Cargo saudita carico di armi in transito al porto di Genova, Pax Christi: “Non si può tacere!”

Il Presidente di Pax Christi mons.Giovanni Ricchiuti interviene sul caso del cargo Saudita ‘Bahri Yanbu’. Read More “Cargo saudita carico di armi in transito al porto di Genova, Pax Christi: “Non si può tacere!””

Perchè la lotta dei portuali genovesi va sostenuta e ampliata sul territorio italiano

Intervento all’assemblea indetta dalla Federazione Anarchica Livornese

Da mesi i portuali di Genova sono in lotta contro il commercio di armi e il transito delle stesse lungo le banchine.

I portuali di Genova mostrano una grande sensibilità poltica e sindacale che non ritroviamo tra i colleghi di tante altre città italiane nelle quali le armi transitano senza alcuna protesta.

L’importanza di questi scioperi è dimostrata anche da altri fatti oltre a quelli legati alla guerra sui quali torneremo piu’ avanti. Ci rifeferiamo alla catena logistica che attraversa i porti, la logistica è sempre più un fattore di produzione, per questo motivo ha poco senso escludere questa categoria dai lavoratori dall’industria poichè innumerevoli settori terziari rispondono da tempo a regole e modalità organizzative analoghe a quella della fabbrica.
E non è casuale che le associazioni datoriali vogliano escludere dalle materie negoziabili nel nuovo contratto nazionale proprio l’organizzazione del lavoro nei porti, gli orari e i tempi, le modalità con le quali il lavoro viene gestito. E proprio l’automazione è organizzazione del lavoro nel senso più puro e preciso del termine
Per queste ragioni i padroni del porto non ne vogliono parlare con il sindacato, liberi di portare avanti processi di ristrutturazione che modificheranno radicalmente il modo di lavorare nei porti abbattendo il numero della forza lavoro e costruendo meccanismi di controllo che si ripercuoteranno negativamente su noi tutti, con aumento dei carichi di lavoro e con l’uso delle tecnologie a fine capitalistico, non certo per migliorare le condizioni di vita, lavorative, contrattuali e retributive, men che mai per creare nuova occupazione.
Nel corso del tempo il lavoro portuale ha subito alcune trasformazioni diventando sempre meno lavoro portuale tradizionale.
La posta in gioco è elevata, non ultima i processi di automazione e di riorganizzazione della logistica attorno ai poli portuali e aeroportuali, la frammentazione della forza lavoro tra differenti datori e molteplici contratti determina crescenti difficoltà a costruire una vertenza comune che metta insieme lavoratori e lavoratrici uniti da rivendicazioni comuni.
L’importanza dei porti è dimostrata da quanto accade anche sul nostro territorio con il collegamento via acqua della Base militare Usa di Camp Darby al Porto di Livorn, analogo discorso vale per il potenziamento della stazione di Tombolo, abbandonata da lustri, in funzione del trasporto di armi via ferrovia.
Non essere riusciti a costruire un movimento sindacale e popolare contro il potenziamento della base Usa di camp darby è stato un grave limite, l’ insuccesso è anche riconducibile  all’approccio ideologico di molti ad un problema che poi è legato alle crescenti servitu’ miliari, ai processi di ammodernamento delle basi stesse rese piu’ funzionali al trasporto di armi e truppe, al supporto nevralogico verso le aree di guerra che vedono sempre piu’ impegnate Usa e Nato.
La radicalità della azione intrapresa dai portuali genovesi, a partire dagli scioperi contro la nave saudita nella primavera scorsa, dimostrano concretamente che la forza lavoro puo’ esercitare un ruolo dirimente e di forte impatto sull’opinione pubblica, se sappiamo unire istanze di lotta legate ai contratti, alla salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori rifiutando il concetto che ogni opportunità occupazionale debba essere valorizzata, anche quando si tratta del trasporto di armi ad alimentare conflitti contro i popoli con stragi, devastazione dei territori e la catena di servitu’ , miseria e carestie che i conflitti bellici determinano da sempre.
Da anni ormai non si parla piu’ di riconversione dell’industria di guerra, se ne parla solo in termini strumentali e mai come elemento portante di una rivendicazione complessiva, tanto che la perdita di memoria e di coscienza finisce con il giocare brutti scherzi anche agli smemorati politici locali che anni fa votarono ordini del giorno nei consigli degli enti locali per la riconversione delle basi militari salvo poi, negli ultimi anni, accordare favori, aiuti, supporti tecnici e logistici, finanziamenti al potenziamento delle basi militari in territorio italiano.
Per queste ragioni crediamo che la lotta intrapresa dai portuali di Genova sia da esempio per i portuali di tutte le altre città italiane e l’occasione per rilanciare le parole d’ordine antimilitariste antimperialiste un tempo patrimonio del movimento operaio.

In alcuni porti, come in tanti territori italiani, l’arrivo di finanziamenti da parte di multinazionali, è avvenuto di pari passo alla militarizzazione dei territori, sindacati complici ed enti locali hanno accolto a braccia aperte i cosiddetti salvatori dei posti di lavoro, salvo poi scoprire che i posti di lavoro non sono stati salvati e al contempo abbiamo sostenuto tacitamente i processi di privatizzazion e di militarizzazione dei nostri territori anche quando hanno portato malattie (come in Sardegna attorno al famigerato poligono militare), servitu’ e la debacle politica e sindacale

Sindacato Generale di Base Toscana

08-02-2020

http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2020/02/perche-la-lotta-dei-portuali-genovesi.html?m=1

Petizione: Stop alle armi italiane in Yemen!

Dal 25 marzo 2015 una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta da Stati Uniti e Regno Unito, ha lanciato attacchi aerei contro il gruppo armato huthi in Yemen.

I civili stanno sopportando il peso di questo sanguinoso conflitto. Intrappolati nei combattimenti a terra tra gli huthi e le forze filogovernative, e sotto il fuoco dei bombardamenti da parte delle forze della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, uomini, donne e bambini sono stati sottoposti a orribili violazioni dei diritti umani, nonché a crimini di guerra, da tutte le parti coinvolte nel conflitto.

Dallo scoppio del conflitto si calcola che siano quasi 17.000 i civili morti e feriti, esacerbando una situazione umanitaria già disastrosa. Milioni di persone sono a rischio carestia.

Scuole, ospedali, moschee, funerali: sembra che nulla sia al sicuro dai raid aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Il nostro governo sta alimentando questo orrore.

Di fronte a molteplici rapporti che indicano la condotta spericolata della coalizione guidata dall’Arabia Saudita nello Yemen, il governo italiano continua a fornire armi all’Arabia Saudita e ad altri membri della sua coalizione.

Continuando a fornire armi all’Arabia Saudita per l’uso in Yemen, l’Italia sta violando la legge internazionale.

Stop alle armi italiane in Yemen

 

“Stop armi italiane in Yemen”. Nessuna risposta del Ministro Di Maio alla richiesta di incontro

Il mese scorso Amnesty International Italia, Comitato Riconversione RWM, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana per il Disarmo, Rete della Pace, Save the Children Italia hanno richiesto un incontro al Ministro degli Esteri On. Luigi Di Maio. Al momento nessun riscontro positivo è giunto in tal senso. Le Organizzazioni della società civile rilanciano le preoccupazioni per la situazione in Yemen e per il ruolo dell’Italia nel conflitto yemenita, chiedendo al nostro Paese di spendersi con maggiore forza e produttività per la pace in quel martoriato Paese.

Nella lettera, inviata il 7 ottobre da numerose organizzazioni della società civile al Ministro degli Esteri Di Maio, sono state inserite richieste chiare sul ruolo positivo dell’Italia in Yemen, dopo la decisione governativa appresa dai media a metà 2019 sulla sospensione dell’invio di bombe d’aereo e missili verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Nella stessa lettera si era fatto richiamo alle posizioni espresse sul tema dallo stesso Ministro e nel programma del nuovo Governo.

Nonostante tale posizione e le nostre sollecitazioni, ad oggi nessun riscontro positivo ad un incontro è ancora arrivato dal ministro Di Maio. Proprio per il significativo impegno che il Ministro di Maio (e il Movimento 5 Stelle tutto) ha profuso in questa battaglia, riteniamo opportuno che sia lo stesso Ministro in prima persona ad incontrare la società civile per illustrare direttamente la posizione del governo sui vari aspetti che coinvolgono la crisi in Yemen.

Le nostre organizzazioni reiterano pertanto la richiesta di un incontro al Ministro degli Esteri per poter discutere con lui di uno dei più gravi scenari di crisi attuali, tornando a chiedere all’Italia di:
sospendere immediatamente ogni autorizzazione all’esportazione di tutte le tipologie di armi verso le parti in conflitto in Yemen, incluse le autorizzazioni già rilasciate. Non basta, infatti, fermare bombe d’aereo e missili, ma serve bloccare tutte le forniture;
sospendere immediatamente ogni autorizzazione all’esportazione verso tutti gli attori coinvolti nel conflitto in Yemen, non solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti;
promuovere un’azione di embargo sugli armamenti a livello europeo (ipotesi presente anche nella mozione Parlamentare che aveva determinato la presa di posizione del Governo);
promuovere iniziative concrete per la risoluzione diplomatica e multilaterale del conflitto in corso in Yemen, attraverso un nuovo ciclo di negoziati di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite;
incrementare significativamente l’impegno finanziario nel sostenere il Piano di risposta umanitario delle Nazioni Unite;
sostenere alternative lavorative per il Sulcis-Iglesiente e tutte le aree italiane soggette al “ricatto” occupazionale del settore degli armamenti in particolare rifinanziando il Fondo per la Riconversione previsto dalla legge 185/90 ed attivando piani e programmi occupazionali fondati sullo sviluppo sostenibile (Agenda 2030).

Come si può facilmente constatare dalla lista di temi sottoposti all’attenzione del Ministro, intenzione della nostra lettera era quella di ottenere un incontro non solo per approfondire le questioni “tecniche” dello stop delle vendite ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi – anche se ad oggi non sono stati diffusi tutti i dettagli su come sia stata impostata e implementata la decisione – ma soprattutto per discutere in maniera ampia e costruttiva, con la massima autorità di politica estera del nostro Paese, il ruolo positivo che l’Italia potrebbe avere nella risoluzione della crisi in Yemen.
Va inoltre ricordato, che al di là della legge italiana 185/90 che regola l’export di armamenti, l’Italia ha ratificato anche il Trattato ATT sul commercio internazionale di armi che prevede una valutazione anche dei soli “rischi” di violazione dei diritti umani derivanti da tale commercio, e pertanto ha l’obbligo morale di giocare un ruolo chiave nel controllo dell’export di armamenti.

Amnesty International Italia – Comitato Riconversione RWM – Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari – Oxfam Italia – Rete Italiana per il Disarmo – Rete della Pace – Save the Children Italia

COMUNICATO STAMPA  del 27 Novembre 2019