Julian Assange accusato di essere uno strumento russo per giustificare la sconfitta di Hillary Clinton contro Trump

Julian Assange ha pubblicato i file di DNC nel 2016 non a causa dei legami con la Russia, ma poiché desiderava sempre la verità, ha dichiarato John Shipton ricordando i momenti chiave della vita di suo figlio in un’intervista nel documentario di RT

Le affermazioni dei servizi segreti statunitensi secondo cui Assange ha ricevuto le e-mail del Comitato nazionale democratico del 2016 trapelate direttamente dal Cremlino sono “assurde”, ha affermato Shipton.

WikiLeaks ha pubblicato i file, che hanno rivelato la propensione del DNC contro il candidato Bernie Sanders e alla fine è costato caro a Hillary Clinton nella corsa presidenziale contro Donald Trump. All’epoca, Assange era rinchiuso nell’ambasciata ecuadoriana a Londra.

Mentre era nell’ambasciata, Julian era “la persona più visitata al mondo”, con chiunque entrasse nella struttura fotografata e registrata dai servizi segreti britannici ed ecuadoriani. In tali circostanze, è semplicemente “impossibile” immaginare che avrebbe potuto avere contatti con l’intelligence russa, ha sottolineato Shipton.

È solo uno stratagemma completamente politico: poni il peso del fallimento di Hillary Clinton sulla Federazione Russa e su Wikileaks.

Shipton ha affermato che le accuse sui legami di suo figlio con la Russia erano le stesse di “avvelenamento da Skripal – un altro ridicolo scandalo dell’MI6″. L’ex doppio agente Sergey Skripal e sua figlia sono stati presumibilmente avvelenati con un agente nervoso a Salisbury, nel Regno Unito nel 2018, con la Gran Bretagna che incolpa la Russia per l’incidente, ma non si preoccupa mai di fornire alcuna prova per confermare le accuse.

Imparare WikiLeaks davanti a una tazza di tè

Il sito web degli informatori WikiLeaks è stato lanciato da Assange nel 2006, ma Shipton sapeva già in anticipo dei piani di suo figlio.

“Julian era a casa mia e stavamo bevendo una tazza di tè. E Julian ha detto che mi piacerebbe iniziare un Wiki. E questo Wiki si preoccuperebbe di file trapelati”, ha spiegato a RT. Assange non ha avuto problemi a ottenere la benedizione di suo padre per il progetto rischioso e ambizioso.

“Ho pensato che fosse una buona idea”, ha ricordato.

Quello che WikiLeaks ha fatto è stata “una novità” in quanto ha permesso al pubblico di analizzare da soli i documenti originali, qualcosa che in precedenza era disponibile solo per i servizi di intelligence. Quei file trapelati hanno mostrato alla gente “come è fatto il mondo”.

L’ambasciata ecuadoriana si è trasformata da “centro culturale” in prigione

Nel 2012, Assange ha chiesto asilo politico all’Ecuador e si è trasferito presso l’ambasciata del paese a Londra. Temeva che il mandato d’arresto svedese per l’interrogatorio sulle accuse di aggressione sessuale, che ha negato con forza, avrebbe portato alla persecuzione politica e all’estradizione negli Stati Uniti.

All’ambasciata fu data una piccola stanza a Julian di circa “tre metri e mezzo per tre metri” . “Quindi aveva metà della stanza in cui dormire e metà della stanza da cui lavorare per WikiLeaks.”

Ma questo piccolo spazio è diventato rapidamente una sorta di “centro culturale”, ha detto Shipton. C’era un flusso costante di “persone brillanti” in visita a suo figlio, tra cui “registi e Lady Gaga … politici …” e altri.

Tutto è cambiato quando il presidente pro-USA Lenin Moreno ha sostituito Rafael Correa in Ecuador nel 2017. La piccola stanza di Assange “è diventata esattamente come una prigione”, ha detto suo padre.

I padroni di casa ecuadoriani hanno “allontanato gli avvocati … perquisito i visitatori … installato telecamere in ogni stanza, installando dispositivi vocali in ogni stanza”. Spesso si stavano “dimenticando” di fornire carta igienica o di dare da mangiare ai propri ospiti. Se Julian avesse voluto un incontro privato, avrebbe potuto farlo solo in bagno, ha aggiunto Shipton.

Shipton ha confessato di temere che la permanenza di suo figlio all’ambasciata “sarebbe finita nel peggiore dei modi”. Quelle paure si sono materializzate l’11 aprile dello scorso anno quando le autorità ecuadoriane hanno invitato la polizia britannica ad arrestare l’editore.

“Per vederlo, sai, dopo 18 mesi di torture e sette anni di reclusione e trascinato fuori da quei sette poliziotti. Non è la cosa migliore da vedere “, ha così parlato delle riprese di Assange messo su un furgone della polizia, che sono state fatte solo dall’agenzia video Ruptly di RT. “Sembrava molto vecchio, sì. Niente affatto più giovane. ”

Julian sta cercando di sembrare calmo, ma vedo la sua ansia

Le audizioni sull’estradizione di Assange dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dove è ricercato con accuse di spionaggio per le sue rivelazioni rischia decenni di prigione, sono attualmente in corso. Nel frattempo, le autorità del Regno Unito hanno posto l’editore nella famigerata prigione di massima sicurezza di Belmarsh, che secondo quanto riferito sta causando un pesante tributo alla sua salute.
“È dove tieni assassini, terroristi, e persone brutali. Non so perché abbiano messo lì Julian,”si è chiesto suo padre.
Shipton, che ha visitato per l’ultima volta suo figlio di 48 anni alla fine di febbraio, ha detto che Julian è “ora emaciato, è magro”.

Sta molto attento a non mostrare la sua angoscia davanti a me. No, non vuole turbare suo padre. Ma vedo che la sua ansia è grande.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_assurde_accuse_contro_julian_assange_di_essere_uno_strumento_russo_fatte_solo_per_giustificare_la_sconfitta_di_hillary_clinton_contro_trump/82_33450/

 

Mine: il passo indietro degli Stati Uniti

La nuova politica promulgata dal Dipartimento della Difesa Usa ne autorizza l’impiego in “circostanze eccezionali” anche fuori dalla penisola coreana. Cosa intanto può fare il nostro Paese. Un intervento del direttore della Campagna italiana contro questi ordigni.
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Il presidente palestinese Mahmoud Abbas: sospensione di “tutte le relazioni” con USA e Israele

La misura è presa dopo la presentazione di Donald Trump del suo “piano di pace”, ovvero il sedicente “accordo del secolo” per il Medio Oriente

Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas , ha dichiarato oggi che il suo paese ha interrotto ogni tipo di relazione con gli Stati Uniti. e Israele , dopo la recente presentazione del cosiddetto ” accordo del secolo ” da parte del presidente Donald Trump, che avrebbe dovuto stabilire la pace in Medio Oriente.

“Abbiamo inviato due lettere: una al Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e una agli Stati Uniti, dove abbiamo spiegato che la Palestina non avrà alcun rapporto con loro, nemmeno nel campo della sicurezza, perché respingono gli accordi precedenti e il diritto internazionale ” , ha annunciato Abbas durante una riunione straordinaria della Lega degli Stati arabi al Cairo (Egitto).

Riferendosi all ‘”accordo del secolo” – che tra l’altro prevede che Gerusalemme sia la capitale indivisibile di Israele – il presidente della Palestina ha affermato che non può essere la base per un futuro accordo di pace con Tel Aviv in nessun caso.

“Non voglio passare alla storia come il leader che ha venduto Gerusalemme” , ha spiegato Abbas. “Non c’è posto nemmeno per una parte dell’accordo americano al tavolo dei negoziati”, ha detto.

Ragioni per il rifiuto

Il leader palestinese ha spiegato le ragioni di questo rifiuto: “Questo piano di pace richiede che non ci uniamo alle organizzazioni internazionali, che abbandoniamo la sovranità sui territori, che rifiutiamo le decisioni internazionali , mentre le autorità di occupazione [Israele] demoliscono case quotidiane palestinesi per la costruzione di nuovi insediamenti “.

“Israele sarà considerato occupante e responsabile”, ha avvertito il leader palestinese. “Crediamo ancora nella pace”, ha aggiunto il presidente della Palestina, ma “non accetterò mai il piano di pace americano”, ha concluso.

In precedenza, Abbas aveva già descritto questo piano di pace come una “cospirazione” e aveva avvertito Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu che i diritti del popolo palestinese “non sono in vendita”.
La Lega degli Stati arabi ha deciso di sostenere  la posizione della Palestina sul piano di Trump e ha anche espresso il suo rifiuto del cosiddetto “accordo del secolo”.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_presidente_palestinese_mahmoud_abbas_annuncia_la_sospensione_di_tutte_le_relazioni_con_gli_stati_uniti_e_israele/82_32877/

Il ministro dell’Agricoltura statunitense in Europa. L’Italia non si pieghi al nuovo TTIP!

Settimana cruciale per il destino del Made in Italy agroalimentare con la visita del ministro statunitense Perdue in Europa. In ballo uno stock di oltre 40 miliardi di export italiano minacciato dai dazi americani

Il ministro dell’Agricoltura statunitense Sonny Perdue è in viaggio in Europa per consegnare un ultimatum del presidente Trump: o si approva in tempi lampo un trattato di liberalizzazione commerciale Usa-Ue che consenta a più prodotti agroalimentari americani di entrare nel mercato europeo, oppure caleranno nuovi dazi sull’Europa, a partire dall’Automotive tedesco. Il ministro, incontrando la stampa internazionale a valle del confronto con Janusz Wojciechowski (Agricoltura), Stella Kyriakides (Salute) e Phil Hogan (Commercio), ha spiegato che a Davos Trump e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno concordato di chiudere un accordo “in alcune settimane, non mesi” e che il commissario Hogan “deve convincere gli altri commissari e il Parlamento”.

La Commissione Ue ha ricevuto, infatti, dai Governi europei nella riunione di Consiglio del 21 marzo scorso –  nonostante un secco “no” del Parlamento – un nuovo mandato perché fossero “mossi i passi necessari a una rapida implementazione di tutti gli elementi della dichiarazione USA-UE del 25 luglio 2018” in cui Trump e la vecchia Commissione hanno dichiarato di voler rendere gli scambi transatlantici più facili e sostanziosi. Il primo tentativo in questa direzione, avviato dall’amministrazione Obama con la proposta di una Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), era stato interrotto dopo un’ampia protesta che aveva portato in piazza in tutta Europa centinaia di migliaia di cittadini, sindacati, organizzazioni di produttori, consumatori e ambientaliste. Le preoccupazioni, per il settore agroalimentare, riguardavano il prevedibile livellamento degli standard di protezione sanitaria e qualitativi attualmente rispettati in Europa, l’autorizzazione dei prodotti biotech per l’alimentazione umana, l’innalzamento dei livelli di tolleranza dei residui di pesticidi e antibiotici negli alimenti. Il TTIP prevedeva, in più, compresenza a pari titolo nel mercato statunitense ed europeo dei prodotti-campione del Made in Italy gastronomico – prosciutto, parmigiano, Asiago e molti altri ancora – con le loro storiche ‘copie’ a stelle e strisce, come richiesto e ottenuto dalle corporation del settore d’Oltre Oceano, e osteggiato con allarme anche da Coldiretti.
Il mandato doppio oggi in mano alla Commissione le consente di esplorare, da un lato, come evitare l’imposizione di nuovi dazi attraverso la concessione agli stati Uniti di quote di ingresso più sostanziose di quelle attuali per quasi tutti i suoi prodotti eccetto quelli agricoli, per evitare una nuova insurrezione di produttori e consumatori. Dall’altro Bruxelles può capire, per abbattere i costi per gli esportatori, come avvicinare le due sponde dell’Atlantico rispetto agli standard produttivi e alle regole di protezione di lavoratori, ambiente e consumatori-utenti, che stando alla valutazione della Commissione stessa rappresentano fino a circa il 70% degli ostacoli normativi attuali al commercio tra Usa e Ue.

Oggi Perdue arriva in Italia e ha in agenda una serie fitta di incontri con i vertici della Fao, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di agricoltura, e con imprese del settore agroalimentare, mentre domani, dopo un incontro con il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, parteciperà a un “cooking pasta show” dove prodotti a stelle e strisce interpreteranno le ricette-simbolo della tradizione italiana. Perché questa “improvvisata”? Lo ha spiegato lo stesso Perdue a Bruxelles: il commissario Hogan avrebbe “riconosciuto che dobbiamo conciliare il deficit di 10-12 miliardi di dollari con l’UE” relativamente agli scambi di prodotti agricoli. A questo proposito, ha detto Perdue, Trump sarebbe “completamente concentrato” (laser-focused) “sulla chiusura di quel deficit commerciale agricolo con il blocco europeo”. Ma per ottenerlo ha bisogno del sostegno dell’Italia per contrastare l’opposizione frontale del Governo Macron, che si oppone a qualunque concessione a Trump a seguito del suo disimpegno dall’Accordo di Parigi sul clima. Quali concessioni chiede Washington? I due punti principali sono un allentamento delle maglie delle norme sanitarie e fitosanitarie, così come dei limiti massimi consentiti di residui di pesticidi e altre sostanze chimiche nel cibo, oltre al cambio della legislazione europea sugli OGM per consentire il commercio di alimenti geneticamente manipolati, soprattutto se prodotti con le nuove tecniche di creazione varietale (in particolare quella denominata CRISPR).
Su questi ultimi, però, è stata emessa una sentenza della Corte di Giustizia Europea che obbliga i prodotti di queste nuove tecniche a sottostare alle normative vigenti in tema di organismi geneticamente modificati, quindi l’esclusione dall’alimentazione umana e la segnalazione in etichetta, di cui gli Stati Uniti contestano la validità. Perdue ha spiegato, infine, senza timidezze, che l’approccio complessivo alla sicurezza vigente in Europa non è accettabile, e la nuova Commissione Von der Leyen deve abbandonare il principio di precauzione, vincolante secondo l’articolo 191 del Trattato di funzionamento dell’Unione (TFEU), per basarsi su “una più solida scienza”. Secondo importanti studi legali che si occupano di diritti ambientali, in caso di (frequente) mancanza di certezze scientifiche che garantiscano la sicurezza, in Europa si adottano più efficacemente misure di tutela precauzionale a difesa di cittadini e ambiente, mentre negli Usa l’onere della prova, e i suoi costi, sono affidati ai cittadini, quindi in concreto quasi impraticabili, come lamentano anche le organizzazioni di consumatori Usa.
Ora la palla passa al Governo italiano, chiamato a decidere se cedere al ricatto di Trump che minaccia con nuovi dazi 40,5 miliardi di export agroalimentare Made in Italy, oppure dare battaglia, rispettando gli impegni assunti con associazioni e sindacati, di nuovo sul piede di guerra, da tutti i parlamentari M5S e LeU, ma anche da alcuni del Pd, in campagna elettorale.

di Monica Di Sisto

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_ministro_dellagricoltura_statunitense_in_europa_per_lultimatum_di_trump_litalia_non_si_pieghi_al_nuovo_ttip/82_32840/

Palestina. La grande truffa dell”Accordo del secolo’ di Trump, punto per punto

Il piano prevede la creazione di due stati indipendenti, ma limita notevolmente la sovranità della Palestina in cambio di alcune concessioni territoriali di Israele

Ieri, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il suo piano di pace per il conflitto israelo-palestinese, un piano che ha definito “l’accordo del secolo”.

Il testo preparato dalla Casa Bianca è stato pubblicato  sul suo sito ufficiale e lodato dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu come “un grande piano per Israele”. Le autorità palestinesi, d’altra parte, hanno  respinto  la proposta quasi immediatamente. Diamo un’occhiata alle sue disposizioni principali.

Questioni territoriali

Gli autori del documento affermano che una vera pace tra le due nazioni può essere concordata solo dopo aver risolto i gravi problemi territoriali che provocano la divisione del territorio palestinese e l’esistenza delle enclavi israeliane in Cisgiordania.

“Qualsiasi proposta di pace realistica richiede che lo Stato di Israele assuma un significativo impegno territoriale che consenta ai palestinesi di avere uno stato praticabile, rispettare la loro dignità e rispondere alle loro legittime aspirazioni nazionali”, si legge nel piano.

La proposta presuppone l’ aumento del territorio palestinese e la creazione di due aree di dimensioni comparabili alla Striscia di Gaza a sud di questa enclave. Uno di questi sarà un’area di industria avanzata e l’altra, una zona agricola e residenziale. In cambio, 15 insediamenti israeliani saranno conservati in Cisgiordania.

Di conseguenza, il 97% degli ebrei e degli arabi vivrà in insediamenti direttamente collegati al resto del territorio dei loro paesi, prosegue il documento.

Gerusalemme

Il piano di Trump prevede che ” Gerusalemme rimanga la capitale sovrana dello Stato di Israele “. Durante il suo discorso che introduce il piano di pace, il presidente degli Stati Uniti ha ricordato che Washington aveva già riconosciuto tale status per la città nel dicembre 2017.

Allo stesso tempo, Trump ha indicato che il piano consente allo stato arabo di stabilire la sua capitale “nella sezione di Gerusalemme est situata in tutte le aree a est e nord dell’attuale barriera di sicurezza, tra cui Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis”. La sezione palestinese della città potrebbe essere chiamata con il suo nome arabo, Al Quds, o un altro nome determinato dallo Stato della Palestina, indica la proposta.

Washington aprirà una nuova ambasciata a Gerusalemme est se il suo piano di pace sarà accettato per risolvere il conflitto tra Israele e Palestina, ha aggiunto Trump.

Sovranità limitata della Palestina

Allo stesso tempo, il progetto prevede le dimissioni volontarie delle autorità palestinesi da una parte della loro sovranità.

“Una soluzione realistica darebbe ai palestinesi tutto il potere di governare se stessi, ma non i poteri di minacciare Israele. Ciò implica necessariamente limitazioni di alcuni poteri sovrani nelle aree palestinesi”, delinea il piano e i dettagli che le Forze di Difesa israeliano (IDF) controllerà lo spazio aereo sullo stato arabo e le acque territoriali della Palestina di fronte la Striscia di Gaza. Anche due attraversamenti al confine con la Giordania, che saranno inclusi nella rete stradale palestinese, saranno sotto il controllo israeliano.

“La sovranità è un concetto amorfo che si è evoluto nel tempo. […] L’idea che la sovranità sia un termine statico e costantemente definito è stato un ostacolo inutile nei negoziati precedenti. Preoccupazioni pragmatiche e operative che incidono sulla sicurezza. La prosperità è la cosa più importante “, spiegano gli autori del piano.

Infrastrutture ed economia palestinesi

In cambio della rinuncia parziale alla sua sovranità, il piano di Trump promette alla Palestina la creazione di considerevoli infrastrutture e la conseguente enorme crescita economica.

In particolare, è prevista la costruzione di un  tunnel sotterraneo per collegare le sue due parti, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, che finora non sono collegate tra loro. Lo Stato arabo avrà anche accesso ai porti israeliani di Ashdod e Haifa .

Si sostiene che, combinate con un massiccio investimento di fondi nello Stato palestinese, queste misure genereranno prosperità economica. Pertanto, gli autori del piano stimano che dopo i primi 10 anni di coesistenza dei due Stati, il PIL palestinese aumenterà più del doppio e il tasso di povertà diminuirà del 50%. È prevista la creazione di oltre un milione di posti di lavoro.

Rifugiati palestinesi

Nel 1948 e nel 1967, circa un milione di arabi fuggirono dalle loro case in Palestina all’avanzata dell’esercito israeliano. Attualmente, il numero di rifugiati e dei loro discendenti è stimato in circa 5 milioni di persone. La proposta di Trump cerca di privarli della possibilità legale di tornare in Israele.

“Non vi sarà alcun diritto al ritorno o all’assorbimento di rifugiati palestinesi nello Stato di Israele”, sottolinea il piano, che prevede tre opzioni per i rifugiati: ottenere il passaporto dello Stato palestinese, naturalizzarsi nel loro paese di residenza o trasferirsi in un altro Stato .

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-palestina_la_grande_truffa_dellaccordo_del_secolo_di_trump_punto_per_punto/82_32826/

Pino Arlacchi: “L’Europa per evitare il nucleare iraniano”

Ed eccola qui la vera risposta dell’Iran all’attacco delinquenziale appena subito: l’inizio di una ritirata dall’accordo nucleare del 2015, logica conseguenza del ritiro trumpiano del 2018 e dell’ inadempienza europea dei termini dell’accordo stesso.

É cominciata così una grande partita, dove disinformazione e crassa ignoranza regneranno sovrane, e dove l’attore cruciale sarà, nell’immediato, l’Unione Europea. Ma prima di arrivare a questo punto del discorso, é bene sfatare alcuni miti molto radicati nel circuito politico e mediatico.

A) Le bombe atomiche non sono illegali. Il tabù nucleare le ha condannate senza appello, ma è un tabù etico-politico, mai trasformatosi in un dettato giuridico vincolante. I pilastri della pace nucleare globale restano il cosiddetto equilibrio del terrore, cioè la certezza della distruzione reciproca dei contendenti della eventuale guerra atomica, e il Trattato di non proliferazione del 1970. Accordo tra i più deboli, perché ogni suo contraente lo può abbandonare con breve preavviso e senza penali. E fabbricarsi poi tutti gli ordigni che vuole nel pieno rispetto della legalità internazionale.

É ciò che ha fatto di recente la Corea del Nord, ed è ciò che l’ Iran potrebbe fare se le prossime elezioni (mancano pochi mesi) consegneranno ai conservatori la prevedibile vittoria sui riformisti attualmente al governo. Non si è riusciti finora a proibire formalmente – ripeto – le armi nucleari. Solo le armi chimiche e batteriologiche sono bandite da apposite Convenzioni, fatte rispettare da appositi enti di controllo.

B) L’Iran é in posizione di vantaggio. Il Trattato del 2015 stabiliva che le potenze firmatarie si impegnavano a togliere tutte le sanzioni e reintegrare l’Iran nell’economia globale, soprattutto europea, in cambio della rinuncia a sviluppare il nucleare bellico fino al 2030. Impegno rispettato dall’ Iran,ma non dall’Europa e dagli USA. Trump ha stracciato l’accordo appena eletto, e ciò non sarebbe stato male se l’intero capitale finanziario occidentale non si fosse poi piegato all’imposizione americana di escludere l’Iran da ogni rapporto finanziario con il resto del mondo.
Le imprese europee, italiane in testa, avevano iniziato a investire in un mercato tra più promettenti, ma hanno finito col cedere al ricatto dello Zio Sam per paura di vedersi tagliate fuori dal mercato USA. L’UE, a dire il vero, si è ribellata. Ha rifiutato con forza la pretesa di extra-territorialità delle sanzioni americane ed ha reso illegale per le imprese europee il rispetto delle stesse. Ma sul piano delle proposte alternative l’Unione non è andata oltre la creazione di un quasi ridicolo meccanismo di baratto con l’Iran, chiamato INSTEX. La sua inadempienza dell’accordo è rimasta perciò intatta.

C) La palla é ora nel campo dell’Europa. Cosa può accadere? Il corso USA e quello iraniano sono prevedibili perché largamente obbligati. Trump non può far altro che proseguire con la guerra ibrida in corso. E gli ayatollah con pieni poteri proseguiranno, come annunciato, lungo la strada del disimpegno dai patti nucleari. Con il probabile, per noi disastroso, esito di obbligare i paesi della regione, sauditi ed egiziani in primo luogo, a dotarsi anche loro della bomba.
Dopotutto, l’unica scelta razionale per proteggersi dall’attacco da parte di una potenza nucleare, è quella di farsi proteggere da una potenza analoga oppure di costruirsi il proprio ordigno. La fine di Gheddafi e di Saddam Hussein, attaccati e distrutti proprio perché non possedevano le armi nucleari e non facevano parte di alcuna NATO alternativa, continua ad ammonire tutti i governanti della regione.

Ma l’Europa potrebbe stoppare la corsa verso l’abisso decidendo di rendere effettivo l’impegno contratto con l’Iran nel 2015. Basterebbe creare un fondo speciale per il finanziamento degli investimenti in Iran dotato di capitalizzazione e procedure adeguate, sulla scia di quanto abbozzato dall’Italia nel 2017, per rassicurare gli iraniani sulla volontà di rispettare l’accordo, dimostrare di non aver timore degli Stati Uniti e riprendere il processo di pacificazione commerciale e politica interrotto da Trump.

Può sembrare troppo riduttivo, ma è così. Riarmo atomico e pace globale si trovano ad essere appesi ad una decisione di secondo ordine, perfettamente fattibile, da parte di soggetti su cui noi tutti dovremmo esercitare qualche influenza.

di Pino Arlacchi – Il Fatto Quotidiano

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pino_arlacchi__leuropa_per_evitare_il_nucleare_iraniano/82_32620/

Trump si vanta ancora di aver lasciato le truppe Usa in Siria per rubare il petrolio

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha concesso un’intervista a Fox News per discutere di vari argomenti, tra cui la Siria e il recente assassinio del comandante della forza Quds, il maggiore generale Qassem Soleimani.

Per quanto riguarda la Siria, l’inquilino della Casa Bianca si è vantato di aver lasciato le truppe statunitensi all’interno del paese arabo per prendere il petrolio, nonostante le obiezioni del governo siriano.

“E poi dicono ‘ha lasciato truppe in Siria’, sai cosa ho fatto? Ho lasciato le truppe per prendere il petrolio. Ho preso il petrolio. Le uniche truppe che ho stanno prendendo il petrolio. Stanno proteggendo il petrolio. Ho preso il controllo del petrolio ”, si è vantato Trump prima di essere interrotto dall’intervistatore della Fox News (video sotto).

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-video_trump_si_vanta_ancora_di_aver_lasciato_le_truppe_statunitensi_in_siria_per_rubare_il_petrolio/82_32561/

Gli USA si preparano ad omicidi mirati anche nel Donbass?

Lugansk e Donetsk sono sempre stati l’Ucraina e presto torneranno alla sua struttura – questo afferma il rappresentante della diplomazia statunitense
William Taylor, ex responsabile commerciale degli Stati Uniti, ha affermato che Donetsk e Lugansk sono sempre stati pertinenti all’Ucraina, i russi dovrebbero andarsene, ha osservato che l’interesse per l’Ucraina si è rinnovato negli Stati Uniti.

“L’Ucraina è tra le prime notizie, l’Ucraina è un argomento prioritario al Congresso. Sia il popolo americano che i suoi rappresentanti eletti al Congresso oggi sanno molto di più sull’Ucraina di quanto non facessero tre o quattro mesi fa. E questo è molto buono. Sanno dove si trova l’Ucraina. Sanno che l’Ucraina è in guerra con la Russia. Sanno che l’Ucraina è una giovane democrazia, che deve affrontare molte sfide e che vuole far parte dell’Europa … Questo è molto buono. E so che gli americani vorrebbero che l’Ucraina avesse successo. So che il Congresso degli Stati Uniti vuole vedere il successo dell’Ucraina. Entrambe le parti: repubblicani e democratici “, ha detto Taylor.

Il diplomatico ha sottolineato che la stragrande maggioranza dei partiti e dei politici negli Stati Uniti vogliono che l’Ucraina “sconfigga i russi, rimuova i russi dal Donbass”, che presumibilmente è sempre stata l’Ucraina.

Il rappresentante del Dipartimento di Stato afferma inoltre che gli abitanti del DPR e LPR vogliono che la guerra finisca alle condizioni dell’Ucraina con la completa assimilazione dell repubbliche del Donbass.

“Per tutti i cittadini ucraini è importante capire che anche le persone che vivono nel Donbass sono ucraine. E che faranno di nuovo parte dell’Ucraina. Dovrebbero far parte dell’Ucraina quando i russi se ne andranno. Abbiamo proposto e sostenuto un processo di dialogo tra i residenti del Donbass occupato e coloro che vivono in altre regioni. Non c’è molta differenza tra queste due categorie di persone.
Entrambi i gruppi vorrebbero che la guerra finisse alle condizioni ucraine (?). Entrambi i gruppi vorrebbero che Donetsk e Lugansk si riunissero con l’Ucraina, tornando in Ucraina, come sempre. E so che è sempre stato così.. Gli ucraini sono giunti alla conclusione che l’Ucraina dovrebbe essere unita. E quando l’Ucraina sarà unita, sarà più forte contro i russi “, ha sottolineato il rappresentante della diplomazia statunitense.

Forze secessioniste della Repubblica di Donetsk, non disposti a sottomettersi al governo ucraino

Nota: Il rappresentante statunitense conosce poco la situazione e non sa che gli abitanti del Donbass sono di etnia russa, parlano il russo e non sono disponibili a sottomettersi ad un governo, popolato di neonazisti, che da cinque anni bombarda ed attacca le popolazione del Donbass. Tanto meno i residenti del Donbass hanno intenzione di rinunciare alla loro lingua ed alla loro cultura, come pretenderebbe il governo ucraino (le condizioni ucraine) che proibisce l’uso della lingua russa nel paese e vieta l’insegnamento di questa lingua e della Storia russa nelle scuole. Gli americani vorrebbero che i russi se ne andassero dall’Ucraina perché in Ucraina, nel Donbass in particolare, si vogliono installare loro, vogliono creare le loro basi militari e puntare i missili verso Mosca.
La domanda che circola oggi a Donetsk e a Lugansk è se Washington stia meditando qualche eliminazione con omicidio mirato, in stile Soleimani, anche per i capi delle Repubbliche del Donbass, come loro sistema sbrigativo di risolvere il problema.

5 Gennaio 2020

Fonte: News Front

Traduzione e nota: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/gli-usa-si-preparano-ad-omicidi-mirati-anche-nel-donbass/

 

Gli USA e gli omicidi politici. Dagli attentati contro Fidel Castro all’assassinio di Soleimani

Il generale iraniano Qasem Soleimani è stato l’ultimo di una lunga lista di omicidi politici eseguiti dagli Stati Uniti

In un articolo pubblicato sabato scorso, il quotidiano britannico The Guardian ha affrontato la rischiosa e criminale decisione degli USA di uccidere il generale  Qasem Soleimani, insieme al numero due del Forze popolari irachene (Al-Hashad Al-Shabi), Abu Mahdi al-Muhandis, in un attacco con droni a Baghdad.

“Il governo di Washington non è estraneo alle arti oscure degli omicidi politici. Nel corso dei decenni, ha adottato tecniche contro i suoi avversari, dall’invio di un chimico armato con un veleno letale per eliminare Patrice Lumumba in Congo negli anni ’60 fino a piantare pillole velenose (ugualmente senza successo) nel cibo del già defunto leader cubano Fidel Castro ” , ha ricordato l’articolo, realizzato da Ed Pilkington.

Ma l’assassinio del potente generale iraniano, aggiunge il testo, “è unico nel suo genere”. La sua unicità non sta nel suo metodo, perché “che differenza fa per la vittima se viene eliminata da un aereo senza pilota o eseguita dopo un colpo di stato appoggiato dalla CIA, come nel caso del sovrano iracheno nel 1963, Abdul Karim Kassem? ”, il momento clou è l’impudenza della sua esecuzione e l’apparente totale disprezzo per ogni legalità o conseguenze umane.

“Gli Stati Uniti non uccidono semplicemente gli alti funzionari statali in questo modo “, afferma Charles Lister, un membro del Middle East Institute di Washington, sottolineando che non si può dimenticare che Soleimani” è stato il secondo uomo più potente in Iran solo per dietro il leader iraniano ”, l’Ayatollah Seyed Ali Khamenei.

I tweet di giubilo del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e i suoi tentativi di giustificare la sua rischiosa decisione hanno portato solo Washington a essere accusata di aver commesso gli stessi crimini che attribuisce ai suoi nemici. Il ministro degli Esteri iraniano Mohamad Yavad Zarif ha denunciato che l’omicidio è stato un ” atto di terrorismo internazionale “.

Gli Stati Uniti hanno  una lunga storia di interferenze durante l’ultimo mezzo secolo per assassinare i loro avversari stranieri attraverso misure legali o moralmente dubbie.

Nella maggior parte dei casi, Washington ha segretamente commesso omicidi di leader stranieri e non ha mostrato interesse a farlo apertamente, fino all’arrivo di Trump.

Nel 2008, la CIA ha lavorato a stretto contatto con il servizio di intelligence israeliano (Mossad) per eliminare Imad Moghniyah, un leader di alto livello del movimento di resistenza libanese (Hezbollah). Nel corso dei loro sforzi, hanno avuto l’opportunità di eliminare non solo Mughniyah ma anche Soleimani in un singolo attacco da drone. Alla fine, l’operazione è stata sospesa in quanto il governo degli Stati Uniti la bloccò sulla base del fatto che avrebbe potuto destabilizzare seriamente la regione.

Nonostante tale riluttanza, Mary Ellen O’Connell, professore di diritto internazionale all’Università di Notre Dame, ha tracciato una linea diretta tra le precedenti amministrazioni statunitensi e l’imprevedibilità di Trump di distruggere tale convenzione. Ha ricordato che l’inizio dell’uso dei droni nel 2000 ha messo gli Stati Uniti su un pendio scivoloso verso l’attuale crisi.

Il primo dispiegamento del drone come mezzo per assassinare fu ordinato da Bill Clinton nel tentativo di porre fine a Osama Bin Laden, ex leader di Al Qaeda. Ma il primo “omicidio selettivo” ebbe successo sotto l’amministrazione George W. Bush nello Yemen.

Barack Obama ha ereditato da Bush l’ampio uso di droni assassini e lo ha triplicato di dieci volte durante la sua presidenza. In questo senso, O’Connell ha ritenuto che “il diritto internazionale si sta indebolendo dai tempi di Obama”.

Ora manca un passo perché li Stati Uniti “Ignorino totalmente la legge. Francamente, penso che il presidente Trump stia già facendo questo passo”, ha lamentato O’Connell.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gli_usa_e_gli_omicidi_politici_che_differenza_c_tra_lassassinio_del_generale_soleimani_e_gli_attentati_contro_fidel_castro/82_32481/

 

“L’Italia si tiri fuori dalle guerre altrui”

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore

E’ cominciata l’era della barbarie e ci dobbiamo preparare alla svelta. Come siamo arrivati sull’orlo di una guerra in Medio Oriente e di un’altra in Libia? E’ vero che come media-bassa potenza l’Italia può fare poco ma ha almeno il dovere di capire quanto succede intorno.

In Medio Oriente Trump, sotto impeachment e in campagna elettorale, ha preso alcune decisioni fuori dalla legalità internazionale, dal buon senso politico e ultimamente anche contro gli stessi principi morali dell’Occidente. La stessa amministrazione Usa appare umiliata perché non si sa più cosa contino dipartimento di Stato e Pentagono dove si sono succeduti ministri e funzionari a raffica, silurati appena eccepivano sulle opinioni dell’omone.

1) Spinto da Israele e dall’Arabia saudita, Trump ha stracciato l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran imponendo sanzioni che hanno strangolato Teheran e impedito a tutti di avere rapporti economici con gli iraniani. E’ inutile lamentarsi se Teheran punta all’atomica: in Medio Oriente Israele ha 200 testate nucleari e al contrario dell’Iran non ha mai firmato nessun accordo di non proliferazione (come Pakistan e India) L’Italia con le sanzioni ha perso in Iran 30 miliardi di euro di commesse: Teheran non è un nostro nemico, tutt’altro. 2) Trump ha deciso di riconoscere l’annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme contro ogni risoluzione dell’Onu e si è detto pronto anche a riconoscere l’annessione della Cisgiordania. I palestinesi forse non sono più di moda ma almeno noi evitiamo di fare i maramaldi 3) Trump ha ritirato le truppe dal Nord della Siria lasciando i curdi siriani, alleati contro l’Isis, al massacro di Erdogan senza neppure avvertire la Nato. Una mossa vergognosa cui l’Europa non ha vergognosamente risposto. 4) Trump ha colpito il generale iraniano Qassem Soleimani violando la sovranità dell’Iraq con un atto di terrorismo internazionale che è una vera e propria dichiarazione di guerra 5) Trump minaccia di colpire anche i siti culturali iraniani, una dichiarazione che non si è mai sentita da nessun leader occidentale 6) Però mantiene ottimi rapporti con il principe saudita Mohammed bin Salman che la stessa Cia ha indicato come mandante della tortura e dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi.

La sua idea è quella di farla finita con gli stati fuorilegge ma 1) Negozia con il leader nordcoreano Kim Jong un che l’arma nucleare l’ha già 2) Tratta con i talebani in Afghanistan ma non con l’Iran.

Qual è la sua idea di fondo, semmai ne avesse una? Disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre in Medio Oriente affidandosi a Israele e all’Arabia Saudita ma riservandosi di colpire chiunque non sia d’accordo con lui.

Quali sono gli effetti? 1) Con il ritiro dalla Siria del Nord ha concesso a Erdogan, che acquista armi dai russi pur essendo dentro la Nato, di fare quello che vuole e infatti il rais turco ha spedito truppe in Libia violando le risoluzioni Onu sull’embargo di armi. 2) In Iraq il palamento chiede il ritiro delle truppe internazionali e americane con il risultato di indebolire le posizioni strategiche americane  e occidentali. Se l’Iran ha esteso la sua influenza nella regione è anche per gli errori degli americani a partire dalla guerra del 2003 contro Saddam 3) In Libia ha lasciato che le vere decisioni sul Paese vengano prese da Putin ed Erdogan che si incontreranno domani ad Ankara.

Quali sono le idee di fondo di Trump? 1) Che gli europei sono alleati inaffidabili, che non pagano a sufficienza per la loro sicurezza ed quindi è venuto il momento di abbandonarli al loro destino minacciando dazi e sanzioni se si ribellano all’ordine economico americano e fanno affari con la Cina 2) Che nel mondo arabo e musulmano sono amici soltanto gli stati che comprano armi dagli Usa, quindi Arabia Saudita, Emirati ed Egitto, gli altri devono andare in malora.

Cosa deve fare l’Italia? 1) Ragionare su un ritiro ordinato dall’Iraq e dall’Afghanistan in linea con il rispetto degli accordi presi e la legalità internazionale 2) Dichiarare la propria neutralità o equidistanza sulla Libia, come fa la Germania del resto, perché c’è un governo riconosciuto dall’Onu a Tripoli ma che nessuno vuole. Sono contrari: Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche Usa e Francia che fanno continuamente il doppio gioco appoggiando se occorre il general Khalifa Haftar. 3) Tenere sotto pressione gli Usa per la loro attività nella basi di Sigonella e Niscemi per evitare di diventare i bersagli della mosse avventate di Trump. Lui stesso ha dichiarato che gli “Stati Uniti sono a 10mila chilometri di distanza quindi non ne sono toccati”. Noi purtroppo dobbiamo tenere conto della vicinanza ai fronti di guerra.

Se si preparano nuove guerre dobbiamo restarne assolutamente fuori come ha fatto la Germania in questi anni. Nel 2011 l’Italia ha bombardato Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo e non dobbiamo ripetere lo stesso errore. E ora non resta che sperare nella buona fortuna che talvolta, non sempre, aiuta la gente onesta.

di Alberto Negri – Quotidiano del Sud

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_negri__litalia_si_tiri_fuori_dalle_guerre_altrui/82_32474/

 

USA-Iran, Trump minaccia di colpire i siti culturali iraniani. La risposta dell’Unesco

A seguito delle minacce del presidente americano Donald Trump di bombardare luoghi di valore culturale iraniano in risposta a eventuali attacchi contro cittadini statunitensi dell’Iran, l’Unesco ha ricordato agli Stati Uniti attraverso una dichiarazione che Washington ha firmato una convenzione per proteggere i siti culturali nel paese persiano, riferisce Reuters.

Il direttore generale dell’Unesco Audrey Azoulay ha dichiarato lunedì durante un incontro con l’ambasciatore iraniano Ahmad Jalali che, secondo le disposizioni delle convenzioni del 1954 e del 1972, che sono state ratificate sia dagli Stati Uniti che dall’Iran, gli Stati si impegnano non adottare misure deliberate che potrebbero mettere a rischio il patrimonio culturale e naturale nel territorio di un altro Stato che fa parte di tali convenzioni.

La minaccia di Trump

Sabato scorso, Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti hanno “preso di mira 52 siti iraniani, alcuni di altissimo livello e molto importanti per l’Iran e la cultura iraniana” che sarebbero stati colpiti “molto velocemente e molto duramente” se gli interessi o i cittadini statunitensi fossero attaccati da Teheran. Il numero rappresenta i 52 ostaggi statunitensi che l’Iran prese durante l’assalto della rivoluzione iraniana all’ambasciata nordamericana a Teheran nel 1979.

Sviluppo del conflitto

Il 29 dicembre, gli USA hanno bombardato le basi della milizia sciita filo-iraniana Kataib Hezbollah, dove almeno 25 militanti persero la vita durante l’operazione. Due giorni dopo, una folla ha preso d’assalto l’ambasciata statunitense a Baghdad, Trump ha accusato l’Iran di “orchestrare l’attacco” e ha avvertito Teheran che “pagherà un prezzo pesante” per questo.

Il 2 gennaio 12 persone, tra cui l’importante generale iraniano Qasem Soleimani e il leader di Kataib Hezbollah e le forze di mobilitazione popolari, Abu Mahdi al Muhandis, sono morte in un attacco aereo statunitense. Il Pentagono ha rivendicato la responsabilità dell’omicidio.

Tre giorni dopo, il parlamento iracheno ha approvato una risoluzione per “porre fine alla presenza di truppe straniere sul suolo iracheno” e proibire loro “di usare la loro terra, spazio aereo o acqua per qualsiasi motivo”.

Fonte: RT

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-usairan_trump_minaccia_di_colpire_i_siti_culturali_iraniani_la_risposta_dellunesco/82_32459/

 

Iraq: un atto di guerra inaccettabile, si gioca sulla pelle del popolo iracheno

Ciò che si temeva sta forse per succedere. Il conflitto che Stati Uniti e Iran stanno consumando sul corpo martoriato del popolo iracheno si sta trasformando in conflitto militare.

L’azione militare del 3 gennaio all’aeroporto internazionale di Baghdad – che ha portato all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e di altre sette persone – è un atto irresponsabile tanto più grave perché realizzato da un paese che è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si tratta di un atto, la rappresaglia e l’omicidio mirato, considerato dal diritto internazionale come un crimine di guerra.

Un crimine che si aggiunge al sostegno dato negli scorsi decenni prima a Saddam nella lunga guerra contro l’Iran, poi alla guerra contro l’Iraq, all’embargo, al caos e alla distruzione determinata nel paese dall’occupazione Usa.

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Un Ponte Per è a fianco del popolo iracheno, vera vittima di questa dinamica perversa, ed in particolare di quei/lle giovani che si battono per un futuro libero e indipendente del proprio paese e diciamo a tutti: fermatevi, ritirate le vostre truppe e i vostri consiglieri militari, lasciate che gli iracheni e le irachene possano determinare liberamente il proprio futuro.

Iraq, le mille e una bomba

Gli Stati Uniti uccidono un generale iraniano a Bagdad. Il rischio di un nuovo conflitto sulla pelle del popolo iracheno. Radio Articolo 1 intervista Alfio Nicotra, co-Presidente di Un Ponte Per.

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Iraq: ucciso in un attacco USA il generale Soleimani

Gli Stati Uniti hanno attaccato nella notte l’aeroporto di Baghdad, in Iraq, uccidendo il generale iraniano Qassem Soleimani, uno degli uomini chiave dell’Iran in Medio Oriente. Radio Onda d’Urto intervista Fabio Alberti, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per.

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Baghdad. L’attacco USA e le piazze irachene

L’attacco statunitense in Iraq rischia di oscurare la mobilitazione popolare che da mesi mette in discussione il regime politico nato dopo l’invasione voluta da Bush del 2003. Jacobin Italia intervista Ismaeel Dawood, Civil Society Officer di Un Ponte Per.

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“I droni di Natale”

Naval Air Station di Sigonella, ore 16.46 di giovedì 21 novembre 2019. Dopo 22 ore ininterrotte di volo, un drone di ultima generazione della famiglia dei “Global Hawk” atterra nella grande base militare siciliana. Il velivolo era decollato dall’aeroporto di Palmdale, California. Sulla fiancata, l’inconfondibile insegna della NATO. Il drone è il primo dei cinque grandi aerei senza pilota destinati ad operare da Sigonella nell’ambito del NATO AGS (Alliance Ground Surveillance), il programma più ambizioso e costoso della storia dell’Alleanza Atlantica, ma anche quello che ha segnato i maggiori ritardi nella sua implementazione. “Il trasferimento del drone AGS dagli Stati Uniti all’Italia rappresenta un momento chiave nella realizzazione di questo importantissimo progetto multinazionale”, ha riportato l’ufficio stampa del Comando generale della NATO. “L’Alliance Ground Surveillance sarà di proprietà collettiva e operativa di tutti gli alleati dell’Alleanza Atlantica e sarà un elemento vitale per tutte le missioni NATO. Tutti gli Alleati avranno accesso ai dati acquisiti dall’AGS e beneficeranno del sistema d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento”.

Il programma NATO AGS prevede l’utilizzo della grande stazione aeronavale di Sigonella quale Main Operating Base (principale base operativa) dei cinque velivoli a pilotaggio remoto RQ-4D “Global Hawk” e dei relativi centri di comando e controllo, con un contingente multinazionale di oltre 800 unità. “Tutti e cinque i droni sono attualmente in differenti fasi di sviluppo delle capacità operative di volo”, specifica ancora il Comando generale della NATO. “Quando ognuno di essi giungerà alla Main Operating Base di Sigonella, saranno sottoposti ai test per verificarne le performance e la conformità al sistema AGS. La capacità operatività iniziale del programma dovrebbe essere raggiunta nella prima metà del 2020”.

Dotati della piattaforma radar MP-RTIP con sofisticati sensori termici per il monitoraggio e il tracciamento di oggetti fissi ed in movimento, i droni AGS potranno volare sino a 18.000 metri di altezza e a una velocità di 575 km/h. I dati rilevati saranno prima analizzati a Sigonella e successivamente trasmessi grazie ad una rete criptata al Comando JISR, Joint Intelligence, Surveillance and Reconnaisance della NATO, con sedi a Bruxelles, Mons e The Hague. Oltre 16.000 km il raggio d’azione dei nuovi velivoli senza pilota, così fa consentirne l’operatività in un’area geografica che comprenderà l’intero continente africano e il Medioriente, l’Europa orientale sino al cuore della Russia. Grazie alle informazioni raccolte e decodificate dall’AGS, la NATO potrà ampliare lo spettro delle proprie attività nei campi di battaglia, potenziando la capacità d’individuazione degli obiettivi da colpire con gli strike aerei e missilistici.

Con l’entrata in funzione del sistema AGS, la base siciliana di Sigonella consolida il proprio ruolo di vera e propria capitale mondiale dei velivoli senza pilota da guerra. I droni NATO si sommano infatti ai velivoli con funzioni d’intelligence ed attacco (i famigerati droni killer “Reaper” che mietono vittime tra i civili negli scacchieri di guerra in Africa e Medio oriente) che l’US Air Force e l’US Navy ha trasferito in Sicilia da più di dieci anni. A riprova di come Sigonella sia uno dei maggiori centri del pianeta per il comando e il controllo dei velivoli senza pilota va aggiunto che nel 2018 è stata attivata all’interno della stazione aeronavale l’UAS SATCOM Relay Pads and Facility per le telecomunicazioni via satellite con tutti i droni che le agenzie di spionaggio USA e il Pentagono schierano in ogni angolo della Terra. La facility di Sigonella consente la trasmissione dei dati necessari ai piani di volo e di attacco dei nuovi sistemi di guerra, operando come “stazione gemella” del sito tedesco di Ramstein e del grande scalo aereo di Creech (Nevada).

Washington ha riservato un nome in codice alla grande base che sorge a due passi dalla città di Catania: The Hub of the Med, cioè il fulcro del Mediterraneo. Con ben 34 comandi strategici ed oltre 5.000 militari statunitensi, Sigonella è oggi, per importanza, il “secondo più grande comando militare marittimo al mondo dopo quello del Bahrain”, come spiega il Pentagono. Dal sanguinoso conflitto in Vietnam non c’è stato scenario bellico con protagonista gli USA (e i partner NATO) in cui l’hub del Mediterraneo non abbia giocato un ruolo chiave: contro la Libia di Gheddafi negli anni ’80; in Libano nell’82; la prima e la seconda guerra del Golfo; i bombardamenti in Kosovo e in Serbia nel 1999 e quelli in Afghanistan, Iraq e Siria nel XXI secolo; le campagne di US Africom nelle regioni sub-sahariane e in Corno d’Africa; la liquidazione finale del regime libico del 2011 e gli odierni ripetuti raid in Cirenaica e Tripolitania con l’utilizzo dei droni-killer.

Determinante pure il ruolo assunto nell’ambito dei programmi di supremazia nucleare degli Stati Uniti d’America. Segretamente, ancora una volta nel 2018, è entrato in funzione a Sigonella la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), la stazione di ricezione e trasmissione satellitare del sistema di “pronto allarme” per l’identificazione dei lanci di missili balistici da teatro con testate nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Il JTAGS è una specie di scudo protettivo tutt’altro che difensivo: grazie al controllo “preventivo” di ogni eventuale operazione missilistica “nemica”, il sistema rende ancora più praticabile il primo colpo nucleare, evitando o limitando (teoricamente) la ritorsione avversaria e dunque i pericoli della cosiddetta Mutua distruzione assicurata che sino ad ora ha impedito l’olocausto mondiale. Come se non bastasse, a Sigonella opera pure una delle 15 stazioni terrestri del Global HF System, il sistema di comunicazioni in alta frequenza creato dalla US Air Force per integrare la rete del Comando aereo strategico e assicurare il controllo su tutti i velivoli e le navi da guerra. Uno degli aspetti più rilevanti del sistema GHF è quello relativo alla trasmissione degli ordini militari che hanno priorità assoluta, primi fra tutti i messaggi SkyKing che includono i codici di attacco nucleare.

Tra le maggiori richieste di finanziamento fatte dal Dipartimento della Difesa USA al Congresso per l’anno fiscale 2020, c’è poi quella relativa all’installazione, ancora una volta all’interno della grande stazione aeronavale siciliana, di un megacentro di telecomunicazioni satellitari strategiche delle forze armate. Nello specifico il Pentagono prevede una spesa di 77 milioni e 400 mila dollari per realizzare una struttura che consentirà di effettuare “più sicure e affidabili telecomunicazioni vocali e dati, classificate e non classificate, alle unità navali, sottomarine, aeree e terrestri della Marina militare USA, in supporto delle sue operazioni reali e delle esercitazioni in tutto il mondo”. L’assegnazione dei lavori è prevista entro l’agosto 2020, mentre la realizzazione dovrebbe concludersi nell’aprile 2024. E’ prevista inoltre una spesa aggiuntiva di 57 milioni di dollari per l’acquisto delle sofisticate attrezzature elettroniche e d’intelligence che saranno messe a disposizione del nuovo centro satellitare di Sigonella che si affiancherà a quello già esistente presso la dependance di Niscemi, all’interno della riserva naturale orientata “Sughereta”.

Centro strategico di telecomunicazioni con i sottomarini nucleari in immersione e stazione terrestre del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS (la cui piena operatività è stata annunciata pochi mesi fa da Washington), la base USA di Niscemi sarà presto ampliata e potenziata. Le autorità militari hanno già presentato alla Regione Siciliana un cronogramma lavori di “rafforzamento” dei sistemi di “protezione” delle infrastrutture e delle numerose antenne di morte ospitate. Inoltre, un mese fa è trapelata la notizia che il Comando di US Navy ha affidato alla General Dynamics un contratto del valore di 731,8 milioni di dollari per il “miglioramento” dei “segmenti terrestri integrati al Mobile User Objective System – MUOS, il quale fornirà presto comunicazioni cellulari veloci e sicure per tutte le forze combattenti in movimento, ovunque esse si trovino”, come dichiarato dai general manager dell’azienda leader del complesso militare industriale USA.

Quanto sta accadendo in Sicilia conferma inesorabilmente quanto sostenuto da attivisti e ricercatori No War, cioè che la base di Sigonella è un cancro in metastasi che diffonde ovunque installazioni, radar, presidi e militarizzazioni. L’Isola è stata trasformata infatti in un’immensa piattaforma di morte USA e NATO: oltre alla telestazione di Niscemi, è stato creato un centro operativo a Pachino (Siracusa) per supportare le esercitazioni aeronavali della VI Flotta nel Canale di Sicilia; ad Augusta sorge una grande struttura portuale per il rifornimento di armi e gasolio delle unità da guerra e dei sottomarini nucleari; gli scali di Catania-Fontanarossa, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa sono utilizzati per le missioni d’intelligence top secret dei velivoli alleati o di società contractor private a servizio del Pentagono e/o – come avvenuto nel 2001 durante la guerra contro la Libia – per le operazioni di bombardamento contro obiettivi civili e militari “nemici”.

Non c’è area addestrativa o poligono in Sicilia che non sia stato messo a disposizione dei reparti d’elite USA protagonisti delle peggiori nefandezze nei teatri di guerra internazionali. I Marines destinati a intervenire in Africa utilizzano periodicamente per esercitarsi una vasta area agricola nel Comune di Piazza Armerina. Ai reparti a stelle e strisce è stato concesso pure l’uso del poligono di Punta Bianca, a due passi dalla città di Agrigento, in una delle aree naturali e paesaggistiche più belle e più fragili dell’Isola, utilizzato stabilmente dalla Brigata Meccanizzata “Aosta” dell’Esercito italiano. Nella primavera 2019, i reparti statunitensi di stanza a Sigonella sono stati inoltre tra i protagonisti di un’imponente esercitazione che ha interessato buona parte della provincia di Trapani, comprese alcune aree di rilevante interesse naturalistico e lo scalo aereo di Birgi.

Ancora più foschi gli scenari che potrebbero essere riservati alla Sicilia intera nei prossimi anni. E’ in atto una pericolosissima sfida sferrata da Trump contro la Russia con la cancellazione unilaterale del Trattato INF contro le armi nucleari a medio raggio, firmato da USA e URSS a fine anni ’80. Quel trattato aveva consentito lo smantellamento dall’Europa dei missili Pershing II, SS-20 e Cruise; 112 di questi ultimi vettori nucleari “da crociera” erano stati installati dalla NATO a Comiso (Ragusa), nonostante una straordinaria stagione di mobilitazione popolare, una delle più importanti della storia della Sicilia. La scellerata decisione dell’amministrazione USA rischia di condurre ad una nuova escalation del processo di militarizzazione e ri-nuclearizzazione dell’intero territorio siciliano, considerato che i nuovi programmi di riarmo puntano alla realizzazione – ancora una volta privilegiando il Fianco Sud della NATO oltre a quello orientale – di nuovi sistemi missilistici a medio raggio con lancio da piattaforme terrestri e/o anche mobili, esattamente come avveniva con i Cruise di Comiso, trasportabili ovunque sui camion-lanciatori TEL. Altri aghi atomici da occultare nel pagliaio Sicilia in nome e per conto dei moderni Stranamore e delle transazionali del profitto d’oltreoceano.

di Antonio Mazzeo

 

I droni di Natale

Caccia F-14 iraniani ai confini dopo aver giurato di vendicare l’omicidio del generale Soleimani

Il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha promesso una “dura vendetta” contro i responsabili dell’uccisione del comandante dei Quds, mentre il presidente Rouhani ha promesso allo stesso modo di vendicare la morte di Soleimani.

Teheran ha dispiegato caccia da combattimento F-14 ai confini del paese sulla scia dell’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani dopo che il capo militare è stato ucciso con un attacco aereo realizzato con droni vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad, autorizzato dal presidente nordamericano Donald Trump, secondo quanto riferito dalla tv di Stato iraniana.

Iranian f14 fighters jets manoeuvring on the western skies and on alert and patrol. State tv

— Ali Arouzi (@aliarouzi) January 3, 2020

All’inizio della giornata, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha confermato che le forze statunitensi in Iraq avevano ucciso il celeberimmo leader iraniano. Il generale Qasem Soleimani, comandante dell’élite Quds Force del Corpo di guardia rivoluzionario islamico dell’Iran, che è considerata un’organizzazione terroristica straniera da Washington.

Gli Stati Uniti hanno affermato che Soleimani era responsabile della morte di “centinaia di americani” e ha anche accusato il generale di orchestrare attacchi alle basi della coalizione in Iraq, motivando l’attacco aereo iracheno come mezzo per determinare “futuri piani di attacco iraniani”.

A seguito delle notizie sulla morte del generale, le autorità di Teheran hanno condannato fermamente gli Stati Uniti, impegnandosi ad agire per vendicare la sua morte.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-liran_schiera_caccia_f14_ai_confini_dopo_aver_giurato_di_vendicare_lomicidio_del_generale_soleimani/82_32412/

 

Politici statunitensi condannano assassinio di Soleimani: “USA verso una guerra disastrosa”

Dalla speaker della Camera dei rappresentanti Pelosi, ai candidati alle presidenziali Dem Sanders e Biden, unanime condanna per la decisione di Trump di aver ordinato l’uccisione del comandante iraniano Soleimani, così come altri senatori ed esponenti democratici, che temono non solo un aumento delle tensioni in Medio Oriente ma una guerra sanguinosa per gli Stati Uniti.

L’uccisione del generale iraniano Soleimani ha scatenato dure critiche nel mondo politico statunitense, di solito, compatto, nonostante i diversi schieramenti, quando si tratta di guerre mosse da Washington. Nel contestare la decisione di Trump, il timore comune è l’aumento delle tensioni in Medio Oriente e una nuova guerra sanguinosa per gli Stati Uniti. Perché l’Iran e le forze della Resistenza sicuramente non staranno a guardare.
La speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi ha avvertito che l’uccisione del comandante della forza iraniana dei Quds “rischia di provocare un’ulteriore intensa escalation di violenza. L’America – e il mondo – non possono permettersi di aumentare le tensioni fino al punto di non ritorno”.

L’attacco è stato effettuato senza “autorizzazione all’uso della forza militare” contro l’Iran e senza la consultazione del Congresso, ha ricordato Pelosi.

“L’intero Congresso deve essere immediatamente informato su questa grave situazione e sui prossimi passi in esame da parte dell’Amministrazione, inclusa la significativa escalation dello spiegamento di ulteriori truppe nella regione”, ha ricordato Pelosi.

L’ex vicepresidente e attuale candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Joe Biden, ha affermato che con la sua decisione Donald Trump “ha appena lanciato una cartuccia di dinamite in un deposito di polvere da sparo”.

Biden ha definito l’attacco un ” movimento di ridimensionamento enorme in una regione già pericolosa” che probabilmente provocherà futuri attacchi dall’Iran invece di scoraggiarli.

“Potremmo essere sull’orlo di un grande conflitto in tutto il Medio Oriente”, ha avvertito il politico, aggiungendo che Trump “deve al popolo americano una spiegazione della strategia e del piano per proteggere le nostre truppe e il personale dell’ambasciata, alla nostra gente e al nostro interesse, sia qui che all’estero “.

I senatori e i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Bernie Sanders e Elizabeth Warren, hanno espresso la stessa preoccupazione attraverso i loro account Twitter.
“La pericolosa escalation di Trump ci avvicina a un’altra disastrosa guerra in Medio Oriente che potrebbe costare innumerevoli vite e miliardi di dollari in più.

Il presidente ha  promesso di porre fine a guerre senza fine , ma questa azione ci mette sulla strada di un’altra”, ha affermato Sanders, mentre Warren ha definito l’attacco “spericolato” e ha sottolineato che la priorità degli Stati Uniti. “Deve essere per evitare un’altra guerra costosa.”

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-senatori_esponenti_politici_statunitensi_condannano_assassinio_di_soleimani_porter_gli_usa_verso_una_guerra_disastrosa/82_32407/