Covid-19 e carceri: intervista all’avvocato Benedetto Ciccarone del Foro di Milano

Continua il lavoro di raccolta testimonianze, inchiesta, valutazioni e prese di posizione in merito alla situazione carceraria, nell’ambito dell’emergenza Coronavirus. L’avvocato Benedetto Ciccarone del foro di Milano entra nel merito delle misure adottate e di quelle già previste, e della loro reale attuabilità.

Avvocato, ci spiega in maniera sintetica e comprensibile le misure cosiddette “svuotacarceri” contenute nel Decreto Legge “Cura Italia”?

Le misure sono contenute negli art.. 123 e 124 del decreto legge comunemente noto come Cura Italia.

La misura di cui all’art. 123 riguarda la possibilità di scontare gli ultimi 18 mesi o meno di pena presso il domicilio.

Si tratta in realtà di una misura già prevista nell’ordinamento dalla legge 199/2010 chiamata svuotacarceri e dalle successive modifiche. La novità riguarda solo la semplificazione della procedura per accedere al beneficio che dovrebbe comportare tempi meno dilatati. Ad esempio, se in precedenza il magistrato di sorveglianza prima di decidere doveva attendere che il carcere trasmettesse una relazione sulla condotta del richiedente ora, con la nuova normativa, la relazione può essere omessa.

Sono esclusi dal beneficio non solo tutti quei detenuti che già erano esclusi dalla svuotacarceri del 2010, ma anche quelli che abbiano riportato sanzioni disciplinari per fatti di rivolta e anche quelli nei confronti dei quali sia stato redatto rapporto per le rivolte del 7 marzo u.s.

La distinzione non è di poco conto perché avere riportato una sanzione disciplinare significa aver subito un procedimento disciplinare in esito al quale è stata comminata una sanzione, mentre invece aver ricevuto un rapporto disciplinare significa solo essere stati segnalati senza che abbia avuto luogo un procedimento disciplinare. Questo vuol dire che un soggetto segnalato per errore che poi dovesse essere riconosciuto estraneo ai fatti in sede di procedimento disciplinare non potrà comunque allo stato attuale accedere al beneficio.

Pertanto la svuotacarceri non ha ampliato per nulla la platea dei possibili beneficiari della vecchia svuotacarceri, anzi si rivela ancor più rigorosa quanto alle modalità.

Innanzitutto le scarcerazioni sono previste in modo graduale a partire dai detenuti con residui di pena minori le cui domande richiedono comunque tempo per essere esaminate per vedere che non rientrino tra le categorie escluse.

In secondo luogo, perché i detenuti con residuo di pena superiore ai 6 mesi devono rilasciare il consenso all’applicazione del braccialetto elettronico.

L’attuale limitata disponibilità dei dispositivi avrà due conseguenze: 1) molti detenuti che hanno diritto al beneficio non potranno fruirne per mancanza dei dispositivi 2) quelli che fruiranno del beneficio con braccialetto elettronico impediranno la scarcerazioni di persone in custodia cautelare in carcere che potrebbero ottenere la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico qualora essi fossero disponibili.

La seconda misura riguarda le licenze ed i permessi premio per i detenuti in semilibertà che sono quelli che escono dal carcere la mattina per rientrarvi la sera. A costoro può essere concessa la possibilità di restare a dormire a casa nella forma dei permessi premio che possono essere concessi anche oltre i limiti stabiliti dalle normativa ordinaria.

Pensa che le misure adottate siano sufficienti? Quanti sono i carcerati che potrebbero realmente usufruirne? Quali le problematiche?

In una lettera dal carcere di Torino dove è rinchiusa Nicoletta Dosio, portavoce del Movimento No TAV,  scrive:

“Per accedere alle misure sostitutive della galera, si dovrebbe compilare un modulo che non è ancora disponibile (anche se preannunciato e atteso con impazienza). Tale possibilità riguarda comunque una minima parte dei detenuti e non si annuncia immediata, nonché sarebbe subordinata alla lista di braccialetti elettronici”.

Se è davvero così, i tempi per una eventuale scarcerazione anche di chi potrebbe uscire sembrano tragicamente lunghi.

A suo parere, quali misure andrebbero invece prese per risolvere efficacemente il problema?

Le misure previste sono evidentemente gravemente insufficienti, in quanto non ampliano il numero delle persone che potrebbero accedere ai benefici, ma tagliano semplicemente i tempi rendendo solo più rapide scarcerazioni che avrebbero comunque dovuto aver luogo. La verità è che la previgente situazione era di grave illegalità perché, pur essendovi una legge che prevedeva l’esecuzione presso il domicilio di pene complessive o residue non superiori a 18 mesi, tale legge a causa dei tempi e dei passaggi necessari restava lettera morta.

La mole delle domande da esaminare e le giuste osservazioni di Nicoletta Dosio fanno capire che, anche con tale modifica, i tempi saranno comunque molto lunghi e quindi che molti detenuti, specialmente quelli con pene più brevi, potrebbero non riuscire a beneficiare delle disposizioni e che quindi l’effetto di riduzione della popolazione carceraria per ridurre i rischi connessi ad un possibile contagio in carcere in realtà non potrà verificarsi.

Le misure efficaci da intraprendere sarebbero le seguenti:

a) un indulto per pene detentive fino ad un certo limite (almeno 3 anni) ed una amnistia per i reati di minore gravità. L’indulto del 2006 ebbe come effetto la scarcerazione di oltre 16 mila detenuti nell’arco di un mese. Con l’amnistia per alcuni reati minori si avrebbe invece anche un impatto deflattivo sulla macchina giustizia con liberazioni di risorse.

b) limitare il ricorso alla custodia cautelare alle sole ipotesi di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Attualmente oltre il 30% della popolazione carceraria, ossia circa ventimila detenuti, si trova in custodia cautelare. E’ quindi necessario un robusto intervento su questo istituto per ridurre la popolazione carceraria.

Le legge attuale già prevede ciò nel caso di ultrasettantenni a dimostrazione del fatto che certe situazioni legate a rischi per la salute anche ordinari, come nel caso di persone in età avanzata, possono giustificare una misura del genere.

c) la concessione in via provvisoria delle misure alternative a tutti i detenuti che hanno già fissata l’udienza che dovrà stabilire se ne hanno diritto o meno (attualmente questi detenuti trascorrono in carcere il periodo d’attesa) e l’adozione di procedure semplificate per tutte le richieste per la quali l’udienza non è stata ancora fissata.

Queste misure dovrebbero avere un impatto forte per la riduzione della popolazione carceraria.

Cosa pensa dell’ulteriore proroga della sospensione dei colloqui con i familiari decisa dal Governo? Serve realmente per limitare il contagio quando poi chi frequenta quotidianamente il carcere per lavoro (vedi polizia penitenziaria, ma anche avvocati) lamentano la mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale?

Il virus, a detta degli esperti della materia, si trasmette tramite contatto tra una persona infetta ed una sana, ragion per cui i colloqui tra famigliari e detenuti sono certamente un’occasione di contagio.

Il colloquio con il famigliare tuttavia non è l’occasione più frequente e pericolosa per un detenuto per contrarre il virus in quanto i maggiori contatti dei detenuti sono con agenti di polizia penitenziaria, volontari, medici, educatori ecc.

Inoltre, va ricordato che basta che venga contagiato un detenuto per far scoppiare un grave problema, perché i tempi di incubazione della malattia farebbero scoprire l’avvenuto contagio solo dopo alcuni giorni, con la conseguenza che un detenuto potrebbe contagiarne moltissimi altri nei giorni di incubazione.

I colloqui con i famigliari quindi sono l’ultimo problema e svelano l’atteggiamento di uno Stato che invece di preoccuparsi di quelli che sono i veri rischi per la popolazione detenuta ossia l’incapacità da un lato e il rifiuto dall’altro di garantire un minimo standard di sicurezza attraverso la riduzione della popolazione carceraria, pensa a limitare i diritti più elementari quali il diritto al mantenimento di relazioni con i congiunti.

Un detenuto in una lettera diffusa dai familiari dice: “(..) il vero criminale è lo Stato che nonostante il pericolo di farci ammalare e morire, preferisce tenerci ammassati dentro questo buco (..) Forse per un’idea di Stato padrone che punisce, forse per ottenere consenso popolare, forse per ottenere due voti, si comporta da vero criminale, tenendoci in ostaggio.”

Che visione del carcere sottende alle scelte del Governo? Quale invece la visione del carcere che uno “Stato di diritto” dovrebbe promuovere?

Le scelte intraprese sino ad ora sono sostanzialmente tutte nel senso di ignorare il problema delle carceri. E’ stato licenziato un provvedimento che fa da specchietto per le allodole visto che consente la scarcerazione di persone che già dovevano essere scarcerate secondo la normativa già in vigore. Il Governo per contro ha invece inteso limitare ancor più i diritti dei detenuti, eliminando i colloquio de visu con i familiari, lasciando comunque i detenuti in balia del contagio.

Queste scelte sono la riprova di una visione del carcere che si integra con la visione della società che emerge in generale dalla produzione legislativa dello Stato. Da questo punto di vista, più che le scelte fatte in un momento di emergenza contano quelle fatte in precedenza grazie anche ad un ampio consenso elettorale tramite ad esempio i decreti sicurezza tesi a sbilanciare il rapporto tra diritti ed autorità nettamente in favore della seconda. Il carcere si inserisce in questa politica quale strumento di attuazione di questo assetto dei rapporti tra diritti ed autorità. Le scelte legislative precedenti a questa emergenza sono quelle che hanno portato come conseguenza il sovraffollamento delle carceri  ed oggi lo Stato non intende rivalutare tali scelte alla luce dell’emergenza, perché l’istituzione carceraria attuale è uno degli elementi visibili dello stato attuale dei rapporti tra diritti ed autorità. E’ da ricercarsi proprio nel mantenimento di questo rapporto o addirittura in un’ulteriore compressione dei diritti in favore del controllo da parte dell’autorità (perché i diritti stessi vengano degradati al rango di concessioni) la visione politica di fondo che sottende alle scelte legislative tanto precedenti l’emergenza, quanto attuali sul tema delle carceri.

Stanno emergendo a poco a poco notizie di maltrattamenti e pestaggi dei detenuti a seguito delle rivolte nelle carceri delle settimane precedenti che, lo ricordiamo, si sono concluse con 14 carcerati morti “per overdose”. C’è chi a proposito delle rivolte, soffia sul fuoco della guerra tra poveri alimentando la divisione tra detenuti facinorosi e non e quindi tra chi è giusto “punire” col pugno di ferro e chi no. Ma il silenzio assordante del Governo rispetto alle richieste di tutela dal rischio di un contagio in carcere che avrebbe effetti devastanti lascia forse altra scelta ai detenuti? Che possibilità hanno di essere ascoltati, se non quella di protestare con forza? E’ da quelle proteste che si è acceso un faro sul problema, non crede?

Indubbiamente il disagio vissuto all’interno delle strutture non fa notizia. Esso approda sui media e quindi all’attenzione dell’opinione pubblica solo in caso di situazioni eclatanti come possono essere le rivolte di giorni scorsi.

Il Governo reagisce mostrando, in via propagandistica, all’opinione pubblica un’azione sul quel fronte, ma di fatto licenzia un provvedimento del tutto inutile a limitare i rischi di contagio.

Le rivolte hanno portato il problema all’attenzione dell’opinione pubblica, tuttavia chi ne paga il prezzo sono i detenuti che vi hanno partecipato che sono esclusi dai benefici previsti da una legge, legge fatta in teoria proprio a seguito di un problema portato in luce da quelle rivolte. Degli effetti di tali rivolte trarrà beneficio solo chi non vi ha partecipato così da far passare l’idea che è necessario attendere le benevole concessioni dell’autorità in silenzio, anche se è evidente che in caso di silenzio con ogni probabilità non vi sarebbe stato alcun intervento.

Come avvocato ma anche come cittadino che riflessioni fa sulle misure imposte dal Governo a tutti gli italiani per “contenere l’emergenza Covid-19”? Non pensa che possano essere usate per sperimentare ora e consolidare dopo una sorta di “Stato di polizia”?

Più che delle attuali misure contenitive, secondo me c’è da preoccuparsi della produzione legislativa in tema di sicurezza degli ultimi anni. Il problema della limitazione delle libertà e della virata verso lo Stato di polizia non emerge da misure prese in situazione di emergenza che la popolazione accetta solo in quanto tali.

Il problema sta invece nella produzione legislativa che tende sempre di più a spostare il rapporto tra diritti ed autorità in modo da far sì che i diritti divengano semplici concessioni che, come tali, possono essere in qualunque momento revocate a capriccio. Il problema, in questo caso, sta nel consenso che tali misure trovano in una buona parte della società.

Se proprio vuole individuarsi una tendenza di fondo delle misure attuali andrebbe registrato il fatto che il governo è stato pronto a limitare le libertà dei cittadini di circolazione, mentre non lo è affatto nel fermare la produzione, cedendo sostanzialmente alle richieste di Confindustria che non vuole che le aziende siano fermate. In altre parole, non è permesso spostarsi dalla propria abitazione, ma si può girare tranquillamente per attività connesse ai servizi finanziari o ai call center. Insomma vengono impedite attività del tutto innocue mentre ne vengono consentite altre davvero ad alto rischio che sono all’evidenza non essenziali e tuttavia permesse in virtù di intuibili interessi.

di Agenzia Stampa CARC

24 Marzo, 2020

15 paesi chiedono a Cuba il farmaco che ha fermato il coronavirus in Cina

Il governo cubano ha ricevuto richieste da 15 paesi per l’acquisto del farmaco che ha contribuito a fermare la pandemia di coronavirus in Cina.

“Ad oggi sono state ricevute richieste da più di 15 paesi per l’acquisto del farmaco (Interferone Alfa 2B), il che significa riconoscimento dello sviluppo delle biotecnologie nel nostro paese “, ha dichiarato, oggi, l’ambasciatore cubano in Russia, Gerardo Peñalver.

Il diplomatico ha spiegato che l’interferone Alpha 2B è stato usato con successo in Cina per far fronte alla diffusione dell’epidemia. Ha saggiunto che questo è un farmaco terapeutico con azione antivirale.

L’ambasciatore ha anche fatto riferimento alla squadra di medici che il governo cubano ha inviato sabato scorso in Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia con oltre 69.100 casi di coronavirus e oltre 6.800 morti.

Medici cubani e neolaureati, ha ricordato Peñalver, lavorano in Lombardia, epicentro dell’epidemia di coronavirus in Italia.

Il capo della missione diplomatica  ha precisato che Cuba ha inviato squadre simili in Nicaragua, Giamaica, Suriname, isola di Granada e Venezuela.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-15_paesi_chiedono_a_cuba_il_farmaco_che_ha_fermato_il_coronavirus_in_cina/82_33820/

 

Per conto di chi? Salvini e la bufala del 2015 contro la Cina

Raschia il fondo del barile la Lega presentando una interpellanza al Ministro degli Esteri invitandolo a “chiarire subito con le autorità cinesi l’origine del Covid-19”.  Il tutto basato su un servizio di TgR Leonardo, andato in onda il 16 novembre 2015 su Rai 3 che parlava di non meglio identificati “ricercatori cinesi che avevano creato in laboratorio un super virus polmonare dai pipistrelli e topi”.
Interpellanza rafforzata da un tweet di Salvini

Che rispondere ad una domanda come questa? Che non si capisce perché mai i Cinesi avrebbero dovuto creare un’arma biologica o qualche altra mostruosità in collaborazione con l’università della North Carolina? Che una valanga di studi escludono l’origine artificiale del COVID 19? Che la storia del “laboratorio segreto cinese, culla del Coronavirus” si è rivelata essere una leggenda?  Che le ricerche alle quali si riferiva il servizio non possono avere avuto nulla a che fare con l’attuale COVID19?…

Ma invece di elencare le possibili risposte ad una questione ormai relegata in qualche screditato sito, meglio porsi una domanda. Perché la Lega si è lanciata in una così sbracata iniziativa mediatica? Le sue solite campagne allarmistiche per intercettare l’ansia Coronavirus?

Forse c’è di più.

Forse è l’esigenza di dirottare la crescente indignazione generale sulla gestione dell’emergenza da parte dei governatori delle regioni del Nord, in particolare Lombardia e Veneto. Governatori che dapprima hanno minimizzato l’allarme, poi hanno preteso di gestire essi in prima persona l’emergenza, spesso contrapponendosi al Governo, sventolando l’eccellenza del “loro” sistema sanitario. Con il risultato sotto gli occhi di tutti. O forse, più semplicemente, l’ordine è arrivato da chi muove da sempre la politica estera del partito di Salvini e che ora sta vedendo l’opinione pubblica italiana rendersi finalmente conto di essere stata presa in giro da anni. In prima linea con noi ad affrontare quest’emergenza non ci sono gli “alleati” – non ci sono i padroni della Lega di Salvini – ma quei paesi come Cina, Russia e Cuba che vi avevano descritti come “nemici” da odiare.

Francesco Santoianni

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-per_conto_di_chi_salvini_e_la_bufala_del_2015_contro_la_cina/6119_33826/

Coronavirus, 3 dubbi riguardanti l’epidemia su cui gli Usa dovrebbero dare spiegazioni al mondo

Recentemente alcuni politici statunitensi hanno definito diverse volte il coronavirus “virus cinese”, il che ha suscitato le proteste della comunità internazionale. Parole come “razzismo”, “xenofobia” e “ricerca di un capro espiatorio” sono apparse frequentemente sui media occidentali per criticare il comportamento degli Usa.

Risalire all’origine del coronavirus è una questione di natura scientifica che necessita di prove.

Con il mondo esterno che mette sempre più in dubbio gli Usa, l’amministrazione statunitense non può più esimersi dal dare chiare spiegazioni al popolo e risposte al mondo in merito a tre dubbi concernenti l’epidemia.

Innanzitutto, secondo le ultime stime rilasciate dal CDC statunitense, nella stagione dell’influenza degli Usa iniziata lo scorso settembre, più di 30 milioni di cittadini statunitensi sono stati contagiati e ci sono stati oltre 20 mila decessi. Il direttore del CDC statunitense, Robert Redfield, ha recentemente ammesso pubblicamente che alcuni casi registrati come influenza sono in realtà casi di Covid-19. È lecito chiedersi, quindi, quanti tra questi 20 mila decessi sono stati in realtà causati dal coronavirus? Gli Usa hanno forse mascherato la diffusione dell’epidemia di Covid-19 spacciandola per influenza?
La seconda domanda a cui gli Usa dovrebbero rispondere è perchè l’amministrazione statunitense lo scorso luglio ha chiuso improvvisamente Fort Detrick, il centro di ricerca per lo sviluppo di armi chimiche più grande delle forze armate statunitensi, nello Stato del Maryland?

Alcuni giorni fa, sul sito ufficiale della Casa Bianca, è stata lanciata una petizione per chiedere al governo statunitense di rendere pubbliche le informazioni su questa base militare, affinché possa esser chiarito qual è il suo ruolo nella ricerca di nuovi ceppi di cononavirus e verificare se sussiste o meno l’ipotesi di una fuga del virus dal laboratorio militare. Se l’amministrazione statunitense si interessa veramente della vita e della salute del suo popolo, dovrà rispondere a queste domande.

La terza domanda è: perché a metà febbraio l’amministrazione statunitense ha descritto come lieve l’epidemia, mentre alcuni funzionari della commissione dell’intelligence del Senato si apprestavano a vendere milioni di dollari di azioni? È vero che molti politici hanno approfittato delle informazioni in loro possesso per vendere le proprie azioni, mentre nascondevano l’epidemia al pubblico? È mai possibile che costoro, davanti allo scoppio dell’epidemia, abbiano pensato prima ai loro capitali invece che alla vita della popolazione?

di Radio Cina Internazionale

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-coronavirus_3_dubbi_riguardanti_lepidemia_su_cui_gli_usa_dovrebbero_dare_spiegazioni_al_mondo/82_33748/

 

Coronavirus: il Vietnam soccorre l’Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

Come la Cina e Cuba, anche il Vietnam è intervenuto a sostegno della crisi sanitaria che sta colpendo l’Italia. Intanto, però, mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda di Brescia sono finiti negli Stati Uniti su un volo militare.

HỒ CHÍ MINH CITY – In questi giorni abbiamo avuto modo di sottolineare numerose volte i differenti atteggiamenti che i Paesi stanno assumendo per affrontare la crisi sanitaria globale legata alla pandemia del nuovo coronavirus (COVID-19). I Paesi socialisti si stanno ancora una volta dimostrando all’avanguardia nella solidarietà internazionale, mettendo a disposizione degli Stati più colpiti le proprie conoscenze e le proprie risorse umane e materiali. È proprio quello che stanno facendo la Cina e Cuba, che non hanno fatto mancare il proprio sostegno all’Italia in questa fase di criticità.

All’elenco di aggiunge anche la Repubblica Socialista del Vietnam, che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha individuato sin dall’inizio della crisi come uno dei Paesi che meglio hanno affrontato l’epidemia. Le politiche di prevenzione, contenimento ed individuazione dei possibili contagiati hanno permesso al Vietnam di mantenere un bilancio assai lusinghiero, contando ad oggi soli 85 casi positivi e nessun decesso, nonostante il Paese sia stato tra i primi ad essere colpiti dopo la Cina.

Il governo vietnamita ha preso misure restrittive sin da subito, chiudendo le scuole per due mesi e riducendo al massimo gli ingressi sul proprio territorio nazionale, fino all’estrema misura presa martedì scorso, quando è stata annunciata la sospensione dell’emissione di visti turistici, come si legge nella direttiva emessa dal primo ministro Nguyễn Xuân Phúc. Il Vietnam aveva infatti arginato il numero di casi a sedici in un primo momento, ma da marzo il nuovo coronavirus è tornato a colpire nel Paese attraverso alcuni turisti o vietnamiti che avevano viaggiato all’estero.

Grazie ai ricercatori dell’Università Medica Militare del Vietnam e dell’azienda Viet A Technologies, il Vietnam è riuscito a mettere a punto un efficace test per rilevare la presenza del virus. I kit vietnamiti utilizzano tecniche di biologia molecolare, inclusa la reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa, e sono stati prodotti a tempo di record grazie ai finanziamenti del ministero della scienza e della tecnologia e del ministero della sanità. Secondo quanto riportato dal governo vietnamita, almeno venti Paesi stranieri hanno richiesto migliaia di kit di produzione vietnamita.

Al momento, l’azienda è in grado di produrre 3.600 kit per effettuare 18.000 tamponi, mentre altri 2.400 kit, pari a 12.000 tamponi, verranno prodotti in seguito. Alcuni di questi kit sono già stati esportati verso Paesi come Iran, Malaysia, Finlandia ed Ucraina. Ma il governo di Hanoi ed il direttore dell’azienda, Phan Quốc Việt, hanno anche affermato di voler inviare 400 kit, pari a 2.000 tamponi, in Italia a titolo completamente gratuito, come segno di solidarietà verso il Paese oggi più colpito dall’epidemia.

Secondo il ministero della tecnologia e della scienza, i test vietnamiti forniscono risultati più rapidi e sono più facili da usare rispetto a quelli utilizzati dal Centro statunitense per il controllo delle malattie e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Paese ha attualmente trenta strutture in grado di eseguire il test per il COVID-19, tre delle quali approvate dall’OMS: l’Istituto nazionale di igiene ed epidemiologia di Hanoi, l’Istituto Pasteur di Hồ Chí Minh City e l’Istituto Pasteur di Nha Trang.

Se, dunque, il mondo socialista sta venendo in soccorso dell’Italia, cosa stanno facendo quelli che invece dovrebbero essere gli alleati di Roma? Negli ultimi giorni sono stati fin troppo evidenti le dimostrazioni di disinteresse da parte delle istituzioni europee e dei governi europei e degli Stati Uniti. I mass media hanno riportato spesso incidenti che hanno bloccato o rallentato l’arrivo di materiali sanitari verso l’Italia, sovente a causa delle politiche di governi sulla carta “amici”, come quello tedesco. L’ultima notizia, riguarda mezzo milione di tamponi prodotti da un’azienda del bresciano, la Copa Diagnostics, che sarebbero misteriosamente volati verso gli Stati Uniti, trasferiti a Memphis su un aereo militare partito dalla base di Aviano.

Considerando che l’Italia, dall’inizio dell’epidemia, ha effettuato circa 100.000 tamponi, questa cifra sarebbe stata ampiamente sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale nelle prossime settimane. Il fatto, riportato per la prima volta da Repubblica e poi ripreso da altre testate nazionali, è stato confermato anche da Jonathan Hoffman, portavoce del dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Per quale motivo, tuttavia, l’Italia non si è prima munita di una quantità simile di test, anziché permetterne la vendita all’estero? È coerente che l’Italia faccia appello alla solidarietà internazionale di altri Paesi, mentre poi si lascia sottrarre i tamponi prodotti sul proprio territorio?

L’unica spiegazione plausibile risponde al nome di capitalismo, o leggi di mercato, che dir si voglia. Gli Stati Uniti, o delle aziende private di quel Paese (come sostiene la Copa Diagnostics), devono aver offerto una cifra irrifiutabile all’azienda bresciana, cifra probabilmente fuori portata per la sanità pubblica italiana. Se questo fosse vero, il governo dovrebbe provvedere attraverso un sequestro forzato delle forniture fino a dotarsi di un numero sufficiente di tamponi, di fronte al paradosso di un’azienda nel cuore della Lombardia, la regione più colpita, che vende le proprie forniture all’estero. La Copan Diagnostics, al contrario, sostiene di aver fornito tamponi sufficienti all’Italia, addirittura nel numero di un milione, ma che non ci sarebbe stato il tempo materiale ed il personale per applicarli tutti.

Il governo statunitense, dal canto suo, si era già fatto notare per aver offerto cifre astronomiche ai laboratori tedeschi CureVac, al fine di garantirsi il brevetto di un eventuale vaccino. Il governo tedesco e l’Unione Europea, in questo caso, sono intervenuti stanziando ottanta milioni per mantenere il brevetto in casa ed impedirne la fuga.

Anche in un momento di emergenza e di fronte ad un diritto umano primario come quello alla salute, il capitalismo dimostra la sua natura spietata, volta solamente al soddisfacimento delle brame di profitto di pochi ed alla sopravvivenza del più forte, che in ambito economico è sempre il più ricco. Ciò è dimostrato anche dai prezzi astronomici che stanno raggiungendo mascherine e medicamenti di vario tipo sul mercato, mentre Paesi come Cina, Vietnam e Cuba si sono dimostrati in grado di garantire tutti i mezzi di prevenzione e di cura ai propri cittadini in maniera del tutto gratuita: “Per la salute delle persone, siamo pronti a sacrificare gli interessi economici”, ha sottolineato più volte il premier vietnamita.

Qualunque sia la verità sui tamponi prodotti in Italia e finiti negli Stati Uniti, restano due questioni da risolvere: se in Italia vi sono già un milione di tamponi a disposizione, come sostiene la Copan Diagnostics, perché il Paese continua a riceverne di gratuiti dalla Cina e dal Vietnam? In secondo luogo, quanto è etico che aziende private, mosse unicamente dalla finalità del profitto, sfruttino la situazione sanitaria internazionale per fare affari milionari in tutto il mondo? Un interrogativo che ha la sua unica risposta nella necessità di abbattere un sistema economico le cui storture ed aporie sono ogni giorno più evidenti.

Giulio Chinappi

Coronavirus: il Vietnam soccorre l'Italia, mentre i tamponi italiani finiscono negli USA

 

“L’esperimento della riduzione di democrazia”

Ne è convinto Fulvio Grimaldi, giornalista ed inviato di guerra, storico collaboratore della Rai, che insieme alle analisi di Massimo Mazzucco e Alessandro Sansoni, giornalista di Limes e direttore di Cultura & Identità, ci aiuterà ad interpretare gli spaventosi tempi che stiamo attraversando. Read More ““L’esperimento della riduzione di democrazia””

Covid-19: Per Governo sfrattati immuni da corona virus ancora non disposta sospensione sfratti

Dichiarazione Massimo Pasquini, Segretario Nazionale Unione Inquilini

Forse il Governo pensa che gli sfrattati siano gli unici immuni al Covid-19?

Si disponga la sospensione degli sfratti subito!

I Prefetti di Milano e Mantova hanno sospeso gli sfratti. Ma non basta!

Il Governo continua ad emanare provvedimenti ma tra questi ancora manca la sospensione degli sfratti.

Dopo Unione Inquilini a livello nazionale anche il Pd con il senatore Mirabelli, il Sunia, il.Sicet e la Cisl, i sindacati confederali di Bologna, la Cub di Varese, tutti i sindacati inquilini di Livorno, l’unione inquilini di Padova, Roma, dell’Abruzzo, della Versilia, hanno chiesto la sospensione degli sfratti.

Perché il Governo non prende in considerazione questo atto di buonsenso?

Perché ai bambini è chiesto di non andare a scuola e agli anziani e disabili di non uscire di casa ma possono continuare ad essere sfrattati e mandati per strada quindi in condizioni che possono creare in questo contesto gravi rischi per la salute?

La sospensione degli sfratti è un atto dovuto in questo periodo o pensate che gli sfrattati siano gli unici immuni al Covid-19.?

UNIONE INQUILINI

SEGRETERIA NAZIONALE

ROMA 7 MARZO 2019

Covid-19. “Gruppo di pressione fedele a Trump impedisce la vendita di medicinali all’Iran”

Mentre l’Iran sta combattendo l’epidemia di COVID-19, vengono rivelati nuovi sforzi da parte delle lobby statunitensi per impedire il commercio di dispositivi medici con l’Iran

Il portale degli Stati Uniti di The Intercept ha rivelato i tentativi della lobby “Uniti contro un Iran nucleare” (UANI), che include membri repubblicani e democratici tra i suoi ranghi, per orchestrare una campagna per esercitare pressioni sull’Iran .

Secondo il rapporto, il gruppo ha esortato le principali compagnie farmaceutiche, in particolare quelle autorizzate a commerciare con l’Iran con “esenzioni umanitarie”, e “porre fine alla loro attività in Iran”.

Video HispanTV

UNAI cerca anche di aiutare il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ad attuare le sanzioni imposte all’Iran dalle società investigative che commerciano con il paese persiano.

“Questi gruppi hanno cercato di colpire la reputazione delle compagnie che firmano accordi legittimi con l’Iran, anche in campo umanitario” , si legge nel testo.

A questo proposito, il media americano annuncia che il nome di 9 società attive nel campo della medicina, della biotecnologia e delle apparecchiature mediche figura in un elenco di UNAI come società che cooperano con l’Iran.

Questa lobby ha collegamenti con l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e Israele.

La pubblicazione di questa notizia coincide con una propaganda diffusa nei media dal governo degli Stati Uniti secondo cui è stato avviato la creazione di uno speciale canale finanziario per facilitare il commercio umanitario con l’Iran in associazione con la Svizzera.

Le autorità iraniane hanno definito “falsa” l’offerta di assistenza da parte delle autorità statunitensi. per combattere gli effetti letali del nuovo focolaio di coronavirus, chiamato COVID-19, che si sta diffondendo tra la popolazione iraniana da alcune settimane.

Il presidente dell’Iran, Hasan Rohani, ha sottolineato che gli Stati Uniti come “primo passo” devono eliminare almeno le ingiuste sanzioni che ha imposto al settore dei farmaci del paese persiano per non essersi sottomesso alle richieste di Washington .

Tuttavia, l’Iran ha effettivamente utilizzato tutte le sue risorse per affrontare il problema, tra cui un aumento della produzione e dell’importazione di disinfettanti, articoli per l’igiene e la protezione, nonché l’applicazione di misure diagnostiche in tutto il paese.

Fonte: Foto AP

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_covid19_gruppo_di_pressione_fedele_a_trump_impedisce_la_vendita_di_medicinali_alliran/82_33460/