Caro ministro, veramente non si può manifestare con lo striscione “nazionalizzare”?

Vorrei sapere dal ministro dell’interno Luciana Lamorgese se rispondano al vero le accuse del gruppo M-48.

Secondo il quale nel corso di una manifestazione a Genova contro i Benetton sarebbe stato loro imposto dalla Digos di togliere uno striscione con la scritta “Nazionalizzare”, con la scusa che fosse “divisivo”.

Tipicamente, la notizia ha avuto pochissima eco sulla stampa e nessun intellettuale si è stracciato le vesti in diretta tv per denunciare l’eventuale abuso.
Ricordo al ministro che l’articolo 98 della Costituzione afferma che i pubblici impiegati, inclusi dunque i funzionari delle forze di polizia e i dipendenti del suo ministero, “sono al servizio esclusivo della Nazione”, non delle corporation, dei miliardari o di chi metta i propri interessi privati al di sopra di quelli collettivi, né dei partiti che più o meno apertamente si adoperino per indebolire l’autorità dello Stato e minare la sovranità del Paese, neanche se facciano parte del governo. Divisivo è caso mai l’atteggiamento di chi proponga di privatizzare i beni comuni e in nessun caso quello di chi chieda che tali beni tornino a essere patrimonio della Nazione e sotto il diretto controllo dello Stato, ossia di tutti i cittadini italiani.

di Francesco Erspamer

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-caro_ministro_veramente_non_si_pu_manifestare_con_lo_striscione_nazionalizzare/27802_33165/

 

Alitalia e Air Italy: basta privati, le rotte aeree tornino in mano pubblica

Nel post del 10 febbraio ci siamo chiesti come mai Alitalia, giudicata la compagnia più efficiente d’Europa, capace di compiere il percorso Milano Malpensa New York con un’ora di anticipo rispetto alle altre compagnie, si trovi in situazioni finanziarie prossime al fallimento.

Abbiamo posto in primo piano la situazione economica generale e, privilegiando il principio di buona fede, abbiamo messo come causa di secondo ordine la cattiva gestione dell’impresa.

Oggi, le notizie che ci provengono dalla stampa ci fanno mettere invece in primo piano, purtroppo, il comportamento dei manager della nostra compagnia di bandiera.

Non ci esprimiamo in termini di giudizio sull’operato altrui, perché, secondo l’articolo 27 della Costituzione, l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva, ma, ponendo solo come ipotesi quello che si legge dai giornali, possiamo pensare che questi manager sono stati effettivi traditori della patria.

Gli amministratori delegati e i commissari che si sono succeduti nella gestione dell’azienda hanno commesso, sempre a quanto ci dice la stampa, falsi in bilancio e altri reati per favorire la compagnia araba Ethiad, alla quale Alitalia ha dovuto cedere le rotte più remunerative, spogliandosi dei grandi guadagni che con quelle rotte si ottengono.

Ethiad era compartecipe della compagnia Alitalia al 49%, che è la quota massima stabilita dall’Unione europea, ma in realtà era l’effettivo padrone della compagnia stessa e i governi Letta e Renzi non si sono mai accorti di questa sottrazione fraudolenta dei nostri profitti.

Altro colpo decisivo contro l’economia italiana è derivato dall’improvvisa liquidazione di Air Italy, anche questa compartecipata dagli arabi al 49%, ma, in effetti, in proprietà solitaria degli arabi stessi.

I sindacati si erano accorti di questa anomalia e l’avevano più volte segnalata ai governi, ma questi hanno sempre fatto orecchie da mercante.

Ora la situazione è gravissima, soprattutto perché vanno sul lastrico migliaia di famiglie.

Per evitare questo effetto occorre ricercare le cause. E le cause, come sempre abbiamo sottolineato, si riassumono in una sola: la “privatizzazione” di tutto il settore aereo.

Questo è il vero reato politico che sta a monte di tutti gli altri. Infatti i manager, i commissari, i rappresentanti di aziende straniere, hanno potuto agire indisturbati proprio perché membri di società private praticamente sottratte al controllo pubblico, cioè a un controllo penetrante e obiettivo che avrebbe potuto sradicare il male sin dalle sue radici, con provvedimenti che vanno dalla semplice censura alla destituzione.

Con la privatizzazione, invece, lo Stato si è privato di questi poteri e non ha altra arma se non quella di far ricorso al giudice civile aspettando i lunghi termini di tale tipo di processo. Solo en passant ci chiediamo cosa avrebbe potuto fare l’Italia se il corona virus fosse scoppiato nel nostro paese, il quale è stato privato del suo intero patrimonio pubblico cedendolo a persone incapaci e corrotte.

Cosa che invece la Cina è stata capace di fare costruendo ospedali da 1000 posti in sette giorni, poiché l’intero patrimonio pubblico nazionale è in mano dello Stato.

L’esempio è calzante per affermare che la soluzione più semplice per quanto ci riguarda è quello di nazionalizzare immediatamente Alitalia e Air Italy, tenendo presente che per tenere in vita Alitalia in una condizione che prelude inesorabilmente al fallimento, stiamo spendendo più di quanto occorre per la sua nazionalizzazione.

A questo punto, considerata l’inefficienza assoluta della nostra politica, non resta al Popolo che agire in prima persona, esercitando il suo “potere negativo” che la Costituzione gli concede attraverso il riconoscimento dello sciopero generale e la possibilità di ricorrere alla Corte costituzionale.

Agli scioperi penseranno i sindacati. Ai ricorsi in via incidentale alla Corte Costituzionale dovranno pensarci i giuristi, tenendo presente che, come sopra si diceva, le principali leggi incostituzionali da annullare sono quelle che hanno prodotto le “micidiali privatizzazioni”. Tali leggi sono contro gli interessi del Popolo italiano e a favore della finanza straniera, come dimostrano i fatti sopra elencati.

Dunque esse contrastano innanzitutto con l’articolo 1 della Costituzione, perché impediscono ai rappresentanti del popolo (sempre che si tratti di persone oneste) di esercitare i poteri sovrani in settori dell’economia che appartengono per Costituzione all’intero Popolo italiano. Esse inoltre violano in modo plateale gli articoli 41 e 42 della Costituzione (che sembra non legga nessuno ) che proteggono il patrimonio pubblico e prevedono la sua prevalenza costituzionale sulle proprietà private.

Si tratta dei servizi pubblici essenziali, tra i quali il servizio aereo, e della produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, la quale, come è noto, riguarda l’elettricità, i carburanti e l’acqua (bene assolutamente primario anche sotto gli aspetti della vita personale di ciascun cittadino), i quali, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione e nella situazione che si è venuta a creare, devono essere assolutamente in mano pubblica o di Comunità di lavoratori o utenti.

Intanto si spera che la magistratura faccia il suo corso, ricercando anche le cause remote di questo immane disastro.

di Paolo Maddalena (Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alitalia_e_air_italy_basta_privati_le_rotte_aeree_tornino_in_mano_pubblica/82_33046/

 

“Bisogna nazionalizzare immediatamente Alitalia”

Il governo italiano continua a spendere 1,1 milioni di euro al giorno per far funzionare Alitalia. È un assurdo, le rotte aeree, nelle compagnie ben organizzate, producono fior di quattrini e Alitalia invece, con i suoi commissari di governo, fa perdere agli italiani più di un milione al giorno. A questo punto è questione di tempo, bisogna nazionalizzare immediatamente la nostra compagnia di bandiera. È inutile e dannoso cercare partner europei e non, perdendo i profitti di un servizio pubblico essenziale che sarebbero senz’altro molto alti e remunerativi per gli italiani (l’articolo 43 della Costituzione riserva allo Stato, a Enti pubblici o a comunità di lavoratori e di utenti le imprese che si riferiscono ai servizi pubblici essenziali, come il servizio aereo).

D’altronde lo sperpero di questo denaro buttato al vento potrebbe facilmente configurarsi come aiuto di Stato vietato dai Trattati europei, i quali, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non vietano le nazionalizzazioni. Insomma ottusamente l’Italia sperpera il denaro, contraddice il diritto europeo e impoverisce la nazione con un’azione di vero e proprio mal governo. Si tenga presente che il denaro speso per non risolvere nulla avrebbe ampiamente consentito la nazionalizzazione di Alitalia già da molto tempo, se non ci foste stata l’incuria e la poca diligenza dei nostri governi.

di Paolo Maddalena

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bisogna_nazionalizzare_immediatamente_alitalia/82_32233/

 

“E’ il momento della rinascita dell’IRI”

L’esperimento, durato fin troppo, delle privatizzazioni, sostenute da soggetti le cui menti sono state sviate dal pensiero neoliberista, è arrivato alla resa dei conti.

Quanto all’Ilva, siamo in una situazione di temporanea stagnazione. Quanto all’Alitalia, invece, valgono le parole di Conte, secondo il quale la soluzione di mercato è sicuramente inattuabile. Dunque, non ci sarebbe altro sbocco se non la svendita o il fallimento.

Oggi, secondo le ultime stime, il prezzo di Alitalia per sua la vendita si agirebbe intorno a un miliardo di euro, mentre le Stato italiano, per sostenere una situazione priva di un qualsiasi piano di sviluppo dell’azienda, ha speso oltre 10 miliardi di euro.

Eppure Alitalia fattura ogni anno tre miliardi di euro, i quali però non sono sufficienti per coprire i costi. Dal che si deduce che, a parte l’enorme somma che è gravata sul Popolo italiano, inutilmente spesa per tenere in piedi l’azienda, il controllo dello Stato sull’attività imprenditoriale di Alitalia non è stato sufficiente per evitare il suo crollo, in quanto è mancata una visione ad ampio raggio che svolgesse una politica aziendale tale da riportare in pareggio i conti dell’azienda.

È qui che si riscontra il fallimento del sistema economico predatorio neoliberista e la necessità di tornare al sistema economico produttivo di stampo keynesiano.

Se il privato non è in grado, nonostante i consueti controlli, di gestire l’azienda nel modo dovuto, non c’è altra via che la sostituzione della direzione privata con quella pubblica. A questo punto si rivela in tutta la sua gravità la sconcertante liquidazione dell’Iri, costituita nel 1933 e soppressa illogicamente nel 2000, dopo una campagna menzognera sulla inefficienza del settore pubblico.

L’Iri è stato un istituto che ha dato ottimi frutti e soltanto soggetti ottenebrati dal pensiero neoliberista possono auspicarne la distruzione. È necessario, oggi, avere una istituzione statale, si chiami Iri, agenzia, o altro, capace di approfondire la situazione delle singole imprese nel quadro di un’ampia politica economica dell’Italia. Politica che è venuta meno poiché, i governi, condizionati dal peso imposto dall’Europa, della cosiddetta austerity, si sono preoccupati soltanto del pareggio di bilancio, furtivamente inserito in Costituzione dal governo Monti nel 2012.

Se si confrontano le spese a vuoto che hanno fatto carico al Popolo italiano per ottenere alla fine soltanto un probabile fallimento di Alitalia, con le spese necessarie per la nazionalizzazione dell’azienda (circa un miliardo) e per il risanamento della sua situazione economica (assolutamente certa nel quadro di una nuova politica economica dello Stato), si capisce bene che per gli italiani, come ha sostenuto Stefano Fassina, d’accordo con la CGIL, la soluzione migliore è quella della summenzionata nazionalizzazione, unitamente alla costituzione di un istituto pubblico paragonabile al vecchio Iri.

È inutile perdere altro tempo.

Costi quel che costi, occorre ora un colpo di schiena per non perdere una importantissima fonte di ricchezza nazionale, che impoverirebbe ulteriormente la Comunità politica italiana, a tutto favore di famelici faccendieri italiani o di ciniche multinazionali straniere.

Altro argomento posto in risalto dalla stampa odierna, è quello relativo alla prescrizione dei reati, che non scatterebbe più dopo il primo grado di giudizio, e quello relativo ai vari sistemi per ottenere l’immediato pagamento da parte di debitori dello Stato.

Si tratta di provvedimenti affetti da aberratio ictus, cioè da errore nel colpire il vero responsabile. Infatti la imprescrittibilità dei reati, che comporta notevoli disagi nel funzionamento della giustizia, è dovuta alla lentezza dei processi (a nostro avviso sarebbe sufficiente abrogare la legge Berlusconi che ha dimezzato i termini prescrizionali), mentre il pignoramento dei conti in banca, per il mancato pagamento anche di piccole somme, come le multe stradali, colpisce i singoli a causa della lentezza delle procedure amministrative.

Si deve rilevare a questo riguardo che il progetto di legge in questione prevede, tra l’altro, anche una disparità di trattamento tra lavoratori indipendenti e lavoratori dipendenti.

Infatti, a parte il fatto che, anche per minime somme, verrebbe pignorato l’intero conto corrente bancario, è previsto che per il disimpegno delle somme dei lavoratori autonomi, avverrebbe con il pagamento di quanto dovuto, mentre lo stesso disimpegno in riferimento al lavoratore dipendente, avverrebbe soltanto a seguito di pronuncia giurisdizionale.

I lavoratori dipendenti in altri termini verrebbero privati dei loro mezzi di sussistenza per un tempo indefinito.

Vien fatto di chiedersi, ma i nostri governanti conoscono, almeno sommariamente, i principi fondamentali della nostra Costituzione?

di Paolo Maddalena  (Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-paolo_maddalena__e_il_momento_della_rinascita_delliri/11_31913/

 

La battaglia sull’ILVA di Taranto

Ci sono vari modi di considerare la questione dell’Ilva di Taranto. Uno è quello prettamente sindacale a cui sono legate le sorti di oltre 10.000 operai più l’indotto che ne occupa 5000 e qui la questione non è solo sindacale, ma coinvolge anche la salute degli operai siderurgici e della città di Taranto, in particolare i quartieri adiacenti lo stabilimento, come quello di Tamburi.

La soluzione di questo diabolico rebus non è stata trovata. E’ prevalsa la logica produttivistica senza un vero progetto di riconversione dell’area industriale che risolvesse realmente, e non con palliativi, le due questioni sul tappeto: l’occupazione e la salute dei cittadini tutti, compresi ovviamene gli operai.

Si è scelta quindi una soluzione pasticciata che, oltre a ridurre il numero degli operai, preteso da Arcelor-Mittal per acquisire l’Ilva, non garantiva né l’occupazione né la salute. Di Maio, allora al MISE e i confederali e i loro associati avevano però fretta di concludere. Il ministro 5 Stelle per portare a casa un risultato che lo salvasse dall’accusa di inerzia e perchè aveva trovato una situazione già predeterminata e i confederali e soci perchè il loro contrattualismo a prescindere fa parte del mestiere di sindacati di sistema.

Tutto questo però non è bastato perchè ha dovuto fare i conti con la logica che sovraintende una multinazionale come Arcelor-Mittal che preferisce magari reinvestire in India, dove questioni ambientali e costo del lavoro non sono un problema, e rileva impianti produttivi anche solo per togliere di mezzo la concorrenza.

Questa dell’Ilva è la storia di una delle tante operazioni a cui le multinazionali ci hanno abituati in questi anni, ma nel contesto italiano la vicenda ha messo in evidenza una necessità di lotta politica e di riaffermazione del ruolo dello stato nell’economia. Perchè, anche se la ‘sinistra’ di varia estrazione non sembra essersene accorta, attorno alla vicenda dell’Ilva si è scatenata una battaglia furiosa tra la corrente liberista e quelli che invece pretendevano che certe regole ai padroni fossero imposte anche se si tratta di una multinazionale.

In campo sono scesi, sul versante liberista, la destra al completo, uno scatenato Renzi, il presidente di Confindustria Boccia, i giornaloni e le televisioni di regime nonchè, con una posizione ipocritamente centrista, il PD e i sindacati confederali che volevano a tutti i costi ripristinare lo scudo penale dando così ragione, contro ogni buon senso, ad Arcelor-Mittal.

I fautori della soluzione liberista – produrre a tutti i costi, accettare di ridurre la manodopera e continuare a inquinare – per ora sono stati sconfitti, salvo colpi di scena che sono possibili data la posta in gioco. Il fronte liberista non può accettare facilmente una sconfitta così cocente, magari facendo ricorso a Mattarella.

Se le cose non sono andate finora nel senso voluto da Arcelor-Mittal e dai liberisti di casa nostra dobbiamo darne atto al movimento 5 Stelle che ha mantenuto il punto sullo scudo penale e all’intervento tempestivo e deciso della magistratura non appena si sono scoperte le carte. In questo contesto hanno brillato per la loro assenza gli antiliberisti ideologici, come avevamo già potuto registrare del resto a suo tempo per quota 100 e il reddito di cittadinanza.

La questione dell’Ilva pone però un altro problema di fondo che è di politica economica e di indirizzo strategico dell’economia italiana. Come abbiamo sovente sostenuto, non è possibile difendersi solo stando nella trincea del modo di impostare le leggi di bilancio. Non basta questo per superare i problemi di uno sviluppo equilibrato e per difendere i lavoratori. Ci vuole un governo dell’economia che non sia legato agli interessi delle multinazionali e a un indirizzo di politica internazionale che blocca le relazioni dell’Italia col mondo e impone la condivisione imperialista degli embarghi. Lotta contro l’ideologia liberista, indirizzo dell’economia italiana non dominato dal profitto, nuove aperture a relazioni internazionali non legate alla logica imperialista sono le coordinate di un nuovo progetto a cui dovrebbe corrispondere la nascita di una forza politica che lo sappia gestire. Questo è il compito che spetta ai comunisti.

Aginform
19 novembre 2019

“Tutti giovani” (28/02/2013)

Venerdì 22 febbraio nella stracolma piazza San Giovanni a Roma si sentivano da parte dei giovanissimi discorsi identici a quelli dei meno giovani accomunati dalle medesime idee libertarie e progressiste.

Questo contenuto è ospitato da AmbienteWebTv