Rassegna – 26/12/2025

Giacomo Gabellini: Beni russi congelati e crediti all’Ucraina: ha davvero «prevalso il buon senso»?
Beni russi congelati e crediti all’Ucraina: ha davvero «prevalso il buon senso»?
di Giacomo Gabellini
Nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 dicembre, il Consiglio Europeo ha stabilito che il finanziamento dell’Ucraina verrà espletato attraverso l’erogazione di un prestito a tasso zero a favore di Kiev garantito dal bilancio europeo.
La nuova linea di credito viene a configurarsi come una rete di sicurezza fondamentale per scongiurare la bancarotta dell’Ucraina, alla disperata ricerca di fondi per erogare stipendi e pensioni, riparare infrastrutture danneggiate dagli attacchi russi e acquistare armi e munizioni.
L’intesa, raggiunta con l’astensione di Slovacchia e Ungheria che non parteciperanno allo sforzo al pari della Repubblica Ceca (che ha votato però a favore), sancisce la marginalizzazione della linea oltranzista sposata dai vertici della Commissione Europea (Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas) e dal cancelliere Friedrich Merz che puntava al reimpiego dei fondi russi congelati a favore dell’Ucraina, come previsto dal piano d’azione predisposto dalla Commissione Europea.
Nel dettaglio, la proposta prevedeva l’attivazione di una procedura di conversione dei beni russi sottoposti a congelamento in garanzie per la concessione di un “prestito di riparazione” volto a coprire parte sostanziale dei costi di difesa e ricostruzione dell’Ucraina per il biennio 2026-2027 – periodo in cui, stima il Fondo Monetario Internazionale, il Paese necessiterà di non meno di 137 miliardi di euro. Lo stesso meccanismo subordinava l’estinzione del debito contratto da Kiev con l’Unione Europea alla disponibilità della Russia a risarcire l’Ucraina per i danni subiti.
Questa opzione sembrava scontare il consenso maggioritario dell’Unione Europea, specialmente alla luce del precedente pronunciamento del Consiglio d’Europa che aveva aperto il varco alla soluzione preferita dai “falchi”.
Lo scorso 12 dicembre, i rappresentanti di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea a eccezione di quelli ungheresi e slovacchi avevano infatti votato a favore del congelamento a tempo indeterminato di circa 210 miliardi di dollari di asset riconducibili alla Bank of Russia, di cui 185 depositati presso Euroclear.
Fulvio Grimaldi: “Democrazie vs Autocrazie” Ma che, davvero?— — Tu chiamalo se vuoi fascismo
“Democrazie vs Autocrazie” Ma che, davvero?— — Tu chiamalo se vuoi fascismo
di Fulvio Grimaldi
Come inciso che c’entra poco col resto, ma di cui sento l’urgenza, rivendico in chiave consolatoria che siamo scampati perfino alla kermesse delle canotte nere su pelle bianca. Ovviamente non alla partecipazione, alla quale si sono concessi segmenti della nostra presunta opposizione alla ricerca di visibilità “whatever it takes” e felici di farsi masticare. Il costo politico e morale lo pagheranno al rientro. Comunque ci torno sopra.
Si passa a cose serie (per dire…).
Al cancelliere Merz, che riprendeva un meme di Hitler degli anni’30, “La Germania farà della Bundeswehr (intesa come Wehrmacht) il più potente esercito d’Europa”, ha risposto molto brutalmente il No alla Leva del 65% dei giovani e della maggioranza dei parlamentari (a favore il 55% degli attempati, cioè di quelli che non ci andranno. In Italia, a dispetto di quelli del “libro e moschetto” e di “Vincere!” ha detto NO il 68% dei potenziali candidati a fari macellare.
Armigero senza baffi, armigero con baffi
Ai Volenterosi europei che, a nome di paesi ignari e poveri in canna, annunciano la guerra, ovviamente “di difesa” alla Russia (per qualcuno già in corso, per altri, fra massimo tre anni); risponde invece, a passo di corsa, il molto baffuto, molto bislacco e molto medagliato Cavo Er Baffo Dragone. Forse, pensando di far rapporto ai sovrani della Triplice Intesa, annuncia: Maestà, per vincere dobbiamo assolutamente attaccare per primi (implicito: sennò come possiamo far credere a ‘sti cojoni che devono andare a farsi sparare?)
Il delirio associato al declino, implicito in quella forma di baffi, sopravvissuti a tutte le nostre Caporetto e altre infamie, segno distintivo di chi pone la forza sopra il diritto e quello con le stellette sopra quello senza, ha definitivamente spazzato via quanto restava, nei nostri Stati Maggiore, di poveri resti di neocorteccia. Che sarebbe quella che presiede al ragionamento logico. Succede quando i baffi alla Umberto arrivano a oscurare il lobo frontale.
Giorgio Michalopoulos, Stefano Valentino: La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo
La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo
di Giorgio Michalopoulos, Stefano Valentino
Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).
Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.
Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, in funzione da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra a sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.
Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.
Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche quest’ultima è stata sin da subito largamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.
Andrea Zhok: La chiusura della tonnara
La chiusura della tonnara
di Andrea Zhok
Qualche giorno fa il Consiglio dell’Unione Europea, organo esecutivo, ha sanzionato il colonnello Jacques Baud e altri 11 soggetti (individui e persone giuridiche). Le sanzioni implicano il congelamento dei beni, il divieto a tutti i cittadini e alle imprese dell’UE di mettergli a disposizione fondi, di permettergli attività finanziarie o concedergli risorse economiche, oltre a un divieto di viaggio. In sostanza ciò equivale a dichiarare la morte civile del cittadino colpito, che non può più accedere legalmente ad alcuna forma reddituale, né pregressa, né nuova, e non può spostarsi.
Due cose vanno sottolineate.
In primo luogo, questa punizione draconiana viene comminata per qualcosa che è precisamente e soltanto un “reato d’opinione”, in quanto non ci sono accuse di violazioni di legge, né penale, né civile.
In secondo luogo, la punizione non viene comminata da un organismo giudiziario, ma da un esecutivo, dunque senza passare attraverso una procedura di accertamento delle eventuali responsabilità.
Incidentalmente – per il piacere di chi si diletta di queste cose – questa forma di intervento è in diretta e manifesta violazione degli articoli 11 e 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recitano rispettivamente:
Articolo 11.1. “Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.”
Fabrizio Marchi: Servire: professione, necessità o scelta di vita?
Servire: professione, necessità o scelta di vita?
di Fabrizio Marchi
La decisione della famiglia Elkann/Agnelli di vendere il gruppo Gedi (La Repubblica e La Stampa) all’armatore greco Theodore Kyriakou ha destato preoccupazione in gran parte del mondo politico e ha gettato nel panico i giornalisti dei due fra i tre più grandi e importanti “giornaloni” italiani (l’altro è il Corriere della Sera, ovviamente).
Dal punto di vista umano è certamente comprensibile il timore dei giornalisti e delle giornaliste per le incognite del caso e le conseguenze che possono derivare dal passaggio di proprietà di un giornale: ristrutturazione aziendale con possibili e assai probabili licenziamenti. Sul piano squisitamente umano, dunque, la solidarietà sorge spontanea nei confronti di chiunque tema di perdere il proprio posto di lavoro.
Le cose cambiano (e con esse, ovviamente, anche il nostro sentimento di solidarietà) se le osserviamo dal punto di vista politico.
I giornalisti e le giornaliste di Repubblica e de La Stampa (così come quelli e quelle di tutti o quasi gli altri media cosiddetti mainstream) sono stati in tutti questi anni i fedeli servitori e le fedeli servitrici dei loro editori, mettendo a totale disposizione dei loro padroni le loro competenze professionali. Hanno sostenuto pedissequamente (non so con quanta dose di genuina convinzione o di opportunismo o entrambe le cose insieme, ma questo poco conta sul piano politico) tutte le politiche dei loro padroni.
OttolinaTV: Liste di proscrizione
Liste di proscrizione
di OttolinaTV
Lucio Caracciolo e Jacques Baud non si inchinano a Zelensky e vengono attaccati da Ue e mainstream
Ecco come l’Unione europea distrugge la vita delle persone: due giorni fa, la Commissione europea ha pubblicato i nomi dei nuovi cittadini che saranno colpiti dalle sue sanzioni economiche; e, tra questi nomi, c’è Jacques Baud, un ex colonnello svizzero a lungo rappresentante delle Nazioni Unite, oggi analisti geopolitico. La sua colpa? L’aver espresso opinioni sulla guerra in Ucraina non allineate a quella commissione. Sentite la motivazioni ufficiali: Jacques Baud “Funge da portavoce della propaganda filorussa e formula teorie complottiste, ad esempio accusando l’Ucraina di orchestrare la propria invasione per aderire alla NATO. Jacques Baud è pertanto responsabile di mettere in atto azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un Paese terzo (l’Ucraina), o sostiene tali azioni o politiche, tramite l’uso della manipolazione delle informazioni e delle ingerenze”. Adesso, andate su YouTube e guardatevi qualunque intervento di Jacques Baud: quello che vedrete è un semplice cittadino europeo che esprime pacificamente le sue opinioni politiche ed esercita il suo diritto di critica. Si tratta di sanzioni devastanti: non solo viene gli impedito l’ingresso e il transito nel territorio dell’Unione, ma – cosa ancora più grave – il congelamento dei beni e dei conti bancari; a tanto può portare contraddire Zelensky e Kaja Kallas e, pensate, nella democraticissima Unione europea.
Matteo Minetti e Mario Sommella: Riconciliare la sinistra
Riconciliare la sinistra
Dalla malinconia all’utilità sociale, senza feticci identitari
di Matteo Minetti e Mario Sommella
Il punto di partenza è semplice: troppo spesso parliamo di unità della sinistra come se fosse una faccenda interna, quasi una terapia di coppia tra correnti. Ma la frattura vera non è solo tra gruppi dirigenti o tra “governisti” e “puri”. È più profonda: somiglia a quella divisione complementare con cui, da decenni, “sinistra” e “destra” si rincorrono scambiandosi pezzi di linguaggio e di agenda, mentre i rapporti materiali restano spesso intatti.
Se una forza che si definisce di sinistra finisce per garantire la conservazione del potere e del privilegio economico, in che senso è ancora sinistra? E se una forza di destra, per convenienza o per conflitto interno ai blocchi dominanti, colpisce un frammento di rendita o un pezzo di potere digitale, è automaticamente “meno destra”? La domanda non è accademica: serve a spostare l’attenzione dai simboli ai risultati, dagli emblemi ai bisogni concreti delle persone che lavorano.
Dentro questa cornice, “riconciliazione” smette di essere una parola sentimentale e diventa una scelta strategica: ricostruire un fronte popolare attorno a rivendicazioni materiali, capaci di parlare anche a chi non condivide il codice culturale della sinistra contemporanea, ma vive le stesse ferite sociali.
1. Le due sinistre e la trappola dell’identità morale
La contrapposizione tra sinistra “della responsabilità” e sinistra “della purezza” descrive un fenomeno reale: una parte cerca legittimazione nel governo e nelle compatibilità, l’altra nella coerenza testimoniale e nella denuncia. Ma raccontarla così può trasformare la politica in un tribunale morale: chi è più pulito, chi è più adulto, chi tradisce, chi resiste.
Chris Hedges: Rebranding del genocidio
Rebranding del genocidio
di Chris Hedges* – Scheerpost
In primo luogo, Israele aveva il diritto di difendersi. Poi è diventata una guerra, anche se, secondo i dati dell’intelligence militare israeliana, l’83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, che vivono sotto un blocco aereo, terrestre e marittimo israeliano, non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che hanno fornito a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.
Ora è un “cessate il fuoco”. Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha liberato circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre – e circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.
Israele ha violato ogni altra condizione. Ha gettato l’accordo – mediato dall’amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri accordi e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare tre serie di ordinanze giuridicamente vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due pareri consultivi della CIG, nonché la Convenzione sul Genocidio e il diritto internazionale umanitario – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia.
Ruggero D’Alessandro: Fra Comunità e Consigli
Fra Comunità e Consigli
Note su Il capitale nell’Antropocene
di Ruggero D’Alessandro
Una riflessione di Ruggero d’Alessandro sul volume di Saito Kohei (Einaudi, 2024)
Il 2024 è un anno in cui l’editoria mondiale si arricchisce di saggi che attualizzano il pensiero di Karl Marx. Come del resto accade sin dalla bolla finanziaria che scuote l’economia mondiale dal 2007 alla prima metà degli anni ‘10.
Non è un caso che si proceda alla rilettura dell’autore di Das Kapital: è un modo per ricordare che quella crisi non è mai stata radicalmente risolta. Diverse voci, fra l’altro, chiariscono che il tardo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per questi aspetti:
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La crisi è ormai concetto e realtà strutturale;
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• meglio sarebbe, in realtà, parlare di «policrisi»: la complessità dell’era global causa l’intreccio inestricabile fra economia finanziaria, produzione industriale, economia virtuale (Silicon Valley), istituzioni politiche, malfunzionamento di democrazia, società, cultura, formazione;
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il Politico è istituzionalmente dipendente dall’Economico, non esprimendo più gli input della cittadinanza;
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elezioni, partiti, sindacati, politica attiva sono destinati a finire nella soffitta della Storia;
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a comandare nei parlamenti, come all’EU, all’ONU sono le lobby, cinghie di trasmissione fra Capitale e partiti;
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se un milione di cittadini «normali» firma una proposta di quesito referendario poniamo, per fissare limiti severi alle emissioni di gas industriali, qualche lobbista ben introdotto nei corridoi della politica viene profumatamente pagato da finanzieri e industriali per bloccare tutto.
Sempre lo scorso anno esce un libro tradotto in molte lingue e venduto in molti Paesi. Lo firma uno studioso trentottenne, Saito Kohei, già molto considerato per studi e corsi alla Tokyo University in qualità di professore associato.
La tesi di PhD scritta in tedesco (Natur gegen Kapital, Natura contro Capitale) viene discussa nel ‘15 alla berlinese Humboldt Universität. Il lavoro è incentrato sul tema che più appassiona Kohei: il pensiero del tardo Marx sull’ambiente. Da notare l’eterogeneità formativa del giovane studioso: atenei nipponici, statunitensi e germanici (Tokyo e Wesleyan per gli studi di 1°ciclo, Freie per il 2°, Humboldt per il 3°).
Francesco Cappello:Le Scomuniche Finanziarie dell’Unione europea
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Le Scomuniche Finanziarie dell’Unione europea
di Francesco Cappello
Sempre più diffusa la ghigliottina digitale che condanna senza processo alla morte civile coloro che si dissociano apertamente dalla propaganda di regime. Ultimo caso in ordine di apparizione quello di Jacques Baud
Nella stessa logica che vorrebbe il congelamento sine die degli asset russi (vedi Asset russi: congelati o rubati?), le sanzioni europee e la censura colpiscono il dissenso politico, considerato dalle élites europee insostenibilmente divisivo; lo prendono di mira attraverso una combinazione di pressioni economiche, procedimenti penali adottati ai fini del completo controllo della narrazione pubblica ma del tutto illegali e arbitrari.
Tutti ricordiamo il caso, oltre Atlantico, dei camionisti canadesi del “Freedom Convoy” (2022) che è probabilmente il precedente più scioccante di de-banking di massa orchestrato da un governo occidentale. Rappresenta il momento in cui la scomunica finanziaria è divenuta strumento di gestione dell’ordine pubblico contro i propri cittadini. Tutto iniziò nel gennaio 2022, quando migliaia di camionisti hanno attraversato il Canada per protestare a Ottawa contro l’obbligo vaccinale per i lavoratori transfrontalieri. Quella che era nata come una manifestazione di piazza si è trasformata in un blocco stradale permanente che ha paralizzato il centro della capitale. Per sbloccare la situazione, il Primo Ministro Justin Trudeau ha compiuto un passo senza precedenti nella storia canadese: ha invocato l’Emergencies Act, una legge pensata per minacce estreme alla sicurezza nazionale (come guerre o insurrezioni armate). La particolarità di questa mossa è stata l’uso del sistema finanziario come arma di polizia. Attraverso un ordine esecutivo d’emergenza, il governo ha autorizzato le banche a congelare istantaneamente e senza un ordine del tribunale i conti correnti di chiunque fosse coinvolto nelle proteste. Non sono stati colpiti solo gli organizzatori, ma anche semplici partecipanti e, in alcuni casi, persone che avevano inviato piccole donazioni tramite piattaforme di crowdfunding. In pochi giorni, oltre 200 conti bancari sono stati “ghigliottinati”, lasciando famiglie intere senza la possibilità di comprare cibo, pagare il mutuo o rifornirsi di carburante.
Marco Spagnuolo: Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di Roberto Ciccarelli
Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di Roberto Ciccarelli
di Marco Spagnuolo*
A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea. Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo, tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla. Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di espulsione.
Antonio Cantaro: Il declino sotto il tappeto
Il declino sotto il tappeto
di Antonio Cantaro
Perdenti di successo. Le destre al governo non convincono, eppure “vincono”. Perché un Paese stanco, in condizioni di diffusa precarietà e insicurezza, continua ad affidarsi a politiche che sono l’esatto contrario dell’interesse nazionale?
L’autorappresentazione di ‘passionaria’ che la Premier continua a dare di stessa è una delle chiavi del suo “successo”. La Repubblica delle destre si è sin qui mostrata capace di tenere insieme un blocco sociale e politico. Ma a quale prezzo? La penisola e le sue isole, al di là della dilagante retorica sul made in Italy e sulla centralità dei ceti medi, stanno diventando sempre di più un paese per ricchi, quantomai distante dall’ideale di emancipazione delle classi meno abbienti scritto a chiare lettere nella Carta degli italiani. Il crescente abbandono delle zone interne e marginali è la punta dell’iceberg di un progetto di modernizzazione senza civilizzazione, un mix di liberalismo economico e conservatorismo nazionalistico, di tradizionalismo e autoritarismo. Brutta Italia, altro che Bel Paese. Ma mettere il declino sotto il tappeto è l’esatto contrario dell’interesse nazionale e di una idea alta di Occidente.
- “Perdenti di successo”?
Giorgia Meloni e la sua coalizione governano il Paese da ormai oltre tre anni. Legittimamente, non sono degli usurpatori. Le scelte, gli atti, le politiche, i progetti di riforma dell’esecutivo esaminati in questo report godono, peraltro, di un tutt’altro che trascurabile consenso. L’entusiasmo della Premier, dei suoi Ministri, dei media vicini alle destre è alle stelle. I dati delle indagini più autorevoli non giustificano, tuttavia, questa dilagante retorica. L’Istat parla, pur tra le righe, di un Paese stanco che arranca in condizioni di diffusa e strutturale precarietà e incertezza. Non ci sono segnali di una strutturale inversione di tendenza, a partire da quelli macroeconomici. L’elevato debito pubblico continua a limitare la capacità di spesa e comporta il pagamento ogni anno di circa 100 miliardi d’interessi passivi. Perdura la tendenza a una riduzione del credito bancario al settore privato, perdura l’insufficienza cronica di investimenti pubblici e privati, perdura il calo della produzione industriale in settori considerati strategici (tessile, abbigliamento, chimica, metallurgia).
Gennaro Avallone: Riarmo, guerra e desiderio di giustizia
Riarmo, guerra e desiderio di giustizia
di Gennaro Avallone
L’ennesimo atto di repressione del governo post-fascista di Giorgia Meloni ha colpito ieri, 18 dicembre 2025, il centro sociale Askatasuna di Torino. Con la scusa del ripristino della “sicurezza” e dell’ordine si fanno in realtà deserti dove rimbomba il silenzio e si ribadiscono dispositivi di subordinazione, sudditanza, paura od opportunismo. Difficile, di questi tempi, affermare (come in realtà è) che il libero esercizio della critica, la sperimentazione di culture e prassi alternative, la presa d’atto che la società è multiculturale, sono gli unici antidoti all’abisso, disumano e violento, imposto dal potere contemporaneo. Lo spiega bene, in questo articolo, Gennaro Avallone: l’attuale potere dispotico ha bisogno della costruzione di un nemico interno, per ribadire la “superiorità” di quei valori occidentali che oggi si fondano sulla guerra, sul riarmo, sul genocidio e sull’annichilimento della persona “altra”. Secondo questa logica il nemico è diverso, povero, giovane, islamico, è una strega, ha idee diverse, opinioni, pensieri, culture diverse. Fa sciopero, fa i blocchi, è il movimento per la Palestina. Si creano frammentazioni sociali per mettere i poveri contro i più poveri.
Francesco Piccioni: “Qui si fa l’Europa”? No, si muore…
“Qui si fa l’Europa”? No, si muore…
di Francesco Piccioni
Ventisette paesi riuniti per decidere come finanziare ancora la guerra in Ucraina, mettendo soldi per altre armi e stipendi subito e accantonandone altri per la futura ricostruzione del paese. C’è una certezza: il conto è quasi per intero sulle spalle della UE, visto che gli Usa di Trump hanno perso interesse per questa partita.
Il tema centrale degli ultimi giorni è stato: si prendono di prepotenza gli asset russi (210 miliardi) depositati negli istituti europei oppure si fa debito comune (in percentuale alla ricchezza di ogni paese)?
La prima ipotesi è allettante, o lo sembra, perché il conto verrebbe così girato alla Russia. Ma le controindicazioni sono devastanti, specie per un insieme dagli interessi economici non più tanto allineati.
Intanto, come si è scritto più volte, quei soldi sono quasi tutti congelati nell’istituto belga Euroclear, e dunque il premier di quel paese si rifiuta – comprensibilmente – di consentire il prelievo di una cifra mostruosa per le sue finanze con la quasi certezza che poi sarebbe obbligato a restituirla a Mosca. Chiede pertanto “garanzie ferree”, esigibili senza rinvii, dagli altri 26 membri della UE.
E già questo riporta in pratica alla seconda ipotesi: col debito comune? L’idea è esclusa dalla Germania, da sempre contraria e già abbastanza innervosita di suo – insieme ad altri paesi “virtuosi” – per gli effetti della politica monetaria della Bce fin dai tempi del “whatever it takes” di Mario Draghi per salvare l’euro.
Pino Arlacchi: Una triplice alleanza anti-bullo Usa
Una triplice alleanza anti-bullo Usa
di Pino Arlacchi*
Con le minacce di attacco militare a tre paesi delle dimensioni del Venezuela, della Colombia e del Messico, Trump ha rotto due tradizioni. La prima è quella che riguarda gli Stati Uniti.
Washington si è costantemente astenuta dall’invadere o minacciare militarmente le grandi nazioni del proprio continente. Ha preferito la strada dell’interferenza “pesante”: colpi di Stato, operazioni paramilitari, neutralizzazione di leader e movimenti anticoloniali, stravolgimento di elezioni e di politiche non gradite. Il lavoro sporco della repressione anticomunista su vasta scala è stato lasciato, durante la Guerra fredda, ai generali cileni, argentini, brasiliani e di altre nazioni.
Altro che Guerra fredda! Il bilancio dell’operazione Condor in America Latina è stato di oltre due milioni di morti. Ma l’invasione vera e propria è stata portata a termine solo due volte, a Panama nel 1989 e a Grenada nel 1982. Eccezioni che confermano la regola. Si trattava di paesi minuscoli, con popolazioni inferiori al milione di abitanti e forze armate simboliche. L’invasione di Panama coinvolse 26 mila soldati americani contro un paese di due milioni di abitanti e 75 mila chilometri quadrati. Grenada, con i suoi 109 mila abitanti e 340 kmq. era un po’ più grande dell’Isola d’Elba e Pantelleria messe assieme.
Federico Rucco: Caccia alle streghe in Germania e Italia. Chi parla di pace è un “agente nemico”
Caccia alle streghe in Germania e Italia. Chi parla di pace è un “agente nemico”
di Federico Rucco
Cominciano a diventare frequenti gli episodi, gravi quanto inquietanti, che stanno conformando il clima bellicista che sta investendo l’Europa. Gli ultimi due episodi riguardano la Germania e l’Italia, due paesi il cui passato negli anni Trenta e in contesti pre-bellici mette ancora i brividi.
La dicotomia “amico-nemico” caratteristica dei periodi di guerra, ormai dilaga nel dibattito pubblico, nella vita politica e nel lavorìo degli apparati di intelligence.
In una Germania attraversata da un furore bellicista che non si vedeva da quasi un secolo, chiunque osi contrastare la macchina del riarmo (il Bundestag si accinge ad approvare spese militari per un valore di 52 miliardi di euro) viene subito etichettato come traditore della patria o, peggio, come “agente di Putin”.
Ma se Berlino piange Roma non ride, in quanto qualcosa di simile sta accade anche in Italia verso chi critica la linea intransigente sul conflitto in Ucraina.
In Germania, Finch, un popolarissimo rapper, è finito sotto tale accusa per aver pubblicato un brano antimilitarista dal titolo “No Desire for War”. Il 13 dicembre scorso Finch ha pubblica le prime scene della sua nuova canzone “Kein Bock auf Krieg” sui social media. Apriti cielo!
Il video di Finch lascia scorrere le immagini di bambini in uniforme militare che cantano in coro, diretti da una figura che, per postura e acconciatura, ricorda piuttosto esplicitamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il brano è un chiaro atto di contestazione contro l’indottrinamento militarista.
Andrea Zhok: National Security Strategy e l’Europa
National Security Strategy e l’Europa
di Andrea Zhok
Nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy) appena pubblicato dall’amministrazione statunitense troviamo una dolorosa descrizione dell’attuale realtà europea.
Vi troviamo scritto:
“L’Europa continentale ha perso quota nel PIL mondiale, passando dal 25% del 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l’operosità.
Ma questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più concreta della cancellazione della civiltà. I problemi più ampi che l’Europa si trova ad affrontare includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi.
Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato se alcuni paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando il loro impegno in quella direzione.
(…)



