Alberto Negri: “Perché ci meritiamo il ricatto di Erdogan sui profughi siriani”

L’Europa meno interviene meglio è: nei guai non l’ha messa soltanto l’arroganza di Erdogan. Il ricatto di Erdogan sui profughi lo ha voluto e se lo è cercato. Ha usato per anni la Turchia per abbattere il regime di Assad e adesso si lamenta, dopo avere versato a Erdogan la cifra di 6 miliardi di euro per tenersi in casa oltre tre milioni di rifugiati siriani: un milione di loro, nel 2015, si riversò sulla rotta balcanica accolti in gran parte dalla Germania della cancelliera Merkel, che oggi, con la destra estrema sempre più in ascesa, non può permettersi un altro gesto simile.

La Grecia

Cosa che non puo’ permettersi neppure la Grecia dove i neonazisti di Alba Dorata trovano in questa nuova ondata terreno fertile per la loro propaganda. La Grecia è nel mirino di Erdogan e la tensione è salita di nuovo alle stelle per la questione di Cipro greca dove la Turchia rivendica il diritto a estrarre il gas in una zona economica esclusiva dove opera una joint venture Eni-Total. Erdogan, che tiene in piedi il governo libico di Tripoli sotto botta del generale Khalifa Haftar, ha fatto firmare un memorandum ad Al Sarraj per dare consistenza alle sue rivendicazioni.

Detto per inciso Erdogan anche in Libia può usare contro di noi l’arma dei profughi visto che sostiene militarmente Sarraj e ha inviato sul campo militari turchi e centinaia di mercenari jihadisti reclutati proprio in Siria.

Dietro la nuova ondata di profughi

Dietro la nuova ondata di profughi c’è la feroce battaglia incorso a Idlib tra la Turchia e i suoi alleati di Al Qaida contro siriani e russi ma ci sono anche forti motivazioni economiche. Erdogan prende di mira militarmente Damasco e l’Europa usando l’arma dei profughi per mascherare la sua sconfitta non potendo entrare troppo in rotta di collisione con Putin. E’ il gas della Russia che ha reso la Turchia il principale hub energetico del Mediterraneo e ad Ankara non conviene litigare con Mosca.

Quindi per far sentire le sue ragioni alla Nato e sul piano internazionale “lancia” migliaia di profughi verso i confini. I profughi Erdogan se li è voluti per fare la guerra ad Assad e per cacciare migliaia di curdi siriani dai loro territori. Non sono un evento meteorologico ma fanno parte di una ben precisa strategia di pulizia etnica che adotta anche il regime di Assad nei confronti delle popolazioni sunnite che avevano aderito alla rivolta contro Damasco.

Violati i patti con Mosca

Ora la Turchia, dove la popolazione è sempre più irritata nei confronti dei siriani ma anche delle avventure militari di Erdogan, vorrebbe mantenere la sua presenza a Idlib per scaricare una parte dei rifugiati che ha in casa: né i siriani di Damasco né i russi né gli iraniani, alleati di Assad, hanno intenzione di concedergli questo. Per un semplice motivo: Erdogan ha violato i patti con Mosca e Teheran di due anni fa.

Si era impegnato a disarmare i ribelli e in particolare le milizie jihadiste e quelle di Al Qaida ma non lo ha mai fatto, anche perché voleva continuare a controllare la provincia e i collegamenti autostradali vitali per Damasco. Insomma voleva prendersi un altro pezzo di Siria di valore strategico dopo quello strappato ai curdi.

Finito il Califfato e ucciso Al Baghadi è lui il vero capo dei jihadisti in Siria che manovra a seconda dei suoi obiettivi: li usa contro i curdi, i nostri maggiori alleati nella guerra all’Isis, contro il regime di Damasco, contro i russi e da qualche tempo anche in Libia.

L’Europa

In questa situazione l’Europa ha avuto un ruolo e una grande responsabilità.

Giusto per rinfrescarsi la memoria ricordatevi quando Erdogan nell’ottobre scorso ha massacrato i curdi siriani, provocando un’ondata interna alla Siria di oltre 200mila profughi. La causa immediata fu il vergognoso ritiro degli Stati Uniti dal Rojava, la regione autonoma curda dove Trump avrebbe dovuto contenere la Turchia per salvare i suoi alleati nella guerra contro il Califfato.

Ma anche gli europei si comportarono vergognosamente: promisero di mettere sanzioni sulla vendita di armi alla Turchia ma in realtà non se ne fece nulla. Come oggi vorrebbero fare una missione in Libia per far rispettare l’embargo: ma come credere possibile che fermeremo le armi della Turchia paese della Nato che noi stessi riforniamo? Forse il nostro ministro degli Esteri ignora che egli elicotteri d’attacco Agusta di Leonardo-Finmeccanica che colpirono i curdi noi li assembliamo direttamente in territorio turco.

L’origine della guerra

Bisogna anche ricordarsi come è nata questa guerra siriana: una rivolta contro il regime di Bashar Assad che si è trasformata ben presto in una guerra per procura. L’Europa sulla spinta dell’allora segretario di stato Hillary Clinton si allineò nel 2011 alla strategia del “guidare da dietro” la rivola contro Assad accreditando un’opposizione manovrata dalla Turchia che ha fatto affluire dal suo confine migliaia di jihadisti e terroristi provenienti da tutto il mondo musulmano. L’Europa, gli Usa, hanno permesso l’espansionismo della Turchia in Siria, lo hanno incoraggiato e poi accettato dopo il fallito golpe del 2016. E oggi sperano che sia Putin a fermarlo.

di Alberto Negri – Tiscali

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“La misteriosa fine del killer di Soleimani”

La notizia, se fosse confermata, è di quelle che fanno sobbalzare. L’”Ayatollah Mike”, soprannome di Michael D’Andrea, il killer del generale iraniano Qassem Soleimani e Bin Laden, capo della Cia in Medio Oriente, sarebbe rimasto ucciso nell’aereo Usa abbattuto in Afghanistan il 27 gennaio. Ecco chi era.

La notizia, se fosse confermata, è di quelle che fanno sobbalzare. L’”Ayatollah Mike”, soprannome di Michael D’Andrea, il killer del generale iraniano Qassem Soleimani e Bin Laden, capo della Cia in Medio Oriente, sarebbe rimasto ucciso nell’aereo Usa abbattuto in Afghanistan il 27 gennaio. L’informazione è stata passata da fonti dell’intelligence russa, ripresa da diversi media ma per ora non è stata né smentita né confermata.

Washington ammette soltanto l’abbattimento di un velivolo accompagnato da un rigido silenzio. Trump è ormai in piena campagna elettorale e certe verità vengono rivelate con il contagocce, al punto che solo dopo molti giorni dalla rappresaglia iraniana sulle basi militari Usa in Iraq il Pentagono ha ammesso che vi sono stati almeno una cinquantina di feriti fra le proprie truppe dopo aver negato per settimane qualsiasi conseguenza.

Lunedì scorso un Bombardier dei quattro in dotazione alla Cia nella base afghana di Kandahar è stato colpito e abbattuto da un missile terra-aria. Chi sia stato è difficile dirlo: la colpa potrebbe essere attribuita ai Talebani che recentemente hanno fatto fuori quattro elicotteri e due droni ma alla guerriglia afghana mancano i mezzi bellici per colpire un aereo che comunque volava a notevole altitudine.

A bordo dell’apparecchio si sarebbe trovato Mike D’Andrea che nel 2017 era stato nominato a capo dell’Iran Mission Center dell’Agenzia e aveva messo a punto il piano dell’uccisione di Soleimani, oltre ad essere stato in passato uno dei cacciatori di Osama Bin Laden nonché uno dei maggiori responsabili di massacri di civili in tutta l’area mediorientale tanto da meritarsi soprannomi come “Principe delle tenebre” o Ayatollah Mike”.

D’Andrea si era guadagnato questi appellativi come capo della campagna della Cia di attacchi con i droni che in Afghanistan hanno ucciso migliaia di militanti islamici ma anche centinaia di civili.

Ayatollah Mike veniva descritto come un fumatore incallito e soprattutto come un convertito all’Islam. Michael D’Andrea dalla primavera del 2017 aveva ricevuto un nuovo incarico. Guidare le operazioni iraniane della Cia: fu questo il primo segnale importante che l’amministrazione Trump stava imboccando la linea dura contro l’Iran promessa durante la campagna elettorale e seguita poi dalla cancellazione dell’accordo sul nucleare del 2015 voluto da Barack Obama. Il nuovo ruolo assegnato a D’Andrea era una delle numerose mosse all’interno dell’agenzia di spionaggio che segnalavano un approccio più muscolare per le operazioni segrete sotto la guida di Mike Pompeo, allora capo della Cia e poi nominato segretario di Stato.

Il Principe delle Tenebre era sicuramente un duro. Secondo un articolo del “New York Times” negli anni successivi all’11 settembre, D’Andrea è stato profondamente coinvolto nel programma di detenzione e interrogatorio che ha portato alla tortura di un certo numero di prigionieri, condannato in un ampio rapporto del Senato nel 2014 come disumano e inefficace. L’amministrazione Trump ha iniziato a restituire al Congresso soltanto alcune parti di questo documento di 6.700 pagine (non soggetto al Freedom of Information Act) sollevando la concreta prospettiva che non verrà mai reso pubblico.

D’Andrea aveva assunto il comando del Centro antiterrorismo della Cia all’inizio del 2006 e aveva trascorso i successivi nove anni a dirigere la caccia ai militanti di tutto il mondo. I suoi agenti avevano svolto un ruolo fondamentale nel 2008 nell’uccisione di Imad Mugniyah, il capo delle operazioni internazionali per Hezbollah, il movimento sciita appoggiato dall’Iran con base in Libano. Lavorando con gli israeliani, la Cia aveva usato un’autobomba per uccidere Mugniyah mentre tornava a casa a Damasco.

Allo stesso tempo D’Andrea aveva accelerato il programma dei droni in Pakistan. I droni diventarono così lo strumento antiterrorismo preferito dal presidente Obama, che approvò personalmente gli attacchi contro i leader islamici radicali.

Quando D’Andrea subentrò come capo dell’antiterrorismo la Cia in Pakistan contava soltanto su una mezza dozzina di droni. Nel 2010, quando la campagna dei droni arrivò al culmine, la Cia aveva già lanciato 117 attacchi contro i militanti di Qaeda e altri jihadisti che si rifugiavano nelle aree tribali lungo il confine nord-occidentale del Pakistan con l’Afghanistan, il famigerato ”Af-Pak”.

Nella carriera dell’Ayatollah Mike però non ci sono stati soltanto successi. Nel gennaio 2015 uno dei suoi droni colpì un covo di Al Qaeda in Pakistan dove, all’insaputa della Cia, i jihadisti tenevano due ostaggi: Warren Weinstein, un consulente economico americano, e l’italiano Giovanni Lo Porto, 37 anni. Lo Porto era stato rapito nel 2012 mentre lavorava presso la Ong tedesca Welt Hunger Hilfe. Entrambi gli uomini furono uccisi nell’attacco ordinato dal Principe delle Tenebre. La magistratura aprì un fascicolo per indagare sulle reali cause del decesso di Lo Porto ma nel 2017 fu disposta l’archiviazione “per assenza di collaborazione da parte delle autorità americane”. Ora il Principe delle Tenebre si è portato via i suoi segreti.

di Alberto Negri

02/02/2020

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“L’Italia si tiri fuori dalle guerre altrui”

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore

E’ cominciata l’era della barbarie e ci dobbiamo preparare alla svelta. Come siamo arrivati sull’orlo di una guerra in Medio Oriente e di un’altra in Libia? E’ vero che come media-bassa potenza l’Italia può fare poco ma ha almeno il dovere di capire quanto succede intorno.

In Medio Oriente Trump, sotto impeachment e in campagna elettorale, ha preso alcune decisioni fuori dalla legalità internazionale, dal buon senso politico e ultimamente anche contro gli stessi principi morali dell’Occidente. La stessa amministrazione Usa appare umiliata perché non si sa più cosa contino dipartimento di Stato e Pentagono dove si sono succeduti ministri e funzionari a raffica, silurati appena eccepivano sulle opinioni dell’omone.

1) Spinto da Israele e dall’Arabia saudita, Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran imponendo sanzioni che hanno strangolato Teheran e impedito a tutti di avere rapporti economici con gli iraniani. E’ inutile lamentarsi se Teheran punta all’atomica: in Medio Oriente Israele ha 200 testate nucleari e al contrario dell’Iran non ha mai firmato nessun accordo di non proliferazione (come Pakistan e India) L’Italia con le sanzioni ha perso in Iran 30 miliardi di euro di commesse: Teheran non è un nostro nemico, tutt’altro. 2) Trump ha deciso di riconoscere l’annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme contro ogni risoluzione dell’Onu e si è detto pronto anche a riconoscere l’annessione della Cisgiordania. I palestinesi forse non sono più di moda ma almeno noi evitiamo di fare i maramaldi 3) Trump ha ritirato le truppe dal Nord della Siria lasciando i curdi siriani, alleati contro l’Isis, al massacro di Erdogan senza neppure avvertire la Nato. Una mossa vergognosa cui l’Europa non ha vergognosamente risposto. 4) Trump ha colpito il generale iraniano Qassem Soleimani violando la sovranità dell’Iraq con un atto di terrorismo internazionale che è una vera e propria dichiarazione di guerra 5) Trump minaccia di colpire anche i siti culturali iraniani, una dichiarazione che non si è mai sentita da nessun leader occidentale 6) Però mantiene ottimi rapporti con il principe saudita Mohammed bin Salman che la stessa Cia ha indicato come mandante della tortura e dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.

La sua idea è quella di farla finita con gli stati fuorilegge ma 1) Negozia con il leader nordcoreano Kim Jong un che l’arma nucleare l’ha già 2) Tratta con i talebani in Afghanistan ma non con l’Iran.

Qual è la sua idea di fondo, semmai ne avesse una? Disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre in Medio Oriente affidandosi a Israele e all’Arabia Saudita ma riservandosi di colpire chiunque non sia d’accordo con lui.

Quali sono gli effetti? 1) Con il ritiro dalla Siria del Nord ha concesso a Erdogan, che acquista armi dai russi pur essendo dentro la Nato, di fare quello che vuole e infatti il rais turco ha spedito truppe in Libia violando le risoluzioni Onu sull’embargo di armi. 2) In Iraq il palamento chiede il ritiro delle truppe internazionali e americane con il risultato di indebolire le posizioni strategiche americane  e occidentali. Se l’Iran ha esteso la sua influenza nella regione è anche per gli errori degli americani a partire dalla guerra del 2003 contro Saddam 3) In Libia ha lasciato che le vere decisioni sul Paese vengano prese da Putin ed Erdogan che si incontreranno domani ad Ankara.

Quali sono le idee di fondo di Trump? 1) Che gli europei sono alleati inaffidabili, che non pagano a sufficienza per la loro sicurezza ed quindi è venuto il momento di abbandonarli al loro destino minacciando dazi e sanzioni se si ribellano all’ordine economico americano e fanno affari con la Cina 2) Che nel mondo arabo e musulmano sono amici soltanto gli stati che comprano armi dagli Usa, quindi Arabia Saudita, Emirati ed Egitto, gli altri devono andare in malora.

Cosa deve fare l’Italia? 1) Ragionare su un ritiro ordinato dall’Iraq e dall’Afghanistan in linea con il rispetto degli accordi presi e la legalità internazionale 2) Dichiarare la propria neutralità o equidistanza sulla Libia, come fa la Germania del resto, perché c’è un governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli ma che nessuno vuole. Sono contrari: Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche Usa e Francia che fanno continuamente il doppio gioco appoggiando se occorre il general Khalifa Haftar. 3) Tenere sotto pressione gli Usa per la loro attività nella basi di Sigonella e Niscemi per evitare di diventare i bersagli della mosse avventate di Trump. Lui stesso ha dichiarato che gli “Stati Uniti sono a 10mila chilometri di distanza quindi non ne sono toccati”. Noi purtroppo dobbiamo tenere conto della vicinanza ai fronti di guerra.

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore. E ora non resta che sperare nella buona fortuna che talvolta, non sempre, aiuta la gente onesta.

di Alberto Negri – Quotidiano del Sud

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Alberto Negri: “Libia, un’Italia che galleggia sul nulla”

L’Italia, anche nei discorsi del presidente della repubblica, sembra galleggiare nel nulla: “il Bel Paese proteso nel Mediterraneo” come dice lui è circondato da guerre e conflitti e noi non siamo “il punto di incontro” di un bel niente. Siamo ai margini dalla realtà internazionale e non vogliamo capirlo. C’è a Libia, che ci riguarda da vicino, c’à la Siria, il Libano, ci sono venti di guerra in Iraq tra Usa e Iran e ci tocca sentire che siamo “protesi nel Mediterraneo”. E allora stiamo zitti davanti a qualunque banalità, chiudiamo gli occhi e accendiamo la tv. Il presidente precedente, Gorgio Napolitano, nel 2011 ci ha portati a bombardare Gheddafi con la Nato con il risultato che abbiamo perso ogni credibilità proprio nel Mediterraneo e adesso voltiamo la testa dall’altra parte. Come se agli italiani non bisognasse raccontare la verità.

Cominciamo con la Libia. Ormai siamo sbeffeggiati anche da Al Sarraj e oggi in Turchia l’assemblea nazionale vota per mandare le truppe a Tripoli. Sarraj dice che Di Maio e la compagnia europea il 7 gennaio può anche restarsene a casa visto che la loro presenza nella capitale libica è inutile: casomai aspetterà l’8 gennaio i risultati dell’incontro tra Erdogan e Putin, quelli che decidono anche i nostri destini nell’ex colonia dove non contiamo più nulla, neppure per questo Sarraj che noi stessi abbiamo fatto sbarcare a Tripoli nella primavera del 2016. Noi pensiamo di restare al balcone per vedere quello che accadrà. Ma forse dovremmo invece cercare di capire quello che vogliamo fare visto che abbiamo 300 soldati di guardia a un ospedale a Misurata, città alleata di Tripoli e nel mirino del generale Khalifa Haftar.

E’ spiacevole l’inizio d’anno dover dire certe cose ma ci vorrà pure qualcuno che le racconta. Per esempio il generale Comporini. In Libia, di fatto, stiamo lasciando il campo a chi è più spregiudicato di noi. A sostenerlo in un’intervista è Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa, e prim’ancora dell’Aeronautica militare, tra i più autorevoli analisti militari europei. Quanto all’ipotesi di una no-fly zone in Libia, Camporini avverte: “Non è propriamente un’azione diplomatica. E’ un uso della forza militare che comporta rischi di ulteriori escalation. Inoltre, una no-fly zone normalmente si impone nei confronti di una delle parti in causa. Vorrebbe dire che ci schieriamo da qualche parte”.

Parole molto chiare per porre una domanda chiave: l’Italia con chi sta? Non sapremmo rispondere. Forse con Al Sarraj visto che manteniamo truppe a Misurata, ma forse anche con il generale Khalifa Haftar perché non si sa mai che possa anche vincere la guerra e noi dobbiamo difendere gli interessi energetici italiani, in gran parte basati nella Tripolitania sotto attacco. Forse siamo neutrali ma allora che sia detto chiaro e tondo. La Nato e i nostri cosiddetti alleati europei e americani non ci possono aiutare e se lasciamo fare a loro magari ci ritroviamo nella scomoda posizione del 2011 quando abbiamo fatto fuori il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo che solo sei mesi prima ricevevamo a Roma in pompa magna.

Abbiamo la guerra in casa, con Erdogan che minaccia anche i nostri interessi nel gas a Cipro greca ma con cui saremmo teoricamente alleati in Libia e qui si continua a parlare di fesserie come i nostri “destini” medit
erranei quando non sappiamo neppure cosa fare domani, se non nasconderci dietro a un dito e ripetere formulette come “ in Libia la soluzione è solo politica” quando anche un orbo vede che si prepara una guerra. La verità è che siamo nelle mani di Erdogan e Putin, quindi smettiamola di raccontare fregnacce.

di Alberto Negri – Quotidiano del Sud

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_negri__libia_unitalia_che_galleggia_sul_nulla/82_32391/

 

Si consiglia di leggere (e ascoltare Alberto Negri) nel seguente articolo:

Libia, Alberto Negri alla Camera: “Non dimenticate mai dove inizia il crimine signori. E di quel crimine siamo complici”

 

Libia, Alberto Negri alla Camera: “Non dimenticate mai dove inizia il crimine signori. E di quel crimine siamo complici”

Straordinario intervento oggi di Alberto Negri durante un convegno sulla Libia organizzato dalla Commissione esteri del Movimento 5 Stelle “Libia, quali strategie per la risoluzione del conflitto?”.

“Con chi stanno gli Stati Uniti in Libia? Cosa vogliono? Vogliono tenere questa situazione e la ragione è semplice”. E ancora: “Per questo questa guerra continua senza soluzione. Queste sono state le guerre a catena che ci hanno portato dentro casa, di cui non solo non ci siamo opposti, ma siamo stati complici”.

“Non dimenticate mai dove inizia il crimine signori. Non dimenticate mai quando una nazione viene accoltellata. Non lo sapevano che con le bombe avrebbero smembrato la Libia? E con la Siria cosa hanno fatto?”

2 minuti straordinari da ascoltare e diffondere più possibile:

 

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_alberto_negri_alla_camera_dei_deputati_non_dimenticate_mai_dove_inizia_il_crimine_signori_e_di_quel_crimine_siamo_complici/82_32199/

 


Alberto Negri – Libia, il nostro passo d’addio all’ex colonia

La pace e la guerra in Libia la decidono forse Erdogan e Putin non certo il caro leader del Movimento Cinquestelle e ministro degli Esteri Di Maio oggi a Tripoli (e forse poi a Bengasi) per quello che potrebbe diventare una sorta di nostro passo d’addio all’ex colonia, diventata poi «posto sicuro» dove respingere la disperazione dei profughi. Un addio. Ripasseremo quando le cose si saranno «sistemate». Visite di cortesia, visto che il generale Haftar, nemico del governo di Al Sarraj, invoca l’«ora zero» per la capitale in un clima bellico dove il rumore della retorica è pari almeno a quello delle armi.

Nel 2011 – allora Di Maio era un ventenne – la Nato obbligò l’Italia, con l’approvazione del presidente della repubblica a bombardare Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo. Oggi l’Alleanza appare impotente di fronte alla prova di forza tra il governo di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e sostenuto da Turchia, Qatar e Italia, e le truppe del generale Khalifa Haftar, appoggiato da mercenari russi, Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita.

L’Italia conta sempre meno ma anche il fronte occidentale appare in attesa degli eventi come se sperasse che a risolvere la questione, come in Siria, siano ancora Erdogan e Putin, anche qui uno di fronte all’altro.

A Tripoli le operazioni ormai fanno a capo a Erdogan pronto, in caso di disfatta imminente, a inviare truppe in Libia. In poche parole la Turchia comanda in quello che era un tempo il nostro cortile di casa.

Questo è i risultato dell’azione anti-Colonnello voluta nel 2011 dalla Francia, seguita da Gran Bretagna e Usa, per sostenere i ribelli di Bengasi. Un mese dopo era la stessa Nato a prendere il comando dei raid inglobando anche gli italiani che avrebbero fatto meglio ad astenersi, come fece la Germania. Non abbiamo difeso realmente i nostri interessi e bombardando Gheddafi abbiamo perso credibilità sulla Sponda Sud.

Passati otto anni Tripoli è in mano alla Turchia mentre Putin tenta di manovrare Haftar, alleato però assai meno disciplinato e accorto di Assad. È accaduto quanto già successo in Siria quando il ritiro americano ha lasciato via libera alla Turchia contro i curdi del Rojava mentre nel Nord della Siria la Russia è subentrata nella «fascia di sicurezza» insieme all’esercito di Damasco.

La decisione di Trump, presa senza consultare gli alleati, ha avuto ripercussioni tremende sui curdi ma anche sulla stessa Alleanza. Ha mandato un messaggio preciso a Erdogan e Putin: decidete voi su quanto accade nel Mediterraneo.

Non solo ha consegnato la Siria e la Libia a Mosca e Ankara ma la Turchia di Erdogan, membro storico dell’Alleanza, continua a ricattarla, come ha fatto acquistando dai russi le batterie anti-missile S-400. E ora, dopo la risoluzione del Senato americano di condanna del genocidio armeno, Ankara ha minacciato per ritorsione di chiudere alcune basi Nato in Turchia, compresa Incirlik, decisiva nei raid contro l’Isis ma che Erdogan ha concesso soltanto dopo avere ottenuto dagli Usa la garanzia di trattare come terroristi anche i curdi del Rojava che hanno perso 10mila combattenti nella lotta al Califfato. Un capolavoro di sanguinoso e inutile cinismo.

Gli Usa e la Nato restano ancora sotto l’estorsione di Ankara. La Turchia ha costretto Tripoli, ormai alle corde, a firmare un memorandum neo-ottomano – la Libia era sotto quell’Impero – per lo sfruttamento del gas offshore a Cipro greca nella «zona esclusiva», scontrandosi direttamente con gli interessi di Grecia, Israele, Italia, Francia e Usa. Senza dimenticare che Erdogan continua a ricattare l’Europa sui profughi – nonostante abbia ricevuto da Bruxelles 6 miliardi di euro – e sul ritorno dei foreign fighters, i jihadisti di provenienza europea.

Questo è il quadro della situazione provocato in buona parte dall’opportunismo e dagli errori della Francia e degli Stati Uniti che in Libia hanno oscillato tra il sostegno ad Haftar, nemico dell’Isis, e quello a Tripoli dove sono presenti Fratelli Musulmani e jihadisti, molto più amici di Erdogan che nostri, ma avversati da Egitto, Emirati e sauditi, clienti primari degli armamenti occidentali e russi. Ecco perché si oscilla.

In questa partita l’Italia, che con la caduta di Gheddafi ha subito la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale, si distingue per la sua magistrale insipienza. E per arroganza: per anni i nostri governi hanno ripetuto che «nessuno meglio di noi è informato su quanto accade in Libia». È così abbiamo visto succedersi premier e ministri che vagheggiavano di «cabine di regia» promesse da Washington ma che nessuno ci voleva dare davvero. In realtà non sapevano dove andare a parare. L’Italia è così finita in mano a strateghi da strapazzo di quella che una volta veniva definita una «media potenza». Certo, ma di cartone.

di Alberto Negri – Il Manifesto (Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore)

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