Salviamo l’arte di strada minacciata da un regolamento di Roma Capitale

Sono un musicista di strada e la mia musica è tutto ciò che ho per sopravvivere e se scrivo alle radio è perchè è di musica che anche molte radio vivono, ma se il contenuto di questo mio messaggio non è gradito per qualsiasi motivo, basta dirmelo e chi non vorrà più ricevere mie comunicazioni mai più le riceverà.

Come forse a qualcuno sarà già giunto all’orecchio, stanno vietando l’uso di ogni tipo di amplificazione, anche piccola, in tutte le zone del centro storico e questo è un problema non solo per i musicisti, ma anche per tutti gli altri artisti di strada che necessitano di un minimo di amplificazione per i loro spettacoli (clown, acrobati, giocolieri, marionettisti, etc).

Quello che vi chiedo è di leggere questa nostra petizione

http://chng.it/WTv8qjCgQd

su Change.org che come Artisti di Strada abbiamo diretto a Roma, Città d’Arte, e, se lo riterrete opportuno, di aiutarci a condividere il link e a raccogliere firme per la nostra causa.

Damiano

 


 

Negli ultimi tempi, dopo anni di relativa convivenza con una regolamentazione comunale sull’arte di strada fatta male (Delibera Gasperini 24/2012), la Polizia Locale di Roma Capitale ha effettuato moltissime multe, sequestri e anche denunce penali ai danni degli artisti di strada della capitale.
Il motivo ufficiale è in nuova interpretazione che viene fatta dal Comune del nostro ricorso al TAR del 2013 che riammetteva l’utilizzo di percussioni, tromba, sassofono, piatti, e l’uso di strumenti di amplificazione (art. 1 e 11 comma 2 della delibera). Nella nuova interpretazione il Comune si “accorge improvvisamente”, dopo appena 6 anni da allora, che invece non era stato abrogato l’art. 4, sempre della delibera Gasperini, che prevede l’impossibilità ad usare amplificatori nelle piazze più importanti di Roma, come Piazza del Popolo, Terrazza del Pincio, Piazza di Spagna, Piazza Mignanelli, Piazza San Salvatore in Lauro, Piazza Sant’Apollinare, Piazza Navona, Piazza di Pietra, Campo de Fiori, Piazza Farnese, Largo dei Calcarari, Castel Sant’Angelo, Piazza Trilussa, Piazza San Silvestro, Piazza della Maddalena e Piazza San Lorenzo in Lucina. In pratica tutte le più importanti piazze di Roma dove la musica è bandita e, se qualche artista, magari in buona fede perché in possesso di una comunicazione per uno di questi luoghi, prova a suonare anche usando un amplificatore di piccolissime dimensioni, viene prontamente circondato dalle macchine della municipale, multato e in molti casi soggetto al sequestro degli strumenti.

Ti chiediamo di aderire al nostro MANIFESTO CULTURALE, mettendo la tua firma di sostegno, perché la nostra opera artistica continui a vivere e rendere sempre più bella e viva Roma, città d’arte.

MANIFESTO CULTURALE DEGLI ARTISTI DI STRADA DI ROMA

L’arte di strada renderà Roma più bella se…

Verrà regolamentata in modo adeguato ed equo, in modo che possa essere sempre una risorsa d’arte, socializzazione e valorizzazione della città, e mai un disturbo o una forma di degrado.
Nello specifico chiediamo una nuova regolamentazione dell’arte di strada a Roma che garantisca questi principi base:

essa sia riconosciuta nell’ambito del diritto inalienabile alla libertà d’espressione sancito dalla Costituzione;

ne venga valorizzata la tradizionale natura itinerante, facendo in modo che gli artisti di strada non debbano stare sempre in un solo luogo, ma si possano spostare nella città;

nei luoghi particolarmente critici, in particolare del centro storico, vengano consentite forme d’arte di strada consone ai luoghi stessi, realizzando una mappatura delle piazze e di strade “particolari”, con regolamenti specifici caso per caso, che prevedano diverse discipline, riguardo ai tempi di presenza ed alternanza degli artisti e fascia di sonorità;

l’arte di strada sia “donata” gratuitamente dagli artisti alla gente che si trova negli spazi pubblici, e come unica forma di retribuzione consentita dovrà essere il “cappello”, in quanto libera donazione della gente agli artisti;

si riesca a valorizzare la qualità della prestazione artistica;

si stabiliscano e si assegnino diritti e doveri degli artisti in applicazione del codice etico e del regolamento dell’arte di strada, dove siano contemplate anche delle sanzioni proporzionate, in caso di ripetute violazioni da parte di artisti che non rispettino il regolamento stesso;

venga istituito dal Comune di Roma Capitale un ufficio di assistenza e controllo costante dell’arte di strada, che si occupi di collaborare costantemente con le forze dell’ordine, con residenti, commercianti, artigiani, agenzie turistiche, con gli stessi artisti di strada e con quant’altri, al fine di rendere meglio fruibili le attività degli artisti stessi.

“La strada va conquistata con l’arte, non presa e basta” (Dario Fo)

La Strada Libera Tutti: Facebook
Blog: Buskers in Rome

 

Bolivia, “Combatteremo. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto”

Reportage esclusivo nella resistenza al golpe dall’Altiplano della Bolivia.

(si consiglia di proseguire la lettura sul sito L’Antidiplomatico, cliccando QUI)

Bolivia, dicembre 2019, tre settimane dopo il colpo di stato fascista. Fa diabolicamente freddo. L’auto che mi guida sta navigando attentamente attraverso le tracce di fango profondo. Enormi cime innevate sono chiaramente visibili in lontananza.

L’amato Altopiano boliviano, ma sempre in qualche modo ostile, silenzioso, impenetrabile.

Tante volte, in passato mi sono avvicinato alla morte qui. In Perù e in Bolivia. Più spesso in Perù.

Ora, quello che faccio è totalmente pazzo. Essendo un sostenitore del presidente Evo Morales dall’inizio fino a questo momento, non dovrei essere qui; in Bolivia, nell’Altopiano. Ma ci sono, perché queste capanne di fango a sinistra e a destra sono così familiari e così care a me.

La mia guida, il mio compagno, è un contadino boliviano, un uomo indigeno. Le sue mani sono rosse, ruvide. Di solito non parla molto, ma dopo il colpo di stato non riesce a smettere di parlare. Questo è il suo paese; il paese che ama e che gli è stato rubato, a lui, a sua moglie e a i suoi figli.

Entrambi possiamo essere fregati qui, ma se lo facciamo, quella è la vita; conosciamo il rischio e siamo felici di assumerlo.

Carlos (non il suo vero nome), il mio autista e un amico, ha spiegatomi spiega:

“Ho chiamato loro, gli anziani, e hanno detto che è ok che tu venga. Ho inviato loro i tuoi saggi. Sai, la gente qui ora legge, anche nei villaggi profondi. Dopo 14 anni di governo di Evo, l’intero paese è coperto dalla rete di telefonia mobile. Leggono le tue cose tradotte in spagnolo. A loro è piaciuto quello che hanno letto. Hanno accettato di darti una dichiarazione. Ma mi hanno detto: “Se non è davvero uno scrittore di sinistra russo-cinese, ma invece un po ‘di cretino di Camacho, gli spezzeremo la testa con una pietra”. ”

Camacho; Luis Fernando Camacho, fascista, membro del movimento nazionalista golpista appoggiato dagli Stati Uniti, e presidente del Comitato Civico di Santa Cruz dal 2019. Un grande avversario di Evo Morales, un uomo che durante le elezioni generali boliviane del 2019, si schierò con L’ovest, con il prezioso esercito boliviano (addestrato negli Stati Uniti), e ha chiesto le dimissioni di Evo, il 5 novembre 2019.

So bene con quello che dicono. Stiamo andando.

Saliamo e poi, a circa 4.100 metri sul livello del mare, saliamo ancora.

Si sta costruendo una nuova, ampia strada. Certo, è un progetto dai tempi della presidenza di Evo.

Ma non è solo l’edificio stradale che può essere rilevato intorno a noi. Ci sono torri d’acqua e pompe per l’acqua e rubinetti in ogni villaggio. L’acqua è gratuita, per tutti. Ci sono scuole, centri medici e strutture sportive e campi attentamente frequentati.

L’unità è lunga, dura. Ma a un certo punto, vediamo alcuni autobus e macchine parcheggiati sulla cima di una collina.

C’è un piccolo altopiano e un gigantesco oratore bianco seduto in mezzo al campo.

Le persone in abiti colorati sono sparse in tutto il sito: uomini, donne e bambini. Un gruppo di anziani è seduto in un cerchio chiuso. Stanno cantando e il loro appello viene trasmesso attraverso l’oratore. Stanno affrontando ciò che è sacro per loro: la Madre Terra. Hanno bisogno di forza per andare avanti, lottare, difendersi.

Prima sono letteralmente “scannerizzato” dalla gente e solo allora mi è permesso di avvicinarmi agli anziani. Spiego chi sono e presto le formalità sono finite.

“Per favore, registra ma non filmare i nostri volti, per sicurezza”, mi viene detto. “Ma più tardi, puoi filmare l’incontro.”

Poco dopo mi siedo e iniziano a parlare:

“La situazione in cui viviamo in questi giorni nel nostro paese, nelle comunità quassù, nelle comunità andine è molto difficile. In realtà ci sentiamo frustrati, spesso abbandonati perché durante il precedente governo guidato dal presidente Evo Morales, noi come agricoltori e indigeni, ci sentivamo molto bene. Anche se, a volte, non abbiamo ricevuto troppo aiuto, il governo, lo stesso presidente Evo Morales, è del nostro stesso sangue, della nostra stessa classe. Per questo motivo, lo stavamo sostenendo. E continuiamo a supportarlo. ”

“E questo, quello che abbiamo, ora è una dittatura. Dicono il contrario, ma è un governo fascista. È un governo che sta bruciando la Wiphala, il nostro simbolo. Ci disonora. Ci sentiamo umiliati, ci sentiamo discriminati. Per questo motivo, ci rendiamo conto che non possiamo fallire; non possiamo restare qui in questo modo, continueremo a combattere. Ci saranno elezioni nel nostro paese e continueremo a sostenere quella persona che ha elevato il nostro nome; il nome dei nativi, degli operai, dei lavoratori e dei poveri “.

“In primo luogo, andremo alle elezioni, se ovviamente ci saranno elezioni. Andremo a sostenere la nostra gente; i nostri leader. Nel caso in cui producano frodi elettorali, allora sì, aumenteremo! ”

Dissi loro che conoscevo il loro paese e l’Altiplano da più di 25 anni. Tutto è cambiato. I villaggi costituiti da capanne di fango hanno preso vita. Si svegliarono, iniziarono a sbocciare. L’acqua per tutti ha iniziato a scorrere attraverso i tubi forniti dal governo. Le ambulanze moderne sono a disposizione, servendo tutti gli angoli della nazione. I centri sanitari hanno aperto le porte a milioni di studenti, così come le scuole e i centri di vocazione. Sono state costruite nuove strade. Il governo ha incoraggiato l’agricoltura ecologica.

La Bolivia, che per decenni e secoli ha vissuto sotto mostruoso apartheid, è stata sfruttata, umiliata e derubata di tutto, ma ultimamente ha iniziato a rialzarsi.

Ho detto loro questo. Dissi loro come venivo qui, ancora e ancora, negli anni ’90, dal Perù; un paese devastato dalla cosiddetta “Guerra sporca” che ho descritto nel mio romanzo “Punto di non ritorno”. Il Perù era terribilmente rotto, ma qui, in Bolivia, la gente era mezzo viva. Non c’era speranza, solo silenziosa, spaventosa miseria.

Ora la Bolivia, una volta il paese più povero del Sud America, è molto più avanzata del Perù, uno stato che è stato incessantemente cannibalizzato dal modello economico neoliberista, mentre era ancora diviso razzialmente e socialmente all’estremo.

Ho chiesto agli anziani se fossero d’accordo. Mi hanno detto di si.

“Certamente. Perché con i nostri occhi abbiamo visto enormi cambiamenti economici e abbiamo assistito alla nascita della Bolivia e, dopo quei 14 anni, siamo andati avanti rispetto a tutta questa regione latinoamericana ”.

Ho filmato, fotografato.

Prima di andare, una donna anziana si è avvicinata alla macchina e ha urlato qualcosa in una lingua locale.

Carlos ha tradotto:
“Combatteremo tutti quegli esseri malvagi che si sono dichiarati i nostri sovrani. Se non scompaiono, presto chiuderemo di nuovo le strade tra El Alto e La Paz e dovranno mangiare i propri escrementi. Il nostro popolo non sarà mai più sconfitto. Dillo ovunque tu vada! ”

Ho detto che lo farò.*

Nel 1971, il grande scrittore, giornalista e poeta uruguaiano, Eduardo Galeano, pubblicò il suo libro Le Vene Aperte dell’America Latina, che divenne presto il tomo più importante per i pensatori e i rivoluzionari di sinistra latinoamericani.

All’interno del libro, che veniva regolarmente bandito in tutto il continente, Galeano aveva scritto di quei 500 anni di mostruosi saccheggi, inganni e crudeltà, commessi da europei e nordamericani contro il popolo dell’America centrale e meridionale. Alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi sul territorio che ora è la Bolivia, in particolare nelle miniere d’argento della città di Potosi, che ha contribuito a rendere l’Europa ricca, ma le cui decine di migliaia di persone sono morte, costrette a vivere e lavorare come schiavi.

Non molto tempo prima che morisse, ho lavorato con Eduardo Galeano nel suo caffè, nella città vecchia di Montevideo.

Fu durante i giorni inebrianti dell’ondata di “Pink Revolutions”. Stavamo celebrando le nostre vittorie, condividendo la speranza per il futuro.

Ma ad un certo punto, Eduardo fece una pausa e disse semplicemente:

“Sai, tutti i nostri compagni che detengono il potere ora devono stare molto attenti. Devono capire che i poveri che li hanno votati o che li hanno supportati quando stavano prendendo il potere, hanno lasciato solo una cosa nella loro vita, e questa è la speranza. Tu porti via la loro speranza e loro non hanno più nulla. Derubarli della speranza è come ucciderli. Ecco perché, ogni volta che incontro i nostri leader di sinistra, e lo faccio molto spesso, dico sempre loro: ‘Compagni, attenzione, non giocate con la speranza! Non promettere mai alle persone ciò che non puoi offrire. Mantieni sempre la parola. ”

Juan Evo Morales Ayma, il primo presidente indigeno boliviano, capì perfettamente Galeano e il suo lavoro. Lui e il suo Movimento per il socialismo (MAS) non hanno mai tradito la fiducia dei poveri. Questo è il motivo per cui non è mai stato perdonato dall’Occidente e da molti individui provenienti dalle preziose élite boliviane e dai militari.*

Dopo il mio incontro con i leader indigeni, ho chiesto a Carlos di guidarci in giro per l’Altiplano, senza alcun piano particolare. Volevo parlare con le persone; ai più poveri dei poveri della Bolivia.

Ad un certo punto, arrivammo in un piccolo borgo. Un cane con una gamba rotta ci ha accolto con un abbaiare forte ma innocuo. C’erano due pecore vicino all’ingresso della casa. Un anziano contadino, sua moglie cieca e una figlia lavoravano nel campo.

Non avevano paura di parlare, anche di essere registrati e fotografati, purché promettessi di non rivelare i loro nomi.

Al contadino mancava metà dei denti e si sporgeva da un lato, ma i suoi pensieri e le sue parole erano chiari:

“Grazie a Evo per tutto. C’è il suo lavoro e parla da sé; quella strada, infrastruttura. Anche questa casetta che abbiamo è grazie a lui. ”

“Qui non vogliamo quel cosiddetto presidente Añez. Vuole ingannarci, ci mente. Siamo con il MAS; tutti noi qui supportiamo fortemente il MAS. Stiamo sostenendo nostro fratello Evo. Abbiamo sempre sofferto qui, ma Evo è arrivato con progetti eccellenti … ma ora tutti i progressi si fermeranno. ”

La figlia ha forse 14 anni. È un prodotto del governo di Evo. Ben vestita, con bei bicchieri, parla fluentemente. Le sue parole sono ben formulate:

“Quei leader del colpo di stato non hanno pietà di noi. Ci hanno sparato, picchiato e gasato. Hanno violato le nostre donne. Ultimamente, le nostre madri, i nostri padri hanno sofferto tremendamente a La Paz. Le persone sono rimaste ferite, le persone sono morte e l’esercito e i capi del colpo di stato non hanno pietà. Non vogliamo essere schiavi, come prima. Dopo il colpo di stato, il nuovo governo ha detto cose terribili sul nostro presidente; cose che non ci piacciono affatto. Non vogliamo essere schiavi, né essere schiacciati da quella nuova signora-presidente e dal suo popolo. Lei è una razzista. La verità è che è troppo razzista. Ci chiamano “indios” e dicono cose su di noi che ci rendono furiosi. Ci discriminano in tutti i modi possibili. ”

“Ma non perdi la speranza?” Ho chiesto.

“Non lo so”, sorrise. “Sono con il MAS. E il MAS tornerà vittorioso. Sconfiggeremo coloro che sono dietro al colpo di stato. ”

Siamo partiti, dirigendoci verso la strada principale.

“Ancora una fermata”, chiesi a Carlos.

Guidammo, a caso, verso un’abitazione parzialmente danneggiata.

“Che cosa è successo qui?” Ho chiesto.

I membri della famiglia hanno parlato l’uno sull’altro:

“A novembre, Camacho ha inviato qui diversi autobus pieni dei suoi sostenitori, da Potosi. Sono arrivati ??e hanno iniziato a picchiarci, insultandoci, uccidendo i nostri animali e distruggendo le nostre case. Ci hanno costretti in ginocchio, legandoci le mani dietro la schiena. Ci hanno chiamato i nomi più offensivi. Ci hanno umiliati. Hanno detto che è finita, che ora sapremo di nuovo a che cosa apparteniamo. ”

Ho chiesto a Carlos se avesse già sentito queste storie. Lui rispose, senza pensare:

“Ovviamente. Puoi chiedere a chiunque quassù e confermeranno ciò che hai appena sentito.”

Prima di scendere a La Paz, a El Alto, ho chiesto a Carlos di fermarsi in diversi luoghi, dove a novembre sono morte decine di persone, bloccando la capitale come protesta contro il colpo di stato e costringendo Evo Morales all’esilio.

I fori di proiettile che danneggiarono le pareti erano ancora visibili ed erano chiaramente contrassegnati. Lì c’erano dei fiori, dove la gente era caduta. Presto, speriamo molto presto, ci saranno monumenti.

I graffiti di El Alto parlavano chiaramente e ad alta voce:

“Añez, ti cacceremo via – tu colpevole!”, “Añez – dittatore!” E “Añez – assassino!”. *
Solo un anno e mezzo fa, ho assistito a grandi feste a El Alto. Ho filmato processioni colorate, gente che ballava, fuochi d’artificio. Ho ammirato i nuovi spazi pubblici, le funivie super moderne, le piscine pubbliche e i campi da gioco costruiti per i bambini.

Ora, la città sembrava un cimitero. Era lugubre, silenzioso, cupo.

L’enorme Monte Illimani, il simbolo di questa antica terra, era coperto di neve. Adesso era bello, ma è sempre stupendo, sia nei periodi migliori che durante i disastri. La Paz, seduto in un enorme cratere, era chiaramente visibile dall’alto.

“Gli Yankees stanno arrivando”, mi ha detto Carlos. “Sai, Añez ha ripristinato i legami diplomatici con Washington. E le loro spie e agenti stanno inondando l’ambasciata; tutti in abiti civili, ovviamente … ”

“Con le spalle coperte dai tesori dell’esercito boliviano”, dissi sarcasticamente.

Carlos rimase in silenzio per qualche tempo. Quindi decise di parlare:

“Quando ero giovane, ero anch’io nell’esercito. A Cochabamba, sai, durante le crisi idriche e la ribellione popolare mirava a liberare l’acqua. Non ti ho mai detto. Erano tempi difficili. La gente si ribellò e alcuni morirono. La nostra unità era composta principalmente da soldati indigeni. Gli ufficiali erano bianchi; quasi tutti lo erano. A un certo punto, facciamo loro sapere che non spareremmo ai nostri fratelli e sorelle. Si misero i pantaloni: capitani, colonnelli; avresti dovuto vederli: stavano correndo in giro, in caserma e fuori, senza segni dei loro ranghi. Sai, ad un certo punto, se ci avessero costretti a massacrare la nostra gente, avremmo rifiutato e invece li abbiamo massacrati ”.

“Sono stati addestrati in Occidente?” Ho chiesto.

“Molti, sì.”

“E adesso Carlos? E adesso?

Iniziò a sussurrare, anche se nessuno sembrava essere nei paraggi:

“Ho due parenti nell’esercito. Ho parlato con uno di loro, qualche giorno fa. È lo stesso di quando prestavo servizio a Cochabamba. I ranghi superiori sono con gli Yanquis, ma le truppe, la maggior parte, sono con il MAS; sono con Evo. Vedi, se c’è un ammutinamento, e ben presto potrebbe essercene uno, presto, allora Añez, Camacho e i loro amici del gringo saranno presto fottuti! ”
*

Sono andato al lussuoso hotel Suites Camino Real a La Paz, per pranzo. Ho dovuto vedere “loro”, l’altro lato. Quelli che importano carne di manzo squisita dalla provincia di Santa Cruz, quelli che la consumano qui, quelli che ora stanno celebrando.

E festeggiamenti c’erano.

Diverse parti si stavano svolgendo, contemporaneamente. Le persone saltellavano, si abbracciavano, urlavano come un matto. Tutto bianco, tutto “alto e bello”, tutto biondo, perossido o reale. Il vino scorreva.

La maggior parte dei camerieri erano indigeni, vestiti con abiti occidentali; zitti e incerti.

Ho incontrato un ex grande economista del governo di Evo, Ernesto Yañez, che a un certo punto è stato vicepresidente della Banca centrale della Bolivia. È stato sicuro incontrarsi qui. Abbiamo trovato un angolo tranquillo dove parlare:

“Sicuramente chiamo quello che è successo qui, un colpo di stato. Non ci sono state frodi elettorali “.

“Senza dubbio, gli anni di Evo al potere sono stati contrassegnati da una grande stabilità economica. Soprattutto all’inizio, non c’erano quasi problemi economici. Il tasso di povertà è diminuito dal 55% a meno del 30%. La qualità della vita è aumentata notevolmente. ”

“Nella relativamente povera Bolivia, i tassi di povertà sono più bassi rispetto al paese più ricco del continente, l’Argentina, dopo il regno del neoliberista Presidente Macri”, non ho potuto fare a meno di menzionare.

“Sì, ma dopo il colpo di stato, l’economia qui sta crollando”, ha detto Ernesto Yañez.

Sei mesi fa, ero qui e ci sono stati scioperi violenti da parte dei medici in tutta la Bolivia. Molti di loro erano stati istruiti gratuitamente dallo stato, ma dopo ciò, chiedevano un sistema medico neoliberista, in cui medici e infermieri avrebbero ottenuto stipendi irrealisticamente elevati. Molti medici cubani sono stati impiegati dal governo, in tutto il paese, al fine di migliorare l’assistenza medica.

Ernesto Yañez ha inoltre chiarito:

“Durante il governo di Evo, milioni di persone sono passate dalla classe media a quella inferiore. Molti di loro erano giovani. Il che significa, prima del colpo di stato, e dopo 14 anni di dominio MAS, molti giovani della classe media non avevano idea di cosa significhi vivere nella miseria. Hanno dato per scontati tutti i risultati di Evo e MAS. Quindi, quando sono arrivate alcune difficoltà, incluso il rallentamento dell’economia dopo il 2014, le hanno viste come i fallimenti del governo di Evo “.
“Sai, ad esempio i dottori che hai citato; pensavano che se avessero abbattuto il MAS, tutte le loro richieste sarebbero state immediatamente soddisfatte dal governo di destra. Non è mai successo Ora non hanno idea di cosa fare. ”

“Lo stesso che a Santa Cruz”, concordai con lui. “I prezzi del carburante e dei servizi pubblici stanno salendo. Ora i giusti realizzeranno che cosa significa realizzare il loro sogno: un regime neoliberista. Si stanno pentendo; disperati”

Ernesto Yañez ha concluso:

“Sai, Evo ha arricchito anche molti uomini d’affari boliviani. Il paese e la sua economia sono stati molto stabili, per anni. Prima di salire al potere, i grandi protagonisti erano nordamericani, europei e cileni. Durante il suo mandato, le aziende boliviane hanno avuto la priorità. Le élite boliviane erano sempre razziste, per loro, Evo era “un Indio mas” (solo un altro indiano). Ma hanno nascosto bene i loro sentimenti. È perché Evo ha fatto bene le cose. Ha cambiato questo paese in meglio, quasi per tutti. ”

“Ma ora le cose sono andate di male in peggio. Il nuovo presidente arriva con la Bibbia e la croce, brucia Wiphala e la gente muore. Ora gli indigeni vogliono indietro Evo. ”

E non solo gli indigeni, anche se quasi tutti gli indigeni che ho incontrato questa volta in Bolivia, lo fanno.*

Ho camminato fino a Plaza Murillo a La Paz, dove si trovano il Palazzo Presidenziale e il Congresso Nazionale della Bolivia.

La polizia e i militari erano ovunque. Durante il governo di Evo, questo era uno spazio tranquillo, aperto, pieno di alberi verdi, bambini e piccioni.

Davanti al Congresso Nazionale, diverse donne vestite con bellissimi abiti indigeni, si stavano radunando, parlando tra loro. Questi erano deputati del MAS.

Ho tirato fuori le mie macchine fotografiche e mi sono avvicinato a loro. Immediatamente, i tizi della sicurezza in borghese, si sono avvicinati, ma le due deputate mi fecero gesti protettivi con le braccia, mi sorrisero e hanno respinto gli agenti di sicurezza: “Lasciatelo in pace, è con noi”.

Sapevo che non avevamo tempo e ho chiesto solo una cosa: “Siamo ancora in piedi, compagni?”

Non hanno esitato:

“Siamo in piedi. Non ci sconfiggeranno. Il MAS è il governo legittimo della Bolivia.”

E quindi, questo è ciò che sto segnalando dalla Repubblica Plurinazionale della Bolivia:

Il paese è sotto attacco dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. È stato ferito dai suoi quadri, sia militari che civili. Il sangue è stato versato. Il legittimo presidente e vicepresidente sono in esilio.

Secondo Reuters, “il ministro boliviano cerca l’aiuto di Israele nella lotta contro il presunto” terrorismo “di sinistra”. Che sarebbe il governo legittimo.

Ma il paese è in piedi. Le persone non sono in ginocchio. In primo luogo ci sarà un voto, ma se ci sono frodi da Washington o dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS), ci sarà una lotta.

Evo Morales e il MAS hanno vinto le recenti elezioni. Non è assolutamente possibile che il MAS non vincerà di nuovo. Ho parlato con la gente e ora, ancor più di prima, stanno chiudendo i ranghi attorno al movimento verso il socialismo che ha reso la Bolivia una delle più grandi nazioni dell’emisfero occidentale.

Gli indigeni della Bolivia e il resto del Sud America non sono mendicanti o schiavi. Molto prima dell’arrivo di quei brutali fondamentalisti religiosi e saccheggiatori mal educati – i conquistatori spagnoli – erano i proprietari di questa bellissima terra. La loro civiltà era molto più grande di quella dei loro tormentatori.

Il governo di Evo ha fatto molto di più che migliorare la situazione sociale nel suo paese. Ha iniziato a invertire 500 anni di crudele ingiustizia in questo continente. Ha dato potere ai senza potere. Restituì orgoglio alle persone che erano state derubate di tutto.

Washington mostra chiaramente dove si trova. Nonostante la sua ipocrita “correttezza politica”, è dalla parte del razzismo, del colonialismo e dell’oppressione fascista. Invece di difendere la libertà, la opprime. Invece di promuovere la democrazia (che è “regola del popolo”), sta violentando la democrazia: qui in Bolivia e altrove.

Fino a quando la Bolivia non sarà di nuovo libera, l’intero mondo che ama la libertà dovrebbe agitare il Wiphala.

Gli anziani dell’Altiplano hanno inviato un chiaro messaggio al mondo. Le elezioni avranno luogo, ma se il popolo verrà derubato del proprio governo, ci sarà una rivolta e una battaglia epica.

Purtroppo, se ci sarà una battaglia, alcune persone si uniranno alla Terra. Ma anche la Madre Terra non resterà inattiva, si unirà al suo Popolo.

Añez insieme ai suoi simboli colonialisti, è già stata maledetta dalla maggioranza del popolo boliviano, così come Camacho e molti altri traditori. Ma forse, tecnicamente, non sono “traditori”, dopo tutto. Le loro alleanze sono verso quelle nazioni che avevano attaccato e saccheggiato questa parte del mondo, per diversi lunghi secoli.

Dopo 500 anni di tormento e umiliazione, la madre Terra, Pachamama, sta abbracciando i suoi figli. Evo e MAS li hanno riuniti. Questo è un momento straordinario nella storia. La gente qui lo capisce. Le élite razziste europee se ne rendono conto. Washington ne è ben consapevole.

In questo momento, c’è un momento di silenzio; breve.

Se i leader del colpo di stato fascista non ridaranno il potere, ci saranno enormi tuoni e il popolo di Altiplano si alzerà, con Wiphala in mano, supportato dalla loro antica e sacra Terra.

Pubblichiamo su esclusiva dell’Autore. Il reportage è stato pubblicato anche in inglese su 21WIRE

Testo e foto: Andre Vltchek*

*Andre Vltchek is a philosopher, novelist, filmmaker and investigative journalist. He has covered wars and conflicts in dozens of countries. Five of his latest books are “China Belt and Road Initiative: Connecting Countries, Saving Millions of Lives”, “China and Ecological Cavillation” with John B. Cobb, Jr., Revolutionary Optimism, Western Nihilism, a revolutionary novel “Aurora” and a bestselling work of political non-fiction: “Exposing Lies Of The Empire”. View his other books here. Watch Rwanda Gambit, his groundbreaking documentary about Rwanda and DRCongo and his film/dialogue with Noam Chomsky “On Western Terrorism”. Vltchek presently resides in East Asia and the Middle East, and continues to work around the world. He can be reached through his website and his Twitter. His Patreon

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-reportage_esclusivo_nella_resistenza_al_golpe_dallaltiplano_della_bolivia_combatteremo_il_nostro_popolo_non_sar_mai_pi_sconfitto/82_32148/

 

Italia Nostra Castelli Romani si schiera contro nuova edificazione a Santa Palomba

Appello di Italia Nostra Lazio al presidente regionale Nicola Zingaretti per soluzioni sulle problematiche che il Comune di Roma riversa nel suo hinterland

La sezione Castelli Romani di Italia Nostra manifesta il suo aperto dissenso in merito all’incombente realizzazione del print “S. Palomba” nel territorio del Comune di Roma (IX Municipio) ma confinante con i comuni limitrofi dei Castelli Romani come, soprattutto, in particolare, di Albano Laziale.
Si tratta di un nuovo quartiere con 1.000 nuovi alloggi il cui impatto non potrà non ricadere pesantemente sui comuni limitrofi per quanto riguarda l’uso dei servizi ed il sistema delle infrastrutture che, in base anche alla stessa testimonianza delle istituzioni locali, non sono affatto adeguati e preparati a sopportare il nuovo incombente impatto.

Oltretutto occorre stigmatizzare anche il fatto che le stesse istituzioni locali non sono state neppure coinvolte nella conferenza dei servizi lasciando dunque trapelare un vulnus procedurale in questa vicenda. Si prefigura una sorta di nuovo quartiere “ghetto” ben lontano da Roma, con inevitabile importante consumo di un suolo in parte agricolo e che ha visto anche rilevanti ritrovamenti archeologici avvenuti in passato (resti della Via Sacra, villa di Sorano ecc.).

Siamo da sempre convinti che occorra innanzitutto edificare partendo dalla ristrutturazione di immobili e capannoni fatiscenti che sono già molto numerosi anche a Roma stessa e che quindi occorra evitare di provocare altro consumo inutile di suolo il quale è ormai divenuto un bene prezioso che non può più essere sacrificato al cemento. Riteniamo inaccettabile che il peso dei gravi ed endemici problemi dei quali soffre Roma da sempre venga “scaricato” sui comuni limitrofi quali, in particolare, quelli dei Castelli Romani, soprattutto per quanto riguarda il problema dello smaltimento dei rifiuti con il pericolo connesso che si utilizzino siti localizzati nel loro territorio, finendo col deturpare un paesaggio ancora in parte ameno e godibile, con conseguenze nefaste anche per la salubrità dell’ambiente circostante.

Esigiamo che Roma sappia risolvere la propria emergenza rifiuti nel suo stesso territorio.
Il presidente del Consiglio Regionale Lazio di Italia Nostra Franco Medici commenta: “Varie comunicazioni ci arrivano dalle sezioni della provincia di Roma, e non solo, riguardo il fatto che Roma capitale e la sua amministrazione non riescono a risolvere i loro problemi all’ interno del comune amministrato. Chiediamo, pertanto, alla Presidenza della Regione Lazio di trovare soluzioni riguardo le diverse problematiche che ci vengono segnalate e che riguardano essenzialmente: lo smaltimento dei rifiuti, l’approvvigionamento di acqua potabile e la richiesta di nuova edificazione”.

13 Dicembre 2019

Legge consumo di suolo: sollecitiamo una mozione a tutti i consigli comunali

L’iter al Senato (Commissioni congiunte Agricoltura e Ambiente) procede con ritardi e rallentamenti gravi, pare quasi essersi arenato… E’ un “lusso” che non possiamo permetterci e che deve quindi vederci molto reattivi. Read More “Legge consumo di suolo: sollecitiamo una mozione a tutti i consigli comunali”

“L’esplosivo della strage di Piazza Fontana proveniva dalle basi Nato”

Nel 50° anniversario della strage di Piazza Fontana, ripubblichiamo l’intervento del magistrato Ferdinando Imposimato, Presidente Onorario della Suprema Corte di Cassazione, al Convegno del Comitato No Guerra No Nato, svoltosi a Roma il 26 Ottobre 2015.

Imposimato riassume i risultati delle indagini da lui compiute, dalle quali emerge il ruolo della Nato nelle stragi che hanno insanguinato l’Italia. Una precisa denuncia, ignorata da quel mondo politico-mediatico che formalmente oggi commemora il tragico anniversario.

Clima, l’Italia vuole tagliare le emissioni al 2030 solo del 37%, l’Ue punta a oltre il 50%

Cambiamenti climatici, Kyoto Club: “Mentre l’Italia vuole tagliare le emissioni al 2030 solo del 37%, l’Ue rilancia e punta a oltre il 50%”.

Oggi, giovedì 12 dicembre 2019, Kyoto Club ha organizzato un convegno per celebrare l’anniversario dell’Accordo di Parigi e riflettere sulle strategie per il taglio delle emissioni al 2030 e il loro azzeramento al 2050.  Per evitare la catastrofe climatica “anche le imprese devono mobilitarsi con nuovi investimenti”.

Mentre i giovani di tutto il Pianeta riempiono le piazze per chiedere ai nostri governanti di fare in fretta e agire per affrontare la crisi climatica, la comunità scientifica internazionale – radunata dal 2 al 13 dicembre alla Conferenza delle parti sul clima di Madrid (COP25) – ha lanciato l’ennesimo avvertimento: se le attuali tendenze dovessero continuare, le temperature globali potrebbero aumentare dai 3,4 ai 3,9°C già in questo secolo, causando effetti distruttivi su larga scala.

A fine novembre 2019, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che dichiara l’emergenza climatica e ambientale in Europa e nel mondo.
In un’altra risoluzione, l’Eurocamera esorta l’UE a presentare alla COP25 una strategia per raggiungere la neutralità climatica al più tardi entro il 2050.

“‘Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur’. Purtroppo, temo si debba ricorrere a Tito Livio per descrivere la situazione attuale sui negoziati internazionali sulla crisi climatica. Mentre a Madrid si discute su dettagli, la concentrazione di CO2 in atmosfera e la temperatura media del pianeta conseguentemente continua ad innalzarsi – sono le parole del Vicepresidente di Kyoto Club, Francesco Ferrante, intervenuto al convegno in collegamento dalla COP25 di Madrid –  E’ abbastanza stupefacente come, nonostante i ripetuti allarmi provenienti dalla comunità scientifica e le straordinarie opportunità che ci offre l’innovazione tecnologica, le scelte politiche – a livello internazionale ma anche dei singoli Paesi (tranne poche lodevoli eccezioni) – siano così drammaticamente inadeguate e ancora influenzate dagli ‘antichi’ poteri fossili. Madrid temo sia l’ennesima tappa di ‘transizione’ e l’appuntamento decisivo sarà quello dell’anno prossimo a Glasgow nel quale dovranno essere approvati gli aggiornamenti dei piani nazionali di riduzione delle emissioni. Ma il tempo sta davvero scadendo”.

Per aprire uno spazio di riflessione e approfondimento su queste tematiche, Kyoto Club ha organizzato oggi a Roma, presso “Spazio Europa”, un convegno per riflettere su quali debbano essere le priorità ambientali per l’Italia e l’Europa al 2030 con uno sguardo più lungo al 2050. L’evento è stato anche l’occasione per celebrare l’Anniversario della firma dell’Accordo di Parigi. Il momento è particolarmente delicato, anche perché a breve sarà finalizzata la versione finale del Piano energia e clima (Pniec) da parte del Governo italiano.

“Il Green New Deal presentato ieri da Ursula von der Leyen rappresenta il primo atto politico della nuova Commissione e indica la chiara volontà di dare centralità alla questione climatica – dichiara il Direttore scientifico di Kyoto Club, Gianni Silvestrini – Il documento contiene diverse suggestioni interessanti, fra cui l’impegno ad alzare il target 2030 al 50-55% (ma l’auspicio è che si passi al 60%) e a tracciare il percorso per un’Europa “carbon neutral” al 2050. Se a queste enunciazioni seguiranno impegni concreti, ad esempio sul versante degli investimenti e della fiscalità ambientale, dei modelli di consumo e di produzione, l’Europa tornerà al ruolo di guida mondiale della lotta climatica che si era un poco offuscato. Alcuni paesi, del resto, stanno rispondendo adeguatamente all’emergenza in atto. La Danimarca la settimana scorsa, ad esempio, ha deciso di ridurre del 70% le emissioni al 2030. Stonano invece, nell’attuale delicata fase, posizioni come quella italiana che prevede un taglio delle emissioni limitato al 37%. Dobbiamo e possiamo essere più coraggiosi. E nei prossimi mesi andranno varati alcuni provvedimenti essenziali per accelerare gli interventi di riduzione delle emissioni”.

Quella della decarbonizzazione è una sfida che riguarda non solo gli Stati o le Istituzioni sovranazionali, ma anche le imprese e il settore privato, dove si stanno affermando nuovi modelli di business e strumenti per contrastare il cambiamento climatico.

“La direzione verso la quale si muovono molti Governi è giusta ma è ingenuo pensare che i loro sforzi possano oggi rallentare in modo sostanziale il riscaldamento climatico – il commento è del Vicepresidente di Kyoto Club, Gianluigi Angelantoni – Non riuscire a ridurre drasticamente le emissioni causerà un disastro ambientale e anche economico. Per questo anche le Imprese devono mobilitarsi con nuovi investimenti nelle Rinnovabili, nell’ Efficientamento Energetico e nell’ Economia Circolare. Ne va del nostro stesso futuro come operatori economici, non solo come cittadini!”.

Se fino a poco tempo fa la crisi climatica sembrava un problema che investiva il nostro futuro, negli ultimi anni il tema è diventato più che mai attuale ed immediato: per contenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2/1,5 gradi centigradi, come deciso a Parigi nel 2015, serve accelerare la transizione da un sistema basato sulle fonti fossili ad una economia circolare e a zero emissioni.

Comunicato stampa
Roma, 12 dicembre 2019


www.kyotoclub.org

 


Comunicato stampa

Roma, 12 dicembre 2019

Trasformazione Digitale & Sostenibilità, Kyoto Club lancia un sondaggio per le aziende

La digitalizzazione è un’opportunità reale di sviluppo sostenibile? Chi ha approfittato dei piani governativi Industria/Impresa 4.0 sta ottenendo benefici anche in termini di efficienza energetica? E perché la “Digital Transformation” rappresenta un’importante occasione differenziante per le aziende anche in termini di “Green Economy”?

Il Gruppo di Lavoro “Efficienza Energetica” di Kyoto Club lancia un sondaggio rivolto alle imprese, con l’obiettivo di raccontare le buone pratiche digitali e sostenibili già avviate e di avvicinare le aziende che non hanno ancora colto le opportunità di questa rivoluzione.

Con l’obiettivo di fare sistema e di rendere replicabili gli interventi virtuosi già messi a processo da alcune realtà produttive del nostro Paese, il Gruppo di Lavoro “Efficienza Energetica” di Kyoto Club lancia un sondaggio rivolto alle imprese.

Perché prendere parte all’indagine?

  • Per raccontare la propria eccellenza, Digital & green. Le pratiche raccolte saranno valorizzate e promosse in convegni e pubblicazioni.
  • Per partecipare ad un osservatorio esteso, di cui saranno protagoniste le PMI italiane, i cui primi esiti verranno resi noti in importanti occasioni pubbliche a partire dalla primavera/estate 2020.
  • Per avvicinarsi all’opportunità della trasformazione digitale come leva di sviluppo, per chi non lo avesse ancora fatto, con la possibilità di approfondimenti mirati e customizzati in caso di interesse.

“Siamo convinti che si possa coniugare in modo efficace e virtuoso l’innovazione tecnologica e la sostenibilità ambientale. Questa indagine sarà un’occasione per indagare sul campo il legame effettivo tra interventi di trasformazione digitale, crescita della competitività delle imprese e possibile impatto sulla sostenibilità di processi e sviluppi aziendali – dichiara Laura Bruni, Coordinatrice GdL ‘Efficienza Energetica’ di Kyoto Club e Direttore Affari Istituzionali di Schneider Electric –                 Vorremmo dare voce alle eccellenze italiane, per renderle note e replicabili, ma anche comprendere le ragioni di chi non percepisce la trasformazione digitale come opportunità di crescita, facendoci portavoce di bisogni e necessità di chiarimento”.

Scopri di più su www.kyotoclub.org/gruppi-di-lavoro/efficienza-energetica/digitalizzazione

 

Il potere dell’arte, per raccontare la sindrome di Sjögren

Superando.it

Durante l’evento artistico-culturale in programma per domani, 13 dicembre, a Salerno, verrà presentato il libro d’arte “Ritratti di una Vita”, contenente numerose opere ispirate alla storia e alle immagini del libro “La sabbia negli occhi” di Lucia Marotta, presidente dell’ANIMASS, l’Associazione impegnata da tempo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sindrome di Sjögren, rara e grave malattia autoimmune degenerativa che colpisce soprattutto le donne, coinvolgendo principalmente le ghiandole salivari e quelle lacrimali, ma attaccando frequentemente varie altre parti dell’organismo
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Il percorso della Valle dei Templi verso l’accessibilità
Cosa manca alla Valle dei Templi di Agrigento, sito che custodisce uno straordinario patrimonio monumentale e paesaggistico, per essere realmente accessibile? Quali sono gli ostacoli per le persone con diverse disabilità e quali le informazioni non adeguate? Per fotografare la situazione attuale, con l’obiettivo di risolvere le varie criticità e far sì che tutti possano accedere liberamente e in autonomia a questo luogo unico, è stato avviato un percorso virtuoso e partecipato, coinvolgendo le organizzazioni del territorio impegnate sul fronte dell’accessibilità e della mobilità
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Lo sport come parte essenziale del processo riabilitativo
Lo sport come parte essenziale del processo riabilitativo dalla disabilità, stimolo al risveglio psicomotorio o carburante per affrontare nuove, insperate sfide proposte dalla competizione ai suoi più alti e nobili livelli: a confermarlo sono le tante storie di rinascita e di obiettivi da centrare dei pazienti dell’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola, che sin dal 2003 si sono sottoposti a un’efficace metodica riabilitativa, nota come “Rieducazione tramite Gesto Sportivo”, nella quale la disciplina sportiva è proposta appunto come tassello strategico di un più ampio mosaico terapeutico
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Bologna oltre le barriere
Il 15 dicembre è in programma a Bologna l’evento di lancio della candidatura della città all’“Access City Award del 2020”, l’iniziativa della Commissione Europea e del Forum Europeo sulla Disabilità che premia le città che abbiano migliorato l’accessibilità nell’ambiente urbano. Arricchito da una serie di importanti partecipazioni, l’incontro servirà a valutare come la cultura, l’arte, il teatro e le tecnologie riabilitative potranno aiutare a rimuovere i vari ostacoli, in modo tale da garantire l’uguaglianza sostanziale e la partecipazione effettiva delle persone con disabilità
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Una mostra di “sassi e legno” realizzata da persone con autismo adulte
È visitabile fino al 21 dicembre ad Azzano Decimo (Pordenone) la mostra “Racconti di sassi e di legno”, che il prossimo anno diventerà itinerante. Voluta dalla Fondazione Bambini e Autismo di Pordenone, l’esposizione si basa sulle opere di alcuni componenti dell’Officina dell’Arte della Fondazione stessa, il noto centro lavorativo per persone con autismo adulte. E fra ciò che accomuna il lavoro di questi creatori vi è il fatto che i materiali delle opere sono per certi versi “di scarto”, ovvero sassi e pezzi di legno, utilizzati però al meglio, per costruire personali percorsi artistici
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Teatro senza barriere nel tempio milanese della comicità
Toccherà il 14 dicembre al Teatro Martinitt di Milano, vero e proprio tempio meneghino della comicità, ospitare una nuova tappa del progetto “Teatro senza Barriere®”, promosso lo scorso anno dall’Associazione AIACE, presentando lo spettacolo “Per favore non uccidete Cenerentola” in versione fruibile alle persone con disabilità visiva e uditiva, grazie all’audiodescrizione e ai sopratitoli. Il tutto preceduto da una visita tattile, durante la quale gli spettatori con disabilità sensoriale potranno toccare i costumi degli interpreti, le scenografie e gli oggetti di scena
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Terzo Settore: il tempo stringe e la Riforma sta rallentando
«Esporremo le preoccupazioni e le principali richieste del Terzo Settore, fortemente preoccupato anche per il forte rallentamento del cammino della Riforma»: a dirlo è Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, in vista dell’incontro di domani, 13 dicembre, con Nunzia Catalfo, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e qualche giorno dopo la Giornata Internazionale del Volontariato, durante la quale gli esponenti delle 87 reti aderenti al Forum hanno sollecitato un’immediata iniziativa del Governo, ottenendo l’impegno in tal senso del presidente del Consiglio Conte
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Chi meglio del diretto interessato può valutare la qualità dei servizi?
«Il diritto di usufruire di servizi di qualità – scrive Anna Maria Comito – non può essere dissociato dal diritto di partecipare alle procedure di valutazione della qualità dei servizi stessi. Per questo proprio i diretti interessati, ovvero le persone con disabilità o i familiari che li assistono, devono partecipare alla valutazione della qualità dei servizi». Su tale tema è stata centrata a Roma la 4^ Giornata del Familiare Assistente, promossa a fine novembre dalla Consulta per le Politiche in favore delle Persone con Disabilità e delle loro Famiglie del Municipio Roma 1 Centro
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Vi auguriamo una buona lettura!

Un cordiale saluto

La redazione di Superando.it

Superando.it è un servizio di informazione sulla disabilità promosso dalla FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap e gestito da Agenzia E.Net s.c.a.r.l.

 

Petizione: Stop alle armi italiane in Yemen!

Dal 25 marzo 2015 una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta da Stati Uniti e Regno Unito, ha lanciato attacchi aerei contro il gruppo armato huthi in Yemen.

I civili stanno sopportando il peso di questo sanguinoso conflitto. Intrappolati nei combattimenti a terra tra gli huthi e le forze filogovernative, e sotto il fuoco dei bombardamenti da parte delle forze della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, uomini, donne e bambini sono stati sottoposti a orribili violazioni dei diritti umani, nonché a crimini di guerra, da tutte le parti coinvolte nel conflitto.

Dallo scoppio del conflitto si calcola che siano quasi 17.000 i civili morti e feriti, esacerbando una situazione umanitaria già disastrosa. Milioni di persone sono a rischio carestia.

Scuole, ospedali, moschee, funerali: sembra che nulla sia al sicuro dai raid aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Il nostro governo sta alimentando questo orrore.

Di fronte a molteplici rapporti che indicano la condotta spericolata della coalizione guidata dall’Arabia Saudita nello Yemen, il governo italiano continua a fornire armi all’Arabia Saudita e ad altri membri della sua coalizione.

Continuando a fornire armi all’Arabia Saudita per l’uso in Yemen, l’Italia sta violando la legge internazionale.

Stop alle armi italiane in Yemen

 

“Prodotto in Europa, bombardato in Yemen”

La Corte Penale Internazionale deve indagare sulla responsabilità di attori politici e industriali europei per le complicità nei presunti crimini di guerra nello Yemen

Caccia Eurofighter e Tornado, bombe della serie MK80 e altro ancora: le armi europee vengono utilizzate nella guerra nello Yemen, ne esistono ampie e affidabili prove. Pertanto è possibile che dirigenti delle aziende armiere e funzionari pubblici in capo alle licenze di esportazione stiano potenzialmente aiutando e promuovendo presunti crimini di guerra commessi dalla Coalizione militare guidata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in Yemen? Questa domanda è al centro di una nuova Comunicazione – aggiornata con le più recenti informazioni – presentata all’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) l’11 dicembre 2019.

In tale Comunicazione congiunta il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR), la Ong yemenita Mwatana per i diritti umani, Amnesty International, la Campagna britannica contro il commercio di armi (CAAT), il Centro Delàs di Barcellona e la Rete Italiana per il Disarmo hanno invitato il Procuratore a indagare sulla responsabilità legale degli attori politici e delle imprese in Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito.
La comunicazione si concentra sul ruolo delle seguenti società: Airbus Defence and Space S.A. (Spagna), Airbus Defence and Space GmbH (Germania), BAE Systems Plc. (Regno Unito), Dassault Aviation S.A. (Francia), Leonardo S.p.A. (Italia), MBDA UK Ltd. (Regno Unito), MBDA France S.A.S. (Francia), Raytheon Systems Ltd. (Regno Unito), Rheinmetall AG (Germania) tramite la controllata RMW Italia (Italia) e Thales (Francia).
Nonostante gli attacchi documentati alle case civili, ai mercati, agli ospedali e alle scuole condotti dalla Coalizione militare guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti molte compagnie a produzione militare transnazionali con sede in Europa hanno continuato e continuano a fornire ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti armi, munizioni e supporto logistico. E funzionari dei Governi europei hanno autorizzato le esportazioni concedendo licenze in tal senso.

“Gli attacchi aerei della Coalizione a guida saudita hanno causato una terribile distruzione nello Yemen. Le armi prodotte ed esportate dagli Stati Uniti e dall’Europa hanno permesso questa distruzione. Nel quinto anno di questa guerra, le innumerevoli vittime yemenite meritano inchieste credibili su tutti gli autori di crimini contro di loro, comprese tutte le potenziali complicità. Speriamo che la Corte possa svolgere un ruolo positivo nell’iniziare a colmare l’attuale enorme mancanza di trasparenza e di obbligo a rendere conto delle responsabilità di quanto accade nello Yemen” ha dichiarato Radhya Almutawakel presidente dell’organizzazione yemenita Mwatana per i diritti umani.
“Le società europee – e indirettamente gli Stati europei – hanno tratto profitto dalle esportazioni di armi verso la Coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Allo stesso tempo, queste armi sono utilizzate nello Yemen in violazioni del diritto internazionale umanitario che possono equivalere a crimini di guerra” ha sottolineato Linde Bryk, consulente legale presso ECCHR, per conto delle organizzazioni che hanno presentato la Comunicazione “Chiedendo un’indagine su dirigenti aziendali e funzionari governativi, la Comunicazione punta a valutare le azioni di coloro che vendono armi a Paesi noti per aver commesso crimini di guerra”.

La Comunicazione di 350 pagine redatta dall’ECCHR con il contributo di tutte le organizzazioni coinvolte e corroborata da prove raccolte sul campo da Mwatana in Yemen descrive in dettaglio 26 attacchi aerei condotti dalla Coalizione a guida saudita che potrebbero equivalere a crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma.
“Questa iniziativa della società civile europea e yemenita dimostra come solo a livello internazionale si possano contrastare e bloccare i trasferimenti problematici di armi che portano ad attacchi contro i civili. La configurazione transnazionale dell’industria militare (e il sistema di licenze da parte dei Governi) lo richiede. Per Rete Disarmo si tratta di un ulteriore passo importante dopo l’azione legale in Italia promossa anche da noi nel 2018: non possiamo più tollerare che aziende italiane, addirittura controllate dallo Stato, possano in qualche modo essere coinvolte in violazioni di diritti umani o del diritto internazionale umanitario”, ha commentato Francesco Vignarca coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo.

Sono a disposizione dei giornalisti che ne facessero richiesta un Case Report e una lista di “Domande e risposte” sul caso presentato alla Corte Penale Internazionale

L’Aia – Roma, 12 dicembre 2019


Contatti per domande e approfondimenti
ECCHR, Anabel Bermejo, E-Mail: presse@ecchr.eu
Mwatana, Osama Alfakih, E-Mail: oalfakih@mwatana.org
CAAT, Andrew Smith, E-Mail: andrew@caat.org.uk
Centre Delàs, María Vázquez, E-Mail: mvazquez@centredelas.org
Amnesty International, E-Mail: press@amnesty.org
Rete Disarmo, Francesco Vignarca, E-Mail: segreteria@disarmo.org

Piazza Fontana: quando Sandro Pertini non strinse la mano al questore di Milano

Dirigeva il carcere di Ventotene ai tempi del fascismo, su di lui l’ombra dell’omicidio Pinelli. Era un’altra Italia.

Poco dopo la strage di Piazza Fontana, Sandro Pertini, comandante della Resistenza e allora presidente della Camera dei deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e, incontrando l’allora questore Marcello Guida, si rifiutò pubblicamente di stringergli la mano, ricordando l’attività di Guida come direttore del confino di Ventotene nel ventennio fascista.

Fu un gesto che ruppe il protocollo e che ebbe un forte rilievo mediatico. Alcuni anni dopo, alla fine del ’73, lo stesso Pertini, intervistato da Oriana Fallaci, aggiunse che a determinare quel gesto fu anche che su Guida «gravava l’ombra della morte» dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta appunto quando Guida era questore di Milano.
Quell’intervista è indicativa di come il problema dell’affidabilità democratica delle forze dell’ordine e delle forze armate è una costante nella storia d’Italia. Per questo Popoff è andato a ripescare l’intervista prima che vada in onda la seconda puntata della triste fiction revisionista di Rai 1 sugli anni ’70, triste e approssimativa sul piano della sceneggiatura e della recitazione. Triste, approssimativa e insidiosa sul piano della deformazione della storia sociale italiana. Appiattire la storia di un decennio sullo stereotipo degli anni di piombo vuol dire negare l’aspirazione delle masse subalterne (che irruppero sulla scena in tutto il mondo) alla liberazione, all’emancipazione, alla giustizia sociale. Pertini, socialista riformista e partigiano, sarebbe divenuto presidente della Repubblica. Era un’altra Italia. Dopo di lui, al Quirinale, sarebbero saliti un banchiere, un picconatore e inventore di leggi speciali e l’uomo che creò i lager per migranti.
«E’ anche un uomo che ha tanto da dire, senza esser sollecitato – scriveva Oriana Fallaci su L’Europeo il 27 dicembre 1973 – infatti non si intervista Sandro Pertini. Si ascolta Sandro Pertini. Nelle sei ore che trascorsi con lui, sarò riuscita sì e no a piazzare quattro o cinque domande e due o tre osservazioni. Eppure furono sei ore di incanto».
A un certo punto dell’intervista Pertini ricorda come «De Gasperi sbarcò dal governo noi socialisti e si tenne solo i socialdemocratici e fece piazza pulita degli antifascisti che avevamo messo nelle prefetture, ad esempio, nella polizia. Noi avevamo creato elementi nuovi: questori non usciti dal fascismo o addirittura antifascisti, sa? Questori e prefetti che eran stati partigiani, su al nord. Ma lentamente, lentamente, il governo centrale di Roma ce li tolse. E rimise i vecchi arnesi, senza che noi riuscissimo a impedirlo».
«E il risultato è che oggi la polizia italiana è in gran parte fascista», ebbe a notare la Fallaci.
«Oriana, non è che voglia fare il difensore d’ufficio. Ci mancherebbe altro. Ma la colpa non è tutta dei poliziotti e dei carabinieri. La colpa è di chi non gli ha mai spiegato che non devono considerarsi al servizio della classe padronale, che la classe padronale non rappresenta l’ordine. Io gliel’ho detto in tanti comizi, invece: “Non dovete considerare malfattori i lavoratori che scendono in piazza. A parte il fatto che quel diritto gli è concesso dalla Costituzione, essi non sono malfattori. Sono lavoratori che protestano per difendere le loro famiglie. E quindi anche le vostre. Perché anche voi siete figli di contadini, anche voi siete figli di operai. Non lo capite che la classe padronale non scende in piazza perché non ne ha bisogno?”. E agli operai ho detto: “Non dovete considerare i carabinieri e gli agenti di pubblica sicurezza come nemici da combattere. Non sono vostri nemici, sono figli di operai e contadini come voi!”. Il guaio è che i nostri carabinieri e ancor più i nostri poliziotti si mettono sull’attenti appena vedono un padrone. Sono rimasti al tempo in cui l’autorità era rappresentata dal parroco, dal feudatario, dal maresciallo dei carabinieri e tutti gli altri eran sudditi. Però com’è che, quando gli spiego certe cose, capiscono? Com’è che a Rimini un colonnello di pubblica sicurezza mi ha detto: “Lei ha parlato come si deve parlare, senza asprezza né settarismo. Permetta che le stringa la mano”. Com’è che a Saluzzo un maresciallo dei carabinieri ha pianto per la commozione? Io conosco un dirigente della polizia che dice: “Tocca a noi rieducarli, presidente. Da soli non possono rendersi conto che a spingere in piazza gli operai sono i padroni. Abbiamo avuto una polizia borbonica, poi una polizia papalina, poi una polizia fascista. Farli diventare democratici è un lavoro lento, faticoso, ma non impossibile”. Oriana, non sono tutti fascisti. Non sono tutti Guida. E lo stesso discorso vale per l’esercito. Non bisogna dimenticare i seicentomila soldati e ufficiali che finirono nei campi di concentramento, i trentamila che vi morirono insieme a settemila carabinieri, la divisione Acqui che combatté a Cefalonia e a Corfù contro i tedeschi, la divisione Sassari che si batté a Porta San Paolo contro i tedeschi, il generale Perotti che fu fucilato insieme a due operai a Torino, gli alpini che andarono coi partigiani di Cuneo. Non devono dimenticarlo nemmeno loro. E, se lo dimenticano, bisogna ricordarglielo!».
«Sì, più degli sciagurati che volevano ammazzarci (Pertini era nella lista nera di milleseicento antifascisti da liquidare in caso di golpe della Rosa dei Venti, ndr) a me interessano i mandanti: non è possibile che le piste rosse si trasformino sempre in piste nere! Strage di piazza Fontana: il questore Guida annuncia subito la pista rossa, Pinelli e Valpreda, poi viene fuori che è una pista nera. Bomba in via Fatebenefratelli: idem. Episodi di Padova: idem. Ora sono a Padova e non è possibile che si tratti di episodi isolati, indipendenti l’uno dall’altro. C’è dietro un’organizzazione che assomiglia tanto a quelle di altri paesi. Ma è così chiaro che si vuol turbare l’ordine pubblico per ristabilire con la forza l’ordine pubblico! Come coi colonnelli in Grecia, coi generali in Cile. E noi non vogliamo che l’Italia diventi una seconda Grecia, un secondo Cile».

di Checchino Antonini

redazione 11 dicembre 2019

https://www.globalist.it/culture/2016/05/08/piazza-fontana-quando-sandro-pertini-non-strinse-la-mano-al-questore-di-milano-53154.html?fbclid=IwAR1LnUo4tJfUTHoktKtscLnm2kjbwCwbYrXMK31gPzANIXIhOpN5pCrDL7c