Cargo saudita carico di armi in transito al porto di Genova, Pax Christi: “Non si può tacere!”

Il Presidente di Pax Christi mons.Giovanni Ricchiuti interviene sul caso del cargo Saudita ‘Bahri Yanbu’. Read More “Cargo saudita carico di armi in transito al porto di Genova, Pax Christi: “Non si può tacere!””

Il caso Rwm, i comuni e la regione. Perché un Ricorso al TAR e una denuncia alla Procura

Il caso Rwm è emblematico di come funziona l’economia in assenza di regolazione o in presenza di regole drogate. Forse è più questo il caso. Read More “Il caso Rwm, i comuni e la regione. Perché un Ricorso al TAR e una denuncia alla Procura”

Nave in arrivo al porto di Genova, Ong: “Stop ai trasferimenti di armi che alimentano conflitti”

Nelle prossime ore, secondo i programmi di rotta, il cargo saudita “Bahri Yanbu” transiterà nel porto civile di Genova dove potrebbe anche caricare attrezzature militari dirette in Arabia Saudita. Read More “Nave in arrivo al porto di Genova, Ong: “Stop ai trasferimenti di armi che alimentano conflitti””

In arrivo a Genova una nave carica di esplosivo e di morte annunciata

La Bahri Yanbu in arrivo nel porto di Genova con un carico di esplosivo e chissà quanti e quali armamenti, diretti in Arabia Saudita per uccidere popolazioni civili nelle sporche guerre del Medio Oriente. Read More “In arrivo a Genova una nave carica di esplosivo e di morte annunciata”

“Egitto & co, tutte le armi italiane che calpestano i diritti umani”

Mentre gli amici, le compagne di corso e le associazioni umanitarie sono preoccupati per le sorti di Patrick Zaki, il giovane studente dell’Università di Bologna arrestato e torturato in Egitto, il governo italiano dovrebbe vivere con un certo imbarazzo la vicenda.
La ragione è molto semplice: da anni l’Italia esporta armi verso Paesi in guerra o governati da dittatori, anteponendo il business al rispetto dei diritti umani.

Egitto: il boom di armi italiane

I dati sugli affari che l’Italia fa con il governo di Al Sisi, salito al potere con un golpe nel 2013, sono noti. E quel che è peggio è che il nostro Paese non ha mai smesso di rifornire il regime egiziano, nemmeno quando la tensione era alle stelle per il caso Regeni. Nel 2018 sono arrivate al Cairo più di 69 milioni di euro di armi italiane. Una cifra che già superava di gran lunga i 7,4 milioni del 2017 ed i 7,1 milioni del 2016. Nel 2017, ad un anno dalla morte di Regeni, inoltre, sono stati esportati 17,7 milioni di euro in forniture militari.

E non è finita, perché l’Italia ha in previsione di vendere due Fregate all’Egitto, nel quadro di un programma di forniture militari che varrebbe 9 miliardi di euro.
Ma non è solo di armi, mezzi e forniture varie italiani che Al Sisi fa incetta. Nel 2019, da gennaio a ottobre, sono state spedite al Cairo armi leggere, quindi utilizzabili anche nella repressione di piazza, per oltre 1,5 milioni di euro.

“Il punto della questione – osserva Giorgio Beretta di Opal Brescia e Rete Italiana Disarmo, che ha tracciato un quadro ai nostri microfoni – è che le grandi commesse riguardano due aziende a controllo di Stato, Leonardo e Fincantieri. Anche quando si tratta di piccole commesse, tutto è finalizzato a tenere aperti i rapporti per contratti futuri”.
All’indomani del colpo di Stato di Al Sisi, l’Unione europea aveva sospeso l’invio di armi, anche per volontà dell’ex-ministra degli Esteri Emma Bonino, ma poi l’Italia ha ripreso l’esportazione, fornendo 30mila pistole alle forze di sicurezza egiziane. “È per questo che dico spesso che molto probabilmente chi ha preso in custodia Regeni aveva nella fondina una pistola italiana“, osserva Beretta.

Libia, le motovedette, la formazione e i lager contro i migranti

Lo scorso 3 febbraio il governo italiano ha rinnovato il memorandum con la Libia che, in cambio di soldi, motovedette e formazione, ha effettuato respingimenti per procura in mare e contenuto i flussi migratori verso l’Europa attraverso la detenzione delle persone, la loro tortura e l’estorsione ai loro danni all’interno di veri e propri lager.

L’esportazione di armi verso il Paese coinvolto da una guerra civile è sostanzialmente ferma a causa di un sostanziale embargo dell’Unione europea, ma a quanto pare la frittata era già stata fatta.
“Gli affari sono andati avanti finché è rimasto al potere Gheddafi – sottolinea Beretta – In particolare ci sono 11.100 armi della Beretta che erano stipate nel bunker del dittatore libico e che alla sua morte sono state saccheggiate dalle milizie, come hanno testimoniato tutti i giornali internazionali”.

“Quando ci chiediamo chi sta armando i terroristi – continua l’esponente di Rete Italiana Disarmo – dovremmo sempre chiederci chi sta armando i dittatori, perché se armi un dittatore ci sono solo due possibilità: o che il dittatore usi quelle armi contro la popolazione civile o che, una volta deposto, vadano in mano a gruppi terroristici o di insorti”.

Turchia, la repressione “made in Italy” del Rojava

Nell’ultimo anno il regime di Erdogan ha potuto utilizzare armi italiane per un valore di 102 milioni di euro. Un ulteriore record, se si considera che il picco di export del 2012 si era fermato a 90 milioni di euro.
Tutto ciò è avvenuto e continua ad avvenire nonostante il ministro degli Esteri italiano, Luigi di Maio, abbia firmato lo scorso ottobre l’atto interno ministeriale che interrompeva la vendita di future armi alla Turchia, in seguito all’invasione del nord della Siria e l’attacco alle popolazioni curde del Rojava.

Da qualche anno a questa parte, inoltre, la Turchia di Erdogan non è solo un Paese di destinazione di armamenti, ma anche un partner nella produzione. In particolare negli anni scorsi sono stati realizzati in Turchia gli elicotteri Mangusta, per un valore di 1,2 miliardi di euro.
“La Turchia è il primo Paese della Nato verso cui esporta l’Italia – sottolinea Beretta – e in particolare negli ultimi due anni è emerso come 200mila euro di export riguardino il munizionamento pesante da parte di un’azienda semisconosciuta che risiede in Lazio”.

Arabia Saudita: lo stop arriva solo dai portuali genovesi

Nel maggio del 2019 fece clamore la protesta dei lavoratori del porto di Genova che bloccarono la nave cargo battente bandiera dell’Arabia Saudita Bahri Yambu, carica di armi destinate alla sanguinosa guerra in Yemen. Le responsabilità dell’Italia nei crimini compiuti dall’Arabia Saudita in Yemen è stata al centro dell’attenzione mondiale. In particolare, fece scalpore il ritrovamento di reperti di bombe che, con la certificazione dell’Onu, vennero fatte risalire alla Rwm, azienda tedesca che ha siti produttivi anche in Italia. “I reperti delle bombe riportavano la sigla A4447, che corrisponde allo stabilimento di Ghedi, nel bresciano”, sottolinea l’esponente della Rete Italiana Disarmo.

Dopo lo scandalo, fu sospesa l’esportazione delle bombe Rwm, ma è continuato l’export di altri sistemi militari, che pure potevano essere utilizzati nella guerra in Yemen, così come di armi leggere.

Gli altri scenari: il Golfo Persico

La lista dei Paesi, retti da dittatori o che violano sistematicamente i diritti umani, verso cui esporta armi l’Italia è ancora molto lunga. Sicuramente un ruolo principale lo occupano i Paesi del Golfo, che ormai rappresentano il 50% delle vendite militari italiane nonostante siano in una zona molto calda.
Negli ultimi anni l’Italia ha fornito al Kuwait 28 eurofighter, dei cacciabombardieri, per un valore di 7,5 miliardi di euro. Le corvette vendute al Qatar hanno invece fruttato circa 5 miliardi di euro, mentre altri sistemi navali sono stati forniti agli Emirati Arabi.

Lo Stato italiano è illegale

La questione non ha solo un carattere morale di inopportunità. Tutto il business italiano nell’export di armamenti verso Paesi in guerra o retti da regimi che non rispettano i diritti umani, infatti, è illegale.
Lo dice chiaro e tondo una legge, la 185/90, che regola le esportazioni di armamenti e pone dei limiti.

In particolare, all’articolo 6 della legge viene dettagliata la casistica che vieta l’export di armamenti.
In particolare, in due punti, si legge che l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati: “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere” e “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa“.

Anche in questo caso, però, nel nostro Paese vige il motto “fatta la legge, trovato l’inganno”. “La legge parla di gravi violazioni dei diritti umani accertati dall’Onu o dall’Ue – sottolinea Beretta – per cui se chi deve accertare non lo fa, non significa che in quei luoghi non vengano violati. Allo stesso modo per le guerre: chi dichiara guerra oggi? Spesso si utilizza l’escamotage in cui il governo precedente che è stato deposto chiede un intervento militare alla comunità internazionale”.
Detta in altre parole, l’ipocrisia dell’Italia e di altri Paesi europei sta tutta nel premurarsi di non incorrere in sanzioni per la violazione di divieti delle Nazioni Unite o dell’Europa, ma se questi divieti non vengono emanati, il nostro governo non si pone scrupoli e autorizza le esportazioni.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIORGIO BERETTA:

 

Egitto & co, tutte le armi italiane che calpestano i diritti umani

 

HIT Show 2020: Inaccettabile passerella di politici per incentivare la diffusione delle armi

La fiera delle armi di Vicenza HIT Show 2020: Inaccettabile passerella di politici per incentivare la diffusione delle armi. Gravi responsabilità degli organizzatori del salone fieristico

Brescia, martedì 11 febbraio 2020

La fiera HIT Show di Vicenza si è trasformata anche quest’anno in una passerella per diversi rappresentanti politici del centro-destra per incentivare la diffusione delle armi. La presenza per il terzo anno consecutivo del leader della Lega, Matteo Salvini, al quale gli organizzatori del salone fieristico hanno steso il tappeto di benvenuto per un “bagno di folla” e per l’immancabile discorso infarcito di selfie, e di altri rappresentanti dei partiti del centro-destra evidenzia il vero obiettivo degli organizzatori dell’evento fieristico: fare di HIT Show l’appuntamento annuale per stabilire e rafforzare contatti politici al fine di favorire le politiche di detenzione civile di armi da fuoco.

Tutto questo non solo è inaccettabile per un salone fieristico che si presenta come “la fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e passioni outdoor”, ma è altamente irresponsabile. Come ha  messo in luce l’ultimo rapporto della Polizia di Stato dal titolo “Questo non è amore”, nel 2018 la maggior parte dei femminicidi in Italia è stata commessa con “armi da fuoco” (38%): tale percentuale supera ampiamente quella con “armi da taglio” (29%), per soffocamento (20%) e con “oggetto contundente” (13%). E, come ha specificato un ampio e dettagliato rapporto del Centro di Ricerche Economiche e Sociali EURES dal titolo “Omicidi in famiglia”, nel 2018 quattro vittime su dieci in famiglia sono state uccise con armi da fuoco e nel 64,6% degli omicidi familiari l’assassino risultava in possesso di un regolare porto d’armi. Il confronto con il numero di omicidi di tipo mafioso (19 nel 2018, dati ISTAT) e per “furti o rapine” (12 nel 2018, dati ISTAT) mette in luce un’evidenza ineludibile: oggi in Italia le armi nelle mani dei legali detentori di armi uccidono più della mafia e dei rapinatori. E uccidono soprattutto le donne.

Sostenere pertanto, come ha fatto Matteo Salvini oggi a HIT Show, che “le armi ad uso sportivo e per le persone perbene non devono far paura” non costituisce solo un’evidente sottovalutazione di un problema gravissimo come gli omicidi in famiglia ed in particolare i femminicidi, ma rappresenta una pericolosa legittimazione della detenzione di armi nelle case e nelle famiglie.

Tale legittimazione trova in HIT Show la sua massima espressione in Italia. Non a caso, le voci critiche e il confronto pluralistico sui temi della detenzione di armi, della loro diffusione e pericolosità in relazione al problema della sicurezza pubblica sono costantemente assenti all’interno del programma culturale, dei convegni e dei dibattiti promossi dalla manifestazione fieristica. Non solo: negli anni scorsi a HIT Show è stato possibile all’interno di alcuni stand anche raccogliere firme per iniziative di rilevanza politica (proposte di legge per la “legittima difesa”, petizioni e campagne contro le norme europee, ecc.), organizzare eventi “culturali” con i rappresentanti di un solo partito e finanche fare propaganda elettorale.

Tutto questo configura HIT Show come un’abile operazione ideologico-culturale per promuovere la diffusione delle armi. HIT Show è infatti l’unico salone fieristico in tutti i paesi dell’Unione Europea in cui sono esposte tutte le armi cosiddette “comuni” (cioè praticamente tutte tranne quelle “da guerra”) a cui è permesso l’accesso al pubblico generico compresi i minorenni “accompagnati da un adulto”. Un’operazione che riteniamo inammissibile per una fiera merceologica.

Sono pertanto gravi le responsabilità degli organizzatori di HIT Show ed in particolare di  Italian Exhibition Group (IEG) e di Anpam (Associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni). In questo contesto va ricordato che Italian Exhibition Group (IEG) è una società per azioni i cui principali azionisti sono alcuni Enti pubblici tra cui il Comune e della Provincia di Rimini, il Comune e della Provincia di Vicenza e la Regione Emilia Romagna. Da diversi anni chiediamo agli amministratori di questi Enti locali, ed in particolare ai sindaci di Rimini e di Vicenza, di farsi promotori presso IEG di un regolamento rigoroso di HIT Show. La mancata implementazione di questo regolamento, nonostante le richieste espresse anche in mozioni approvate nei Consigli comunali delle due città, è un’ulteriore evidenza della volontà degli organizzatori di HIT Show di utilizzare il salone fieristico come piattaforma di lancio nazionale per le politiche che favoriscono la diffusione delle armi.

Rinnoviamo pertanto la nostra richiesta alle Amministrazioni di Rimini e di Vicenza, e soprattutto ai due sindaci, Andrea Gnassi e Francesco Rucco, ad assumere al più presto e con fermezza tutte le iniziative necessarie nei confronti degli organizzatori di HIT Show, ed in particolare la dirigenza di Italian Exhibition Group (IEG), affinché venga implementato un codice di responsabilità sociale d’impresa e relativo regolamento in grado di garantire che il salone fieristico “HIT Show Outdoor Passion” sia conforme alle finalità dichiarate e cioè una manifestazione “dedicata alla caccia, al tiro sportivo e all’outdoor”, escludendo pertanto l’esposizione di armi e strumenti non conformi a questi settori (armi da difesa personale, per corpi di polizia e di sicurezza pubblica e privata, armi da guerra ad uso collezionistico, ecc.), vietando ogni tipo di attività a iniziative di rilevanza politica, proibendo l’esposizione di materiali pubblicitari per formazioni di tipo paramilitare e mercenario e vietando l’accesso agli spazi espositivi di armi a persone che non abbiano compiuto la maggiore età anche se accompagnate.

Esprimiamo il forte rammarico per l’assenza dei sindaci di Rimini e Vicenza al dibattito pubblico sul salone fieristico HIT Show al quale li avevamo invitati in occasione del convegno che abbiamo organizzato sabato scorso a Vicenza. Riteniamo molto grave che i rappresentanti di amministrazioni comunali si sottraggano al confronto pubblico su questioni di chiaro interesse nazionale come il salone fieristico HIT Show ed ancor più in considerazione del loro ruolo di rappresentanti degli enti pubblici che sono tra i maggiori azionisti della società per azioni che organizza il salone fieristico.

Manifestiamo, infine, la nostra disponibilità a proseguire l’interlocuzione con le suddette Amministrazioni e con tutte le parti interessate affinché si arrivi al più presto a definire strumenti idonei per superare l’anomalia che HIT Show rappresenta nel panorama fieristico europeo e per pervenire ad un preciso e rigoroso regolamento per gli espositori e per i visitatori che espliciti l’assunzione di responsabilità etica e sociale del salone fieristico.

Comunicato Stampa 10 Febbraio 2020

http://opalbrescia.org/inaccettabile-passerella-di-politici-per-incentivare-la-diffusione-delle-armi-gravi-responsabilita-degli-organizzatori-del-salone-fieristico/

 

La Top 100 delle aziende delle armi

Chi sono, a chi vendono e quanto fatturano le cento maggiori aziende produttrici di armi nel Mondo? Il rapporto ‘The Sipri top 100 arms‑producing and military services companies’ redatto dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute, Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) riferito all’anno 2018 e pubblicato nel dicembre 2019, ci fornisce un quadro esauriente per rispondere a queste domande.

La Sipri Top 100 ha rilevato che nel 2018 le vendite di armi e servizi militari delle 100 aziende più rilevanti hanno raggiunto i 420miliardi di dollari, con un aumento del 4,6% rispetto all’anno precedente (le cifre escludono la Cina, vedi Chi fa cosa) e il 47% in più rispetto al 2002.

Come succede ogni anno dal 2002 nella Top 100 Sipri la stragrande maggioranza delle società quotate nella classifica hanno sede negli Stati Uniti, Europa e Russia, con gli Usa che possiedono di gran lunga il numero più alto delle società elencate.

Gli Stati Uniti alla guida

Le vendite delle prime 100 aziende con sede negli Stati Uniti sono aumentate del 7,2 per cento nel 2018. In questo anno, per la prima volta dal 2002, le prime cinque aziende hanno tutte sede negli Stati Uniti e contano su vendite per 148miliardi di dollari, il 35% del totale delle prime 100. Le aziende classificate dal 6 al 10 rappresentano invece il 15% del totale.

Lockheed Martin è di gran lunga il più grande produttore di armi al mondo: nel 2018 le sue vendite  sono aumentate del 5,2 per cento rispetto all’anno precedente. L’azienda occupa la prima posizione in Top 100 dal 2009. Un driver importante delle maggiori vendite di armi di Lockheed Martin nel 2018 è stata un aumento delle consegne di aerei da combattimento F-35 negli Stati Uniti e in altri Paesi. La seconda azienda è la Northrop Grumman, le cui vendite sono aumentate del 14% nel 2018, raggiungendo i 26,2 miliardi di dollari. La crescita delle vendite di armi di 3,3miliardi è stata la più grande di qualsiasi società elencata nel Top 100 per il 2018 ed è stata guidata dall’acquisto di missili balistici e sistemi di difesa missilistica.

E nel Vecchio Continente?

Sono 27 le aziende con sede in Europa che hanno trovato posto nella Top 100: insieme hanno rappresentato il 24% delle vendite totali di armi. Di queste otto hanno sede nel Regno Unito, sei in Francia, quattro in Germania, due in Italia e uno ciascuno in Polonia, Spagna, Svezia, Svizzera e Ucraina. Due delle 27 società (Airbus Group e Mbda) sono classificate come “transeuropee” perché le sedi di proprietà e controllo sono situate in più di una Nazione europea.

Le vendite di armi da parte di società con sede nel Regno Unito sono state di 35,1miliardi nel 2018, equivalente a una quota dell’8,4% delle vendite totali. Anche se le vendite di armi per le società britanniche sono rimaste le più alte in Europa hanno riportato una riduzione nel 2018. Le vendite di armi di Bae Systems (al sesto posto), la più grande compagnia d’armi con sede nel Regno Unito, è scesa del 5,2 per cento nel 2018, arrivando a 21,2miliardi. Il calo può essere attribuito alla liquidazione della produzione dei velivoli da combattimento Typhoon. Una lieve diminuzione si è avuta anche nella somma delle vendite di società francesi, dovuta al declino dell’azienda Thales, del gruppo navale e di Cea. Di contro, però, sono aumentate le vendite per la Dassault Aviation Groupe, grazie alle esportazioni degli aerei da combattimento Rafale in Egitto, India e Qatar. Con vendite di armi combinate di 11,7miliardi, due società con sede in Italia sono state inserite nella Top 100 nel 2018: Leonardo, il più grande produttore italiano di armi, si è classificato all’ottavo posto, con un aumento di 4,4% e Fincantieri (50esimo posto), la società di costruzioni navali, le cui vendite sono aumentate dell’8%.

Per la Germania nella Top 100 si annovera la Rheinmetall, al 22esimo posto, la più grande azienda tedesca. La crescita nelle vendite di Rheinmetall è stata compensata dalla riduzione del 19% della vendita di armi di ThyssenKrupp, che si trova ora al 57esimo posto. Le altre cinque società europee elencate nella Top 100 per il 2018 sono poi Saab (Svezia), al 30esimo posto, UkroboronProm (Ucraina), al 71esimo, Pgz (Polonia), classificato 74esimo, Navantia (Spagna), al 76esimo e Ruag (Svizzera) che si è piazzata in 95esima posizione.

a cura di Alice Pistolesi

Dossier/ La Top 100 delle aziende delle armi

 

“La finanza è etica solo se ripudia il business delle armi”

890 milioni di euro in quattro anni, 360 nel solo 2018. A tanto ammontano le autorizzazioni concesse dall’Italia per esportare armi in Turchia.
Il governo di Ankara – per citare solo il più recente dei conflitti armati che insanguinano il pianeta, anche molto vicino a noi – è uno dei maggiori acquirenti di sistemi d’arma italiani, in compagnia di altri Paesi che non brillano certo per rispetto dei diritti umani. Nel 2018 prima della Turchia figuravano il Qatar e il Pakistan.400

L’Italia ha una Legge, la 185/90, che è una delle più avanzate a livello internazionale, e che proibisce l’esportazione di materiali di armamento verso Paesi che, tra le altre cose, si trovino “in stato di conflitto armato” o “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”.
Sulla base di tali disposizioni diverse organizzazioni, tra cui la Rete Italiana per il Disarmo, hanno chiesto l’immediato blocco delle operazioni di esportazione verso la Turchia.

Il ruolo delle banche nel business delle armi
La responsabilità principale per l’export delle armi italiane è del governo, dunque. Ma una delle disposizioni più innovative della Legge 185/90 riguarda la trasparenza bancaria e in particolare il fatto che gli istituti di credito coinvolti in operazioni di import-export siano tenuti a comunicare il loro coinvolgimento. Quando parliamo di esportazione di sistemi d’arma, parliamo infatti di operazioni complesse, di durata spesso pluriennale e dove il ruolo delle banche in sostegno alle industrie belliche è di enorme rilevanza.

E i legami tra finanza e armi non finiscono certo qui. La Legge 185/90 disciplina appunto l’export di sistemi d’arma, ma non include le armi leggere, di cui l’Italia è tra i maggiori produttori ed esportatori al mondo. Inoltre per le banche rimangono esclusi dal monitoraggio delle legge tutti i rapporti finanziari con i produttori di armi – e sono la grande maggioranza – diversi dall’appoggio per le operazioni di import-export. Pensiamo alle linee di fido e alle altre operazioni creditizie; agli investimenti in azioni e obbligazioni; ai più diversi servizi di consulenza finanziaria.

È legittimo temere che molte banche che negli ultimi anni hanno dichiarato di essere uscite dall’elenco delle “banche armate” continuino in realtà a intrattenere lucrosi rapporti con il settore.

Nonostante questi limiti, la 185/90 rimane uno strumento fondamentale per garantire un minimo di trasparenza e per capire dove finiscono le armi italiane e quali banche aumentano i loro profitti grazie a queste esportazioni.

Sulla base di tale normativa è nata anni fa la “Campagna di pressione sulle banche armate” che ha portato moltissime persone a interrogarsi sull’uso che le banche fanno del proprio denaro.

Da subito Banca Etica, tramite la sua Fondazione culturale, ha aderito alla Rete per il Disarmo e ha sostenuto le iniziative della Campagna contro le banche armate, anche in un’ottica di educazione critica alla finanza. Un lavoro culturale che si affianca alle scelte operative e di business del gruppo. Inoltre, Fondazione Finanza Etica (in Italia e in Spagna) svolge attività di azionariato critico su alcune imprese produttrici ed esportatrici di armi (Leonardo, Rheinmetall, Indra) in collaborazione con campagne e ong impegnate per il disarmo e contro il commercio di armi.

Banca Etica ed Etica Sgr escludono ogni finanziamento al settore delle armi. Questo significa miliardi di euro che – una volta affidati al circuito della finanza etica da famiglie, organizzazioni e imprese grazie ai conti correnti per persone fisiche e conti correnti aziendali  – vengono sottratti a impieghi letali per le persone e per l’ambiente e vengono invece investiti in progetti imprenditoriali diversi, fondati sul rispetto per il pianeta e i diritti umani.

È tempo di disarmare le banche, davvero!
Tra gli obiettivi di Banca Etica c’è anche la contaminazione del settore finanziario nel suo insieme, a partire dal dialogo con le banche socie di Banca Etica e quelle con le quali Banca Etica ed Etica Sgr collaborano a diverso titolo. Ovviamente non possiamo imporre la nostra visione o decidere per loro, possiamo tuttavia sollecitarle e – quando possibile –  accompagnarle in un percorso comune.

Oggi tutte le imprese, con quelle finanziarie in prima linea, vogliono mostrarsi “responsabili” per intercettare fasce crescenti di clientela sempre più attente agli impatti sociali e ambientali dei propri acquisti e dei propri risparmi e investimenti.

La recente ondata di iniziative di “sostenibilità” è per ora limitata quasi esclusivamente agli aspetti ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici, come richiesto da milioni di giovani che scendono in piazza in tutto il mondo e da eminenti istituzioni a partire da quelle religiose.

Ma ora che il ruolo della finanza nel costruire l’ecosistema economico e sociale in cui viviamo è stato compreso dall’opinione pubblica, è prevedibile e auspicabile che le richieste si allargheranno presto dalla de-carbonizzazione alla tutela dei diritti umani, a partire da quello all’incolumità.

Dopo anni di dialogo con le banche socie e partner di Banca Etica ed Etica Sgr, noi riteniamo che sia arrivato il momento di prendere decisioni coraggiose e dare una svolta sostanziale dell’operato di queste banche, a cui chiediamo di rinunciare una volta per tutte a intrattenere rapporti con l’industria delle armi.

di Andrea Baranes, vicepresidente di Banca Etica

10 Dicembre 2019

https://www.bancaetica.it/blog/news/finanza-etica-non-armata

Torino capitale delle nuove armi italiane?

Il Polo dell’industria 4.0 da collocare negli ex stabilimenti Fiat di Mirafiori, poi l’Aerospace & Defense Meetings, infine la concessione della città di Torino a Leonardo dell’uso gratuito di un’area complessiva di 230 mila mq (in parte di proprietà della stessa Leonardo). Il tutto con la collaborazione di Università e Politecnico. Tutto questo per fare cosa? Da Caselle uscirà il primo dei 28 Eurofighter Typhoon ordinati dal Kuwait

Torino è la città dell’Arsenale della Pace, dei Santi Sociali, di Sereno Regis dell’accoglienza diffusa e trasversale che coinvolge fattivamente volontariato, enti pubblici, Fondazioni, eppure sta diventando la capitale delle nuove armi italiane.

Si è partiti lo scorso 30 settembre con l’annuncio durante l’assemblea degli industriali con il Polo dell’industria 4.0 da collocare negli ex stabilimenti Fiat di Mirafiori, poi è arrivato l’Aerospace & Defense Meetings il 26 e 27 novembre con oltre 900 partecipanti provenienti da 26 Paesi e infine notizia di questa settimana la concessione della città di Torino a Leonardo dell’uso gratuito di un’area complessiva di 230 mila mq (in parte di proprietà della stessa Leonardo). Il tutto con la collaborazione di Università e Politecnico. E come ha dichiarato il rettore del Politecnico Guido Saracco «dovremo abdicare a un po’ della nostra autonomia per accettare e sviluppare le linee guida suggerite dalle aziende».

Quali sono le linee quindi? Quattro: la propulsione ibrido- elettrica, la manutenzione di nuova generazione, supportata dall’intelligenza artificiale e dai big data, il volo autonomo e i sistemi di monitoraggio e di ausilio per i piloti in situazioni ambientali critiche. Un incrocio tra armi, spazio e ricerca. Il tutto supportato da un monocolore politico plaudente che contribuisce con 50 milioni (la Regione) e punta ad incrementare facendo pressing sul governo perché venga riconosciuta l’area di crisi in questo modo potrebbero arrivare altri 100 milioni (ma da dividere tra corso Marche e l’Mtcc a Mirafiori) grazie all’accordo di programmazione interministeriale promesso al premier Conte. La Sindaca Appendino ha spiegato che «con questo progetto vogliamo mostrare al Paese che si può lavorare insieme non solo pubblico e privato, ma tutta la comunità». Che cosa produce questo tipo di “comunità” lo spiega Alessandro Profumo Ad di Leonardo “l’anno prossimo dal nostro sito produttivo di Caselle uscirà il primo dei 28 Eurofighter Typhoon ordinati dal Kuwait, il più avanzato che sia mai stato sviluppato e prodotto nella storia del programma europeo”.

E così mentre il Papa, durante il volo di ritorno dal viaggio in Tailandia e Giappone ha elogiato i camalli di Genova (senza citarli espressamente) dichiarando “in un porto, adesso non ricordo bene – ha detto papa Francesco – è arrivata una nave piena di armi che doveva passare le armi a una nave più grande che doveva andare nello Yemen, e noi sappiamo cosa succede nello Yemen. I lavoratori del porto hanno detto no. Sono stati bravi! E la nave è tornata a casa sua. Un caso, ma ci insegna come si deve andare avanti perché la pace oggi è molto debole, molto debole! Ma non dobbiamo scoraggiarci. E con le armi favoriamo questa debolezza”. Si trattava della Bhari Yanbu nave-cargo saudita che avrebbe dovuto caricare otto cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter ed altro materiale bellico di produzione italiana destinati all’Arabia Saudita. Prosegue il Papa denunciando “l’ipocrisia armamentista: Paesi cristiani, o almeno di cultura cristiana, Paesi europei che parlano di pace e vivono delle armi. Ipocrisia si chiama questa”. Occorre “finirla con quella ipocrisia che una Nazione abbia il coraggio di dire: Io non posso parlare di pace perché la mia economia guadagna tanto con la fabbricazione delle armi…. Occorre parlare come fratelli. La fratellanza umana! Fermiamoci ragazzi, fermiamoci perché la cosa è brutta!”. Anche a Torino.

di Fabrizio Floris

09 dicembre 2019

http://www.vita.it/it/article/2019/12/09/torino-capitale-delle-nuove-armi-italiane/153541/

 

“Armi, omicidi in famiglia, femminicidi: come prevenire l’illegittima offesa”?

L’OPAL promuove mercoledì 20 novembre (ore 17.30) la Tavola Rotonda “Armi, omicidi in famiglia, femminicidi: come prevenire l’illegittima offesa? Quali tutele per le vittime?” Read More ““Armi, omicidi in famiglia, femminicidi: come prevenire l’illegittima offesa”?”

Guerra Yemen, ecco come gli USA consegnano “in segreto” armi all’Arabia Saudita

È stato riferito che la consegna della nuova spedizione di armi per la coalizione a guida saudita nello Yemen è avvenuta il 29 ottobre scorso nel porto di Aden Read More “Guerra Yemen, ecco come gli USA consegnano “in segreto” armi all’Arabia Saudita”

P. Zanotelli: “Spendiamo 27 miliardi in armi, neanche fossimo invasi dagli Ufo”

“In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa”.

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