta in gioco. Il fronte liberista non può accettare facilmente una sconfitta così cocente, magari facendo ricorso a Mattarella.

Se le cose non sono andate finora nel senso voluto da Arcelor-Mittal e dai liberisti di casa nostra dobbiamo darne atto al movimento 5 Stelle che ha mantenuto il punto sullo scudo penale e all’intervento tempestivo e deciso della magistratura non appena si sono scoperte le carte. In questo contesto hanno brillato per la loro assenza gli antiliberisti ideologici, come avevamo già potuto registrare del resto a suo tempo per quota 100 e il reddito di cittadinanza.

La questione dell’Ilva pone però un altro problema di fondo che è di politica economica e di indirizzo strategico dell’economia italiana. Come abbiamo sovente sostenuto, non è possibile difendersi solo stando nella trincea del modo di impostare le leggi di bilancio. Non basta questo per superare i problemi di uno sviluppo equilibrato e per difendere i lavoratori. Ci vuole un governo dell’economia che non sia legato agli interessi delle multinazionali e a un indirizzo di politica internazionale che blocca le relazioni dell’Italia col mondo e impone la condivisione imperialista degli embarghi. Lotta contro l’ideologia liberista, indirizzo dell’economia italiana non dominato dal profitto, nuove aperture a relazioni internazionali non legate alla logica imperialista sono le coordinate di un nuovo progetto a cui dovrebbe corrispondere la nascita di una forza politica che lo sappia gestire. Questo è il compito che spetta ai comunisti.

Aginform
19 novembre 2019

L’imperialismo di sinistra celebra l’anniversario della caduta del muro di Berlino

Come ampliamente pubblicizzato dai mezzi di comunicazione di massa dell’occidente capitalistico il 9 novembre si celebra il 30° anniversario della caduta del muro di Berlino. L’avvenimento serve soprattutto a rinfocolare la campagna anticomunista e legittimare sempre più posizioni come quella della recente risoluzione del Parlamento europeo sull’equivalenza di comunismo e fascismo.

Il nemico di classe celebra una sua vittoria e questo è naturale. Meno naturale è che in coincidenza con questa celebrazione venga indetta a Roma una manifestazione di ‘alternativi’ contro tutti i muri. Quelli che dovrebbero rappresentare l’opposizione all’imperialismo scendono in piazza per unirsi al coro anticomunista.

E’ un caso? Neanche per sogno. La manifestazione contro i muri è stata pensata proprio per mettere sullo stesso piano il muro che rinchiude i palestinesi nelle loro prigioni a cielo aperto ritagliate nella loro patria occupata, il muro che per oltre 300 km divide in due la Corea, il muro di Trump (e prima di Obama) contro gli immigrati messicani, con quello che era il confine legittimo, internazionalmente riconosciuto, della Repubblica Democratica Tedesca socialista. Ebbene sì gridiamolo forte, il muro che divideva la città di Berlino era il legittimo confine della RDT e non dimentichiamoci che se esisteva una zona ‘libera’ di quella città era perchè era stata liberata dal nazismo dall’armata rossa al prezzo di oltre venti milioni di morti. Una bazzecola per quelli che si permettono oggi di scendere in piazza contro ‘i muri’.

Sarebbe anche il caso di domandarsi sul piano storico chi fu a dividere la Germania in due e perchè la stessa Berlino fosse divisa in quattro zone. Si scoprirebbe che a dividere la Germania non fu il perfido Stalin, che invece perorava il progetto di un paese unito e neutrale. Furono le potenze occidentali, vincitrici assieme all’URSS nella seconda guerra mondiale, furono gli angloamericani che impedirono quell’esito e puntarono da subito ad impedire l’unità del paese per poter incorporare quella che poi è diventata la RFT nel sistema occidentale e farne un bastione della guerra fredda, così come avevano incorporarono i suoi tecnici militari come von Braun e la rete spionistica nazista di Gehlen ramificata in tutto l’oriente europeo.

Berlino fu anche utilizzata per farne una vetrina, uno specchietto per le allodole per trarre in inganno un paese che, pur con tutte le difficoltà, aveva imboccato una strada diversa da quella del capitalismo ed era per questo soggetto a continui attacchi e provocazioni. Lo specchietto per le allodole ha potuto funzionare in pieno quando personaggi come Kruscev e Gorbaciov hanno portato avanti la loro controrivoluzione. Non dimentichiamoci che anche nella parte orientale della Germania il sostegno di cui il nazismo aveva goduto era stato forte, non meno che tra polacchi, ungheresi e baltici. Quando la controrivoluzione si mise in marcia nell’Unione Sovietica l’occidente riuscì infine a prevalere, con l’aiuto di molte illusioni seminate tra la popolazione e diffuse da politici senza scrupoli. Il primo stato socialista su suolo tedesco aveva ottenuto molti successi, ma la rivoluzione non poteva essere un ‘pranzo di gala’ come vorrebbero far credere i trotsko-movimentisti. E il risultato del crollo non fu la libertà e la democrazia, ma la distruzione dell’economia industriale dell’est, l’appropriazione delle risorse collettive da parte dei pescecani capitalisti e la vera e propria annessione dell’est da parte della RFT, come una colonia interna.

Per i compagni, per gli antimperialisti, il 9 novembre è l’anniversario di una sconfitta. Questo si dovrebbe ricordare per analizzarne cause ed esiti. Ma ovviamente non è così che la vedono quelli che da tempo conducono campagne che legittimano in pieno la definizione di ‘imperialisti di sinistra’. Lo abbiamo già visto in tante occasioni, come per l’esaltazione per i mercenari curdi al servizio di americani, israeliani, francesi e inglesi. Lo ribadiamo per quanto riguarda il rifiuto persistente di considerare che la battaglia antimperialista in Medio Oriente è condotta dai siriani, dagli iracheni, dagli iraniani, dai libanesi di Hezbollah. Il fronte antimperialista oggi è questo.

Domandiamoci dunque per chi lavorano gli imperialisti di sinistra e quale ruolo giocano nell’opera di disorientamento della gente e degli stessi compagni.

Aginform
10 novembre 2019