[SinistraInRete] Alessandro Scassellati: L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta

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L’attuale spostamento politico a destra è un fenomeno globale. Le istituzioni statali e le forze politiche di centro e centro-sinistra tradizionali sono sotto pressione in tutto il mondo, semplicemente perché non sono riuscite a fornire le soluzioni richieste dagli elettori.

 

Alessandro Scassellati: L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta

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L’America Latina svolta a destra con la doppia fedeltà alla Dottrina Donroe e alla Via della Seta

di Alessandro Scassellati

Uncle Sam Straddles the Americas
Cartoon.jpgL’attuale spostamento politico a destra è un fenomeno globale. Le istituzioni statali e le forze politiche di centro e centro-sinistra tradizionali sono sotto pressione in tutto il mondo, semplicemente perché non sono riuscite a fornire le soluzioni richieste dagli elettori. Non c’è da stupirsi, quindi, che i populisti di destra stiano cercando di sfruttare la diffusa insoddisfazione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali per i propri scopi. In America Latina, populisti di estrema destra di diversi tipi sono in rapida ascesa, dopo aver sconfitto i candidati di sinistra in diverse elezioni presidenziali. Perché riscuotono tanto successo? Sono destinati a consolidare il loro potere? Quanto pesano i rapporti con USA e Cina?

* * * *

L’America Latina attraversa una fase di profonda riconfigurazione dei propri equilibri politici e geopolitici, caratterizzata da un netto, pervasivo e strutturale spostamento verso destra. Candidati di destra e centro-destra hanno vinto dodici delle ultime sedici elezioni presidenziali (sette consecutive dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025), capitalizzando sulla stanchezza e debolezza della sinistra e sull’insicurezza diffusa, e guardando spesso con esplicita ammirazione all’approccio autoritario di Donald Trump. Una dinamica che, secondo il settimanale The Economist, “crea opportunità”, anche perché ha definitivamente ridimensionato l’influenza della cosiddetta “marea rosa” (pink tide), ovvero la lunga stagione di governi progressisti, socialdemocratici e nazional-popolari che aveva dominato lo scenario continentale nei primi due decenni degli anni Duemila, dopo che molti Paesi della regione avevano subito una repressione massiccia sotto dittature militari di destra tra gli anni ’60 e ’80. Le recenti elezioni hanno impresso un’accelerazione straordinaria a questa metamorfosi. In Perù, il tesissimo ballottaggio del 7 giugno si è concluso con l’affermazione di Keiko Fujimori; in Colombia, l’elezione di Abelardo De la Espriella ha sancito la fine dell’esperienza di Gustavo Petro.

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Alessio Mannino: Di Battista e D’Orsi, analisi di due giornate particolari

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Di Battista e D’Orsi, analisi di due giornate particolari

di Alessio Mannino

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01.29.51.jpegIn vista delle elezioni politiche del 2027 parrebbe muoversi qualcosa. Almeno per chi, come il sottoscritto, adotta come regola la sempre più diffusa opzione dell’astensionismo militante. Non potendo fisicamente presenziare, ho guardato online la conferenza del 7 giugno scorso a Roma con Thomas Fazi, Gabriele Guzzi e Alessandro Di Battista e la prima assemblea di Agorà, movimento fondato dallo storico Angelo D’Orsi, svoltasi a Torino sabato 27 giugno. Mentre nella seconda si è dato vita a una realtà che aspira dichiaratamente a portarsi “dalle piazze al parlamento”, la prima si è conclusa di fatto rimandando ogni eventuale decisione operativa a quando vedrà la luce il testo finale della nuova legge elettorale. Un rinvio legato a considerazioni tecniche che in realtà non rappresenta, a mio avviso, la principale differenza fra le due iniziative. Ma andiamo con ordine.

Riguardo alle idee, la sovrapposizione è quasi totale. Stessa denuncia del “sistema della guerra” (ben illustrato, in particolare, da Andrea Zhok ad Agorà). Stessa frontale opposizione alla stolida russofobia di Bruxelles. Stessa radicale condanna del genocidio israeliano dei palestinesi. Stessa accusa all’inguaribile sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti. Stessa avversione all’Unione Europea. Stessa apertura ai Brics. Stessi, anche, bersagli polemici (come quell’escrescenza confindustriale che risponde al nome di Calenda, chiamato in causa direi anche troppo ossessivamente da D’Orsi). Perfino, in sostanza, le stesse battaglie, inclusa l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali (oggetto di una proposta di referendum da parte dell’associazione di Di Battista, “Schierarsi”, e citato da D’Orsi fra i punti programmatici).

Stessa consapevolezza, infine, sul fatto che, ammesso e non concesso si riesca a raccogliere le firme e aggirare la soglia del 3%, far eleggere qualche parlamentare nel breve-medio periodo si ridurrà, se va bene, alla visibilità che un’ideale pattuglia di guastatori deve poi conquistarsi in aula. L’unico punto uscito in più a Roma è stato quello, di sapore grillo-casaleggista e messo difatti sul piatto da Di Battista, della democrazia diretta come strumento attivabile per fornire ai cittadini non rappresentati un’arma, molto in teoria, un minimo incisiva.

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Benjamin Selwyn: Marx e l’economia circolare

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Marx e l’economia circolare

di Benjamin Selwyn

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mag26 1.jpgOggi, molti usano il termine “economia circolare” per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell’economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.

Un tempo concetto di nicchia, l’economia circolare è diventata una parola d’ordine, alimentata dall’ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm.[1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.

Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su: estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata… I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.»[2]

La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.

Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale – l’olio di pirolisi – che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.

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Fabrizio Casari: USA/250: l’orrore e il fracasso

USA/250: l’orrore e il fracasso

di Fabrizio Casari

Visto dall’interno, il 250° anniversario dell’indipendenza trova gli Stati Uniti alle prese con un intreccio di contraddizioni che la presidenza Trump riflette e amplifica. Lo scontro sui poteri del presidente è l’aspetto più evidente di questa situazione, che tuttavia riguarda anche altri ambiti, dai temi identitari alla giustizia sociale, fino alla ricostruzione dell’esperienza storica e dei simboli del paese.

Visto invece dall’esterno, il 250esimo compleanno degli USA è un anniversario nefasto, che presenta un conto orribile per chi ne ha patito la dimensione imperiale. Oltre 231 anni di guerra su complessivi 250 di esistenza, raccontano bene cosa siano gli USA. Il bilancio surclassa qualunque altro impero in qualunque altra epoca: più di 30 milioni di morti accertati in tutto il mondo dovuti alle sue politiche imperiali dal 1945 ad oggi.

Nati sterminando la popolazione nativa, hanno fatto della guerra e della violenza al loro interno la biografia autentica di una nazione malata nel profondo. Sviluppatisi grazie all’immigrazione, oggi ne combattono ogni pur minima esistenza. Un capovolgersi della loro stessa storia, quasi una catarsi collettiva di una impossibile resurrezione etnica.

Il sistema politico è preda delle lobbies economiche, al cui servizio operano le strutture giuridiche, politiche ed amministrative del Paese. La gerarchia netta tra le corporation e la politica regola la sostanza dell’ordinamento statunitense. Il fatto che si presenti come il modello per eccellenza della democrazia liberale, racconta di cosa s’intenda per democrazia e per liberalismo in Occidente.

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Michele Blanco: L’Italia spende 45 miliardi per la NATO: ecco gli ospedali e le scuole che avremmo potuto costruire

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L’Italia spende 45 miliardi per la NATO: ecco gli ospedali e le scuole che avremmo potuto costruire

di Michele Blanco

Negli ultimi anni, le spese sostenute dagli Stati membri della NATO hanno raggiunto cifre astronomiche. Secondo i dati ufficiali estesi sul decennio 2014-2025 (espressi in dollari), la classifica dei principali investitori vede in testa gli Stati Uniti con 999 miliardi, seguiti da Regno Unito (90,5 miliardi), Francia (66,5 miliardi), Italia (48,4 miliardi) e Polonia (44,3 miliardi).

Per l’Italia si parla di circa 42,28 miliardi di euro. Una spesa blindata, che qualsiasi governo – di qualunque colore politico – avrebbe comunque stanziato. Del resto, per la Presidenza della Repubblica e per l’attuale opposizione, l’alleanza politico-militare nata nel 1949 in funzione antisovietica resta intoccabile.

Ma proviamo a fare un’ipotesi: se dividessimo questa cifra stanziando circa 10,5 miliardi di euro per ciascun settore chiave della spesa sociale, cosa avremmo potuto realizzare nello stesso decennio?

 

Il piano alternativo: come investire 42 miliardi nelle spese sociali

  • Scuola ed Educazione: Ristrutturare 2.000 istituti scolastici per renderli moderni e sicuri; assumere 30.000 insegnanti a tempo indeterminato per 5 anni; fornire tablet gratuiti a oltre 1 milione di studenti meno abbienti.
  • Sanità Pubblica: Costruire 30 ospedali civili ad altissima tecnologia e sostenibili; assumere 20.000 tra medici e infermieri per abbattere le liste d’attesa; acquistare 1.000 macchinari avanzati per risonanze magnetiche e TAC di ultima generazione.

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Piero Orteca: Germania: «Volete essere ricchi? Fate la guerra»

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Germania: «Volete essere ricchi? Fate la guerra»

di Piero Orteca*

È sempre Teutoburgo

Alemania, mala tempora currunt,” avrebbe forse gridato l’intrepido Giulio Germanico, tornato arso di sete di vendetta nelle foreste di Teutoburgo. Doveva recuperare le aquile perse dalle legioni di Varo, massacrate dalle orde dei Cherusci, guidati dal traditore Arminio. Beh, in qualche modo, il nipote dell’imperatore Tiberio gliela fece pagare.

Oggi, a due millenni di distanza, ricordare la Germania significa comunque discutere ancora di guerra. Forse quei popoli la vocazione allo scontro ce l’hanno nel sangue. In ogni caso, vederli sotto questa luce, non è certo una diffamazione, per carità’. Perché, per loro parla la storia.

E se l’economia del Paese va male, ecco che la migliore “intelighentia” tedesca si mobilita, per studiare come coniugare efficacemente guerra e ricchezza. O, detto, in termini più scientifici, “investimenti nel settore della difesa e crescita del Pil”. Fa più fino.

 

Il Kiel Institut

Il “pensatoio” tedesco sull’economia della guerra è il prestigioso ‘Kiel Institut fur Weltwirtschaft’, che per la verità possiamo considerare (sia detto con tutto il rispetto) il tempio “intellettuale” del riarmo europeo.

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Il Pungolo Rosso: A Kiev, a Kiev, adesso – è la grande occasione, l’occasione d’oro!

A Kiev, a Kiev, adesso – è la grande occasione, l’occasione d’oro!

di Il Pungolo Rosso

Sul Corriere della sera di domenica 28 giugno un Paolo Mieli più che mai con l’elmetto calato in testa sprona la Meloni a risollevare la sua immagine dopo le sberle (vere o concertate che siano) ricevute da Trump, volando quanto prima a Kiev, “la città che è ormai la capitale morale d’Europa“.

Lo spudorato Mieli incorona l’Ucraina “capitale morale d’Europa” appena sette giorni dopo che il presidente della Polonia Nawrocki – ed è quanto dire! – ha reso pubblico di aver revocato l’Ordine dell’Aquila Bianca (massima onorificenza di stato polacca) a Zelensky. Nawrocki accura Zelensky di aver assegnato ad una unità dell’esercito ucraino il nome dell’UPA (Esercito insurrezionale ucraino), che si segnalò nel corso della seconda guerra mondiale per la sua collaborazione organica con le truppe naziste in numerosi eccidi di civili polacchi – per non dire altro.

La contiguità crescente, se non la vera e propria simbiosi, di Zelensky con le forze filo-naziste del passato e del presente è cosa arcinota a tutti. Figurarsi se non lo è a Mieli, informato perfino sul contrasto epocale tra Francesco Toscano e Marco Rizzo in quella scaracchiata che ha il nome di Italia sovrana e popolare. Ma, per il sionista Mieli, la cosa non merita neppure un’alzata di spalle. Zelensky filo-nazista? E chi se ne frega. Del resto, è lo stesso atteggiamento che ha assunto per Gaza. Genocidio? E chi se ne frega. C’è altro di cui occuparsi, ben più importante di qualche centinaio di migliaia di palestinesi trucidati.

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Gianandrea Gaiani: Vertice NATO ad Ankara: USA e Ucraina vogliono spennare i polli europei

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Vertice NATO ad Ankara: USA e Ucraina vogliono spennare i polli europei

di Gianandrea Gaiani

HLGzcYtWQAAAcWS.jpgChi se lo sarebbe mai aspettato? A pochi giorni dal vertice NATO di Ankara gli Stati Uniti strigliano per l’ennesima volta in pochi giorni gli “alleati” europei che non spendono ancora abbastanza per la difesa. E, va da sé, soprattutto non spendono abbastanza per comprare prodotti militari “made in USA”.

Lo ha spiegato bene ieri l’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, che nel corso di un briefing con la stampa ha stilato la “pagella” degli alleati.

Polonia, scandinavi, baltici e Germania meritano un “10 e lode”, non solo perché alcuni di loro hanno già raggiunto il 5% del Pil nella spesa militare ma soprattutto perché stanno facendo incetta di armamenti americani.

Altri alleati raggiungono la “sufficienza”, più che altro sulla fiducia perché hanno presentato “piani credibili” di riarmo a breve termine ma molti altri partner NATO europei sono in procinto di venire bocciati o quanto meno rimandati a settembre.

“Troppi alleati sono in ritardo”, ha ammonito Whitaker, aggiungendo che “Trump si aspetta aumenti in tempi brevi” e che i principali partner dovranno farsi carico di un ruolo trainante nei confronti dei più restii a lanciarsi nella corsa al riarmo. A ben guardare la più demenziale della Storia, da attuarsi in piena crisi energetica ed economica e con l’obiettivo ormai palese di sostenere l’economia e l’industria statunitense anche a costo di sacrificare la nostra.

Whitaker non ha dimenticato di ricordare i dissidi sulla guerra in Iran e le restrizioni poste da alcuni alleati all’uso delle basi USA in Europa. “Terremo sempre in considerazione questi aspetti per decidere dove dislocare le nostre truppe”, ha precisato l’ambasciatore, annunciando colloqui con gli alleati su “accesso, dislocazione delle basi e sorvolo”, dossier da definire in confronti bilaterali, con il Pentagono e il Comando Usa in Europa (Eucom) chiamati a condurre la revisione militare complessiva della presenza americana in Europa.

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Fabio Ciabatti: Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense

Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense

di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47

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ambientali fumi incendi.jpgIl sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarene la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico.

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Antonio Martone: Sette tesi sulla crisi della politica

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Sette tesi sulla crisi della politica

di Antonio Martone

9788829028375.jpgPrima tesi

Il cosiddetto fenomeno Vannacci rappresenta uno degli effetti della crisi antropologica che attraversa l’Italia e l’Occidente nel suo insieme. La sua forza risiede nella capacità di dare forma politica a un disagio già largamente diffuso, di offrire un nome e una direzione a qualcosa che esisteva prima di lui e che continuerà a esistere dopo. Sarebbe dunque un errore interpretarlo semplicemente come un episodio mediatico o come una deviazione temporanea del consenso: esso appartiene a un processo storico più ampio, nel quale le tradizionali forme della rappresentanza moderna hanno progressivamente perduto la capacità di organizzare l’esperienza collettiva. I partiti, le ideologie, le grandi narrazioni politiche del Novecento avevano svolto una funzione precisa nella produzione del senso. Esse fornivano agli individui un orizzonte entro cui collocare la propria esistenza sociale. Queste strutture si sono svuotate — hanno smarrito la capacità di abitare l’esperienza reale delle persone — e il campo è rimasto vuoto. È stato occupato da altro: forme di identificazione più immediate, più viscerali, più capaci di parlare direttamente al corpo e alla paura. Comprendere Vannacci significa dunque comprendere l’ordine che lo ha reso possibile, e farlo senza la consolazione di poterlo liquidare come fenomeno eccezionale o transitorio.

 

Seconda tesi

La globalizzazione economica, il paradigma neoliberale e la rivoluzione tecnico-digitale hanno determinato quella che io definisco e-city: uno spazio iperconnesso, abitato da soggetti mobili e sradicati, in cui il ritmo accelerato del presente ha liquidato memoria e attesa come categorie dell’esperienza umana. La e-city non è semplicemente la città elettronica contemporanea nel senso urbanistico del termine: è una forma di vita e un regime temporale. È un’organizzazione dell’esperienza che seleziona secondo criteri di adattabilità, velocità e produttività.

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Emiliano Brancaccio: “Destra e liberali contro i migranti, ma i flussi da bloccare sono quelli di capitali”

“Destra e liberali contro i migranti, ma i flussi da bloccare sono quelli di capitali”

Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

«Vannacci non lo dice perché è l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali. Gli immigrati sono il perfetto capro espiatorio del capitale. Ormai li prendono di mira anche alcuni pezzi di mondo liberale»

Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.

* * * *

Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?

Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari. Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.

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Davide Malacaria: Israele e la creazione del nemico

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Israele e la creazione del nemico

di Davide Malacaria

Storie di ordinaria follia omicida delle autorità israeliane e che si inserisce nel solco di una direttrice politica consolidata che prevede l’eliminazione degli antagonisti moderati per favorire l’emersione di figure più intransigenti che Tel Aviv può brandire come minaccia, legittimando così le sue ambizioni belliche-espansioniste come necessarie alla sicurezza

Mentre erano in corso le trattative per porre fine alla guerra, gli Usa hanno avvertito il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alla guida del team negoziale, che Israele voleva ucciderli.

Non una minaccia aleatoria, come annota il New York Times, che ricorda come la delegazione iraniana fu scortata da jet pakistani a Islamabad – dove si sono incontrati con gli americani – e che al ritorno due caccia israeliani erano penetrati nello spazio aereo iraniano per abbattere il velivolo su cui viaggiava Ghalibaf, fuggito alla caccia con un atterraggio di emergenza (vicenda confermata da Mahdi Mohammadi, il più importante consigliere di Ghalibaf).

Storie di ordinaria follia omicida delle autorità israeliane e che si inserisce nel solco di una direttrice politica consolidata che prevede l’eliminazione degli antagonisti moderati per favorire l’emersione di figure più intransigenti che Tel Aviv può brandire come minaccia, legittimando così le sue ambizioni belliche-espansioniste come necessarie alla sicurezza.

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Chris Hedges: La truffa del capitalismo spietato: come il neoliberismo ha spianato la strada al nuovo fascismo

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La truffa del capitalismo spietato: come il neoliberismo ha spianato la strada al nuovo fascismo

di Chris Hedges*

Il neoliberismo, meglio comprensibile con il suo termine meno edulcorato di capitalismo spietato, è il veleno che ha distrutto la nostra democrazia. Ha fornito alla classe dei miliardari e alle multinazionali la copertura ideologica per impoverire la classe lavoratrice, imporre un’austerità paralizzante, svuotare le istituzioni democratiche, corrompere i due partiti politici al governo e trasformare i nostri tribunali in appendici delle multinazionali e dei ricchi.

Il neoliberismo ha spinto decine di milioni di persone emarginate e disperate tra le braccia dei fascisti cristiani, che hanno sfruttato la loro disperazione vendendo loro la fantasia di un Gesù magico. Le ha spinte tra le braccia di teorici della cospirazione e ciarlatani di destra. Le ha trascinate nei vortici autodistruttivi dell’alcolismo, della tossicodipendenza da oppioidi, del gioco d’azzardo compulsivo, della violenza domestica e sessuale. Queste sono state le inevitabili conseguenze della stagnazione personale, della perdita di potere e di sentimenti di inutilità, frustrazione e profonda disperazione.

Il neoliberismo ignora le grida delle sue vittime. Liquida la loro sofferenza e la loro rabbia come irrazionali, frutto di ignoranza e razzismo. Neutralizza le riforme liberali, rendendole superficiali e inutili. Gli apologeti liberali del neoliberismo, ormai disinteressati alla giustizia economica, si rifugiano in un attivismo di nicchia. Ripetono slogan vuoti sulla diversità e il politicamente corretto, fingendo che l’implacabile guerra di classe, scatenata a livello globale dagli anni ’70, non esista.

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