Gli USA e gli omicidi politici. Dagli attentati contro Fidel Castro all’assassinio di Soleimani

Il generale iraniano Qasem Soleimani è stato l’ultimo di una lunga lista di omicidi politici eseguiti dagli Stati Uniti

In un articolo pubblicato sabato scorso, il quotidiano britannico The Guardian ha affrontato la rischiosa e criminale decisione degli USA di uccidere il generale  Qasem Soleimani, insieme al numero due del Forze popolari irachene (Al-Hashad Al-Shabi), Abu Mahdi al-Muhandis, in un attacco con droni a Baghdad.

“Il governo di Washington non è estraneo alle arti oscure degli omicidi politici. Nel corso dei decenni, ha adottato tecniche contro i suoi avversari, dall’invio di un chimico armato con un veleno letale per eliminare Patrice Lumumba in Congo negli anni ’60 fino a piantare pillole velenose (ugualmente senza successo) nel cibo del già defunto leader cubano Fidel Castro ” , ha ricordato l’articolo, realizzato da Ed Pilkington.

Ma l’assassinio del potente generale iraniano, aggiunge il testo, “è unico nel suo genere”. La sua unicità non sta nel suo metodo, perché “che differenza fa per la vittima se viene eliminata da un aereo senza pilota o eseguita dopo un colpo di stato appoggiato dalla CIA, come nel caso del sovrano iracheno nel 1963, Abdul Karim Kassem? ”, il momento clou è l’impudenza della sua esecuzione e l’apparente totale disprezzo per ogni legalità o conseguenze umane.

“Gli Stati Uniti non uccidono semplicemente gli alti funzionari statali in questo modo “, afferma Charles Lister, un membro del Middle East Institute di Washington, sottolineando che non si può dimenticare che Soleimani” è stato il secondo uomo più potente in Iran solo per dietro il leader iraniano ”, l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei.

I tweet di giubilo del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e i suoi tentativi di giustificare la sua rischiosa decisione hanno portato solo Washington a essere accusata di aver commesso gli stessi crimini che attribuisce ai suoi nemici. Il ministro degli Esteri iraniano Mohamad Yavad Zarif ha denunciato che l’omicidio è stato un ” atto di terrorismo internazionale “.

Gli Stati Uniti hanno  una lunga storia di interferenze durante l’ultimo mezzo secolo per assassinare i loro avversari stranieri attraverso misure legali o moralmente dubbie.

Nella maggior parte dei casi, Washington ha segretamente commesso omicidi di leader stranieri e non ha mostrato interesse a farlo apertamente, fino all’arrivo di Trump.

Nel 2008, la CIA ha lavorato a stretto contatto con il servizio di intelligence israeliano (Mossad) per eliminare Imad Moghniyah, un leader di alto livello del movimento di resistenza libanese (Hezbollah). Nel corso dei loro sforzi, hanno avuto l’opportunità di eliminare non solo Mughniyah ma anche Soleimani in un singolo attacco da drone. Alla fine, l’operazione è stata sospesa in quanto il governo degli Stati Uniti la bloccò sulla base del fatto che avrebbe potuto destabilizzare seriamente la regione.

Nonostante tale riluttanza, Mary Ellen O’Connell, professore di diritto internazionale all’Università di Notre Dame, ha tracciato una linea diretta tra le precedenti amministrazioni statunitensi e l’imprevedibilità di Trump di distruggere tale convenzione. Ha ricordato che l’inizio dell’uso dei droni nel 2000 ha messo gli Stati Uniti su un pendio scivoloso verso l’attuale crisi.

Il primo dispiegamento del drone come mezzo per assassinare fu ordinato da Bill Clinton nel tentativo di porre fine a Osama Bin Laden, ex leader di Al Qaeda. Ma il primo “omicidio selettivo” ebbe successo sotto l’amministrazione George W. Bush nello Yemen.

Barack Obama ha ereditato da Bush l’ampio uso di droni assassini e lo ha triplicato di dieci volte durante la sua presidenza. In questo senso, O’Connell ha ritenuto che “il diritto internazionale si sta indebolendo dai tempi di Obama”.

Ora manca un passo perché li Stati Uniti “Ignorino totalmente la legge. Francamente, penso che il presidente Trump stia già facendo questo passo”, ha lamentato O’Connell.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gli_usa_e_gli_omicidi_politici_che_differenza_c_tra_lassassinio_del_generale_soleimani_e_gli_attentati_contro_fidel_castro/82_32481/

 

“L’Italia si tiri fuori dalle guerre altrui”

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore

E’ cominciata l’era della barbarie e ci dobbiamo preparare alla svelta. Come siamo arrivati sull’orlo di una guerra in Medio Oriente e di un’altra in Libia? E’ vero che come media-bassa potenza l’Italia può fare poco ma ha almeno il dovere di capire quanto succede intorno.

In Medio Oriente Trump, sotto impeachment e in campagna elettorale, ha preso alcune decisioni fuori dalla legalità internazionale, dal buon senso politico e ultimamente anche contro gli stessi principi morali dell’Occidente. La stessa amministrazione Usa appare umiliata perché non si sa più cosa contino dipartimento di Stato e Pentagono dove si sono succeduti ministri e funzionari a raffica, silurati appena eccepivano sulle opinioni dell’omone.

1) Spinto da Israele e dall’Arabia saudita, Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran imponendo sanzioni che hanno strangolato Teheran e impedito a tutti di avere rapporti economici con gli iraniani. E’ inutile lamentarsi se Teheran punta all’atomica: in Medio Oriente Israele ha 200 testate nucleari e al contrario dell’Iran non ha mai firmato nessun accordo di non proliferazione (come Pakistan e India) L’Italia con le sanzioni ha perso in Iran 30 miliardi di euro di commesse: Teheran non è un nostro nemico, tutt’altro. 2) Trump ha deciso di riconoscere l’annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme contro ogni risoluzione dell’Onu e si è detto pronto anche a riconoscere l’annessione della Cisgiordania. I palestinesi forse non sono più di moda ma almeno noi evitiamo di fare i maramaldi 3) Trump ha ritirato le truppe dal Nord della Siria lasciando i curdi siriani, alleati contro l’Isis, al massacro di Erdogan senza neppure avvertire la Nato. Una mossa vergognosa cui l’Europa non ha vergognosamente risposto. 4) Trump ha colpito il generale iraniano Qassem Soleimani violando la sovranità dell’Iraq con un atto di terrorismo internazionale che è una vera e propria dichiarazione di guerra 5) Trump minaccia di colpire anche i siti culturali iraniani, una dichiarazione che non si è mai sentita da nessun leader occidentale 6) Però mantiene ottimi rapporti con il principe saudita Mohammed bin Salman che la stessa Cia ha indicato come mandante della tortura e dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.

La sua idea è quella di farla finita con gli stati fuorilegge ma 1) Negozia con il leader nordcoreano Kim Jong un che l’arma nucleare l’ha già 2) Tratta con i talebani in Afghanistan ma non con l’Iran.

Qual è la sua idea di fondo, semmai ne avesse una? Disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre in Medio Oriente affidandosi a Israele e all’Arabia Saudita ma riservandosi di colpire chiunque non sia d’accordo con lui.

Quali sono gli effetti? 1) Con il ritiro dalla Siria del Nord ha concesso a Erdogan, che acquista armi dai russi pur essendo dentro la Nato, di fare quello che vuole e infatti il rais turco ha spedito truppe in Libia violando le risoluzioni Onu sull’embargo di armi. 2) In Iraq il palamento chiede il ritiro delle truppe internazionali e americane con il risultato di indebolire le posizioni strategiche americane  e occidentali. Se l’Iran ha esteso la sua influenza nella regione è anche per gli errori degli americani a partire dalla guerra del 2003 contro Saddam 3) In Libia ha lasciato che le vere decisioni sul Paese vengano prese da Putin ed Erdogan che si incontreranno domani ad Ankara.

Quali sono le idee di fondo di Trump? 1) Che gli europei sono alleati inaffidabili, che non pagano a sufficienza per la loro sicurezza ed quindi è venuto il momento di abbandonarli al loro destino minacciando dazi e sanzioni se si ribellano all’ordine economico americano e fanno affari con la Cina 2) Che nel mondo arabo e musulmano sono amici soltanto gli stati che comprano armi dagli Usa, quindi Arabia Saudita, Emirati ed Egitto, gli altri devono andare in malora.

Cosa deve fare l’Italia? 1) Ragionare su un ritiro ordinato dall’Iraq e dall’Afghanistan in linea con il rispetto degli accordi presi e la legalità internazionale 2) Dichiarare la propria neutralità o equidistanza sulla Libia, come fa la Germania del resto, perché c’è un governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli ma che nessuno vuole. Sono contrari: Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche Usa e Francia che fanno continuamente il doppio gioco appoggiando se occorre il general Khalifa Haftar. 3) Tenere sotto pressione gli Usa per la loro attività nella basi di Sigonella e Niscemi per evitare di diventare i bersagli della mosse avventate di Trump. Lui stesso ha dichiarato che gli “Stati Uniti sono a 10mila chilometri di distanza quindi non ne sono toccati”. Noi purtroppo dobbiamo tenere conto della vicinanza ai fronti di guerra.

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore. E ora non resta che sperare nella buona fortuna che talvolta, non sempre, aiuta la gente onesta.

di Alberto Negri – Quotidiano del Sud

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Israele è la vera minaccia nucleare in Medio Oriente

«L’Iran non rispetta gli accordi sul nucleare» (Il Tempo), «L’Iran si ritira dagli accordi nucleari: un passo verso la bomba atomica» (Corriere della Sera), «L’Iran prepara le bombe atomiche: addio all’accordo sul nucleare» (Libero): così viene presentata da quasi tutti i media la decisione dell’Iran, dopo l’assassinio del generale Soleimani ordinato dal presidente Trump, di non accettare più i limiti per l’arricchimento dell’uranio previsti dall’accordo stipulato nel 2015 con il Gruppo 5+1, ossia i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina) più la Germania.

Non vi è quindi dubbio, secondo questi organi di «informazione», su quale sia la minaccia nucleare in Medio Oriente. Dimenticano che è stato il presidente Trump, nel 2018, a far ritirare gli Usa dall’accordo, che Israele aveva definito «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran».

Tacciono sul fatto che vi è in Medio Oriente un’unica potenza nucleare, Israele, la quale non è sottoposta ad alcun controllo poiché non aderisce al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece dall’Iran.

L’arsenale israeliano, avvolto da una fitta cappa di segreto e omertà, viene stimato in 80-400 testate nucleari, più abbastanza plutonio da costruirne altre centinaia. Israele produce sicuramente anche trizio, gas radioattivo con cui fabbrica armi nucleari di nuova generazione. Tra queste mini-nukes e bombe neutroniche che, provocando minore contaminazione radioattiva, sarebbero le più adatte contro obiettivi non tanto distanti da Israele. Le testate nucleari israeliane sono pronte al lancio su missili balistici che, con il Jericho 3, raggiungono 8-9 mila km di gittata.

La Germania ha fornito a Israele (sotto forma di dono o a prezzi scontati) quattro sottomarini Dolphin modificati per il lancio di missili nucleari Popeye Turbo, con raggio di circa 1.500 km. Silenziosi e capaci di restare in immersione per una settimana, incrociano nel Mediterraneo Orientale, Mar Rosso e Golfo Persico, pronti ventiquattro’ore su ventiquattro all’attacco nucleare.

Gli Stati Uniti, che hanno già fornito a Israele oltre 350 cacciabombardieri F-16 e F-15, gli stanno fornendo almeno 75 caccia F-35, anch’essi a duplice capacità nucleare e convenzionale. Una prima squadra di F-35 israeliani è divenuta operativa nel dicembre 2017. Le Israel Aerospace Industries producono componenti delle ali che rendono gli F-35 invisibili ai radar. Grazie a tale tecnologia, che sarà applicata anche agli F-35 italiani, Israele potenzia le capacità di attacco delle sue forze nucleari.

Israele – che tiene puntate contro l’Iran 200 armi nucleari, come ha specificato l’ex segretario di stato Usa Colin Powell nel 2015 – è deciso a mantenere il monopolio della Bomba in Medio Oriente, impedendo all’Iran di sviluppare un programma nucleare civile che potrebbe permettergli un giorno di fabbricare armi nucleari, capacità posseduta oggi nel mondo da decine di paesi. Nel ciclo di sfruttamento dell’uranio non esiste una netta linea di demarcazione tra uso civile e uso militare del materiale fissile.

Per bloccare il programma nucleare iraniano Israele è deciso a usare ogni mezzo. L’assassinio di quattro scienziati nucleari iraniani, tra il 2010 e il 2012, è con tutta probabilità opera del Mossad. Le forze nucleari israeliane sono integrate nel sistema elettronico Nato, nel quadro del «Programma di cooperazione individuale» con Israele, paese che, pur non essendo membro della Alleanza, ha una missione permanente al quartier generale della Nato a Bruxelles. Secondo il piano testato nella esercitazione Usa-Israele Juniper Cobra 2018, forze Usa e Nato arriverebbero dall’Europa (soprattutto dalle basi in Italia) per sostenere Israele in una guerra contro l’Iran.

Essa potrebbe iniziare con un attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani, tipo quello effettuato nel 1981 contro l’impianto iracheno di Osiraq. Il Jerusalem Post (3 gennaio) conferma che Israele possiede bombe non-nucleari anti-bunker, usabili soprattutto con gli F-35, in grado di colpire l’impianto nucleare sotterraneo iraniano di Fordow.

L’Iran però, pur essendo privo di armi nucleari, ha una capacità militare di risposta che non possedevano la Jugoslavia, l’Iraq o la Libia al momento dell’attacco Usa/Nato. In tal caso Israele potrebbe far uso di un’arma nucleare mettendo in moto una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.

di Manlio Dinucci – Il Manifesto

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USA-Iran, Trump minaccia di colpire i siti culturali iraniani. La risposta dell’Unesco

A seguito delle minacce del presidente americano Donald Trump di bombardare luoghi di valore culturale iraniano in risposta a eventuali attacchi contro cittadini statunitensi dell’Iran, l’Unesco ha ricordato agli Stati Uniti attraverso una dichiarazione che Washington ha firmato una convenzione per proteggere i siti culturali nel paese persiano, riferisce Reuters.

Il direttore generale dell’Unesco Audrey Azoulay ha dichiarato lunedì durante un incontro con l’ambasciatore iraniano Ahmad Jalali che, secondo le disposizioni delle convenzioni del 1954 e del 1972, che sono state ratificate sia dagli Stati Uniti che dall’Iran, gli Stati si impegnano non adottare misure deliberate che potrebbero mettere a rischio il patrimonio culturale e naturale nel territorio di un altro Stato che fa parte di tali convenzioni.

La minaccia di Trump

Sabato scorso, Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti hanno “preso di mira 52 siti iraniani, alcuni di altissimo livello e molto importanti per l’Iran e la cultura iraniana” che sarebbero stati colpiti “molto velocemente e molto duramente” se gli interessi o i cittadini statunitensi fossero attaccati da Teheran. Il numero rappresenta i 52 ostaggi statunitensi che l’Iran prese durante l’assalto della rivoluzione iraniana all’ambasciata nordamericana a Teheran nel 1979.

Sviluppo del conflitto

Il 29 dicembre, gli USA hanno bombardato le basi della milizia sciita filo-iraniana Kataib Hezbollah, dove almeno 25 militanti persero la vita durante l’operazione. Due giorni dopo, una folla ha preso d’assalto l’ambasciata statunitense a Baghdad, Trump ha accusato l’Iran di “orchestrare l’attacco” e ha avvertito Teheran che “pagherà un prezzo pesante” per questo.

Il 2 gennaio 12 persone, tra cui l’importante generale iraniano Qasem Soleimani e il leader di Kataib Hezbollah e le forze di mobilitazione popolari, Abu Mahdi al Muhandis, sono morte in un attacco aereo statunitense. Il Pentagono ha rivendicato la responsabilità dell’omicidio.

Tre giorni dopo, il parlamento iracheno ha approvato una risoluzione per “porre fine alla presenza di truppe straniere sul suolo iracheno” e proibire loro “di usare la loro terra, spazio aereo o acqua per qualsiasi motivo”.

Fonte: RT

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-usairan_trump_minaccia_di_colpire_i_siti_culturali_iraniani_la_risposta_dellunesco/82_32459/

 

Iraq: un atto di guerra inaccettabile, si gioca sulla pelle del popolo iracheno

Ciò che si temeva sta forse per succedere. Il conflitto che Stati Uniti e Iran stanno consumando sul corpo martoriato del popolo iracheno si sta trasformando in conflitto militare.

L’azione militare del 3 gennaio all’aeroporto internazionale di Baghdad – che ha portato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e di altre sette persone – è un atto irresponsabile tanto più grave perché realizzato da un paese che è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si tratta di un atto, la rappresaglia e l’omicidio mirato, considerato dal diritto internazionale come un crimine di guerra.

Un crimine che si aggiunge al sostegno dato negli scorsi decenni prima a Saddam nella lunga guerra contro l’Iran, poi alla guerra contro l’Iraq, all’embargo, al caos e alla distruzione determinata nel paese dall’occupazione Usa.

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Un Ponte Per è a fianco del popolo iracheno, vera vittima di questa dinamica perversa, ed in particolare di quei/lle giovani che si battono per un futuro libero e indipendente del proprio paese e diciamo a tutti: fermatevi, ritirate le vostre truppe e i vostri consiglieri militari, lasciate che gli iracheni e le irachene possano determinare liberamente il proprio futuro.

Iraq, le mille e una bomba

Gli Stati Uniti uccidono un generale iraniano a Bagdad. Il rischio di un nuovo conflitto sulla pelle del popolo iracheno. Radio Articolo 1 intervista Alfio Nicotra, co-Presidente di Un Ponte Per.

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Iraq: ucciso in un attacco USA il generale Soleimani

Gli Stati Uniti hanno attaccato nella notte l’aeroporto di Baghdad, in Iraq, uccidendo il generale iraniano Qassem Soleimani, uno degli uomini chiave dell’Iran in Medio Oriente. Radio Onda d’Urto intervista Fabio Alberti, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per.

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Baghdad. L’attacco USA e le piazze irachene

L’attacco statunitense in Iraq rischia di oscurare la mobilitazione popolare che da mesi mette in discussione il regime politico nato dopo l’invasione voluta da Bush del 2003. Jacobin Italia intervista Ismaeel Dawood, Civil Society Officer di Un Ponte Per.

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Hezbollah: Quando le bare dei soldati americani inizieranno a tornare negli Usa, Trump realizzerà che ha perso la regione

Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha confermato che il martirio degli eroici combattenti il generale Qassem Soleimani e Abu Mahdi Al-Muhandis, vice capo delle Forze di mobilitazione popolare irachena è una data fondamentale per l’inizio di una nuova fase e una nuova storia per l’intera regione

In una cerimonia commemorativa per il generale Qassem Soleimani, comandante del Quds Force Corps e Abu Mahdi Al-Muhandis, vice capo dell’Autorità di mobilitazione popolare irachena, Nasrallah ha dichiarato che gli americani hanno commesso un crimine palese e flagrante per ordine di Trump.

Nasrallah ha aggiunto che Trump è arrogante e non riconosce paesi, istituzioni internazionali o una comunità internazionale.

Il leader di Hezbollah ha sottolineato che Trump voleva che l’organizzazione terroristica dell’ISIS rimanesse in modo che ci fosse una scusa per rimanere in Iraq e controllare la ricchezza petrolifera, ma il suo piano è fallito. Ed ha proseguito: il popolo iracheno ha chiesto, dopo la fine dell’organizzazione terroristica ISIS, la partenza delle truppe americana dalle loro terre, e quando Washington ha visto che l’Iraq gli stava sfuggendo di mano e ha sentito la perdita della sua ricchezza, ha aperto ai gruppi terroristici che erano gestiti dagli ufficiali di occupazione americani.

Nasrallah ha sottolineato che l’America e Israele avevano scommesso su organizzazioni terroristiche in Siria, ma hanno fallito e quindi WAshington assassinando Soleimani ha iniziato una nuova guerra nella regione.

Per Il segretario generale di Hezbollah il popolo iracheno e gli onorevoli combattenti non permetteranno ad un solo soldato americano di restare in Iraq, avvertendo: Quando le bare dei soldati americani inizieranno a tornare negli Stati Uniti, Trump realizzerà di aver perso la regione.

Inoltre, il leader del movimento di resistenza ha sottolineato che “gli assassini americani non saranno in grado di raggiungere nessuno dei loro obiettivi con questo grande crimine”, ma piuttosto raggiungeranno tutti gli obiettivi della resistenza e dei mujaheddin di tutti i popoli della nostra nazione che rifiutano l’umiliazione e la sottomissione all’arrogante e tirannico nemico.

Nasrallah ha ricordato che il martirio del vice capo del Comitato di mobilitazione popolare irachena, Abu Mahdi Al-Muhandis, sarà un incentivo per il popolo iracheno e le sue fazioni di resistenza a continuare il cammino e raggiungere gli obiettivi e le speranze per un Iraq forte, prospero e indipendente, libero dall’occupazione e dal terrorismo.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-hezbollah_quando_le_bare_dei_soldati_americani_inizieranno_a_tornare_negli_stati_uniti_trump_realizzer_che_ha_perso_la_regione/82_32443/

 

Il ministero della Difesa russo sottolinea il contributo di Solemaini alla lotta contro l’ISIS in Siria

Il ministero della Difesa russo ha sottolineato il contributo del comandante delle Forze al Quds  delle guardie rivoluzionarie iraniane Qasem Soleimani, che è stato ucciso in un attacco degli Stati Uniti all’aeroporto di Baghdad, alla lotta contro lo Stato Islamico in Siria.

“Sotto la guida diretta di Qasem Soleimani, la resistenza armata contro i gruppi terroristici internazionali ISIS e Al-Qaeda è stata organizzata molto prima in Siria e Iraq della cosiddetta coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Il suo contributo personale alla lotta contro l’ISIS sul territorio della Siria è indiscusso”, ha dichiarato il ministero della Difesa russo in una nota pubblicata venerdì.

Secondo questa affermazione, l’uccisione di Soleimani porterà a un’escalation delle tensioni politico-militari in Medio Oriente, con ripercussioni negative sul sistema di sicurezza globale.

“I passi miopi da parte degli Stati Uniti, in particolare l’uccisione del generale Soleimani, porteranno a una forte escalation delle tensioni politico-militari nella regione del Medio Oriente. Con gravi conseguenze negative per l’intero sistema di sicurezza globale”.

Il ministero ha informato che il generale iraniano è rimasto ucciso il 3 gennaio nell’area dell’aeroporto di Baghdad in un attacco dell’aviazione americana. La dichiarazione aggiunge che Soleimani era un comandante militare con esperienza che aveva autorità e influenza significative in tutta la regione del Medio Oriente.

Il Pentagono in precedenza ha confermato che un attacco missilistico vicino all’aeroporto di Baghdad ha ucciso il capo della Forza al Quds Qasem Soleimani. L’operazione è stata effettuata sotto la direzione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, afferma la nota.

Secondo il Pentagono, l’attacco era di natura difensiva, poiché mirava a proteggere le truppe statunitensi in Iraq e in altri paesi. Washington ha incolpato Soleimani per aver presumibilmente approvato una manifestazione fuori dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad all’inizio di questa settimana. Il Congresso degli Stati Uniti non è stato informato dell’imminente attacco missilistico, che ha ucciso il comandante iraniano, ha affermato la portavoce Nancy Pelosi.

Fonte: TASS

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_ministero_della_difesa_russo_sottolinea_il_contributo_di_solemaini_alla_lotta_contro_lisis_in_siria/82_32426/

 

“I droni di Natale”

Naval Air Station di Sigonella, ore 16.46 di giovedì 21 novembre 2019. Dopo 22 ore ininterrotte di volo, un drone di ultima generazione della famiglia dei “Global Hawk” atterra nella grande base militare siciliana. Il velivolo era decollato dall’aeroporto di Palmdale, California. Sulla fiancata, l’inconfondibile insegna della NATO. Il drone è il primo dei cinque grandi aerei senza pilota destinati ad operare da Sigonella nell’ambito del NATO AGS (Alliance Ground Surveillance), il programma più ambizioso e costoso della storia dell’Alleanza Atlantica, ma anche quello che ha segnato i maggiori ritardi nella sua implementazione. “Il trasferimento del drone AGS dagli Stati Uniti all’Italia rappresenta un momento chiave nella realizzazione di questo importantissimo progetto multinazionale”, ha riportato l’ufficio stampa del Comando generale della NATO. “L’Alliance Ground Surveillance sarà di proprietà collettiva e operativa di tutti gli alleati dell’Alleanza Atlantica e sarà un elemento vitale per tutte le missioni NATO. Tutti gli Alleati avranno accesso ai dati acquisiti dall’AGS e beneficeranno del sistema d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento”.

Il programma NATO AGS prevede l’utilizzo della grande stazione aeronavale di Sigonella quale Main Operating Base (principale base operativa) dei cinque velivoli a pilotaggio remoto RQ-4D “Global Hawk” e dei relativi centri di comando e controllo, con un contingente multinazionale di oltre 800 unità. “Tutti e cinque i droni sono attualmente in differenti fasi di sviluppo delle capacità operative di volo”, specifica ancora il Comando generale della NATO. “Quando ognuno di essi giungerà alla Main Operating Base di Sigonella, saranno sottoposti ai test per verificarne le performance e la conformità al sistema AGS. La capacità operatività iniziale del programma dovrebbe essere raggiunta nella prima metà del 2020”.

Dotati della piattaforma radar MP-RTIP con sofisticati sensori termici per il monitoraggio e il tracciamento di oggetti fissi ed in movimento, i droni AGS potranno volare sino a 18.000 metri di altezza e a una velocità di 575 km/h. I dati rilevati saranno prima analizzati a Sigonella e successivamente trasmessi grazie ad una rete criptata al Comando JISR, Joint Intelligence, Surveillance and Reconnaisance della NATO, con sedi a Bruxelles, Mons e The Hague. Oltre 16.000 km il raggio d’azione dei nuovi velivoli senza pilota, così fa consentirne l’operatività in un’area geografica che comprenderà l’intero continente africano e il Medioriente, l’Europa orientale sino al cuore della Russia. Grazie alle informazioni raccolte e decodificate dall’AGS, la NATO potrà ampliare lo spettro delle proprie attività nei campi di battaglia, potenziando la capacità d’individuazione degli obiettivi da colpire con gli strike aerei e missilistici.

Con l’entrata in funzione del sistema AGS, la base siciliana di Sigonella consolida il proprio ruolo di vera e propria capitale mondiale dei velivoli senza pilota da guerra. I droni NATO si sommano infatti ai velivoli con funzioni d’intelligence ed attacco (i famigerati droni killer “Reaper” che mietono vittime tra i civili negli scacchieri di guerra in Africa e Medio oriente) che l’US Air Force e l’US Navy ha trasferito in Sicilia da più di dieci anni. A riprova di come Sigonella sia uno dei maggiori centri del pianeta per il comando e il controllo dei velivoli senza pilota va aggiunto che nel 2018 è stata attivata all’interno della stazione aeronavale l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility per le telecomunicazioni via satellite con tutti i droni che le agenzie di spionaggio USA e il Pentagono schierano in ogni angolo della Terra. La facility di Sigonella consente la trasmissione dei dati necessari ai piani di volo e di attacco dei nuovi sistemi di guerra, operando come “stazione gemella” del sito tedesco di Ramstein e del grande scalo aereo di Creech (Nevada).

Washington ha riservato un nome in codice alla grande base che sorge a due passi dalla città di Catania: The Hub of the Med, cioè il fulcro del Mediterraneo. Con ben 34 comandi strategici ed oltre 5.000 militari statunitensi, Sigonella è oggi, per importanza, il “secondo più grande comando militare marittimo al mondo dopo quello del Bahrain”, come spiega il Pentagono. Dal sanguinoso conflitto in Vietnam non c’è stato scenario bellico con protagonista gli USA (e i partner NATO) in cui l’hub del Mediterraneo non abbia giocato un ruolo chiave: contro la Libia di Gheddafi negli anni ’80; in Libano nell’82; la prima e la seconda guerra del Golfo; i bombardamenti in Kosovo e in Serbia nel 1999 e quelli in Afghanistan, Iraq e Siria nel XXI secolo; le campagne di US Africom nelle regioni sub-sahariane e in Corno d’Africa; la liquidazione finale del regime libico del 2011 e gli odierni ripetuti raid in Cirenaica e Tripolitania con l’utilizzo dei droni-killer.

Determinante pure il ruolo assunto nell’ambito dei programmi di supremazia nucleare degli Stati Uniti d’America. Segretamente, ancora una volta nel 2018, è entrato in funzione a Sigonella la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), la stazione di ricezione e trasmissione satellitare del sistema di “pronto allarme” per l’identificazione dei lanci di missili balistici da teatro con testate nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Il JTAGS è una specie di scudo protettivo tutt’altro che difensivo: grazie al controllo “preventivo” di ogni eventuale operazione missilistica “nemica”, il sistema rende ancora più praticabile il primo colpo nucleare, evitando o limitando (teoricamente) la ritorsione avversaria e dunque i pericoli della cosiddetta Mutua distruzione assicurata che sino ad ora ha impedito l’olocausto mondiale. Come se non bastasse, a Sigonella opera pure una delle 15 stazioni terrestri del Global HF System, il sistema di comunicazioni in alta frequenza creato dalla US Air Force per integrare la rete del Comando aereo strategico e assicurare il controllo su tutti i velivoli e le navi da guerra. Uno degli aspetti più rilevanti del sistema GHF è quello relativo alla trasmissione degli ordini militari che hanno priorità assoluta, primi fra tutti i messaggi SkyKing che includono i codici di attacco nucleare.

Tra le maggiori richieste di finanziamento fatte dal Dipartimento della Difesa USA al Congresso per l’anno fiscale 2020, c’è poi quella relativa all’installazione, ancora una volta all’interno della grande stazione aeronavale siciliana, di un megacentro di telecomunicazioni satellitari strategiche delle forze armate. Nello specifico il Pentagono prevede una spesa di 77 milioni e 400 mila dollari per realizzare una struttura che consentirà di effettuare “più sicure e affidabili telecomunicazioni vocali e dati, classificate e non classificate, alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare USA, in supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo”. L’assegnazione dei lavori è prevista entro l’agosto 2020, mentre la realizzazione dovrebbe concludersi nell’aprile 2024. E’ prevista inoltre una spesa aggiuntiva di 57 milioni di dollari per l’acquisto delle sofisticate attrezzature elettroniche e d’intelligence che saranno messe a disposizione del nuovo centro satellitare di Sigonella che si affiancherà a quello già esistente presso la dependance di Niscemi, all’interno della riserva naturale orientata “Sughereta”.

Centro strategico di telecomunicazioni con i sottomarini nucleari in immersione e stazione terrestre del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS (la cui piena operatività è stata annunciata pochi mesi fa da Washington), la base USA di Niscemi sarà presto ampliata e potenziata. Le autorità militari hanno già presentato alla Regione Siciliana un cronogramma lavori di “rafforzamento” dei sistemi di “protezione” delle infrastrutture e delle numerose antenne di morte ospitate. Inoltre, un mese fa è trapelata la notizia che il Comando di US Navy ha affidato alla General Dynamics un contratto del valore di 731,8 milioni di dollari per il “miglioramento” dei “segmenti terrestri integrati al Mobile User Objective System – MUOS, il quale fornirà presto comunicazioni cellulari veloci e sicure per tutte le forze combattenti in movimento, ovunque esse si trovino”, come dichiarato dai general manager dell’azienda leader del complesso militare industriale USA.

Quanto sta accadendo in Sicilia conferma inesorabilmente quanto sostenuto da attivisti e ricercatori No War, cioè che la base di Sigonella è un cancro in metastasi che diffonde ovunque installazioni, radar, presidi e militarizzazioni. L’Isola è stata trasformata infatti in un’immensa piattaforma di morte USA e NATO: oltre alla telestazione di Niscemi, è stato creato un centro operativo a Pachino (Siracusa) per supportare le esercitazioni aeronavali della VI Flotta nel Canale di Sicilia; ad Augusta sorge una grande struttura portuale per il rifornimento di armi e gasolio delle unità da guerra e dei sottomarini nucleari; gli scali di Catania-Fontanarossa, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa sono utilizzati per le missioni d’intelligence top secret dei velivoli alleati o di società contractor private a servizio del Pentagono e/o – come avvenuto nel 2001 durante la guerra contro la Libia – per le operazioni di bombardamento contro obiettivi civili e militari “nemici”.

Non c’è area addestrativa o poligono in Sicilia che non sia stato messo a disposizione dei reparti d’elite USA protagonisti delle peggiori nefandezze nei teatri di guerra internazionali. I Marines destinati a intervenire in Africa utilizzano periodicamente per esercitarsi una vasta area agricola nel Comune di Piazza Armerina. Ai reparti a stelle e strisce è stato concesso pure l’uso del poligono di Punta Bianca, a due passi dalla città di Agrigento, in una delle aree naturali e paesaggistiche più belle e più fragili dell’Isola, utilizzato stabilmente dalla Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito italiano. Nella primavera 2019, i reparti statunitensi di stanza a Sigonella sono stati inoltre tra i protagonisti di un’imponente esercitazione che ha interessato buona parte della provincia di Trapani, comprese alcune aree di rilevante interesse naturalistico e lo scalo aereo di Birgi.

Ancora più foschi gli scenari che potrebbero essere riservati alla Sicilia intera nei prossimi anni. E’ in atto una pericolosissima sfida sferrata da Trump contro la Russia con la cancellazione unilaterale del Trattato INF contro le armi nucleari a medio raggio, firmato da USA e URSS a fine anni ’80. Quel trattato aveva consentito lo smantellamento dall’Europa dei missili Pershing II, SS-20 e Cruise; 112 di questi ultimi vettori nucleari “da crociera” erano stati installati dalla NATO a Comiso (Ragusa), nonostante una straordinaria stagione di mobilitazione popolare, una delle più importanti della storia della Sicilia. La scellerata decisione dell’amministrazione USA rischia di condurre ad una nuova escalation del processo di militarizzazione e ri-nuclearizzazione dell’intero territorio siciliano, considerato che i nuovi programmi di riarmo puntano alla realizzazione – ancora una volta privilegiando il Fianco Sud della NATO oltre a quello orientale – di nuovi sistemi missilistici a medio raggio con lancio da piattaforme terrestri e/o anche mobili, esattamente come avveniva con i Cruise di Comiso, trasportabili ovunque sui camion-lanciatori TEL. Altri aghi atomici da occultare nel pagliaio Sicilia in nome e per conto dei moderni Stranamore e delle transazionali del profitto d’oltreoceano.

di Antonio Mazzeo

 

I droni di Natale

Caccia F-14 iraniani ai confini dopo aver giurato di vendicare l’omicidio del generale Soleimani

Il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha promesso una “dura vendetta” contro i responsabili dell’uccisione del comandante dei Quds, mentre il presidente Rouhani ha promesso allo stesso modo di vendicare la morte di Soleimani.

Teheran ha dispiegato caccia da combattimento F-14 ai confini del paese sulla scia dell’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani dopo che il capo militare è stato ucciso con un attacco aereo realizzato con droni vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad, autorizzato dal presidente nordamericano Donald Trump, secondo quanto riferito dalla tv di Stato iraniana.

Iranian f14 fighters jets manoeuvring on the western skies and on alert and patrol. State tv

— Ali Arouzi (@aliarouzi) January 3, 2020

All’inizio della giornata, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha confermato che le forze statunitensi in Iraq avevano ucciso il celeberimmo leader iraniano. Il generale Qasem Soleimani, comandante dell’élite Quds Force del Corpo di guardia rivoluzionario islamico dell’Iran, che è considerata un’organizzazione terroristica straniera da Washington.

Gli Stati Uniti hanno affermato che Soleimani era responsabile della morte di “centinaia di americani” e ha anche accusato il generale di orchestrare attacchi alle basi della coalizione in Iraq, motivando l’attacco aereo iracheno come mezzo per determinare “futuri piani di attacco iraniani”.

A seguito delle notizie sulla morte del generale, le autorità di Teheran hanno condannato fermamente gli Stati Uniti, impegnandosi ad agire per vendicare la sua morte.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-liran_schiera_caccia_f14_ai_confini_dopo_aver_giurato_di_vendicare_lomicidio_del_generale_soleimani/82_32412/

 

Politici statunitensi condannano assassinio di Soleimani: “USA verso una guerra disastrosa”

Dalla speaker della Camera dei rappresentanti Pelosi, ai candidati alle presidenziali Dem Sanders e Biden, unanime condanna per la decisione di Trump di aver ordinato l’uccisione del comandante iraniano Soleimani, così come altri senatori ed esponenti democratici, che temono non solo un aumento delle tensioni in Medio Oriente ma una guerra sanguinosa per gli Stati Uniti.

L’uccisione del generale iraniano Soleimani ha scatenato dure critiche nel mondo politico statunitense, di solito, compatto, nonostante i diversi schieramenti, quando si tratta di guerre mosse da Washington. Nel contestare la decisione di Trump, il timore comune è l’aumento delle tensioni in Medio Oriente e una nuova guerra sanguinosa per gli Stati Uniti. Perché l’Iran e le forze della Resistenza sicuramente non staranno a guardare.
La speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi ha avvertito che l’uccisione del comandante della forza iraniana dei Quds “rischia di provocare un’ulteriore intensa escalation di violenza. L’America – e il mondo – non possono permettersi di aumentare le tensioni fino al punto di non ritorno”.

L’attacco è stato effettuato senza “autorizzazione all’uso della forza militare” contro l’Iran e senza la consultazione del Congresso, ha ricordato Pelosi.

“L’intero Congresso deve essere immediatamente informato su questa grave situazione e sui prossimi passi in esame da parte dell’Amministrazione, inclusa la significativa escalation dello spiegamento di ulteriori truppe nella regione”, ha ricordato Pelosi.

L’ex vicepresidente e attuale candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Joe Biden, ha affermato che con la sua decisione Donald Trump “ha appena lanciato una cartuccia di dinamite in un deposito di polvere da sparo”.

Biden ha definito l’attacco un ” movimento di ridimensionamento enorme in una regione già pericolosa” che probabilmente provocherà futuri attacchi dall’Iran invece di scoraggiarli.

“Potremmo essere sull’orlo di un grande conflitto in tutto il Medio Oriente”, ha avvertito il politico, aggiungendo che Trump “deve al popolo americano una spiegazione della strategia e del piano per proteggere le nostre truppe e il personale dell’ambasciata, alla nostra gente e al nostro interesse, sia qui che all’estero “.

I senatori e i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Bernie Sanders e Elizabeth Warren, hanno espresso la stessa preoccupazione attraverso i loro account Twitter.
“La pericolosa escalation di Trump ci avvicina a un’altra disastrosa guerra in Medio Oriente che potrebbe costare innumerevoli vite e miliardi di dollari in più.

Il presidente ha  promesso di porre fine a guerre senza fine , ma questa azione ci mette sulla strada di un’altra”, ha affermato Sanders, mentre Warren ha definito l’attacco “spericolato” e ha sottolineato che la priorità degli Stati Uniti. “Deve essere per evitare un’altra guerra costosa.”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-senatori_esponenti_politici_statunitensi_condannano_assassinio_di_soleimani_porter_gli_usa_verso_una_guerra_disastrosa/82_32407/

 

Chi era il Generale Qasem Soleimani, ucciso barbaramente dagli USA?

Il generale di corpo d’armata Qasem Soleimani, caduto martire in un attacco statunitense in Iraq, ha svolto un ruolo di primo piano nella lotta contro le bande terroristiche. I media mainstream non hanno per nulla citato il suo ruolo fondamentale nella sconfitta dell’ISIS, ma l’hanno definito come colui che pianificava attacchi contro le ambasciate USA in Medio Oriente

All’alba, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (CGRI) dell’Iran ha confermato il martirio del comandante delle forze Quds, il tenente generale Qasem Soleimani, in un’operazione che non si può che definire terroristica ordinata dal presidente di Stati Uniti , Donald Trump, a Baghdad, capitale irachena.

Con diversi razzi Katiusha, gli elicotteri statunitensi hanno attaccato il terminal merci dell’aeroporto internazionale Muhamad Alaa di Baghdad. Di conseguenza, due veicoli delle unità di mobilitazione popolare irachena (Al-Hashad Al-Shabi, in arabo) hanno preso fuoco e il vice comandante generale Soleimani e Al-Hashad Al-Shabi, Abu Mahdi al-Mohandes , sono caduti martiri.

Ecco alcuni cenni biografici sulla vita del potente comandante persiano. I nostri media lo hanno dipinto come colui che pianificava attacchi contro le ambasciate USA, la mente dell’attacco alla legazione statunitense nei giorni scorsi a Bagdad. Soleimani era stato fondamentale nella sconfitta dell’ISIS in Siria e Iraq, aveva rafforzato negli anni Hezbollah e la Resistenza palestinese.

Soleimani era nato nel marzo del 1957 nella provincia di Kerman, nell’Iran sud-orientale. Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica (1979) divenne membro della CGRI.

All’inizio della guerra imposta dall’Iraq contro l’Iran (1980-1988), fu responsabile del comando di alcune unità iraniane e nel 1983 divenne comandante della 41a divisione Saralá, le cui forze giocarono un ruolo chiave in questa guerra.

Durante gli otto anni della Sacra Difesa, il generale di corpo d’armata Soleimani partecipò, come comandante, a molte importanti operazioni come Valfajr-8, Karbala-4 e Karbala-5, tra le altre.

Dopo la guerra, il potente e influente comandante persiano ebbe un ruolo di primo piano nella lotta contro il contrabbando ai confini orientali della Repubblica islamica. Pertanto, nel 1998 è stato nominato dal comandante della rivoluzione islamica dell’Iran, l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei, comandante delle forze Quds.

Tra i punti salienti della vita militare di Soleimani vi è il rafforzamento del movimento di resistenza islamica del Libano (Hezbollah) e dei gruppi palestinesi, in particolare nella guerra di 33 giorni tra Israele e Libano nel 2006, dove Hezbollah uscì stato vittorioso – e la vittoria dei palestinesi nell’aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza assediata tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009.

In effetti, il generale Soleimani è stato in grado di seguire efficacemente la strategia della Repubblica islamica per assistere i gruppi palestinesi nella loro lotta contro il regime di occupazione a Tel Aviv.

Con l’inizio delle crisi in Siria e Iraq e dopo la richiesta formale di Baghdad e Damasco in Iran di ricevere aiuti nella lotta contro il terrorismo, il comandante persiano ebbe una nuova missione: contrastare la minaccia terroristica dell’ISIS e del Fronte Al-Nusra in questi paesi arabi.

Ha anche svolto un ruolo di primo piano nell’organizzazione di Al-Hashad Al-Shabi – che fa parte delle forze armate irachene – e della Forza di difesa nazionale, un’unità formata nel 2012 e organizzata per conto del presidente siriano Bashar al-Asad, come una componente volontaria di riserva part-time dell’esercito siriano. Entrambi combattono contro i gruppi terroristici.

In effetti, lui e le sue forze, che andarono nei due paesi su richiesta ufficiale dei governi siriano e iracheno, impedirono la caduta di Damasco e Baghdad. Ha anche svolto un ruolo importante per la Russia, presieduta da Vladimir Putin, per unirsi alla lotta contro il flagello del terrorismo in Siria.

Forse uno dei principali obiettivi dei nemici per il rovesciamento di Damasco è quello di separare l’Iran e Hezbollah, ma con la sconfitta dell’ISIS con il sostegno delle forze Quds in Siria e Iraq, l’asse della Resistenza tra l’Iran è stato rafforzato , Iraq, Siria, Libano e Palestina.

Senza dubbio, ciò era contrario ai desideri degli Stati Uniti e Israele, tuttavia, sotto il comando di Soleimani sul campo di battaglia e con la formazione di mobilitazioni popolari in Siria e Iraq, questo rafforzamento è diventato realtà.

Il ruolo senza precedenti del generale Soleimani nella regione del Medio Oriente e lo scontro con i nemici gli è valso il titolo di “comandante fantasma”, “la persona più potente in Medio Oriente” e “l’incubo di Israele” per parte degli stati uniti e il regime di Tel Aviv.

Per l’effettiva presenza del comandante persiano sulla scena della lotta contro l’ISIS e la sconfitta di questa cospirazione sionista nella regione, l’Ayatollah Khamenei aveva concesso lo scorso marzo al tenente generale Soleimani il premio Zulfaqar , il più alto ordine militare in Iran. Fu il primo membro dell’esercito iraniano ad aver ricevuto una simile onorificenza dopo la rivoluzione islamica.

Il generale Soleimani aveva ricevuto  diverse minacce di morte,  in particolare, dal servizio di intelligence israeliano (il Mossad).

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-chi_era_il_generale_qasem_soleimani_ucciso_barbaramente_dagli_usa_dal_rafforzamento_di_hezbollah_e_della_resistenza_palestinese_il_suo_ruolo_nella_sconfitta_dellisis_in_siria_e_iraq/82_32405/

 

Media occidentali entusiasti della “nuova rivoluzione iraniana”, ma i sondaggi li smentiscono

Media occidentali entusiasti della “nuova rivoluzione iraniana”, ma i sondaggi raccontano una storia diversa sulle proteste

I dati di due sondaggi stranieri raccontano una storia molto diversa sulle proteste in Iran. L’economia è in cattive condizioni, ma la maggioranza degli iraniani sostiene le iniziative di sicurezza prese dal proprio governo e rifiuta lo sconvolgimento interno, secondo l’analista Sharmine Narwani

Segue l’analisi di Sharmine Narwani, commentatrice e analista della geopolitica del Medio Oriente. È un ex associata senior presso il St. Antony’s College, Università di Oxford e ha conseguito un master in Relazioni internazionali presso la Columbia University. Sharmine ha scritto editoriali per una vasta gamma di pubblicazioni, tra cui Al Akhbar English, New York Times, The Guardian, Asia Times Online, Salon.com, USA Today, Huffington Post, Al Jazeera English, BRICS Post e altri. Potete  seguirla su Twitter all’indirizzo @snarwani

Il 15 novembre, gli iraniani arrabbiati hanno iniziato a riversarsi nelle strade per protestare contro le improvvise notizie di un aumento del prezzo del carburante del 50%. Il giorno dopo, manifestazioni pacifiche si erano in gran parte dissipate, sostituite invece da folle molto più piccole di rivoltosi che hanno bruciato banche, distributori di benzina, autobus e altre proprietà pubbliche e private. In pochissimo tempo, le forze di sicurezza sono intervenute per reprimere la violenza e arrestare i rivoltosi, durante i quali è morto un numero non confermato di persone da entrambe le parti.

I commentatori occidentali hanno provato invano a spremere un po’ di succo dalle proteste di breve durata. ” I manifestanti iraniani colpiscono il cuore della legittimità del regime “, ha dichiarato Suzanne Maloney della Brookings Institution. France 24 ha posto la domanda, è questa “una nuova rivoluzione iraniana?” E il Los Angeles Times ha criticato la ” brutale repressione” dell’Iran contro il suo popolo.
Hanno anche afferrato un punto di vista geopolitico: le proteste nel vicino Libano e Iraq, basate quasi interamente sul malcontento interno popolare contro i governi corrotti e negligenti, hanno iniziato a essere lanciate come insurrezione regionale contro l’influenza iraniana.

E nonostante il fatto che Internet in Iran sia stato disabilitato per quasi una settimana, video e rapporti non verificati si sono curiosamente fatti strada fuori dagli account Twitter dei critici iraniani, sostenendo che i manifestanti chiedevano la morte del leader supremo, reclamando contro gli interventi dell’Iran in la regione e chiedendo la caduta del iregime’.

Chiaramente, le proteste iniziali furono autentiche,  un fatto che persino il governo iraniano ha ammesso immediatamente. Ridurre i sussidi alla benzina sul carburante più economico della regione è stato per anni un problema dell’agenda politica dell’Iran, che è diventato più urgente dopo che gli Stati Uniti sono usciti dall’accordo nucleare iraniano lo scorso anno e hanno iniziato a stringere di nuovo la morsa delle sanzioni contro l’Iran.

Per cercare di comprendere le reazioni iraniane negli ultimi dodici giorni, esaminiamo due sondaggi di opinione condotti congiuntamente dal Center for International and Security Studies dell’Università del Maryland al Maryland (CISSM) e dall’IranPolls con sede a Toronto nell’immediato periodo del 2017/2018 proteste / rivolte – e in maggio, agosto e ottobre 2019 , quando la campagna di ” massima pressione ” degli Stati Uniti era in piena attività.

Ciò che emerge immediatamente dal precedente sondaggio del 2018 è che gli iraniani erano frustrati da un’economia stagnante – e l’86% di loro si è espressamente opposto a un aumento del prezzo della benzina, il principale impulso per le proteste di novembre.

Ironia della sorte, l’aumento dei prezzi della benzina di questo mese doveva generare 2,25 miliardi di dollari, destinati alla distribuzione alle 18 milioni di famiglie più colpite dall’Iran. In effetti, il governo stava ammorbidendo la riduzione dei sussidi per il carburante con pagamenti ai cittadini più bisognosi del paese.

Il sondaggio del 2018 elenca anche i maggiori problemi ecnunciati degli intervistati, che vanno dalla disoccupazione (40%), all’inflazione e all’alto costo della vita (13%), ai bassi redditi (7%), alla corruzione finanziaria e all’appropriazione indebita (6%), all’ingiustizia (1,4% ), mancanza di libertà civili (0,3%), tra gli altri.

Questi numeri suggeriscono che le proteste del 2018 sono state in gran parte in risposta alle condizioni economiche interne – e non alle iniziative di politica estera dell’Iran o alla “repressione diffusa” che all’epoca era fortemente promossa dai media e dai politici occidentali.

La stessa Suzanne Maloney citata sopra sulle proteste di questo mese, ha insistito in un articolo del Washington Post del 2018 : ” Le persone non stanno solo dimostrando migliori condizioni di lavoro o retribuzioni, ma insistendo sul rifiuto globale del sistema stesso “.

In effetti, nel sondaggio del 2018, solo il 16% degli iraniani ha concordato con l’affermazione ” Il sistema politico iraniano deve subire un cambiamento fondamentale ” , con un enorme disaccordo del 77%.

Come le proteste di questo mese in Iran, anche le manifestazioni del 2017-18 si sono trasformate in piccole ma violente rivolte e le forze di sicurezza iraniane sono scese in strada per fermare il caos. Ma all’indomani di quegli eventi – e nonostante gli infiniti titoli stranieri sulla ” brutalità ” della reazione di sicurezza, gli iraniani si schierarono in modo schiacciante con il trattamento del governo da parte dei ribelli.

Il sessantatre percento degli intervistati nel 2018 ha dichiarato che la polizia ha usato una quantità adeguata di forza e un altro 11% ha dichiarato di aver usato “ troppa poca forza.”Complessivamente, l’85% degli iraniani ha concordato che” il governo dovrebbe essere più forte per fermare i rivoltosi che usano la violenza o danneggiano la proprietà “.

Questa reazione iraniana deve essere compresa nel contesto del vicinato molto insicuro dell’Iran, del terrorismo regionale spesso sostenuto da stati ostili e di un’escalation inarrestabile contro gli interessi iraniani dopo che Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti. La sua campagna di ” massima pressione ” ha solo peggiorato le cose, e gli iraniani si considerano in uno stato di guerra con gli Stati Uniti – in costante guardia contro sovversione, sabotaggio, spionaggio, intercettazioni, propaganda, infiltrazioni di frontiera, ecc.

All’inizio di questo decennio, le forze armate statunitensi hanno dichiarato Internet un “dominio operativo” della guerra e la guerra cibernetica è già stata ampiamente riconosciuta come la futura frontiera della battaglia nei conflitti. L’Iran è stata una delle prime vittime di questa nuova guerra, quando il sospetto virus Stuxnet USA / Israele ha interrotto il suo programma nucleare.

L’esercito americano ha creato stanze di guerra di militari dedicati alla manipolazione dei social media e alla promozione degli interessi della propaganda statunitense. L’esercito britannico ha lanciato una divisione “guerra sui social media” , il cui focus iniziale è il Medio Oriente. Israele si è unito al gioco della propaganda online , e i sauditi hanno recentemente investito molto nell’influenzare il discorso sui social media.

Non dovrebbe quindi sorprendere il fatto che il governo iraniano abbia chiuso Internet durante questa crisi. Aspettatevi che questo diventi la nuova normalità negli stati avversari statunitensi quando si sospetta il caos e le operazioni di informazione straniera.

I temi dei media occidentali di corruzione, repressione violenta, rifiuto popolare della Repubblica islamica e delle sue alleanze regionali sono stati coerenti dalle proteste del 2009 che sono seguite alle contenziose elezioni in Iran. Sono divampati brevemente all’inizio del 2011, quando gli stati occidentali erano ansiosi di una “primavera iraniana” per unirsi alla primavera araba, e sono diventati racconti popolari durante le proteste 2017-18 quando le piattaforme dei social media li hanno adottati ampiamente.

Questo novembre, quelle narrazioni sono sorte di nuovo in superficie. Esaminiamo quindi cosa hanno pensato gli iraniani di queste affermazioni in ottobre, quando la CISSM / IranPolls hanno pubblicato il loro ultimo sondaggio estremamente tempestivo.

Attività militari regionali dell’Iran

Il sessantuno per cento degli iraniani sostiene il mantenimento del personale militare in Siria per contenere militanti estremisti che potrebbero minacciare la sicurezza e gli interessi dell’Iran. I sondaggi condotti da marzo 2016 confermano la coerenza di questo punto di vista all’interno dell’Iran, con un costante due terzi (66%) degli intervistati che sostengono un aumento del ruolo regionale dell’Iran.

Alla domanda su cosa succederebbe se l’Iran accettasse le richieste statunitensi e ponesse fine alle attività del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) sanzionate dagli Stati Uniti in Siria e Iraq, il 60% degli iraniani pensava che Washington avrebbe richiesto più concessioni – solo l’11% pensava che avrebbe reso Stati Uniti più accomodanti.

Inoltre, il rapporto di ottobre 2019 afferma che gli atteggiamenti negativi nei confronti degli Stati Uniti non sono mai stati così alti nei 13 anni di CISSM / IranPoll nel condurre queste indagini in Iran. Un forte 86% degli iraniani non favorisce gli Stati Uniti, e coloro che affermano che la loro visione degli Stati Uniti è molto sfavorevole è salito alle stelle dal 52% nel 2015 al 73% oggi.

A loro potrebbe importare di meno che Washington abbia sanzionato l’IRGC e il suo comandante d’élite Quds Force Qassem Soleimani, che è la figura nazionale più popolare di coloro che sono stati interrogati, con otto iraniani su dieci che lo vedono favorevolmente. Semmai, un grosso 81% degli iraniani ha affermato che le attività del Medio Oriente dell’IRGC hanno reso l’Iran “ più sicuro. ”

Per quanto riguarda il ruolo dell’IRGC nell’economia domestica dell’Iran – un argomento preferito dai nemici occidentali che hanno scelto il gruppo militare come strumento maligno e corrotto dello stato – oggi il 63% degli iraniani ritiene che l’IRGC dovrebbe essere coinvolto “ in progetti di costruzione e altre questioni economiche , “Oltre a continuare il loro ruolo di sicurezza. In tempi di crisi, sono visti come un’istituzione vitale: l’IRGC e le forze armate iraniane hanno segnato il massimo dei punti con il pubblico (rispettivamente l’89% e il 90%) per aiutare la popolazione durante le inondazioni paralizzanti della scorsa primavera, che hanno costretto a spostare mezzo milione di iraniani.

Economia e corruzione

Il settanta percento degli iraniani considera la loro economia “cattiva” oggi, una cifra che è rimasta sorprendentemente coerente negli ultimi 18 mesi, nonostante l’imposizione delle sanzioni statunitensi lo scorso anno. La maggioranza incolpa la cattiva gestione e la corruzione interna per i loro problemi economici, ma un numero crescente incolpa anche le sanzioni statunitensi, motivo per cui il 70% degli iraniani preferisce puntare sull’autosufficienza nazionale piuttosto che sull’aumento del commercio estero.

Alla domanda sull’impatto (delle sanzioni) sulla vita della gente comune, l’ 83% degli iraniani concorda sul fatto che la loro vita abbia avuto un impatto negativo. Stranamente, da quando gli Stati Uniti sono usciti dal JCPOA, il pessimismo economico è sceso dal 64% nel 2018 al 54% lo scorso mese, principalmente, secondo il sondaggio, perché gli iraniani ritengono che gli Stati Uniti non possano realisticamente esercitare pressioni sull’Iran molto più che con sanzioni. Di conseguenza, il 55% degli iraniani incolpa la cattiva gestione economica e la corruzione della povera economia iraniana contro il 38% che punta il dito contro le sanzioni e le pressioni straniere.

La colpa di gran parte di questa cattiva gestione e corruzione è imperniata sull’amministrazione del presidente Hassan Rouhani, i cui numeri dei consensi sono scesi sotto il 50% per la prima volta, per raggiungere il 42% questo agosto. Il cinquantaquattro percento degli iraniani pensa che il suo governo non stia provando molto a combattere la corruzione.

Al contrario, il 73% ritiene che la magistratura iraniana sia molto più impegnata nella lotta alla corruzione economica, in crescita del 12% da maggio.

Sul fronte economico, sembra che gli iraniani siano stati in gran parte delusi dalle promesse e dalla visione di questa amministrazione, che potrebbe beneficiare i suoi oppositori nelle prossime elezioni parlamentari. L’aumento delle tasse sul carburante di due settimane fa è stato un male necessario e una mossa coraggiosa da parte di Rouhani, nonostante la cattiva gestione della sua amministrazione pubblica. Sfortunatamente, è improbabile che gli iraniani, che da anni si sono scagliati contro la rimozione dei sussidi, perdonino presto.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-media_occidentali_entusiasti_della_nuova_rivoluzione_iraniana_ma_i_sondaggi_raccontano_una_storia_diversa_sulle_proteste/5871_31921/